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... e perchè l'eccessiva specializzazione si addice agli insetti

A ordini e collegi professionali si applica la normativa anticorruzione (delibera ANAC 145/2014)

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  L'Autorità nazionale anticorruzione, con delibera n. 145/2014, "Parere dell’Autorità sull’applicazione della l. n. 190/2012 e dei decreti delegati agli ordini e ai collegi professionali", pubblicata sul sito dell'Autorità il 22/10/2014 ed efficace dal momento della pubblicazione, ha deliberato:

"di ritenere applicabile le disposizioni di prevenzione della corruzione di cui alla l. n. 190/2012 e decreti delegati agli ordini e ai collegi professionali.

I suddetti enti, pertanto, dovranno predisporre il Piano triennale di prevenzione della corruzione, il Piano triennale della trasparenza e il Codice di comportamento del dipendente pubblico, nominare il Responsabile della prevenzione della corruzione, adempiere agli obblighi in materia di trasparenza di cui al d.lgs. n. 33/2013 e, infine, attenersi ai divieti in tema di inconferibilità e incompatibilità degli incarichi di cui al d.lgs. n. 39/2013.

La presente delibera diventa efficace alla data della sua pubblicazione nel sito dell’Autorità Nazionale Anticorruzione. Gli ordini e i collegi professionali sono tenuti, ove non vi abbiano già provveduto, a dare ad essa immediata attuazione.

L’Autorità eserciterà, a far data dai 30 giorni successivi alla pubblicazione della delibera, i propri poteri di vigilanza sul rispetto dell’obbligo di adozione del Piano triennale della prevenzione della corruzione, del programma triennale della trasparenza o dei codici di comportamento e della nomina di un Responsabile della prevenzione della corruzione dell’ente."

Era ovvio. Si diceva una volta: "cuius commoda eius et incommoda" !

Chioserei che non si può pretendere d'essere, quando fa comodo, un ente pubblico (dotato di poteri enormi delineati dalla l. 247/12: di legislatore in tema di disciplina, di amministratore in rilevantissimi ambiti, di giudice speciale) e poi, quando è comoda una veste diversa, essere una mera associazione. 

Particolarmente rilevante mi pare la precisazione che ordini e collegi professionali devono "adempiere agli obblighi in materia di trasparenza di cui al d.lgs. n. 33/2013 e, infine, attenersi ai divieti in tema di inconferibilità e incompatibilità degli incarichi di cui al d.lgs. n. 39/2013".

Al riguardo mi pare inevitabile riconoscere che poichè il CNF è (anche) giudice speciale della disciplina e della tenuta degli albi forensi, necessariamente incarichi e incompatibilità per i consiglieri del CNF devono essere pari a quelle dei magistrati ordinari. Lo si deve ricavare da una interpretazione costituzionalmente orientata (tesa a garantire l'indipendenza e imparzialità del giudice speciale CNF) dell''art. 53, comma 3, del d.lgs. 165/2001 (articolo che di seguito si riporta per intero, nel testo modificato dalla l. 190/2012, c.d. legge "anticorruzione", attuata con d.lgs. 39/2013).

Se, invece, si ritenesse che il testo del comma 3 dell'art. 53 -stante il suo riferimento ai magistrati ordinari, amministrativi e contabili- non possa essere interpretato nel senso che imponga che anche gli incarichi consentiti e quelli vietati ai consiglieri del giudice speciale CNF siano individuati con regolamento da emanarsi ai sensi dell'art. 17, comma 2, della l. 23 agosto 1988, n. 400, allora sarebbe evidente l'incostituzionalità (art. 3 e 111 Cost.) del detto comma 3 per mancata previsione dei consiglieri del CNF tra i soggetti per i quali (come è per i magistrati ordinari, amministrativi e contabili) è necessario prevedere con regolamento gli iarichi consentiti e quelli vietati.

Recitano, in particolare, i commi 2, 3, 4 e 5 dell'art. 53 del d.lgs. 165/2001:

"2.  Le pubbliche amministrazioni non possono conferire ai dipendenti incarichi, non compresi nei compiti e doveri di ufficio, che non siano espressamente previsti o disciplinati da legge o altre fonti normative, o che non siano espressamente autorizzati.

3. Ai fini previsti dal comma 2, con appositi regolamenti, da emanarsi ai sensi dell'articolo 17, comma 2, della legge 23 agosto 1988, n. 400, sono individuati gli incarichi consentiti e quelli vietati ai magistrati ordinari, amministrativi, contabili e militari, nonché agli avvocati e procuratori dello Stato, sentiti, per le diverse magistrature, i rispettivi istituti.

4.  Nel caso in cui i regolamenti di cui al comma 3 non siano emanati, l'attribuzione degli incarichi è consentita nei soli casi espressamente previsti dalla legge o da altre fonti normative.

5.  In ogni caso, il conferimento operato direttamente dall'amministrazione, nonché l'autorizzazione all'esercizio di incarichi che provengano da amministrazione pubblica diversa da quella di appartenenza, ovvero da società o persone fisiche, che svolgano attività d'impresa o commerciale, sono disposti dai rispettivi organi competenti secondo criteri oggettivi e predeterminati, che tengano conto della specifica professionalità, tali da escludere casi di incompatibilità, sia di diritto che di fatto, nell'interesse del buon andamento della pubblica amministrazione o situazioni di conflitto, anche potenziale, di interessi, che pregiudichino l'esercizio imparziale delle funzioni attribuite al dipendente." (comma così modificato dall'art. 1, comma 42, lett. b), L. 6 novembre 2012, n. 190)

La legge di riforma forense  riconosce al CNF (peggio che ai tempi del corporativismo fascista) il triplo ruolo di giudice speciale, amministratore (con enormi poteri) e legislatore di settore (attraverso il codice deontologico). Per questo non potrà non incappare in radicali censure di incostituzionalità, fondate sulla carenza delle essenziali garanzie di autonomia e indipendenza di giudice.

Già oggi (senza attendere i giudizi caducatori della Corte costituzionale) i consiglieri del CNF dovrebbero rendersi conto che l'essere tutti indistintamente giudici, amministratori e legislatori li pone in condizione reciprocamente limitatrice dello svolgimento di ciascuna di tali funzioni. Inoltre li pone nella condizione di esercitare la professione forense senza quel livello di indipendenza e autonomia che essi stessi, costantemente, reclamano essere un connotato indispensabile della professione di avvocato: si pensi all'enorme mole di conflitti di interessi che si possono ipotizzare a seguito della imputazione a ciascun consigliere del CNF della attività giurisdizionale, amministrativa e di redazione del codice deontologico che l'unitario CNF svolge senza distinzioni di attribuzioni tra i detti consiglieri (altro che i conflitti di interessi degli impiegati pubblici a part time ridotto, tenuti in gran cale dalla l. 339/03!!!). Si potrebbe motteggiare dicendo che non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca, altrimenti si rischia di incappare nell'altro proverbio "chi troppo vuole nulla stringe".

Inoltre, anche i commi da 7 a 13 dell'art. 53 del d.lgs. 165/2001, come modificato a seguito della legge "anticorruzione" (l. 190/2012, attuata con d.lgs. 39/2013, entrato in vigore il 4 maggio 2013), dovrebbero essere applicati ai consiglieri del CNF-giudice, visto che tali commi sono applicabili a magistrati ordinari, amministrativi e contabili in forza del richiamo, ad opera del comma 6 dell'art. 53 del d.lgs. 165/2001, all'art. 3 del d.lgs. 165/2001.  Altrimenti sarebbe evidente l'incostituzionalità del detto comma 6 per irragionevole mancata previsione d'una necessaria norma di cautela, con irragionevole privilegio d'una certa categoria di giudici (i consiglieri del CNF). Peraltro, non sembra possibile che i consiglieri del CNF-giudice, per sottrarsi alla doverosa applicazione dei commi da 7 a 13 dell'art. 53 del d.lgs. 165/2001, invochino la qualità di "dipendenti pubblici ai quali è consentito da disposizioni speciali lo svolgimento di attività libero-professionali" (vedasi art. 53, comma 6).

Il Ministro della giustizia dovrebbe vigilare (art. 24 l. 247/2012) affinchè, con riguardo anche ai consiglieri del giudice sopeciale CNF (e non solo con riguardo ai magistrati ordinari, amministrativi e contabili) siano emanati i regolamenti di cui al comma 3 dell'art. 53 del d.lgs. 165/2001 che individuino gli incarichi consentiti e quelli vietati.

Nel caso, poi, che non siano emanati (ovviamente dopo che la loro emanazione sia stata riconosciuta necessaria), riguardo ai consiglieri del giudice-CNF, i regolamenti di cui al comma 3 dell'art. 53, si dovrebbe attivare la Presidenza del Consiglio dei Ministri.  Infatti, ai sensi dell'art. 16-bis del d.lgs. 165/2001, la Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento della funzione pubblica deve disporre verifiche del rispetto delle disposizioni dell'art. 53 del d.lgs. 165/2001 (per il tramite dell'Ispettorato per la funzione pubblica, che opera di intesa con i servizi ispettivi di finanza pubblica del Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato).

Già da oggi, comunque, mi pare che l'Antitrust dovrebbe segnalare l'enorme vulnus alle regole della concorrenza nel servizio professionale di avvocato e alla indipendenza del giudice CNF  che si realizza attraverso una normativa che consenta ai consiglieri del CNF-giudice (tutti indistintamente, oltre che giudici, anche amministratori e artefici del codice deontologico forense) di non soggiacere all'individuazione -attraverso l'apposito regolamento di cui al comma 3 dell'art. 53 del d.lgs. 165/2001- degli incarichi loro consentiti e di quelli a loro vietati.

Leggi di seguito l'intera delibera n. 145/2014, "Parere dell’Autorità sull’applicazione della l. n. 190/2012 e dei decreti delegati agli ordini e ai collegi professionali" ...

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Ultimo aggiornamento Venerdì 24 Ottobre 2014 13:19 Leggi tutto...
 

Nuovo codice deontologico forense in Gazzetta 241 del 16/10/2014. Entra in vigore il 15/12/2014

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Il nuovo codice deontologico forense, approvato dal Consiglio nazionale forense nella seduta del 31 gennaio 2014, è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale, Serie Generale, n. 241 del 16-10-2014. Entrerà in vigore dal 15/12/2014.

Ciliegina sulla torta (la torta è la legge di pseudoriforma forense n. 247/12) per il CNF, il quale ormai troneggia quale legislatore di settore, amministratore con enormi poteri, giudice speciale della disciplina e della tenuta degli albi.

Montesquieu si rigira nella tomba !!!

Qui il tutti gli articoli del nuovo codice di deontologia degli avvocati.

 

 

 

 

 

 

 

Il corporativismo fascista, al confronto, era roba da educande !

Una vignetta sui rischi del corporativismo mi sembra il commento migliore al nuovo codice deontologico forense.

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Ultimo aggiornamento Sabato 18 Ottobre 2014 10:26
 

Corte di giustizia 15/10/14: si può obbligare al full time un pubblico dipendente già in part time

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 Il dipendente che non accetta la riconduzione forzosa al full time che sia motivata dal datore con ragioni organizzative non rischia il licenziamento ma il recesso del datore (che la Corte di giustizia ha riconosciuto legittimo anche se il dipendente stesso era già da tempo a part time). E' contrario al diritto dell'Unione solo il licenziamento che non sia motivato col solo rifiuto del lavoratore di accettare la riconduzione al full time. COMPLIMENTI !!! 

 Con sentenza del 15/10/2014 la Corte di giustizia ha deciso la causa C-221/13 (Mascellani) stabilendo che "L’accordo quadro sul lavoro a tempo parziale, concluso il 6 giugno 1997, che figura nell’allegato alla direttiva 97/81/CE del Consiglio, del 15 dicembre 1997, relativa all’accordo quadro sul lavoro a tempo parziale concluso dall’UNICE, dal CEEP e dalla CES, ed in particolare la sua clausola 5, punto 2, deve essere interpretato nel senso che esso non osta, in circostanze come quelle oggetto del procedimento principale, a una normativa nazionale in base alla quale il datore di lavoro può disporre la trasformazione di un contratto di lavoro da contratto a tempo parziale in contratto a tempo pieno senza il consenso del lavoratore interessato."...

CLICCA SU "LEGGI TUTTO" PER LEGGERE LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA  DELLA CORTE DI GIUSTIZIA NELLA CAUSA C-221/13 (MASCELLANI) ....

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Ultimo aggiornamento Giovedì 16 Ottobre 2014 08:00 Leggi tutto...
 

Avvocato specialista: il Consiglio di Stato approva la bozza di regolamento e dimentica la Corte UE

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Sarebbe "il colmo" se non se ne parlasse nel Congresso Nazionale Forense di Venezia (9 - 11 ottobre 2014) !!!

 

LEGGI DI SEGUITO (CLICCANDO SU "LEGGI TUTTO") LO SCHEMA DI REGOLAMENTO (“Regolamento recante disposizioni per il conferimento e il mantenimento del titolo di avvocato specialista a norma dell’articolo 9 della legge 31 dicembre 2012, n. 247") E IL PARERE FAVOREVOLE DEL CONSIGLIO DI STATO DEL 19/9/2014, N. 2971 ...

LE DISPOSIZIONI DELLO SCHEMA DI REGOLAMENTO CHE HO SOTTOLINEATO MI PAIONO VIOLATIVE DEL DIRITTO ALLA CONCORRENZA PERCHE' DISEGNANO PER IL CONSIGLIO NAZIONALE FORENSE UN RUOLO DA "ARBITRO" E CONTEMPORANEAMENTE "GIOCATORE".

L'AUTORITA' GARANTE DELLA CONCORRENZA E DEL MERCATO INTERVERRA' ?

DOVREBBE APPARIRE EVIDENTE CHE L'ART. 9 DELLA L. 247/2012, NEL PREVEDERE CHE L'ATTRIBUZIONE DEL TITOLO DI SPECIALISTA E LA SUA REVOCA SPETTA AL CNF, ESCLUDE IMPLICITAMENTE CHE IL CNF STESSO POSSA RIVESTIRE ALTRI RUOLI, NEMMENO QUELLI DI "FACILITATORE DELLA FORMAZIONE".

Domandiamoci: un tale regolamento potrebbe essere accusato di avallare pratiche commerciali scorrette del CNF nei confronti di "avvocati consumatori"?

La domanda nasce dalla sentenza della Corte di giustizia del 3 ottobre 2013 resa nella causa C-59/12. La risposta credo debba essere "perchè no?".

La Corte (Prima Sezione) ha infatti dichiarato:

"La direttiva 2005/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 maggio 2005, relativa alle pratiche commerciali sleali delle imprese nei confronti dei consumatori nel mercato interno e che modifica la direttiva 84/450/CEE del Consiglio e le direttive 97/7/CE, 98/27/CE e 2002/65/CE del Parlamento europeo e del Consiglio e il regolamento (CE) n. 2006/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio («direttiva sulle pratiche commerciali sleali»), dev’essere interpretata nel senso che rientra nel suo ambito di applicazione ratione personae un organismo di diritto pubblico incaricato di una missione di interesse generale, quale la gestione di un regime legale di assicurazione malattia."

Questo il testo del comunicato stampa della Corte di giustizia del 3 ottobre 2013. Per leggere il testo integrale della sentenza della Corte di giustizia clicca qui.

Corte di giustizia dell’Unione europea

COMUNICATO STAMPA n. 126/13

Lussemburgo, 3 ottobre 2013

Sentenza nella causa C-59/12

BKK Mobil Oil Körperschaft des öffentlichen Rechts / Zentrale zur Bekämpfung unlauteren Wettbewerbs e V

Il divieto di pratiche commerciali sleali nei confronti dei consumatori si applica anche alle casse malattia del regime legale

Né la loro missione di interesse generale né il loro status di organismo di diritto pubblico giustificano che esse siano sottratte a tale divieto

Dopo aver avuto più volte occasione di affermare che la direttiva sulle pratiche commerciali sleali (noa 1), che vieta tali pratiche nei confronti dei consumatori, è caratterizzata da una sfera di applicazione ratione materiae particolarmente ampia (nota 2), la Corte di giustizia precisa per la prima volta che lo stesso vale quanto alla sfera di applicazione ratione parsonae della direttiva stessa.

