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Le relazioni dei "saggi" a Napolitano: riforme istituzionali e materia economico sociale e europea

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(da www.servizi-legali.it )

Leggi, dal sito www.quirinale.it , i documenti finali dei saggi nominati da Napolitano in materia economico sociale ed europea (83 pagine) e sulle riforme istituzionali (29 pagine).

Segnalo, nella relazione del Gruppo di lavoro in materia economico sociale ed europea:

- Nel paragrafo 1.1 "Gli obiettivi di fondo" (a pag. 4): "Non è facile, nessuno deve illudersi. Lo sviluppo lo fanno gli imprenditori e i lavoratori, non i governi. Ma i governi possono agire sui presupposti dello sviluppo. Possono attivare fattori facilitatori, anche interagendo nella sede dell’Unione europea, che persegue i medesimi obiettivi. In Italia, peraltro, è convinzione diffusa, suffragata da studi e analisi, che l’operatore pubblico debba piuttosto “togliere” che “aggiungere”. Certamente occorre togliere ostacoli, evitando l’eccesso di norme e riducendo il potere d’interdizione della burocrazia. Ma si possono aggiungere nuove opportunità e agevolazioni esplicite, specie fiscali (pur nel rispetto delle compatibilità di bilancio), a favore di quelle attività che più direttamente offrono possibilità di sviluppo e di lavoro, soprattutto per le giovani generazioni. Inoltre, i governi possono e debbono incana lare lo sviluppo su binari di sostenibilità ambientale e sociale, di equità fra generazioni, fra donne e uomini, fra ceti e territori diversi."

- Nel paragrafo 3.1 "Creare e sostenere il lavoro" (pag. 21): "Una misura possibile consiste nell’introdurre un credito di imposta per i lavoratori a bassa retribuzione. Esso non solo risponderebbe a esigenze equitative, ma potrebbe risolversi anche in un incentivo alla partecipazione del lavoro. Schemi di questo tipo sono adottati da vari anni in altri paesi avanzati. Un credito d’imposta va sottratto all’imposta calcolata sul reddito da lavoro personale: quello qui suggerito, per la parte eccedente l’imposta dovuta, verrebbe corrisposto al lavoratore, configurandosi quindi come un sussidio monetario. Al contrario di altri strumenti pensati per gli individui privi di un impiego retribuito (come il sussidio di disoccupazione o il reddito minimo di inserimento), il credito d’imposta, incrementando esclusivamente i redditi netti da lavoro, mira a stimolare l’occupazione; potrebbe anche contribuire all’emersione di occupazioni irregolari".

- Nel paragrafo 4.3 "Migliorare la legislazione, consolidare la certezza del diritto" (pag. 36): "Secondo un convincimento pressoché unanime, un forte o stacolo alla competitività del Paese è costituito da carenze nella certezza del diritto. Il “diritto inconoscibile” impedisce il calcolo economico, pregiudica le aspettative e, quindi, blocca o ostacola gli investimenti e la loro convenienza. Inoltre, trasforma il cittadino in suddito, perché la garanzia prima dei diritti risiede nella possibilità di riferirsi una regola chiara e nel diritto di ottenere, nel caso di una sua violazione, una decisione rapida da parte del giudice, che assicuri l’effettività della tutela. Si tratta di un fenomeno complesso, in cui si intrecciano molteplici fattori, non tutti riconducibili alla capacità di azione dei poteri nazionali. Alcune cause del fenomeno, però, potrebbero essere arginate con interventi immediati e neppure troppo difficili da realizzare".

- Nello stesso paragrafo 4.3 col titolo "Realizzare un'effettiva valutazione delle politiche" (pag. 38): "Ogni nuova normativa, soprattutto quelle “di sistema”, dovrebbe prevedere precisi obblighi di monitoraggio e valutazione a scadenze prefissate, analogamente a quanto fatto nel caso della recente riforma del mercato del lavoro. Inoltre, è indispensabile che Governo e Parlamento si avvalgano in modo sistematico e strutturato, prima dell’approvazione di nuove norme, dell’apporto conoscitivo delle amministrazioni dotate di competenza tecnica e di indipendenza (Istat, Banca d’Italia, Autorità indipendenti, ecc.) nella valutazione d’impatto delle politiche: l’esito di tali valutazioni dovrebbe avere ampia diffusione presso l’opinione pubblica".

Segnalo nella relazione sulle riforme isttituzionali:

Nel capitolo 1 "Diritti dei cittadini e partecipazione democratica", paragrafo 11 "Principio di legalità" (pag. 8): "A causa dell'eccesso di produzione normativa, della complessità dei fenomeni sociali e della qualità non sempre adeguata dei testi legislativi, più spesso destinati alla comunicazione politica di quanto non lo siano alla disciplina dei rapporti giuridici, la legge ha in parte smarrito la sua potenza simbolica e la capacità di regolare efficacemente i comportamenti dei cittadini. Naturalmente non si può prescindere dalla legge, anche perché la soggezione dei magistrati ad essa rappresenta fattore di congiunzione tra un ordine giudiziario dotato di autonomia e di indipendenza e il circuito costituzionale fondato sulla sovranità del popolo. Ma la legge, non sempre si rivela idonea a garantire, da sola, il principio di legalità nella sua dimensione di possibilità di prevedere le conseguenze giuridiche dei comportamenti di ciascuno. Il venir meno di quei fattori di certezza e di prevedibilità che erano tradizionalmente propri della legge e della interpretazione giurisprudenziale ha progressivamente ampliato i margini dell'intervento interpretativo del magistrato".

- Nel capitolo 3 "Parlamento e Governo", paragrafo 19 (pag. 16): "In base all’art. 66 della Costituzione, in conformità ad una tradizione storica risalente, ma ormai priva di giustificazione, il giudizio finale sui titoli di ammissione dei membri del Parlamento (legittimità dell’elezione, ineleggibilità e incompatibilità) spetta a ciascuna Camera con riguardo ai propri membri; pertanto le relative controversie non hanno un vero giudice e le Camere sono chiamate a decidere in causa propria, con evidenti rischi del prevalere di logiche politiche. Si propone di modificare l’art. 66 attribuendo tale competenza ad un giudice indipendente e imparziale".

- Nel capitolo 5 "Amministrazione della giustizia", paragrafo 26 (pag. 21):"Per la giustizia civile si propone: a) l’instaurazione effettiva di sistemi alternativi (non giudiziari) di risoluzione delle controversie, specie di minore entità, anche attraverso la previsione di forme obbligatorie di mediazione (non escluse dalla recente pronuncia della Corte costituzionale –sent. n. 272 del 2012– che ha dichiarato illegittima una disposizione di decreto legislativo che disponeva in questo senso, ma solo per carenza di delega); questi sistemi dovrebbero essere accompagnati da effettivi incentivi per le parti e da adeguate garanzie di competenza, di imparzialità e di controllo degli organi della mediazione".

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