Infatti, con la sentenza odierna, la Corte statuisce che la direttiva si applica a un organismo di diritto pubblico incaricato di una missione di interesse generale, quale la gestione di un regime legale di assicurazione malattia.

Nonostante il suo carattere pubblico e la sua missione di interesse generale, tale organismo deve essere considerato, ai sensi della direttiva, un «professionista» nei confronti del quale trova applicazione il divieto di pratiche commerciali sleali. La direttiva, infatti, non esclude espressamente tali organismi dalla sua sfera di applicazione. Inoltre, lo scopo della direttiva di garantire un elevato livello di tutela dei consumatori contro le pratiche commerciali sleali e, in particolare, contro la pubblicità ingannevole impone che tale tutela sia garantita indipendentemente dal carattere pubblico o privato dell’organismo in questione e dalla specifica missione che esso persegue.

Nella specie, la Corte risponde a una domanda del Bundesgerichtshof (Corte federale di cassazione, Germania) che deve decidere la controversia tra la Wettbewerbszentrale, un’associazione tedesca di lotta contro la concorrenza sleale, e la BKK, una cassa malattia del regime previdenziale legale tedesco costituita in forma di organismo di diritto pubblico.

Secondo il Bundesgerichtshof, l’informazione che la BKK aveva diffuso sul proprio sito Internet, nel 2008, secondo la quale i suoi iscritti avrebbero rischiato svantaggi finanziari nell’ipotesi di cambiamento di cassa, costituiva, come sostenuto dalla Wettbewerbszentrale, una pratica ingannevole ai sensi della direttiva. Tale giudice si è chiesto, tuttavia, se la direttiva e, quindi, il divieto che essa prevede, fosse applicabile alla BKK, in quanto organismo di diritto pubblico incaricato di una missione di interesse generale.

IMPORTANTE: Il rinvio pregiudiziale consente ai giudici degli Stati membri, nell'ambito di una controversia della quale sono investiti, di interpellare la Corte in merito all’interpretazione del diritto dell’Unione o alla validità di un atto dell’Unione. La Corte non risolve la controversia nazionale. Spetta al giudice nazionale risolvere la causa conformemente alla decisione della Corte. Tale decisione vincola egualmente gli altri giudici nazionali ai quali venga sottoposto un problema simile.
...

Nota 1 : Direttiva 2005/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 maggio 2005, relativa alle pratiche commerciali sleali delle imprese nei confronti dei consumatori nel mercato interno e che modifica la direttiva 84/450/CEE del Consiglio e le direttive 97/7/CE, 98/27/CE e 2002/65/CE del Parlamento europeo e del Consiglio e il regolamento (CE) n. 2006/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio (GU L 149, pag. 22).
Nota 2 :  V., inter alia, sentenza della Corte del 19 settembre 2013, CHS Tour Services, C-435/11  (v. anche comunicato stampa n. 113/13)
....

 

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Ultimo aggiornamento Martedì 07 Ottobre 2014 16:16 Leggi tutto...
 

Indagine conoscitiva di Camera Deputati su conflitto di interessi (1/10/14: Pitruzzella)

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Il primo ottobre 2014 il Presidente dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato, Prof. Giovanni Pitruzzella, è stato audito dalla Prima Commissione della Camera dei Deputati nell'ambito dell'indagine conoscitiva in materia di conflitto di interessi. Qui il testo dell'audizione.

Nel testo dell'audizione (allegato...) si legge a pag. 4 e 5, in tema di ambito soggettivo di applicazione della legge sul conflitto di interessi delle alte cariche dello Stato (legge 215/2004) e sue proposte di modifica:
"4) Ambito soggettivo di applicazione
In relazione all’ambito di applicazione della norma, già in passato ho avuto modo di sottolineare che ancora oggi restano al di fuori del perimetro della norma alcune figure dotate di rilevanti funzioni e poteri, passibili, al pari dei titolari di carica di governo, di trovarsi in situazioni di conflitto di interesse, quali i vertici delle autorità amministrative indipendenti.
Per queste professionalità è opportuno prevedere una apposita disciplina che, tenendo in debita considerazione le peculiarità dell’attività svolta dalle singole autorità, preveda adeguate misure volte a garantire, laddove possibile, la risoluzione di eventuali situazioni di conflitto di interesse, in modo omogeneo, superando le attuali discrasie esistenti tra diverse cariche pubbliche.
Le proposte di legge all’esame raccolgono tale auspicio ampliando l’ambito soggettivo di applicazione delle norme alle autorità indipendenti, agli organi di governo regionali e, in alcuni casi e con specifiche limitazioni, ai titolari degli organi di governo degli enti locali.
L’estensione dell’applicazione delle norme ai componenti delle autorità indipendenti e ai titolari di organi di governo regionali appare condivisibile, dovendosi tuttavia segnalare l’opportunità di ridisegnare le fattispecie di incompatibilità parametrandole all’ambito di competenza degli organi interessati.
Con riguardo invece ai titolari di cariche negli enti locali, occorre una più attenta riflessione allo scopo di individuare, per esigenze di efficacia ed efficienza dell’azione amministrativa, una soglia dimensionale de minimis al di sotto della quale l’incarico svolto nell’ambito dell’ente locale non rientra nell’ambito di applicazione della legge sul conflitto di interesse.
Questi interventi tuttavia non esauriscono il quadro delle cariche che devono essere necessariamente sottoposte ad un controllo ai sensi della disciplina del conflitto d’interessi: mi riferisco -anche guardando all’esperienza spagnola che ha recentemente regolamentato la materia del conflitto - ai direttori generali dei Ministeri, ai Presidenti e a tutte le figure apicali degli enti pubblici, che spesso assumono decisione di rilevanza economica almeno pari a quelle degli organi politici di vertice
."

E poi, a pag. 6 e 7 del testo dell'Audizione, in tema di incompatibilità post-carica, si legge:
"6) Incompatibilità post-carica
Quasi tutte le proposte di legge in esame prevedono un più ampio periodo di incompatibilità post-carica che passerebbe dagli attuali dodici mesi a ventiquattro o a trentasei mesi, al fine di meglio garantire la finalità della disciplina di una gestione neutrale e a favore della collettività dell’interesse pubblico.
Sul tema, ho già avuto occasione di auspicare l’estensione del divieto post-carica, in forma generalizzata, a tutte le cariche o uffici acquisiti per effetto di nomine governative, ovvero effettuate da organi comunque riconducibili alla pubblica amministrazione.
Tale intervento sembra rispondere ad esigenze di etica pubblica ed è finalizzato ad evitare che, durante l’attività di governo o lo svolgimento di incarichi di vertice di enti pubblici, gli ex titolari si precostituiscano le condizioni per benefici futuri, consistenti, in ipotesi, nell’acquisizione di incarichi presso organismi pubblici o privati vigilati dallo Stato.
Peraltro, il legislatore si è mostrato consapevole delle specificità proprie delle figure di vertice delle autorità amministrative indipendenti, disciplinando in modo puntuale il regime del post-carica per Banca d’Italia, Ivass, Consob, Agcom e Aeegsi. È interessante rilevare che la normativa prende in considerazione non solo i vertici istituzionali di tali autorità, ma anche le figure dirigenziali (art. 22, commi 1 e 2, del d.l. n. 90/2014, come convertito con legge 11 agosto 2014, n. 114).
Al riguardo, mi permetto solo sommessamente di osservare che il regime post-carica relativo ai componenti di un’autorità sotenzialmente attiva in tutti i settori dell’economia, quale l’Autorità antitrust, necessita di un’apposita riflessione, come peraltro dimostra il silenzio sul punto del legislatore nella norma sopra citata contenuta nel d.l. n.90/2014. Una possibile soluzione è quella di prevedere, per un certo periodo di tempo, un’incompatibilità riferita all’attività professionale svolta nelle materie della medesima autorità ai sensi della disciplina antitrust e a tutela del consumatore
."

E' evidente che per il Presidente dell'Antitrust le incompatibilità professionali, necessarie e da implementare per le alte cariche delle pubbliche amministrazioni, non dovrebbero riguardare soggetti, come gli impiegati pubblici a part time ridotto, che di certo non "assumono decisioni di rilevanza economica almeno pari a quele degli organi politici di vertice".

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Ultimo aggiornamento Martedì 07 Ottobre 2014 11:11
 

Quando una modifica del sistema pensionistico non è eccessiva né discriminatoria?

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  La Corte europea dei diritti dell'uomo, con decisione del 24/6/14, ha dichiarato inammissibili i ricorsi Markovics contro Ungheria (77575/11), Beres contro Ungheria (19828/13) e Augustin contro Ungheria (19829/13).

 La decisione della Corte di Strasburgo è fondata sulla considerazione che la legge di ristrutturazione  delle pensioni dei militari in Ungheria non sia né eccessiva né discriminatoria

Ebbene, le modifiche peggiorative dei sistemi pensionistici introdotte in Italia (anche con leggi, e non con semplici delibere di "comitati di delegati", come è successo per le pensioni degli avvocati) che non rispettino i criteri che secondo la Corte di Strasburgo le pongono al riparo da censure di sproporzione e di discriminazione, potranno essere utilmente censurate innanzi ai giudici italiani invocando l'incostituzionalità delle relative leggi per violazione dell'art. 117, comma 1, della Costituzione.

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Ultimo aggiornamento Venerdì 26 Settembre 2014 12:20
 

Irricevibile il ricorso CEDU se la vittima non "ha usato" la legge sopravvenuta che pone rimedi

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 La Corte europea dei diritti dell'uomo, con decisione sul caso Stella e altri contro Italia e con decisione del caso Rexhepi e altri contro Italia, entrambe del 16/9/2014, ha dichiarato irricevibile i ricorsi (presentat da detenuti che si lamentavano vittime di violazioni dell'art. 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo da parte dell'Italia per essr costretti in celle sovraffollate e prive di riscaldamento). L'iiricevibilità è fondata sul mancato previo esperimento di tutti i ricorsi interni, poichè i ricorrenti non avevano esperito i ricorsi per usufruire dei rimedi riparatori (nelle leggi n. 10, n. 92 e n. 117 del 2014 sconti di pena e risarcimento pecuniario si affiancano a rimedi preventivi) che l'Italia ha introdotto nel suo ordinamento (in esecuzione della sentenza "pilota" Torreggiani e altri contro Italia) con leggi successive alla proposizione del ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo.  

La Corte di Strasburgo ha affermato di non poter ritenere, al momento (non avendo elementi al riguardo), che la nuova via di ricorso interno introdotto dall'Italia non sia appropriata per la riparazione della violazione lamentata dell’articolo 3 della CEDU. Prima di ricorrere a Strasburgo occorrerà, dunque, che gli interessati promuovano un ricorso a livello nazionale, previsto dal decreto legge n. 92 del 2014, approvato con la legge n. 117 del 2014, chiedendo il riconoscimento della violazione della Convenzione per le condizioni inumane dovute al sovraffollamento carcerario, nonché, se del caso, chiedano un ristoro adeguato. In particolare potranno presentare un reclamo, ai sensi dell’articolo 35 ter della legge sull’Ordinamento Penitenziario, al fine di ottenere un miglioramento immediato delle loro condizioni di detenzione. Va sottolineato che le due decisioni della Corte europea dei diritti dell'uomo non pregiudicano la possibilità per la Corte medesima di riesaminare in futuro l’effettività dei rimedi interni al momento ritenuti adeguati.

La grande novità della decisione della Corte di Strasburgo sta nel fatto che -mentre finora quella Corte, in ordine al requisito del previo esperimento di tutti i ricorsi interni, aveva sempre valutato l'ammissibilità del ricorso della "vittima", considerando solo i rimedi giudiziari esistenti al momento della presentazione del ricorso- ora il giudice europeo cambia strada rispetto al passato e valuta la ricevibilità dei ricorsi tenendo in considerazione anche l'esperimento o meno, da parte della "vittima", dei rimedi giudiziari resisi esperibili in forza di innovazioni normative che lo Stato autore della violazione della Convenzione abbia adottato, successivamente alla proposizione del ricorso alla Corte europea, in esecuzione di una sentenza "pilota" resa in altra causa contro il medesimo Stato (come, appunto, quella sul caso Torreggiani).

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Ultimo aggiornamento Martedì 30 Settembre 2014 10:24
 

Tutela giurisdizionale debole (e incostituzionale) dell'avvocato avverso le sanzioni disciplinari

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 Come ricorda l'Autorità garante per la concorrenza e il mercato (alla nota n. 72 della delibera N. 25078, pubblicata nel bollettino n. 37 del 24/9/14, che ha pesantemente sanzionato l'Ordine dei medici per aver adottato nel codice deontologico norme restrittive della concorrenza in tema di pubblicità del professionista), la giurisprudenza della Corte di Cassazione non ha mai “riconosciuto ed affermato che il decoro e la dignità professionale devono sempre essere considerati un limite invalicabile anche nell’esercizio dell’informazione pubblicitaria”.
Invece, in ben 4 sentenze (Cass. SS.UU. del 18.11.2010 n. 23287; Cass. SS.UU. del 3.5.2013 n. 10304; Cass. SS.UU. del 13.11.201 n. 19705; Cass. SS.UU. del 10.8.2012 n. 14368; sentenze con cui la Cassazione ha deciso ricorsi avverso sentenze del Consiglio Nazionale Forense che avevano confermato le decisioni di singoli Consigli "locali" degli Ordini degli avvocati che avevano ritenuto contrarie al Codice deontologico forense le pubblicità diffuse da iscritti, contestando violazioni dell’art. 17 e 17 bis del cod. deontologico forense, nonché dell’art. 19 che vieta l’acquisizione di clientela con modi non conformi a correttezza ed al decoro) la Cassazione, come giudice di legittimità, non si è ritenuta competente a valutare l’attività “di individuazione delle condotte sanzionabili” svolta dal Consiglio Nazionale Forense come giudice di merito, né a sostituirsi ad esso per dare contenuto a concetti astratti quali, fra l’altro, quello di “decoro professionale”. In tali sentenze, la Cassazione si è limitata a valutare che non sussistesse “una obiettiva deficienza del criterio logico che lo ha condotto alla formazione del proprio convincimento” considerando come dati gli “elementi tassativi per la definizione delle condotte disciplinarmente illecite” individuati dal Consiglio Nazionale Forense.
NE RISULTA UNA TUTELA GIURISDIZIONALE DEBOLE, E PERCIO' INCOSTITUZIONALE, DELL'AVVOCATO CHE VOGLIA IMPUGNARE LE SANZIONI DEONTOLOGICHE.

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Ultimo aggiornamento Venerdì 26 Settembre 2014 10:00
 

24/9/14: Antitrust sanziona Ordine professionale per norme deontologiche anticoncorrenziali

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 L'Autorità garante per la concorrenza e il mercato, con delibera pubblicata nel bollettino n. 37 del 24/9/14, ha pesantemente sanzionato (€ 831.816) l'Ordine dei medici per aver adottato nel codice deontologico norme restrittive della concorrenza in tema di pubblicità del professionista. Nel provvedimento sanzionatorio l'Antitrust ha approfondito soprattutto le tematiche della pubblicità comparativa, del decoro professionale, delle tariffe, del controllo preventivo dei messaggi pubblicitari da parte dell'Ordine locale, della "pubblicità prudente, obiettiva e pertinente".

L' Antitrust, in particolare, ha così deciso:

"a) che la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri ha posto in essere un’intesa restrittiva della concorrenza, ai sensi dell’articolo 101 del TFUE, consistente nell’adozione e diffusione del Codice di deontologia medica 2006 e delle Linee Guida;
b) che la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri assuma misure atte a porre prontamente termine all’illecito riscontrato e si astenga in futuro dal porre in essere comportamenti analoghi a quelli oggetto dell’infrazione accertata;
c) di irrogare alla Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, in ragione di quanto indicato in motivazione, la sanzione amministrativa pecuniaria nella misura di 831.816 euro (ottocentotrentunomilaottocentosedici euro);
d) che la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri assuma misure atte a porre termine all’illecito riscontrato e che, entro il 31 gennaio 2015, dia comunicazione all’Autorità delle misure a tal fine adottate, trasmettendo una specifica relazione scritta
."

TUTTI GLI ORDINI PROFESSIONALI DOVREBBERO IMMEDIATAMENTE ESPUNGERE DAI LORO CODICI DEONTOLOGICI LE NORME ANTICONCORRENZIALI CHE ALTRIMENTI FONDERANNO SANZIONI PESANTISSIME DELL'ANTITRUST.

DOVREBBERO FARLO IMMEDIATAMENTE PERCHE' ALTRIMENTI LE PESANTISSIME SANZIONI SARANNO PAGATE CON I CONTRIBUTI DI ISCRIZIONE ALL'ORDINE CHE I PROFESSIONISTI VERSANO ANNUALMENTE.

 SE NE PARLI NEL CONGRESSO NAZIONALE FORENSE CHE SI TERRA' A VENEZIA A INIZIO OTTOBRE 2014!!!!!

 

 

 

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Ultimo aggiornamento Venerdì 26 Settembre 2014 10:01
 

Corte dei conti chiede lumi a Corte di giustizia sul principio UE del legittimo affidamento

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   La sezione pugliese della Corte dei Conti, con ordinanza del 29.4.2014, n. 35, ha chiesto lumi alla Corte di giustizia su quale sia il significato e la portata principio U.E. di tutela del legittimo affidamento (che riguarda sia gli atti amministrativi sia gli atti legislativi, sia i rapporti tra Stati membri sia i rapporti tra questi e le istituzioni comunitariesia i rapporti tra queste ultime e i cittadini).

In particolare la Corte dei conti ha posto alla Corte di Lussemburgo un quesito pregiudiziale sulla compatibilità del detto principio UE. delle c.d. leggi di interpretazione autentica le quali modifichino retroattivamente in senso sfavorevole per gli interessati le disposizioni attributive di diritti, anche quando manchino ragioni imperative di interesse generale, o se possa il motivo di interesse generale identificarsi nel solo motivo finanziario.

Interessante il fatto che, per fondare il suo potere di porre quesiti pregiudiziali, la Corte dei Conti abbia valorizzato il rinvio operato dall’art. 1 della legge 241/1990 ai principi dell’ordinamento comunitario (in forza di tale rinvio si è ritenuta autorizzata a domandare alla Corte di Giustizia quale sia il significato da attribuire al principio del legittimo affidamento, per garantirne un’interpretazione uniforme a livello comunitario).

 LEGGI DI SEGUITO AMPI STRALCI DELL'ORDINANZA DELLA CORTE DEI CONTI (LE PARTI PIU' INTERESSANTI SONO EVIDENZIATE IN NERETTO) ...

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Ultimo aggiornamento Giovedì 25 Settembre 2014 09:11 Leggi tutto...
 

Cass. 19881/2014 sul vizio di motivazione censurabile in Cassazione

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 Le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione, con sentenza 19881/2014, depositata il 22 settembre 2014, hanno chiarito il ridotto ambito del vizio di motivazione censurabile con ricorso in Cassazione ex art. 360, n.5, cpc, come modificato dall'art. 54 del decreto-legge n. 83 del 2012, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 134 del 2012, applicabile ai ricorsi proposti avverso provvedimenti depositati successivamente all'11 settembre 2012. 

La sentenza 19881/2014 afferma il seguente principio di diritto:

" a) La riformulazione dell'art. 360, n. 5), cod. proc. civ., disposta con l'art. 54, d.l. 22 giugno 2012, n. 83, convertito con modificazioni, dalla L. 7 agosto 2012, n. 134, secondo cui è deducibile esclusivamente l'<<omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti>>, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall'art. 12 disp. prel. cod. civ., come riduzione al minimo costituzionale del sindacato sulla motivazione in sede di giudizio di legittimità, per cui l'anomalia motivazionale denunciabile in sede di legittimità è solo quella che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante e attiene all'esistenza della motivazione in sé, come risulta dal testo della sentenza e prescindendo dal confronto con le risultanze processuali, e si esaurisce, con esclusione di alcuna rilevanza del difetto di "sufficienza", nella "mancanza assoluta di motivi  sotto l'aspetto materiale e grafico" , nella "motivazione apparente", nel "contrasto irriducibile fra affermazioni inconciliabili", nella "motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile".

b) Il nuovo testo del n. 5) dell'art. dell'art. 360 cod. proc. civ. introduce nell'ordinamento un vizio specifico che concerne l'omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che se esaminato avrebbe determinato un esito diverso della controversia).

c) L'omesso esame di elementi istruttori non integra di per se vizio di omesso esame di un fatto decisivo, se il fatto storico rilevante in causa sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, benchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie.

d) La parte ricorrente dovrà indicare -nel rigoroso rispetto delle previsioni di cui agli artt. 366, primo comma, n. 6, cod. proc. civ. e 369, secondo comma, n. 4, cod. proc. civ.- il "fatto storico", il cui esame sia stato omesso, il "dato", testuale o extratestuale, da cui ne risulti l'esistenza, il "come" e il "quando" (nel quadro processuale) tale fatto sia stato oggetto di discussione tra le parti, e la "decisività" del fatto stesso". 

Ultimo aggiornamento Giovedì 25 Settembre 2014 09:03
 

La giurisprudenza italiana e comunitaria sul "legittimo affidamento"

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 Si legge al punto 5 delle motivazioni in diritto della sentenza del TAR Lazio 125/2013: "La necessità della sussistenza di elementi positivi idonei ad ingenerare nell’autore della violazione il convincimento della liceità della condotta è stata affermata dalla giurisprudenza italiana (Consiglio di Stato, Sez. VI – 21 giugno 2011, n. 3719) e da quella comunitaria, per la quale la tutela del legittimo affidamento può essere accordata soltanto a condizione che siano state fornite all'interessato rassicurazioni precise, incondizionate, concordanti nonché provenienti da fonti autorizzate ed affidabili dell'amministrazione e che tali rassicurazioni siano state idonee a generare fondate aspettative nel soggetto cui erano rivolte e che fossero conformi alla disciplina applicabile, potendo il diritto di avvalersi del principio della tutela del legittimo affidamento operare solo in presenza di comportamenti che abbiano fatto sorgere fondate speranze a causa di assicurazioni sufficientemente precise ed ufficiali delle istituzioni (Corte giustizia CE, sez. III, 17 settembre 2009 , n. 519 – caso Comm. CE c. Koninklijke FrieslandCampina NV; Tribunale I grado C.e.e., sez. III, 30 novembre 2009 , n. 427, caso France Télécom; Tribunale I grado C.e.e., sez. II, 04 febbraio 2009, n. 145, caso Omya AG c. Comm. Ce), con la conseguenza che i principi di tutela del legittimo affidamento, di certezza del diritto e di proporzionalità non possono rappresentare un impedimento per l’azione delle istituzioni che, alla luce delle disposizioni e dei principi generali, non riveli elementi tali da inficiarne la validità."

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Ultimo aggiornamento Giovedì 25 Settembre 2014 12:04
 

La competenza dell'Antitrust in presenza di regolazione nazionale: la disapplicazione

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 Nella sentenza 9 gennaio 2013, n. 125, Posta elettronica ibrida, il TAR Lazio, nel confermare la competenza dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato in ordine alla valutazione di compatibilità di una normativa statale con i divieti stabiliti dall’ordinamento comunitario, ha affermato che “seppur è vero che, secondo la giurisprudenza della Corte, gli artt. 81 CE e 82 CE riguardano soltanto comportamenti anticoncorrenziali adottati dalle imprese di loro propria iniziativa, non può tuttavia escludersi l’applicabilità di tali norme nelle ipotesi in cui un comportamento anticoncorrenziale venga imposto alle imprese da una normativa nazionale o se quest’ultima crei un contesto giuridico che di per sé elimini ogni possibilità di comportamento concorrenziale da parte loro”. Per quest’ultima ipotesi, il giudice ha ribadito, da un lato, che gli artt. 81 e 82 CE (ora, artt. 101 e 102 TFUE), in combinato disposto con l’art. 10 CE (ora art. 4, comma 3, TFUE), “obbligano gli Stati membri a non adottare o mantenere in vigore provvedimenti, anche di natura legislativa o regolamentare, idonei a eliminare l’effetto utile delle regole di concorrenza applicabili alle imprese” e, dall’altro, che “il principio del primato del diritto comunitario esige che, in caso di contrasto con una norma comunitaria, qualsiasi disposizione nazionale, sia anteriore che posteriore alla stessa, debba essere disapplicata e che siffatto obbligo incombe non solo sul giudice nazionale ma anche su tutti gli organi dello Stato, comprese le autorità amministrative”.
Inoltre, lo stesso giudice di primo grado, nel richiamare i principi fissati nella sentenza della Corte di Giustizia 9 settembre 2003, C-198/01, Consorzio Industrie Fiammiferi (CIF), ha riconosciuto che con la stessa è stato attribuito “un ruolo centrale alle autorità di concorrenza in relazione alla vigilanza sul rispetto degli artt. 81 e 82 CE”, pervenendo alla conclusione che “l’effetto utile delle norme comunitarie sarebbe affievolito se, nell’ambito di un’inchiesta sul comportamento di imprese ai sensi dell’art. 81 CE, l’Autorità non potesse accertare se una misura nazionale sia in contrasto con il combinato disposto degli artt. 10 e 81 CE”, al fine di intervenire con le misure appropriate, che, “in siffatte ipotesi, consistono nella disapplicazione delle norme contrastanti” (TAR Lazio, 9 gennaio 2013, n. 125, Posta elettronica ibrida).
Nello stesso contesto, il TAR Lazio ha altresì precisato come, al di fuori del profilo sanzionatorio, “la Corte di Giustizia non abbia affrontato espressamente la questione della disapplicazione delle norme nazionali c.d. in malam partem, ovvero in senso sfavorevole agli operatori economici sottoposti al procedimento, con ciò optando per l’irrilevanza della questione, dovendo (…) rilevarsi, in proposito, che la disapplicazione di norme nazionali contrastanti con norme comunitarie da parte di giudici e autorità amministrative è misura che discende dalla efficacia diretta di alcune norme comunitarie (tra cui, come più volte illustrato, gli artt. 81 e 82 CE), con la connaturale conseguenza che la disapplicazione di norme interne con esse contrastanti determini, da un lato, effetti favorevoli per i titolari dei diritti riconosciuti dalle norme comunitarie e, dall’altro, effetti sfavorevoli nei confronti di quei soggetti che beneficiavano della «copertura» della normativa interna dichiarata illegittima”.

 LEGGI DI SEGUITO, PIU' AMPIAMENTE, TUTTO QUEL CHE SCRIVE IL TAR LAZIO, AL PUNTO 1 DELLA MOTIVAZIONE IN DIRITTO DELLA SENTENZA 125/2013 (IN TEMA DI COMPETENZA DELL’ANTITRUST IN PRESENZA DI REGOLAZIONE NAZIONALE CHE CONTRASTI COL DIRITTO U.E. ED, IN PARTICOLARE, IN TEMA DI DISAPPLICAZIONE) ...

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Ultimo aggiornamento Martedì 23 Settembre 2014 13:00 Leggi tutto...
 

Corte di giustizia: la libera prestazione di servizi non è bloccata da rischi di dumping sociale

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  Importante sentenza della Corte di giustizia nella causa C-549/13. In essa la Corte di Lussemburgo ha statuito che la presenza di rischi di dumping sociale non consente di porre limitial diritto di libera prestazione di servizi garantito dal diritto dell'Unione. 

Alla Corte di giustizia era stata posta questa domanda pregiudiziale:

«Se l’articolo 56 TFUE e l’articolo 3, paragrafo 1, della direttiva 96/71 ostino ad una norma nazionale e/o ad un criterio di attribuzione di un’amministrazione aggiudicatrice in base a cui un offerente che intenda aggiudicarsi un contratto pubblico o il contratto pubblico oggetto della gara: 1) debba impegnarsi a corrispondere al personale impiegato per l’esecuzione del contratto un salario previsto dal contratto collettivo o un salario minimo stabilito nella norma e 2) sia tenuto ad imporre un siffatto obbligo ad un subappaltatore di cui si avvale o intende avvalersi e a presentare al committente una corrispondente dichiarazione di impegno dell’impresa subappaltatrice, qualora a) la norma preveda un siffatto obbligo solo per l’aggiudicazione di appalti pubblici, ma non già per l’attribuzione di contratti privati, e b) l’impresa subappaltatrice sia stabilita in un altro Stato membro dell’Unione europea e i lavoratori di tale impresa, per eseguire le prestazioni oggetto del contratto, lavorino esclusivamente nel paese di appartenenza di tale impresa».

La Corte ha deciso che:

"In una situazione come quella di cui trattasi nel procedimento principale, nella quale un offerente intende eseguire un appalto pubblico avvalendosi esclusivamente di lavoratori impiegati da un subappaltatore stabilito in uno Stato membro diverso da quello a cui appartiene l’amministrazione aggiudicatrice, l’articolo 56 TFUE osta all’applicazione di una normativa dello Stato membro a cui appartiene tale amministrazione aggiudicatrice che obblighi detto subappaltatore a versare ai lavoratori in parola un salario minimo fissato da tale normativa."

LEGGI DI SEGUITO L'INTERA SENTENZA NELLA CAUSA C-549/13 ...

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Ultimo aggiornamento Lunedì 22 Settembre 2014 10:49 Leggi tutto...
 

Se il dipendente pubblico fa l'avvocato il danno all'immagine della PA è automatico

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 La Corte di cassazione, Sezione lavoro, con sentenza n. 19862 del 18 settembre 2014, ha stabilito che violare l'incompatibilità tra la professione di avvocato e status di dipendente pubblico integra automaticamente un danno all'immagine della pubblica amministrazione (anche se manca un effettivo danno per l'amministrazione). Smentisce perciò la sentenza della Corte di appello di Ancona per cui «la sanzione inflitta appariva sproporzionata all'entità degli addebiti». 

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Ultimo aggiornamento Venerdì 19 Settembre 2014 15:11
 

La negoziazione assistita da avvocato è in vigore (G.U. 212 del 12/9/2014)

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 Nella G.U. n. 212 del 12/9/2014 è stato pubblicato il decreto legge 132/14 "Misure urgenti di degiurisdizionalizzazione ed altri  interventi per la definizione dell'arretrato in materia di processo civile", che al capo 2 (articoli da 2 a 11) disciplina la innovativa procedura di negoziazione assistita da un avvocato.

L'innovativo istituto della negoziazione assistita da avvocato è già in vigore, visto che il decreto legge 132/2014, ai sensi dell suo art. 23, è entrato in vigore in via generale il giorno successivo alla data di pubblicazione in gazzetta ufficiale. Va però ricordato che l'art. 3, comma 8, del d.l. 132/2014 stabilisce che l'improcedibilità dell'azione giudiziaria, introdotta con tale articolo, acquista efficacia solo decorsi 90 giorni dall'entrata in vigore della legge di conversione del decreto legge.   

E' (finalmente) l'nizio della fine della c.d. "mediaconciliazione obbligatoria" disciplinata dal d.lgs. 28/10 ! Infatti, gli interessati sceglieranno (se potranno farlo e non saranno costretti alla mediaconciliazione obbligatoria nei casi previsti dall'art. 5, comma 1-bis, del d.lgs. 28/2010) la più efficace via della "negoziazione assistita da avvocato" piuttosto che la via della "mediaconciliazione obbligatoria" disciplinata dal d.lgs. 28/10, che è via più onerosa e meno efficace. Ciò accadrà a meno che, nel convertire in legge il d.l. 132/2014, il legislatore trovi il modo di lasciare uno spazio di praticabilità economica (e cioè di irragionevole aggravio di costi per gli utenti della degiurisdizionalizzazione) ai tanti "organismi di conciliazione" nati per intermediare (facendo affari, se si tratta di organismi di mediazione privati) l'azione di (più o meno professionalizzati) mediatori. 

DI SEGUITO, CLICCANDO SU "LEGGI TUTTO", PUOI LEGGERE L'INTERO CAPO 2 DEL D.L. 132/14, DEDICATO ALLA PROCEDURA DI NEGOZIAZIONE ASSISTITA DA UN AVVOCATO ...

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Ultimo aggiornamento Lunedì 15 Settembre 2014 12:45 Leggi tutto...
 

La Corte di giustizia boccia la normativa sui "costi minimi" dell'autotrasporto

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 La Corte di giustizia, con sentenza del 4 settembre 2014 nelle cause riunite da C‑184/13 a C‑187/13, C‑194/13, C‑195/13 e C‑208/13, ha deciso che la normativa italiana che fissa costi minimi dell'autotrasporto di merci, con ciò sostanzialmente imponendo livelli minimi tariffari, viola il diritto dell'Unione europea.

Al punto 13 della sentenza si afferma che "L’articolo 83 bis del decreto legge n. 112, del 25 giugno 2008, ha ridotto la portata della liberalizzazione delle tariffe introdotta con il decreto legislativo n. 286, del 21 novembre 2005, prevedendo, per quanto riguarda i contratti verbali, che il corrispettivo dovuto dal committente non possa essere inferiore ai costi minimi d’esercizio la cui determinazione è demandata all’Osservatorio."

Al punto 15 della sentenza si afferma che "La disciplina di cui all’articolo 83 bis del decreto legge n. 112, del 25 giugno 2008, ha subìto importanti modifiche che hanno eliminato la distinzione tra contratti in forma scritta e contratti meramente verbali, consentendo all’Osservatorio di incidere sulla determinazione delle tariffe anche dei primi in ragione della pretesa necessità di garantire il rispetto degli standard di sicurezza."

Il dispositivo finale della sentenza afferma che "L’articolo 101 TFUE, in combinato disposto con l’articolo 4, paragrafo 3, TUE, deve essere interpretato nel senso che osta a una normativa nazionale, quale quella controversa nei procedimenti principali, in forza della quale il prezzo dei servizi di autotrasporto delle merci per conto di terzi non può essere inferiore a costi minimi d’esercizio determinati da un organismo composto principalmente da rappresentanti degli operatori economici interessati."

MI PARE FONDAMENTALE QUANTO AFFERMATO AI PUNTI 53, 55 E 56 DELLA SENTENZA:

"53  Inoltre, una normativa nazionale è idonea a garantire la realizzazione dell’obiettivo addotto solo se risponde realmente all’intento di raggiungerlo in modo coerente e sistematico (v. sentenze Hartlauer, C‑169/07, EU:C:2009:141, punto 55, e Attanasio Group, C‑384/08, EU:C:2010:133, punto 51)."

"55  Ad ogni buon conto, i provvedimenti in esame vanno al di là del necessario. Da un lato, non permettono al vettore di provare che esso, nonostante offra prezzi inferiori alle tariffe minime stabilite, si conformi pienamente alle disposizioni vigenti in materia di sicurezza (v., in tal senso, sentenze del 2 aprile 1998, Outokumpu, C‑213/96, EU:C:1998:155, punto 39, nonché del 13 dicembre 2005, Marks & Spencer, C‑446/03, EU:C:2005:763, punti da 54 a 56)."

"56 Dall’altro, esistono moltissime norme, comprese quelle del diritto dell’Unione, menzionate al punto 7 della presente sentenza, riguardanti specificamente la sicurezza stradale, che costituiscono misure più efficaci e meno restrittive, come le norme dell’Unione in materia di ..."

CLICCA SU "LEGGI TUTTO" E LEGGI DI SEGUITO L'INTERA SENTENZA DELLA CORTE DI GIUSTIZIA ...

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Ultimo aggiornamento Lunedì 15 Settembre 2014 10:31 Leggi tutto...
 

400 Giudici ausiliari di Corte d'Appello: bando in Gazzetta Ufficiale dell'8 settembre 2014

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  Il bando relativo alla procedura per la nomina di 400 giudici ausiliari di Corte di Appello è pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n.70 - 4° serie Speciale - del 9 settembre 2014.

 LEGGI DI SEGUITO IL TESTO DEL BANDO PUBBLICATO IN GAZZETTA UFFICIALE (CLICCA SU "LEGGI TUTTO") ...

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Ultimo aggiornamento Lunedì 15 Settembre 2014 10:31 Leggi tutto...
 

Interrogazione dell'On. Nuti sull'attività d'avvocato dell'ex ministro Severino

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 Al 13 agosto 2014 ancora non è stato risposto all'interrogazione che riporto di seguito dell'On. Nuti sull'attività d'avvocato dell'ex ministro Paola severino.
Ecco il testo dell'interrogazione:
"Atto Camera
Interrogazione a risposta scritta 4-02889
presentato da
NUTI Riccardo
testo di
Lunedì 9 dicembre 2013, seduta n. 134
   NUTI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'economia e delle finanze, al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   come riportato da numerosi articoli di stampa, Paola Severino, Ministro della giustizia durante il precedente Governo presieduto da Mario Monti, è stata indicata come difensore legale della società multinazionale Apple nel contenzioso contro l'Italia per una presunta frode fiscale relativa ad un imponibile stimato in oltre un miliardo di euro in soli due anni;
   l'ex Ministro Severino, a parere dell'interrogante, in base a quanto disposto nell'articolo 2 sulla legge 20 luglio 2004, n. 215, non potrebbe, per la durata di circa 12 mesi dal termine della carica di Governo, esercitare nei confronti di società aventi fini di lucro attività professionali o di lavoro autonomo di qualunque natura, anche se gratuite, in materie connesse con la carica precedentemente detenuta;
   è alquanto ovvio secondo l'interrogante che, ai sensi della legge sopra richiamata, l'esercizio della professione di avvocato rientri pienamente all'interno dei casi di incompatibilità con la carica di Ministro della giustizia;
   a parere dell'interrogante è inoltre assolutamente inopportuno difendere una società multinazionale in giudizio contro lo Stato italiano, di cui fino a pochi mesi orsono Severino era una rappresentante istituzionale di primaria importanza;
   tuttavia, nonostante la legge provveda a disciplinare puntualmente i casi di incompatibilità, le sanzioni in caso di violazione sono praticamente nulle: infatti, l'Autorità garante della concorrenza e del mercato, oltre ad un procedimento formale nei confronti del soggetto ritenuto eventualmente colpevole, non può erogare nessuna sanzione pecuniaria o amministrativa, né tantomeno obbligare il soggetto giudicato colpevole a sanare i casi di incompatibilità accertati;
   come riportato in un articolo del Corriere della Sera del 25 novembre 2013 firmato da Sergio Rizzo, in passato i Ministri dello Stato italiano erano usi a tenere un atteggiamento che sicuramente può essere definito molto più istituzionale, anche a seguito della fine del mandato governativo: in particolare, nell'articolo si fa riferimento a Vittorio Emanuele Orlando, già deputato, Presidente della Camera dei deputati, Presidente del Consiglio dei ministri e Ministro dell'interno, il quale, una volta terminati i propri incarichi governativi, riprese l'attività forense preannunciando ai propri clienti che non avrebbe mai potuto accettare di patrocinare cause contro gli interessi dello Stato –:
   se non ritenga opportuno mettere in atto tutte le iniziative anche normative, tese a conferire più poteri all'Autorità garante della concorrenza e del mercato, al fine di renderne più efficace l'attività sanzionatoria e di controllo, nel processo di accertamento dei casi di incompatibilità di cui alla legge 20 luglio 2004, n. 215.
(4-02889)".
 
Si legge, a pag. 24 della Relazione semestrale dell'Antitrust (di giugno 2014) sui conflitti di interesse delle alte cariche dello Stato, in tema di divieti post carica per gli ex titolari di cariche di Governo:
"L’Autorità è stata, infine, chiamata ad esprimersi nell’ambito di una interrogazione parlamentare nella quale si contestava lo svolgimento, da parte di un ex Ministro, dell’attività di difensore legale di una società coinvolta in un indagine per frode fiscale.
Sull’argomento è stato necessario chiarire che il divieto di esercitare attività professionali o di lavoro autonomo (art. 2, comma 1, lettera d, della legge) opera, in corso di mandato, nei casi in cui l’attività lavorativa sia esercitata in “materie connesse con la carica di governo” (il giudizio di connessione è effettuato, pertanto, ratione materiae). Durante il regime post-carica, invece, l’incompatibilità non permane tout court ma subisce un ridimensionamento, nel senso che essa non opera nei confronti di qualsiasi soggetto, ma solo se l’attività professionale viene svolta a favore di enti pubblici ovvero di società con fini di lucro che operino prevalentemente in materie connesse con la carica di governo.
Tale assetto normativo, che si ricava dall’art. 2, comma 4, della legge, comporta che, ai fini dell’incompatibilità di cui sopra, non assume rilievo l’oggetto del contenzioso nell’ambito del quale un ex titolare abbia eventualmente assunto il patrocinio legale di una società, bensì il settore di attività prevalente di tale società, verificando se esso sia connesso alle funzioni di competenza del ministero cui l’ex titolare era preposto."

 Ebbene, le analisi dell'Antitrust sui limiti delle incompatibilità che oggi la legge 215/2004 prevede per i titolari di cariche di Governo e per gli ex titolari di cariche di Governo evidenziano la sproporzione delle ben più stringenti incompatibilità che sono riservate dalla legge 339/03 e dalla legge 247/12, art. 18, lettera d, agli impiegati pubblici a part time ridotto. Si tratta di una sproporzione gravissima poichè l'incompatibilità e la conseguente cancellazione dall'albo forense (e non una mera sospensione da quell'albo, nè una obbligatoria astensione volontaria dall'attività professionale) sono comminate verso soggetti (gli impiegati pubblici a part time ridotto) che sono incomparabilmente meno "pericolosi" dei titolari o ex titolari di cariche di Governo sotto il profilo dell'accaparramento di clientela, sotto il profilo del conflitto di interessi, sotto il profilo della mancanza del livello di indipendenza intellettuale richiesto all'avvocato. VEDIAMO COSA RISPONDERANNO PER ISCRITTO I DESTINATARI DELL'INTERROGAZIONE DELL'ON. NUTI.

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 13 Agosto 2014 12:52
 

Cassazione 17892/2014: delibere di Casse professionali ante l.296/06 non retroattive sul pro rata

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Con sentenza (il link è all'ottimo sito de ilsole24ore) n. 17892 del 2014 la Cassazione nega che sia una interpretazione autentica quella fornita dall'art. 1, comma 488, della l. 147/2013 (legge di stabilità 2014) per la quale il c.d. "pro rata temperato" (consistente nel "tener presente" il principio del pro rata) sarebbe utilizzabile anche prima del 2007.

Le delibere delle Casse di previdenza e assistenza dei professionisti anteriori alla entrata in vigore dell'art. 1, comma 763, della l. 296/2006 non sono valide se non rigorosamente rispettose del principio del pro rata (di cui all'art. 3, comma 12, della l. 335/1995).

 

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 13 Agosto 2014 17:50
 

Antitrust: relazione semestrale (giugno 2014) sul conflitto di interessi

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  L'Autorità garante della concorrenza e del mercato ha pubblicato la Relazione semestrale (giugno 2014) sul conflitto di interessi ai sensi della l. 20 luglio 2004, n. 215.

 Vi si legge, a pag. 18-19, in tema controlli delle dichiarazioni di incompatibilità presentate all'Antitrust dai titolari del Governo Renzi ai sensi dell'art. 5, comma 1, della l. 215/2004:
"- Attività professionali e di lavoro autonomo
Per i titolari di cariche di governo, lo svolgimento di attività professionali e di lavoro autonomo è precluso esclusivamente “in materie connesse con la carica di governo, di qualunque natura, anche se gratuite, a favore di soggetti pubblici e privati” (articolo 2, comma 1, lettera d, della legge n. 215/04). Devono, pertanto, ricorrere congiuntamente le seguenti due condizioni: i) l’esercizio di un’attività professionale o di lavoro autonomo; ii) la connessione di tale attività con la carica di governo ricoperta.
In relazione alla sussistenza del primo elemento, in tema di iscrizioni ad albi professionali, nel valutare i numerosi casi di titolari iscritti ad albi professionali (nel governo in carica sono state riscontrate iscrizioni ai seguenti albi: degli avvocati, dei dottori commercialisti, degli architetti, dei medici, dei giornalisti), l’Autorità ha confermato il proprio indirizzo secondo il quale l’incompatibilità non deriva dalla mera iscrizione ad un albo professionale, dovendo essere accompagnata anche dall’esercizio e, quindi, da un’attività effettivamente svolta che abbia un’inerenza diretta o indiretta con gli interessi pubblici coinvolti nell'esercizio della carica di governo.
Con particolare riguardo all’esercizio della professione forense è il caso di rammentare che la legge 31 dicembre 2012, n. 247 (Nuova disciplina dell'ordinamento della professione forense), ha introdotto, all’art. 20, una specifica causa di
incompatibilità in base alla quale l’assunzione di un incarico di governo è causa di sospensione dall'albo: “sono sospesi dall'esercizio professionale durante il periodo della carica: ….[omissis] …. l'avvocato nominato Presidente del Consiglio dei Ministri, Ministro, Viceministro o Sottosegretario di Stato….[omissis]….”. Tale disposizione ha inciso sulla prassi seguita dall’Autorità, secondo la quale non occorreva sospendere o cancellare l’iscrizione all’albo, essendo sufficiente che i titolari sospendessero l’esercizio delle sole attività connesse con la carica di governo (art. 2, comma 1, lettera d, della legge n. 215/2004). Alla luce del nuovo ordinamento forense, invece, gli stessi devono essere sospesi d’ufficio dall’albo, con provvedimento del Consiglio dell’ordine di appartenenza.
Conformemente a tale disposizione, tutti i titolari del Governo Renzi iscritti all’albo degli avvocati hanno ottemperato all’obbligo di presentare all’Autorità copia del provvedimento di sospensione deliberato dal Consiglio dell’ordine di appartenenza.
Fra questi, si segnala il caso di un titolare, che esercitava la professione in forma associativa (l’incompatibilità di cui all’art. 2, comma 1, lett. d, della legge prevede anche il divieto di “ricoprire cariche o uffici, o svolgere altre funzioni comunque denominate, né compiere atti di gestione in associazioni o società tra professionisti”).
Lo stesso ha risolto spontaneamente l’incompatibilità pendente apportando una modifica ai patti associativi, nei quali è stato previsto che, in caso di sospensione dall’albo, l’associato conservasse lo status di associato, senza tuttavia: poter esercitare l’attività professionale; ricoprire all’interno dell’associazione cariche o uffici o svolgere altre funzioni comunque denominate; compiere atti di gestione; percepire alcun compenso per le prestazioni svolte dall’associazione (fanno eccezione quelli derivanti da prestazioni anteriori all’assunzione della carica, legittimamente percepibili ai sensi della richiamata disposizione che, appunto, consente al titolare di cariche di governo di “percepire unicamente i proventi per le prestazioni svolte prima dell'assunzione della carica”)."
 E si legge, a pag. 24, in tema di divieti post carica per gli ex titolari di cariche di Governo:
"L’Autorità è stata, infine, chiamata ad esprimersi nell’ambito di una interrogazione parlamentare nella quale si contestava lo svolgimento, da parte di un ex Ministro, dell’attività di difensore legale di una società coinvolta in un indagine per frode fiscale.
Sull’argomento è stato necessario chiarire che il divieto di esercitare attività professionali o di lavoro autonomo (art. 2, comma 1, lettera d, della legge) opera, in corso di mandato, nei casi in cui l’attività lavorativa sia esercitata in “materie connesse con la carica di governo” (il giudizio di connessione è effettuato, pertanto, ratione materiae). Durante il regime post-carica, invece, l’incompatibilità non permane tout court ma subisce un ridimensionamento, nel senso che essa non opera nei confronti di qualsiasi soggetto, ma solo se l’attività professionale viene svolta a favore di enti pubblici ovvero di società con fini di lucro che operino prevalentemente in materie connesse con la carica di governo.
Tale assetto normativo, che si ricava dall’art. 2, comma 4, della legge, comporta che, ai fini dell’incompatibilità di cui sopra, non assume rilievo l’oggetto del contenzioso nell’ambito del quale un ex titolare abbia eventualmente assunto il patrocinio legale di una società, bensì il settore di attività prevalente di tale società, verificando se esso sia connesso alle funzioni di competenza del ministero cui l’ex titolare era preposto."

Le analisi dell'Antitrust sui limiti delle incompatibilità che oggi la legge 215/2004 prevede per i titolari di cariche di Governo e per gli ex titolari di cariche di Governo evidenziano la sproporzione delle ben più stringenti incompatibilità che sono riservate dalla legge 339/03 e dalla legge 247/12, art. 18, lettera d, agli impiegati pubblici a part time ridotto. Si tratta di una sproporzione gravissima poichè l'incompatibilità e la conseguente cancellazione dall'albo forense (e non una mera sospensione da quell'albo, nè una obbligatoria astensione volontaria dall'attività professionale) sono comminate verso soggetti (gli impiegati pubblici a part time ridotto) che sono incomparabilmente meno "pericolosi" dei titolari o ex titolari di cariche di Governo sotto il profilo dell'accaparramento di clientela, sotto il profilo del conflitto di interessi, sotto il profilo della mancanza del livello di indipendenza intellettuale richiesto all'avvocato.

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Ultimo aggiornamento Venerdì 08 Agosto 2014 11:34
 

Qui trovi gratis tutte le sentenze della Cassazione (anche le recentissime)

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Finalmente la Cassazione mette on line GRATUITAMENTE le sue sentenze. Il motore di ricerca consente una ricerca facile per parole chiave, per anno e numero di sentenza, per materia, ecc...

Questo il link.

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Ultimo aggiornamento Lunedì 04 Agosto 2014 09:23
 

Corte dei conti: responsabilità erariale per consulenze esterne non comunicate a Funzione Pubblica

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 La Corte dei conti, Sezione giurisdizionale Lazio, con sentenza 424/2014, depositata il 15 maggio 2014, chiarisce la responsabilità delle pubbliche amministrazioni per omissione degli adempimenti di pubblicità d'affidamento delle consulenze e sterne.

LEGGI DI SEGUITO LA SENTENZA 424/2014 DELLA CORTE DEI CONTI DEL LAZIO ...

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Ultimo aggiornamento Giovedì 24 Luglio 2014 14:59 Leggi tutto...
 

Bando per 400 giudici ausiliari di Corte d'appello: Orlando firma il decreto

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 riporto l'annuncio dal sito del Ministero Giustizia

"Giustizia: assunzione di 400 giudici ausiliari. Orlando firma decreto per bando

21 luglio 2014

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha firmato oggi un decreto per la selezione di 400 giudici ausiliari presso le Corti di appello, un significativo aumento di organico per rafforzare l’efficienza delle Corti anche nello smaltimento dell’arretrato.

Possono partecipare alla selezione i magistrati ordinari, contabili ed amministrativi e gli avvocati dello Stato, a riposo da non più di tre anni, nonché i magistrati onorari che non esercitino più, ma che abbiano esercitato con valutazione positiva la loro funzione per almeno cinque anni; i professori universitari in materie giuridiche di prima e seconda fascia, anche a tempo definito o a riposo da non più di tre anni; i ricercatori universitari in materie giuridiche; gli avvocati, anche se cancellati dall’albo da non più di tre anni; i notai, anche se a riposo da non più di tre anni.

I posti nel bando riguardano 26 Corti d’Appello: Ancona, Bari, Bologna, Brescia, Cagliari, Caltanissetta, Campobasso, Catania, Catanzaro, Firenze, Genova, L’Aquila, Lecce, Messina, Milano, Napoli, Palermo, Perugia, Potenza, Reggio Calabria, Roma, Salerno, Torino, Trento, Trieste e Venezia.

La domanda di partecipazione, disponibile dal giorno della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, potrà essere compilata ed inviata in via telematica direttamente dal sito del Consiglio Superiore della Magistratura (
www.csm.it)."

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Ultimo aggiornamento Martedì 22 Luglio 2014 09:33
 

La Corte di giustizia sdogana gli abogados stabiliti in Italia: non abusano del diritto UE

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 La Corte di giustizia dell'Unione europea (Grande Sezione, Presidente Skouris ), con sentenza del 17 luglio 2014 (cause Torresi riunite C-58/13 e C-59/13 aventi ad oggetto le domande di pronuncia pregiudiziale proposte alla Corte, ai sensi dell'articolo 267 TFUE, dal Consiglio Nazionale Forense), ha stabilito:


 1) che il Consiglio Nazionale Forense soddisfa i requisiti di indipendenza e di imparzialità che caratterizzano una giurisdizione ai sensi dell'articolo 267 del Trattato per il Funzionamento dell'Unione Europea (l'articolo 267 TFUE consente solo ai soggetti qualificabili "giurisdizioni" la possibilità di proporre quesiti pregiudiziali alla Corte di giustizia);


 2) che non c'è abuso del diritto dell'Unione da parte dei cittadini di uno Stato membro (come il cittadino italiano laureatosi in Italia e iscrittosi in un albo forense spagnolo come "abogado") che, allo scopo di beneficiare di una normativa più favorevole, abbia acquisito un titolo professionale in un altro Stato membro, diverso da quello in cui risiede.

LEGGI DI SEGUITO (CLICCANDO SU "LEGGI TUTTO") LA SENTENZA DELLA CORTE DI GIUSTIZIA DEL 17 LUGLIO 2014 SULLE CAUSE RIUNITE C-58/13 E C-59/13 (ho sottolineato i passaggi salienti).

INVECE, CLICCA QUI PER COMINCIARE AD APPROFONDIRE, IN LINEA CON LE CONCLUSIONI DELL'AVVOCATO GENERALE NILS WAHL  (IN VISTA DI UN PROSSIMO INTERVENTO DELLA CORTE EDU E FORSE DELLA CORTE COSTITUZIONLE SULLA SCIA DELLA SENTENZA 120/2014) LA SPINOSA QUESTIONE DELLA CARENZA DI TERZIETA'  DEL CNF. TALE QUESTIONE VIENE AMPIAMENTE ANALIZZATA  DALL'AVVOCATO GENERALE WAHL AI PUNTI DA 19 A 81 DELLE SUE CONCLUSIONI, PROPONENDOSI ALLA CORTE DI CONSENTIRE AL CNF DI PROPORRE QUESTIONI PREGIUDIZIALI EX ART. 267 TFUE MA, NEL CONTEMPO, TRACCIANDO LA STRADA PER UNA SERRATA CRITICA ALLA LEGITTIMITA' DEL CNF-GIUDICE SPECIALE IN RELAZIONE SIA ALL'ART. 6 CEDU, SIA IN RELAZIONE ALL'ART. 47 DELLA CARTA DEI DIRITTI FONDAMENTALI DELL'UNIONE EUROPEA. Infatti, non sarà difficile, per usare le parole dell'Avvocato generale Wahl (punto 53 delle sue conclusioni), verificare se "nel diritto nazionale esistono disposizioni idonee a garantire l'indipendenza in senso stretto e l'imparzialità di tale organo e dei suoi componenti". 

Ecco una vignetta sui rischi del corporativismo

ed ecco come la pensava Montesquieu

mentre tra i 12 punti elencati dal Governo Renzi per la riforma della giustizia si legge in tema di CSM (ma deve valere anche per il CNF: "chi giudica non nomina, chi nomina non giudica".

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Ultimo aggiornamento Giovedì 17 Luglio 2014 16:40 Leggi tutto...
 

Cassazione 13043/2014 sul restituzione somme a cliente da professionista non abilitato

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La Cassazione, in sentenza 13043/2014, depositata il 10 giugno 2014, scrive: "... in difetto della prova concernente la esatta individuazione dell'attività "protetta", richiedente, cioè, l'iscrizione in apposito albo professionale, il giudice di appello è ricorso, come si desume in motivazione, ad un calcolo approssimativo e probabilistico, non potendosi presumere che tutto il lavoro svolto dalla ... fosse contra legem. La sentenza impugnata ha, infatti, affermato che, stante la prevalenza dello svolgimento di attività non protettaespletata dalla ... ed avendo la stessa percepito i compensi forfettariamente, appariva equo limitare le somme da restituire al venti per cento di quelle riconosciute dal Tribunale, dovendosi discriminare,  "rispetto all'attività svolta, quali atti afferissero alla competenza di un professionista abilitato e quali, invece, alla normale attività generica" ... Tale liquidazione equitativa, rimessa al potere discrezionale del giudice di merito, non è suscettibile di sindacato in sede di legittimità, avendo detta motivazione della decisione dato adeguatamente conto del processo logico attraverso il quale si è pervenuti alla liquidazione stessa, nè è ravvisabile un vizio di extrapetizione per il ricorso al critario equitativo, rientrando nel potere ufficioso del giudice l'esercizio di detto potere discrezionale, espressione del più generale potere di cui all'art. 115 cpc (vedi Cass. n. 21103/2013; n. 4047/2013). Tale potere concernente la determinazione del quantum dovuto si distingue, infatti, da quello di emettere la decisione secondo equità ex art. 114 cpc, ipotesi richiedente la concorde richiesta delle parti (Cass. n. 2148/2000; n. 21103/2013).

Come ricorda Cass. 4047/2013, è stato ripetutamente affermato dalla Cassazione:
"- che il ricorso del giudice, ai sensi dell'art. 432 c.p.c., alla liquidazione equitativa della prestazione dovuta implica un giudizio di merito censurabile in sede di legittimità solo per insussistenza dei presupposti o per vizio di motivazione;
- che l'art. 432 c.p.c. che consente al giudice di procedere alla liquidazione equitativa, pur non derogando al principio dell'onere della prova sancito dall'art. 2967 c.c., trova applicazione allorchè il diritto sia certo ma sia impossibile oppure oggettivamente difficile la determinazione della somma dovuta alla stregua degli elementi acquisiti al processo;
- che il giudice è tenuto a dare congrua ragione del processo logico attraverso il quale perviene sia alla liquidazione equitativa che alla determinazione del quantum debeatur, indicando i criteri assunti alla base della decisione
."
Ebbene, anche nella fattispecie che ci occupa, la Corte territoriale è pervenuta alla decisione impugnata attraverso un percorso argomentativo coerente, immune da vizi ed adeguatamente motivato, onde le censure del Ministero ricorrente sono prive di fondamento.
Si ricordi pure che, secondo la sentenza della Cassazione, Sez. lavoro, n. 50 del 7/1/2009, "quando è certo il diritto alla prestazione spettante al lavoratore, ma non sia possibile determinare la somma dovuta, sicché il giudice la liquida equitativamente ai sensi dell'art. 432 cod. proc. civ., l'esercizio di tale potere discrezionale non è suscettibile di sindacato in sede di legittimità, purché la motivazione della decisione dia adeguatamente conto del processo logico attraverso il quale si è pervenuti alla liquidazione, indicando i criteri assunti a base del procedimento valutativo."

LEGGI DI SEGUITO LA SENTENZA DELLA CASSAZIONE N. 4047/2013 ...

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Ultimo aggiornamento Lunedì 21 Luglio 2014 17:56 Leggi tutto...
 

Antitrust valuta la compatibilità delle norme interne con i divieti posti da U.E.

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A pag. 129 e 130 della Relazione annuale dell'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, pubblicata il 31/3/2014, si legge:
"Nella sentenza 9 gennaio 2013, n. 125, Posta elettronica ibrida, il TAR Lazio, nel confermare la competenza dell’Autorità in ordine alla valutazione di compatibilità di una normativa statale con i divieti stabiliti dall’ordinamento comunitario, ha affermato che “seppur è vero che, secondo la giurisprudenza della Corte, gli artt. 81 CE e 82 CE riguardano soltanto comportamenti anticoncorrenziali adottati dalle imprese di loro propria iniziativa, non può tuttavia escludersi l’applicabilità di tali norme nelle ipotesi in cui un comportamento anticoncorrenziale venga imposto alle imprese da una normativa nazionale o se quest’ultima crei un contesto giuridico che di per sé elimini ogni possibilità di comportamento concorrenziale da parte loro”. Per quest’ultima ipotesi, il giudice ha ribadito, da un lato, che gli artt. 81 e 82 CE (ora, artt. 101 e 102 TFUE), in combinato disposto con l’art. 10 CE (ora art. 4, comma 3, TFUE), “obbligano gli Stati membri a non adottare o mantenere in vigore provvedimenti, anche di natura legislativa o regolamentare, idonei a eliminare l’effetto utile delle regole di concorrenza applicabili alle imprese” e, dall’altro, che “il principio del primato del diritto comunitario esige che, in caso di contrasto con una norma comunitaria, qualsiasi disposizione nazionale, sia anteriore che posteriore alla stessa, debba essere disapplicata e che siffatto obbligo incombe non solo sul giudice nazionale ma anche su tutti gli organi dello Stato, comprese le autorità amministrative”.
Inoltre, lo stesso giudice di primo grado, nel richiamare i principi fissati nella sentenza della Corte di Giustizia 9 settembre 2003, C-198/01, Consorzio Industrie Fiammiferi (CIF), ha riconosciuto che con la stessa è stato attribuito “un ruolo centrale alle autorità di concorrenza in relazione alla vigilanza sul rispetto degli artt. 81 e 82 CE”, pervenendo alla conclusione che “l’effetto utile delle norme comunitarie sarebbe affievolito se, nell’ambito di un’inchiesta sul comportamento di imprese ai sensi dell’art. 81 CE, l’Autorità non potesse accertare se una misura nazionale sia in contrasto con il combinato disposto degli artt. 10 e 81 CE”, al fine di intervenire con le misure appropriate, che, “in siffatte ipotesi, consistono nella disapplicazione delle norme contrastanti” (TAR Lazio, 9 gennaio 2013, n. 125, Posta elettronica ibrida).
Nello stesso contesto, il TAR Lazio ha altresì precisato come, al di fuori del profilo sanzionatorio, “la Corte di Giustizia non abbia affrontato espressamente la questione della disapplicazione delle norme nazionali c.d. in malam partem, ovvero in senso sfavorevole agli operatori economici sottoposti al procedimento, con ciò optando per l’irrilevanza della questione, dovendo (…) rilevarsi, in proposito, che la disapplicazione di norme nazionali contrastanti con norme comunitarie da parte di giudici e autorità amministrative è misura che discende dalla efficacia diretta di alcune norme comunitarie (tra cui, come più volte illustrato, gli artt. 81 e 82 CE), con la connaturale conseguenza che la disapplicazione di norme interne con esse contrastanti determini, da un lato, effetti favorevoli per i titolari dei diritti riconosciuti dalle norme comunitarie e, dall’altro, effetti sfavorevoli nei confronti di quei soggetti che beneficiavano della «copertura» della normativa interna dichiarata illegittima”.

LEGGI DI SEGUITO LA SENTENZA 125/2013 DEL TAR LAZIO...

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Ultimo aggiornamento Lunedì 21 Luglio 2014 17:57 Leggi tutto...
 

L'Antitrust propone riforme concorrenziali da inserire nella legge annuale di concorrenza nel 2014

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L'Antitrust, con il parere AS1137 formula essenziali "PROPOSTE DI RIFORMA CONCORRENZIALE AI FINI DELLA LEGGE ANNUALE PER IL MERCATO E LA CONCORRENZA ANNO 2014".
A pag. 47 del Bollettino n. 27 del 7/7/2014 dell'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, con riguardo alla necessaria riforma dell'ordinamento della professione forense, si indica come obiettivo: "Rimuovere le disposizioni determinanti limitazioni della concorrenza nell’esercizio della professione forense che sono state introdotte dalla legge n. 247/2012 ed al contempo eliminare le ingiustificate disparità di trattamento rispetto alla disciplina generale delle altre professioni ordinistiche, contenuta nel d.P.R. n. 137/2012, segnatamente in materia di compensi e pubblicità dei servizi professionali".

Per raggiungere l'obiettivo si l'Antitrust propone:

"Modificare la nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense contenuta nella legge n. 247/2012:
 eliminare la previsione per cui l’attività di consulenza e assistenza legale stragiudiziale è di competenza degli avvocati, al ricorrere dei presupposti previsti;
 rimuovere il vincolo del domicilio dell’avvocato presso la sede dell’associazione e il limite di partecipazione ad una sola associazione;
introdurre la possibilità di costituzione di società multidisciplinari e ammettere la partecipazione di soci di capitali;
 prevedere espressamente la pubblicità dei compensi per le prestazioni professionali ed eliminare le altre disparità di trattamento con le altre professioni;
 eliminare l’obbligo di fornire il preventivo solo “a richiesta” del cliente;
 abrogare i parametri stabiliti con D.M. n. 55/2014 e la possibilità del loro utilizzo per determinare il compenso dell’avvocato, in caso di mancato accordo con il cliente;
 rimuovere il divieto di pattuire compensi pro quota lite; eliminare ogni ruolo degli ordini circondariali nella determinazione del compenso nelle controversie tra clienti e avvocati;
rimuovere il regime di incompatibilità, prevedendo, al contempo, obblighi di astensione dalle attività in conflitto
".

Poi, da pag. 88 a pag. 90 del Bollettino si chiarisce così il contenuto delle proposte:
"Riforma dell’Ordinamento della professione forense.
La legge n. 247/2012 introduce, in relazione a diversi aspetti di primaria rilevanza nello svolgimento dell’attività forense, una disciplina speciale per gli avvocati differente da quella che vige per la generalità dei professionisti e costituisce una significativa inversione di tendenza rispetto al processo di liberalizzazione delle professioni, intrapreso nel 2006 con la Legge Bersani e proseguito con successivi e numerosi interventi normativi (ci si riferisce, in particolare, alle leggi nn. 148/2011 e 27/2012 e al d.P.R. n. 137/2012).
In particolare, la nuova disciplina stabilisce che l’attività di consulenza legale e l’assistenza legale stragiudiziale, ove connessa all’attività giurisdizionale, se svolta in modo continuativo, sistematico e organizzato, è di competenza degli avvocati (articolo 2, comma 6). Tale previsione, sebbene non preveda un ambito di riserva formale, non solo suscita significativi dubbi interpretativi, ma reintroduce in modo surrettizio la definizione di un ambito di attività di competenza esclusiva degli avvocati. Tali attività possono essere efficacemente svolte anche da altri professionisti, come peraltro attualmente accade ad esempio, in materia contabile, tributaria o amministrativa, in grado di fornire i diversi servizi richiesti secondo standard che il mercato stesso valuta, allo stato, come accettabili. L’estensione degli ambiti di riserva in questione non sembra, pertanto, poter trovare la propria giustificazione nell’esigenza di soddisfare l’interesse generale ad un’adeguata tutela agli assistiti.
In merito alle forme di esercizio dell’attività, si rileva come la riforma in questione, introducendo l’obbligo, per l’avvocato associato, del domicilio professionale presso la sede dell’associazione, limita lo sviluppo delle associazioni multidisciplinari tra professionisti che esercitano la propria attività in ambiti territoriali diversi (articolo 4). Allo stesso modo, il divieto di partecipazione a più di un’associazione costituisce una restrizione ingiustificata della libertà di iniziativa economica.
Particolarmente problematiche sono poi le previsioni relative all’esercizio della professione forense in forma societaria (articolo 5), le quali, nonostante il mancato esercizio della delega da parte del Governo, rimangono comunque in evidente contrasto con la disciplina generale in materia di società fra professionisti, di cui alla legge n. 183/2011, che invece consente la costituzione di società per l’esercizio di attività professionali, anche multidisciplinari, con la presenza di soci di capitale non professionisti, nella misura massima di un terzo dei conferimenti.
Ulteriori restrizioni all’esercizio dell’attività degli avvocati sono contenute nell’articolo 10 del nuovo ordinamento forense il quale introduce una disciplina speciale –in materia di pubblicità– per gli avvocati in contrasto con quella prevista per la generalità dei professionisti dall’articolo 4 del d.P.R. del 7 agosto 2012, n. 137. Infatti, il divieto di pubblicità “comparativa” e “suggestiva” (articolo 10, comma 2) non appare sorretto da alcun motivo di interesse generale o giustificato da specificità proprie dell’attività forense rispetto a quelle delle altre professioni intellettuali. Inoltre, l’articolo 10, al comma 1, a differenza di quanto disposto dall’articolo 4, comma 1 del d.P.R. n. 137/2012, non menziona espressamente “i compensi richiesti per le prestazioni” quale elemento che può formare oggetto di pubblicità da parte degli avvocati. Il silenzio legislativo su tale punto potrebbe essere interpretato strumentalmente dagli ordini circondariali con l’obiettivo di precludere al professionista di pubblicizzare la componente economica della propria prestazione.
Diversi aspetti di criticità dal punto di vista concorrenziale si riscontrano nella rimozione dell’obbligo di fornire il preventivo, previsto dall’articolo 9, comma 4 del d.l. n. 1/2012, come modificato dalla legge di conversione 24 marzo 2012, n. 27, ora rilasciato solo “a richiesta” del cliente (articolo 13, comma 5). Gli avvocati dovrebbero essere soggetti ai medesimi vincoli di trasparenza in merito ai compensi gravanti sulla generalità dei professionisti, fornendo quindi il preventivo di massima senza bisogno di una specifica richiesta del cliente a tal fine.
Inoltre, è previsto che, in caso di mancato accordo tra cliente e avvocato, il compenso è determinato utilizzando i parametri stabiliti ogni due anni con decreto del Ministro della giustizia sentito il CNF (articolo 13, comma 6). Si ricorda che per la generalità delle professioni, i parametri, introdotti dal citato d.l. n. 1/12, si applicano esclusivamente per la liquidazione del compenso da parte di un organo giurisdizionale e vengono stabiliti con decreto del Ministro vigilante, ma senza l’intervento dell’ente rappresentativo della categoria. La norma in questione invece non solo prevede nuovamente un ruolo del CNF nella determinazione dei parametri, ma prevede l’applicazione degli stessi anche fuori dai casi di liquidazione giudiziale del compenso.
Infatti i parametri forensi, recentemente approvati con il D.M. n. 55/2014, trovano espressa applicazione anche nei rapporti tra cliente e avvocato, in caso di mancata determinazione consensuale del compenso tra le parti. Di fatto, quindi, i parametri forensi diventano dei valori di riferimento per i professionisti nella determinazione del compenso e si prestano a svolgere lo stesso ruolo delle precedenti “tariffe”, abrogate dalle misure di liberalizzazione di cui all’articolo 9 del citato d.l. n. 1/2012 per l’insieme delle professioni regolamentate.
Ulteriori perplessità riguardano anche i vincoli introdotti al consolidato principio concorrenziale di libera pattuizione del compenso professionale. Rileva al riguardo la reintroduzione del divieto di pattuire compensi consistenti, in tutto o in parte, in una quota del bene oggetto della prestazione o della ragione litigiosa (articolo 13, comma 4), già abrogato dalla riforma Bersani. La norma è, peraltro, in parte in contraddizione con quanto stabilito circa la libertà nella determinazione del compenso, libertà che può esplicarsi anche attraverso la fissazione del compenso in una percentuale del valore dell’affare o di quanto si prevede possa giovarsene, non soltanto a livello strettamente patrimoniale, il destinatario della prestazione (articolo 13, comma 3 della legge n. 247/2012).
Infine, occorre segnalare la criticità derivante dall’attribuzione agli ordini circondariali della funzione di conciliatori nelle controversie tra clienti e avvocati in materia di determinazione del compenso, nonché del potere di emettere pareri, a richiesta degli iscritti, circa la congruità del compenso richiesto dall’avvocato al cliente (articolo 13, comma 9). La disposizione potrebbe ingenerare nei clienti la convinzione che il compenso individuato dall’ordine in sede di conciliazione o nel parere emesso su richiesta dell’avvocato sia il “giusto compenso” dell’attività professionale svolta, pur sussistendo in capo all’ordine un palese conflitto di interessi. Sarebbe, pertanto, opportuno evitare qualsiasi coinvolgimento degli ordini circondariali nella determinazione del compenso, lasciando all’autorità giudiziaria il compito di verificare, qualora sorga un contenzioso in merito al compenso richiesto dal professionista, la fondatezza delle pretese avanzate.
Da ultimo, si evidenzia che la disciplina dell’ordinamento forense prevede un regime di incompatibilità molto stringente con lo svolgimento di qualsiasi attività di lavoro autonomo o dipendente part-time, nonché con l’assunzione di cariche sociali. Inoltre, viene limitata l’iscrizione degli avvocati negli albi professionali diversi da quelli espressamente indicati (articolo 18). Si tratta di limitazioni sproporzionate atteso che eventuali situazioni di conflitto di interessi derivanti dallo svolgimento di altre attività possono essere risolte mediante la previsione di specifici obblighi di astensione dallo svolgimento delle attività in conflitto.
Proposte
Al fine di eliminare gli ambiti di riserva non strettamente necessari, si propone di eliminare la previsione per cui l’attività di consulenza legale e l’assistenza legale stragiudiziale, ove connessa all’attività giurisdizionale, se svolta in modo continuativo, sistematico e organizzato, è di competenza degli avvocati (articolo 2, comma 6, della legge n. 247/2012).
In merito alla costituzione di associazioni fra avvocati e multidisciplinari, si propone di eliminare le limitazioni territoriali legate al domicilio del professionista (articolo 4, comma 3) e il divieto per l’avvocato di aderire a più di un’associazione (articolo 4, comma 4).
Si propone di abrogare le disposizioni che limitano la partecipazione a società tra avvocati (articolo 5) e prevedere uno specifico rinvio alla disciplina di cui all’articolo 10 della legge n. 183/2011.
Con riferimento alla disciplina sulla pubblicità, è necessario uniformare la disciplina relativa alla professione forense alla disciplina generale introdotta dall’articolo 4 del d.P.R. n. 137/2012, eliminando il riferimento al divieto di pubblicità comparativa o suggestiva (articolo 10, comma 2), nonché aggiungendo il riferimento ai compensi richiesti per le prestazioni professionali (articolo 10, comma 1).
In relazione all’articolo 13, si suggerisce di uniformare quanto previsto al comma 5 in materia di obbligo di fornitura del preventivo – allo stato subordinato all’espressa richiesta del cliente – alle corrispondenti disposizioni contenute all’articolo 9 comma 4 del d.l. n.. 1/2012, come modificato dalla legge di conversione 24 marzo 2012, n. 27. Inoltre, si segnala l’opportunità di abrogare l’articolo 13 comma 6, nonché i parametri stabiliti con il D.M. 55/2014, ripristinando così la generale applicabilità dell’articolo 9 comma 2 d.l. n. 1/2012, come modificato dalla legge di conversione 24 marzo 2012, n. 27, e dei parametri di cui al DM 140/2012.
Si propone, altresì, l’abrogazione della norma che vieta la pattuizione dei compensi pro quota lite (articolo 13, comma 4) e del ruolo degli ordini nella determinazione del compenso (articolo 13, comma 9).
Con riferimento alle incompatibilità, si propone di abrogare il regime vigente, prevedendo, al contempo, obblighi di astensione dallo svolgimento delle attività in conflitto (articolo 18)".

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Ultimo aggiornamento Lunedì 21 Luglio 2014 17:58
 

Linee guida della riforma della giustizia secondo il Governo Renzi

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Sul sito del ministero della giustizia alla pagina http://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_2_7.wp si leggono le linee guida dell'opera riformatrice del Governo Renzi in tema di giustizia civile:
•Misure di degiurisdizionalizzazione ed altri interventi per la definizione dell’arretrato in materia di processo civile
•Proposte di interventi in materia di processo civile.

Questi i titoli delle misure di degiurisdizionalizzazione ed altri interventi per la definizione dell’arretrato in materia di processo civile:

-Decisioni brevi delle cause pendenti mediante l’intervento degli arbitri
-Conciliazione con l’assistenza degli avvocati (negoziazione assistita)
-Chi perde rimborsa le spese del processo
-L’avvocato può sentire i testimoni fuori dal processo
-Le cause semplici richiedono un processo semplice
-Chi non paga volontariamente i propri debiti dovrà pagare di più
-Automatizzazione dei registri informatici di cancelleria relativi al processo di esecuzione
-Il creditore deve poter conoscere tutti i beni del suo debitore
-Ricerca con modalità telematiche dei beni da pignorare
-Eliminazione dei casi in cui la dichiarazione del terzo debitore va resa in udienza
-Obbligo di ordinare la liberazione dell’immobile con la pronuncia dell’ordinanza di vendita
-Provvedimenti circa i mobili estranei all’esecuzione per rilascio
-Infruttuosità dell’esecuzione
-Trasparenza ed efficienza dei fallimenti dei concordati preventivi e delle esecuzioni sugli immobili.

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Ultimo aggiornamento Lunedì 21 Luglio 2014 17:58
 

D.l. 90/14 riformi la pubblica amministrazione: servono avvocati part time contro abuso del processo

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Il 24 giugno 2014 il Presidente della Repubblica ha firmato il decreto legge n. 90/2014 di riforma della pubblica amministrazione (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 144 del 24 giugo 2014). La mitica madre di tutte le riforme, quella della pubblica amministrazione, rischia però, se non sarà "radicalizzata" in sede di conversione in legge, di esser ben lontana da quella "rivoluzione" che annunciava il neonato Governo Renzi.

In quest'articolo mi limito ad analizzare due temi fondamentali e intrecciati: quello della professionalità legale nella pubblica amministrazione e quello della miglior forma di incentivazione del part time.  Lo faccio anche in relazione alla chiara presa di posizione dell'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato che, con segnalazione AS1137 del 4/7/2014, indirizzata al Presidente della Repubblica, al Presidente della Camera dei Deputati, al Presidente del Consiglio dei Ministri e al Ministro per lo sviluppo economico (segnalazione pubblicata sul Bollettino dell'Autorità n. 27 del 7/7/2014),  formula essenziali "PROPOSTE DI RIFORMA CONCORRENZIALE AI FINI DELLA LEGGE ANNUALE PER IL MERCATO E LA CONCORRENZA ANNO 2014". Ha evidenziato l'Antitrust, nella detta segnalazione AS1137, che "la disciplina dell’ordinamento forense prevede un regime di incompatibilità molto stringente con lo svolgimento di qualsiasi attività di lavoro autonomo o dipendente part-time, nonché con l’assunzione di cariche sociali. Inoltre, viene limitata l’iscrizione degli avvocati negli albi professionali diversi da quelli espressamente indicati (articolo 18). Si tratta di limitazioni sproporzionate atteso che eventuali situazioni di conflitto di interessi derivanti dallo svolgimento di altre attività possono essere risolte mediante la previsione di specifici obblighi di astensione dallo svolgimento delle attività in conflitto".

OLTRE CHE COME SUGGERIMENTO A GOVERNO E PARLAMENTO PER MODIFICARE, IN SEDE DI CONVERSIONE IN LEGGE, IL DECRETO LEGGE 90/2014, PUOI INDIRIZZARE QUESTO SCRITTO (MAGARI MODIFICANDOLO E ARRICCHENDOLO) A Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. ENTRO IL 31 AGOSTO 2014. INFATTI, PUO' ESSERE ANCHE UNA PROPOSTA PER LA MAGGIOR EFFICIENZA DEL SISTEMA-GIUSTIZIA. Ricordo che il Consiglio dei Ministri, il 30 giugno scorso, ha presentato 12 linee guida di riforma della giustizia, su cui ora si avvia una fase di consultazione che si concluderà il 31 agosto 2014. Sarà possibile partecipare, scrivendo appunto a Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

Partiamo dall'analisi dell'articolo 41 del decreto legge 90/2014 "Misure per il contrasto all'abuso del processo". Contro l'abuso del processo ammiistrativo esso introduce sia un aggravamento della responsabilità verso controparte vittoriosa, sia una vera e propria sanzione pecuniaria a carico di parte soccombente. Vuol punire soprattutto chi avvia cause manifestamente dilatorie, o per ragioni dilatorie resiste in giudizio, e perciò attribuisce al giudice il potere di condannare la parte soccombente al pagamento di una somma "equitativamente determinata" a favore di quella vincente quando la decisione è fondata su ragioni, in fatto o in diritto, che siano "manifeste" (lettera a) e -solo in materia di appalti di cui agli artt. 119, lettera a) e 120 del codice del processo amministrativo- commina una vera e propria sanzione pecuniaria, potenzialmente altissima (lettera b). Recita l'art. 41 del d.l. 90/2014:

"1. All'articolo 26 dell'allegato 1 (Codice del processo amministrativo) del decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 104, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al comma 1, in fine, è aggiunto il seguente periodo: "In ogni caso, il giudice, anche d'ufficio, può altresì condannare la parte soccombente al pagamento, in favore della controparte, di una somma equitativamente determinata, quando la decisione è fondata su ragioni manifeste";

b) al comma 2, dopo il primo periodo è inserito il seguente: "Nelle controversie in materia di appalti di cui agli articoli 119, lettera a), e 120 l'importo della sanzione pecuniaria può essere elevato fino all'uno per cento del valore del contratto, ove superiore al suddetto limite".

Quindi la novità è notevole, rispetto al previgente quadro per cui erano solo previsti:

- la condanna al rimborso delle spese sostenute dalla parte vittoriosa (art. 91 cpc);

- la condanna alle spese per singoli atti in caso di violazione del dovere di lealtà e probità (art. 92 cpc);

- la condanna al risarcimento dei danni (sia in sentenza sia in provvedimento d'urgenza) quando sia mancata la normale prudenza (art. 96 cpc);

- la responsabilità contabile quando la pubblica amministrazione soccombente si sia difesa creando ostacoli solo per guadagnare tempo e rinviare l'adempimento di un dovere.

Ebbene, occorre certamente evitare che la giusta previsione, nel d.l. 90/2014, di una possibile condanna al pagamento alla controparte di una somma equitativamente determinata o al pagamento di una sanzione pecuniaria a carico della parte processuale che abbia commesso "abuso del processo", trascurando ragioni manifeste di soccombenza che consigliavano di non agire o di non resistere in giudizio, si risolva in pesanti esborsi a carico di pubbliche amministrazioni "processualmente temerarie".

Come fare?  Bisogna strutturare gli organici delle pubbliche amministrazioni in modo che un separato corpo di avvocati del libero Foro, con rapporto di impiego pubblico a part time ridotto (come quello introdotto con l. 662/1996, art. 1, commi da 56 a 65, e poi abrogato dalla leggina 339/03), assicuri la indispensabile professionalità legale interna (con sufficiente garanzia di autonomia dalla gerachia burocratica). Occorre assolutamente evitare che le pubbliche amministrazioni che non ricorrono alla Avvocatura generale dello Stato o non hanno già una efficiente Avvocatura interna possano candidamente affidarsi alla preparazione professionale "settoriale" di (interessati) avvocati esterni che consiglino di agire o di resistere in giudizio. La posta in palio, coll'art. 41 del d.l. 90/2014, è diventata alta: in materia di appalti fino all'1% del valore del contratto.

Già era scandaloso che le pubbliche amministrazioni si rivolgessero ad avvocati del libero Foro per consulenze sul cosa la legge consenta o imponga o vieti loro di fare. Ancor più scandaloso, e assolutamente da evitare, è che si giunga ora a far gravare sulle casse pubbliche le eventuali condanne a pagamento di somme, "equitativamente determinate", alla controparte vittoriosa o di sanzioni pecuniarie (potenzialmente altissime)  dal giudice amministrativo per responsabilità da "abuso del processo" da parte della pubblica amministrazione ricorrente o resistente (si legga, di Aurelio Laino, l'articolo intitolato “Sussiste il danno erariale anche per sanzioni pecuniarie a un ente pubblico da devolversi all'Erario”, in Diritto e pratica amministrativa, n. 4, 2014, pp. 81-84).

Innanzitutto bisognerebbe, nel convertire in legge il d.l. 90/2014, consentire (seguendo l'insegnamento della sentenza della Corte costituzionale 189/2001) il doppio lavoro (avvocato del libero Foro e impiegato pubblico a part time ridotto) ai dipendenti pubblici che -già a part time e già iscritti agli albi in forza dell'art. 1, commi 56 e ss. della l. 662/96- sono stati cancellati dagli albi forensi a causa della l. 339/03 e spesso sono ora tornati al full time, per una assurda presunzione di incompatibilità tra impiego pubblico a part time ridotto e professione forense (incompatibilità che, tra l'altro, è pure all'esame della Corte europea dei diritti dell'uomo). Inoltre, bisognerebbe affiancare a tali avvocati-part-time "ripescati", tanti nuovi colleghi avvocati, selezionati con concorso pubblico, da bandire presto, al quale dovrebbero essere ammessi non solo avvocati del libero Foro ma anche i tantissimi impiegati pubblici a full time che, essendo abilitati all'esercizio della professione forense, vogliano trasformare il loro contratto full time in un part time ridotto (tra il 30% e il 50%) ed essere iscritti negli albi forensi. Tutti gli avvocati part time delle pubbliche amministrazioni dovrebbero confluire in un ruolo separato, con indispensabili garanzie di indipendenza dalla gerarchia burocratica di inquadramento.

Il "ripescaggio" dei "vecchi avvocati part time" (quelli cancellati dagli albi in forza della l. 339/03) che son tornati al tempo pieno sarebbe una fonte di risparmio considerevole per le casse pubbliche. Pure considerevole sarebbe il risparmio che deriverebbe dalla possibilità di trasformazione del contratto di lavoro full time in un part time particolarmente ridotto che si riconoscesse ai tanti impiegati della pubblica amministrazione che sono abilitati all'esercizio della professione forense e che (come insegna Corte cost. 189/01) molto più utili sarebbero al datore di lavoro pubblico se potessero iscriversi negli albi forensi e contemporaneamente portare all'interno delle amministrazioni la professionalità vera.

Si consideri: il part time che nelle pubbliche amministrazioni si deve incentivare non è quello finalizzato solo a far risparmiare le amministrazioni nè quello teso a creare solo spazio per nuovi assunti. Da incentivare seriamente è, invece, il part time finalizzato a immettere nell'organico della pubblica amministrazione (che spende troppo in consulenze legali esterne con le quali, assurdamente, chiede ad avvocati del libero Foro di spiegarle quali sono le regole giuridiche del suo agire) professionalità legali vere, formate dalla quotidiana frequenza delle aule di giustizia e non da inutili corsi di formazione (che servono solo a far guadagnare qualcuno).

--- LA NECESSITA' DEL CAMBIAMENTO NEL SENSO DELLA APERTURA DEGLI ORGANICI DELLE PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI AGLI AVVOCATI DEL LIBERO FORO. L'IMPORTANZA DELL'INSEGNAMENTO DELLA SENTENZA 189/2001 DELLA CORTE COSTITUZIONALE.
La Corte dei conti, Sezione centrale del controllo di legittimità sugli atti del Governo, con deliberazione n. 7 del 16 aprile 2014, afferma che quando le esigenze di consulenze esterne della Pubblica Amministrazione durano da troppi anni, la P.A. ha l'obbligo di ripensare e rimodulare i fabbisogni di personale in organico. Si legge, tra l'altro, nella deliberazione della Corte dei conti: "ove le esigenze dell’amministrazione siano qualificabili come perduranti, la giurisprudenza della Corte ha indicato che l’amministrazione stessa ha l’onere di trovare idonee soluzioni, in termini di programmazione dei fabbisogni di personale, nonché in termini di aggiornamento e formazione dei profili professionali interni (delib. 3/2014, 13/2013, 26/2012 e 24/2011). Conclusivamente, il Collegio ritiene che, non essendovi motivi per discostarsi dall’orientamento assunto in materia dalla Sezione, l’atto in esame, in quanto carente dei requisiti di temporaneità e straordinarietà della prestazione, non può essere ammesso al visto e alla registrazione."
E' evidente che istituire un ruolo separato dei dipendenti pubblici a part time che siano anche avvocati nel libero Foro sarebbe la maniera migliore per ovviare alle spese pazze per consulenze legali (spesso fasulle) di tante amministrazioni pubbliche. Toglierebbe di mezzo la scusa (spesso accampata da amministratori che vogliono favorire gli amici avvocati) che, data la carenza di specifiche professionalità legali nell'organico della pubblica amministrazione, non c'è alternativa all'affidamento esterno delle costose consulenze legali.  L'uovo di Colombo è il definitivo sdoganamento degli avvocati - dipendenti pubblici a part time.

Si parla tanto di anticorruzione. Sul tema mi pare che avevano ragione da vendere i professori Cassese, Pizzorno, e Arcidiacono quando (chiamati a comporre il c.d. “Comitato di studio sulla prevenzione della corruzione”, istituito con decreto n. 211 del 30.9.1996 dall’allora Presidente della Camera dei Deputati Luciano Violante) scrivevano: «Una delle ragioni principali della corruzione è la debolezza dell’Amministrazione, data dall’assenza o dall’insufficienza dei ruoli professionali. Essa costringe le Amministrazioni ad affidarsi a soggetti esterni per tutte le attività che riguardano l’opera di specialisti. Il rimedio ipotizzabile è che i professionisti dipendenti iscritti agli albi vanno organizzati in corpi separati, con uno stato giuridico ed un trattamento economico che consentano di attrarre personale di preparazione adeguata. Non ci si deve illudere di poter acquisire le professionalità necessarie, se non si è poi disposti a pagare il loro prezzo, né che la corruzione abbia termine, finchè le Amministrazioni non abbiano superato questa loro debolezza».

E per superare le prevedibili reazioni della corporazione degli avvocati alla reintroduzione della compatibilità tra professione di avvocato e impiego pubblico a part time ridotto si potrà replicare che:

1) nella crisi dell'Avvocatura è ottima prospettiva per tanti avvocati, oggi in grave difficoltà economica , quella di concorrere a far parte (come dipendente pubblico a part time ridotto) d'una nuova e propulsiva Avvocatura part time della pubblica amministrazione;

2) non è giustificabile una estensione delle incompatibilità oltre il limite della ragionevole preoccupazione della prevenzione di seri conflitti di interessi. Altrimenti, in nome della indipendenza dell'avvocato (necessaria nei limiti in cui è funzionale alla miglior difesa del cliente) e in nome della prevenzione dei conflitti di interessi, si realizza solo una regolazione "sproporzionata" e sostanzialmente corporativa e anticoncorrenziale, sia della professione di avvocato che della pubblica amministrazione.

Occorre riconoscere, in base all'esame del diritto positivo, che il Legislatore italiano reputa in via generale che gli avvocati in attività nel c.d. libero Foro possono e devono esser coinvolti a pieno nelle attività pubblicistiche, anche le più delicate, senza timore che ne possano derivare conflitti di interesse (o accaparramenti di clientela o, comunque, lesione del bene dell'autonomia e dell livello di indipendenza necessario per svolgere sia l'attività d'avvocato che quella pubblicistica) che non siano gestibili con ordinarie misure disciplinari adottabili dalla stessa pubblica amministrazione nei confronti del suo dipendente part time che sia anche avvocato, e/o adottabili dall'Ordine degli avvocati al quale l'avvocato part time sia iscritto. 
La conferma più recente si trova nella regolamentazione posta dal decreto legge 69/2013 a prevenzione dei possibili conflitti di interesse dei giudici ausiliari di Corte d'appello. Essa dimostra una volta di più che l'utilizzazione di "avvocati-part-time" da parte delle pubbliche amministrazioni è addirittura fondamentale e non crea seri problemi di conflitti di interessi per il miglior andamento della pubblica amministrazione (persino per l'amministrazione della giustizia).

Di certo, inoltre, il generale quadro ordinamentale della professione forense è ispirato all'esigenza del minimo sacrificio delle opportunità professionali per un abilitato all'esercizio di quella professione.  Ricordo che fu il TAR Lazio, con ordinanza 10125 del 28/4/2004, a riconoscerlo espressamente. D'altro canto, per convincersene basta consultare la pagina di wikipedia dedicata all'Avvocato Guido Alpa, attuale Presidente del Consiglio Nazionale Forense (ente pubblico non economico che è nel contempo "legislatore" di settore quanto a deontologia forense, amministratore dagli ampissimi poteri <incrementati con legge 247/12> e giudice speciale della disciplina forense e della tenuta deli albi degli avvocati).  Egli, per quanto si legge nella pagina dedicatagli da wikipedia, oltre ad esere avvocato: è professore ordinario di diritto civile presso la facoltà di giurisprudenza della Università di Roma "Sapienza"; è membro del Consiglio Nazionale Forense dal 1995; è presidente del Consiglio Nazionale Forense dal 2004;  il 14 aprile 2014 è stato nominato nel consiglio di amministrazione di una società abbastanza importante come "Finmeccanica". Tutte attività espletate nel pieno rispetto delle vigenti regole riguardanti le incompatibilità. Ma domandiamoci: se tutte queste cose può fare l'avvocato Presidente del Consiglio Nazionale Forense, è possibile continuare a dire (ignorando l'insegnamento della sentenza della Corte costituzionale 189/2001) che con la professione di avvocato è incompatibile qualsiasi rapporto di impiego pubblico a part time ridotto (così affermò la leggina corporativa 339/2003 e così ha ribadito la riforma della professione forense approvata con l. 247/2012, all'art. 18, lettera d)? Vogliamo aspettare che sia la Corte europea dei diritti dell'Uomo a condannare l'Italia per violazione dell'art. 14 e 8 della CEDU, stante l'evidente discriminazione ? La discriminazione oggi sussiste sotto un duplice aspetto: 1) sotto l'aspetto di discriminazione dei dipendenti pubblici a part time ridotto (novelli servi fisci, discriminati con norme liberticide) ai quali non è consentito di fare anche l'avvocato, mentre ciò è consentito a soggetti ben più potenti e dunque ben più a ragione destinatari di norme preventive di conflitti di interessi; 2) sotto l'aspetto di discriminazione degli avvocati rispetto a tutti gli altri professionisti regolamentati in Ordini professionali, ai quali è consentito accedere anche all'impiego pubblico a part time ridotto (art. 1, comma 56 e seguenti della l. 662/1996). C'è, dunque, una eccezione inspiegabile (che va rimossa subito) alla gran libertà di lavorare ANCHE COME AVVOCATO e alla gran libertà di lavorare ANCHE COME DIPENDENTE PUBBLICO A PART TIME.

Se, tenendo a mente l'insegnamento di Costr Cost. 189/2001, si riflette sulla vicenda la cancellazione dagli albi forensi comminata dalla l. 339/03 nei confronti di soggetti che avevano avuto solo la copa di fidarsi di quella motivatissima sentenza della Corte, essa risulta gravemente discriminatoria a fronte del trattamento privilegiato che è invece riservato a tutte le seguenti categorie di soggetti (che potremmo definire cumulativamente "avvocati stranamente compatibili") i quali sono ammessi a fare anche l'avvocato assieme all'altra loro attività: consiglieri del C.N.F., parlamentari, commissari di governo, giudici di pace, giudici onorari di tribunale, giudici tributari, giudici ausiliari di corte d'appello, vice procuratori onorari, professori universitari e altri insegnanti che risultino iscritti all'albo forense alla data di entrata in vigore della l. 247/12, amministratori (anche amministratori unici), consiglieri delegati e presidenti del consiglio di amministrazione di società a capitali interamente pubblico o di enti e consorzi pubblici. Risulta anche discriminatoria per il fatto che per un'altra ampia categoria di soggetti è stata confermata dall'art. 20 della l. 247/12 la compatibiltà con la professione d'avvocato (non comminandosi la loro cancellazione dagli albi) ed è stata solo prevista, per essi, una "sospensione dall'esercizio professionale" che però, comportando la permanenza dell'iscrizione all'albo consente agli interessati di restare soci di società di capitali tra avvocati e lucrarne reddito. Si tratta di soggetti di grande potere: gli avvocati che siano anche Presidente della Repubblica, Presidente del Senato, Presidente della Camera, Presidente del Consiglio dei ministri, ministri, viceministri, sottosegretari di Stato, presidenti di Giunta regionale, presidenti delle province autonome di Trento e Bolzano, membri della Corte costituzionale o del Consiglio superiore della magistratura, presidenti di provincia con più di un milione di abitanti, sindaci di comuni con più di 500.000 abitanti. COMMEMTARE E' DIFFICILE: MI VIENE DA DIRE "POVERA ITALIA".

--- QUESTO LO SVILUPPO CRONOLOGICO DELLE REGOLE SULL'INCOMPATIBILITA' TRA IMPIEGO PUBBLICO E PROFESSIONE DI AVVOCATO.
Il regio decreto 1578/33, articolo 3, QUALIFICAVA la professione d'avvocato incompatibile con l'impiego pubblico.
La legge 662/96 (articolo 1, commi da 56 a 65, e in particolare, il comma 56bis) abrogò tale incompatibilità per la sola ipotesi in cui un preesistente rapporto di impiego pubblico (non come dirigente bensì come impiegato) full time fosse trasformato in un part time molto ridotto. Stabilì che l'impiegato pubblico già a full time (abilitato all'esercizio della professione d'avvocato) aveva diritto ad ottenere l'iscrizione in un albo d'avvocati e svolgere anche la professione (a meno che la pubblica amministrazione d'appartenenza avesse riscontrato un'incompatibilità in concreto tra lavoro svolto nella pubblica amministrazione e la professione d'avvocato), se avesse trasformato il rapporto di lavoro full time in corso in un rapporto a part time molto ridotto e cioè tra il 30% e il 50% dell'orario normale.
La autorizzazione delle pubbliche amministrazioni ai propri dipendenti in part time a fare anche l'avvocato poneva comunque sempre il limite (già posto dal decreto legge 79/97) del divieto di assumere patrocinio nelle controversie nelle quali sia parte una pubblica amministrazione.
Per il massimo affidamento ingenerato dalla sentenza della Corte costituzionale 189/01 molti impiegati pubblici ridussero (talora oltre il 50% e sino al 30%) la percentuale del loro lavoro part time (lavoravano,  quindi, come impiegati un solo giorno di lavoro a settimana).
Però con legge 339/03 venne reintrodotta l'incompatibilità tra impiego pubblico a part time ridotto e la professione forense. Ciò avvenne nonostante il parere contrario dell'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato che giudicava almeno sproporzionata la reintroduzione dell'estrema misura dell'incompatibilità (vedi segnalazioni dell'Antitrust AS223 del 12/12/2001, AS602 del 18/9/2009 e AS974 del 9/8/2012).
La legge 339/03 stabilì che se entro 36 mesi gli avvocati che avevano ottenuto l'iscrizione all'albo in base alla legge 662/96, art. 1, comma 56 e seguenti, non avessero optato per l'esclusivo esercizio della professione forense, gli stessi sarebbero stati cancellati dall'albo.
La Corte costituzionale, con sentenza 166/12, dichiarò non fondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate dalla Cassazione e, quindi, costituzionalmente legittima la legge 339/03 in quanto non manifestamente irrazionale e possibile parto di un legislatore che cambia idea.

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Ultimo aggiornamento Lunedì 21 Luglio 2014 17:59
 

30/6/2014: Funzione pubblica su criteri generali per divieti d'incarichi a dipendenti pubblici

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CRITERI GENERALI IN MATERIA DI INCARICHI VIETATI AI DIPENDENTI DELLE AMMINISTRAZIONI PUBBLICHE

I criteri indicati nel presente documento esemplificano una serie di situazioni di incarichi vietati per i pubblici dipendenti tratti dalla normativa vigente, dagli indirizzi generali e dalla prassi applicativa. Le situazioni contemplate non esauriscono comunque i casi di preclusione; rimangono salve le eventuali disposizioni normative che stabiliscono ulteriori situazioni di preclusione o fattispecie di attività in deroga al regime di esclusività.
L’obiettivo del documento è quello di supportare le amministrazioni nell’applicazione della normativa in materia di svolgimento di incarichi da parte dei dipendenti e di orientare le scelte in sede di elaborazione dei regolamenti e degli atti di indirizzo (art. 53, commi 2, 3 bis e 5, del d.lgs. n. 165 del 2001; art. 1, comma 58 bis, della l. n. 662 del
1996).
Il presente documento è stato elaborato nell’ambito del tavolo tecnico previsto dall’Intesa sancita in Conferenza unificata il 24 luglio 2013, mediante confronto tra i rappresentanti del Dipartimento della funzione pubblica, delle Regioni e degli Enti locali.
Sono da considerare vietati ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche a tempo pieno e con percentuale di tempo parziale superiore al 50% (con prestazione lavorativa superiore al 50%) gli incarichi che presentano le caratteristiche indicate nei paragrafi a) [abitualità e professionalità] e b) [conflitto di interessi].
Sono da considerare vietati ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche con percentuale di tempo parziale pari o inferiore al 50% (con prestazione lavorativa pari o inferiore al 50%) gli incarichi che presentano le caratteristiche di cui al paragrafo b) [conflitto di interessi].
Sono da considerare vietati ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche a prescindere dal regime dell’orario di lavoro gli incarichi che presentano le caratteristiche indicate nel paragrafo c) [preclusi a prescindere dalla consistenza dell’orario di lavoro], fermo restando quanto previsto dai paragrafi a) e b).
Gli incarichi considerati nel presente documento sono sia quelli retribuiti sia quelli conferiti a titolo gratuito.

a) ABITUALITÀ E PROFESSIONALITÀ.

1. Gli incarichi che presentano i caratteri della abitualità e professionalità ai sensi dell’art. 60 del d.P.R. n. 3/57, sicché il dipendente pubblico non potrà “esercitare attività commerciali, industriali, né alcuna professione o assumere impieghi alle dipendenze di privati o accettare cariche in società costituite a fine di lucro”. L’incarico presenta i
caratteri della professionalità laddove si svolga con i caratteri della abitualità, sistematicità/non occasionalità e continuità, senza necessariamente comportare che tale attività sia svolta in modo permanente ed esclusivo (art. 5, d.P.R. n. 633 del 1972; art. 53 del d.P.R. n. 917 del 1986; Cass. civ., sez. V, n. 27221 del 2006; Cass. civ., sez. I, n. 9102 del 2003).
Sono escluse dal divieto di cui sopra, ferma restando la necessità dell’autorizzazione e salvo quanto previsto dall’art. 53, comma 4, del d.lgs. n. 165/2001: a) l’assunzione di cariche nelle società cooperative, in base a quanto previsto dall’art. 61 del d.P.R. n. 3/1957;
b) i casi in cui sono le disposizioni di legge che espressamente consentono o prevedono per i dipendenti pubblici la partecipazione e/o l’assunzione di cariche in enti e società partecipate o controllate (si vedano a titolo esemplificativo e non esaustivo: l’art. 60 del d.P.R. n. 3/1957; l’art. 62 del d.P.R. n. 3/1957; l’art. 4 del d.l. n. 95/2012);
c) l’assunzione di cariche nell’ambito di commissioni, comitati, organismi presso amministrazioni pubbliche, sempre che l’impegno richiesto non sia incompatibile con il debito orario e/o con l’assolvimento degli obblighi derivanti dal rapporto di lavoro;
d) altri casi speciali oggetto di valutazione nell’ambito di atti interpretativi/di indirizzo generale (ad esempio, circolare n. 6 del 1997 del Dipartimento della funzione pubblica, in materia di attività di amministratore di condominio per la cura dei propri interessi; parere 11 gennaio 2002, n. 123/11 in materia di attività agricola).

2. Gli incarichi che, sebbene considerati singolarmente e isolatamente non diano luogo ad una situazione di incompatibilità, considerati complessivamente nell’ambito dell’anno solare, configurano invece un impegno continuativo con le caratteristiche della abitualità e professionalità, tenendo conto della natura degli incarichi e della remunerazione previsti.

b) CONFLITTO DI INTERESSI.

1. Gli incarichi che si svolgono a favore di soggetti nei confronti dei quali la struttura di assegnazione del dipendente ha funzioni relative al rilascio di concessioni o autorizzazioni o nulla-osta o atti di assenso comunque denominati, anche in forma tacita.

2. Gli incarichi che si svolgono a favore di soggetti fornitori di beni o servizi per l’amministrazione, relativamente a quei dipendenti delle strutture che partecipano a qualunque titolo all’individuazione del fornitore.

3. Gli incarichi che si svolgono a favore di soggetti privati che detengono rapporti di natura economica o contrattuale con l’amministrazione, in relazione alle competenze della struttura di assegnazione del dipendente, salve le ipotesi espressamente autorizzate dalla legge.

4. Gli incarichi che si svolgono a favore di soggetti privati che abbiano o abbiano avuto nel biennio precedente un interesse economico significativo in decisioni o attività inerenti all’ufficio di appartenenza.

5. Gli incarichi che si svolgono nei confronti di soggetti verso cui la struttura di assegnazione del dipendente svolge funzioni di controllo, di vigilanza o sanzionatorie, salve le ipotesi espressamente autorizzate dalla legge.

6. Gli incarichi che per il tipo di attività o per l’oggetto possono creare nocumento all’immagine dell’amministrazione, anche in relazione al rischio di utilizzo o diffusione illeciti di informazioni di cui il dipendente è a conoscenza
per ragioni di ufficio.

7. Gli incarichi e le attività per i quali l’incompatibilità è prevista dal d.lgs. n. 39/2013 o da altre disposizioni di legge vigenti.

8. Gli incarichi che, pur rientrando nelle ipotesi di deroga dall’autorizzazione di cui all’art. 53, comma 6, del d.lgs. n. 165/2001, presentano una situazione di conflitto di interesse.

9. In generale, tutti gli incarichi che presentano un conflitto di interesse per la natura o l’oggetto dell’incarico o che possono pregiudicare l’esercizio imparziale delle funzioni attribuite al dipendente. La valutazione operata dall’amministrazione circa la situazione di conflitto di interessi va svolta tenendo presente la qualifica, il ruolo professionale e/o la posizione professionale del dipendente, la sua posizione nell’ambito dell’amministrazione, la competenza della struttura di assegnazione e di quella gerarchicamente superiore, le funzioni attribuite o svolte in un tempo passato
ragionevolmente congruo. La valutazione deve riguardare anche il conflitto di interesse potenziale, intendendosi per tale quello astrattamente configurato dall’art. 7 del d.P.R. n. 62/2013.

c) PRECLUSI A TUTTI I DIPENDENTI, A PRESCINDERE DALLA CONSISTENZA DELL’ORARIO DI LAVORO.

1. Gli incarichi, ivi compresi quelli rientranti nelle ipotesi di deroga dall’autorizzazione di cui all’art. 53, comma 6, del d.lgs. n. 165/2001, che interferiscono con l’attività ordinaria svolta dal dipendente pubblico in relazione al tempo, alla durata, all’impegno richiestogli, tenendo presenti gli istituti del rapporto di impiego o di lavoro concretamente fruibili per lo svolgimento dell’attività; la valutazione va svolta considerando la qualifica, il ruolo professionale e/o la posizione professionale del dipendente, la posizione nell’ambito dell’amministrazione, le funzioni attribuite e l’orario di lavoro.

2. Gli incarichi che si svolgono durante l’orario di ufficio o che possono far presumere un impegno o una disponibilità in ragione dell’incarico assunto anche durante l’orario di servizio, salvo che il dipendente fruisca di permessi, ferie o altri istituti di astensione dal rapporto di lavoro o di impiego.

3. Gli incarichi che, aggiunti a quelli già conferiti o autorizzati, evidenziano il pericolo di compromissione dell’attività di servizio, anche in relazione ad un eventuale tetto massimo di incarichi conferibili o autorizzabili durante l’anno solare, se fissato dall’amministrazione.

4. Gli incarichi che si svolgono utilizzando mezzi, beni ed attrezzature di proprietà dell’amministrazione e di cui il dipendente dispone per ragioni di ufficio o che si svolgono nei locali dell’ufficio, salvo che l’utilizzo non sia espressamente autorizzato dalle norme o richiesto dalla natura dell’incarico conferito d’ufficio dall’amministrazione.

5. Gli incarichi a favore di dipendenti pubblici iscritti ad albi professionali e che esercitino attività professionale, salve le deroghe autorizzate dalla legge (art. 1, comma 56 bis della l. n. 662/1996).

6. Comunque, tutti gli incarichi per i quali, essendo necessaria l’autorizzazione, questa non è stata rilasciata, salva la ricorrenza delle deroghe previste dalla legge (art. 53, comma 6, lett. da a) a f-bis); comma 10; comma 12 secondo le indicazioni contenute nell’Allegato 1 del P.N.A. per gli incarichi a titolo gratuito, d.lgs. n. 165 del 2001). Nel caso di rapporto di lavoro in regime di tempo parziale con prestazione lavorativa uguale o inferiore al 50%, è precluso lo svolgimento di incarichi o attività che non siano stati oggetto di comunicazione al momento della trasformazione del rapporto o in un momento successivo.

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Ultimo aggiornamento Lunedì 21 Luglio 2014 17:59
 

vecchio codice deontologico

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vecchio codice deontologico forense

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Ultimo aggiornamento Lunedì 21 Luglio 2014 18:00
 

Corte di Strasburgo "incentiva" lo Stato al part time condiviso dei dipendenti pubblici

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La Corte di Strasburgo ha depositato il 14 maggio 2013 la sentenza sul ricorso n. 66529/11 (CASE OF N.K.M. v. HUNGARY) che apre la strada a quanti lamentano trattamenti deteriori introdotti dal legislatore dopo anni di fondate aspettative economiche.

La sentenza pare certamente utile per i dipendenti pubblici che siano stati incentivati a lasciare il lavoro o a ridurlo a un part time ridotto e poi hanno dovuto subire un inaspettato trattamento deteriore (fiscale o d'altro genere). Dunque, ne dovrebbero beneficiare, in primo luogo, i c.d. "avvocati part time" e cioè quei dipendenti pubblici che erano in full time fino a quando (tra il 1997 e l'entrata in vigore della l. 339/2003) in forza dell'art. 1, commi 56 e ss. della l. 662/96, trasformarono il loro rapporto di lavoro in un part time particolarmente ridotto ed ottennero l'iscrizione all'albo degli avvocati, poi però subendo la cancellazione dall'albo in forza della l. 339/03. Ma come non pensare anche ai c.d. "esodati"?

Nella fattispecie decisa da Strasburgo un funzionario ministeriale ungherese, dopo 30 anni di lavoro, aveva lasciato l'impiego in considerazione delle agevolazioni che il Governo aveva deciso per chi avesse lasciato il posto di lavoro prima dell’età della pensione. Però il Parlamento, a 10 settimane dalle dimissioni del funzionario, aveva modificato la normativa fiscale per cui s'era operata una trattenuta (a titolo tasse) addirittura del 98% dell’indennità di buonuscita alla quale il funzionario aveva diritto e che, se percepita interamente, gli avrebbe consentito di mantenersi e cercare un altro lavoro. Il funzionario ha fatto ricorso a Strasburgo ed ha avuto ragione, ottenendo la condanna dello Stato al pagamento di 11.000 euro per danni materiali e morali. La Corte di Strasburgo ha chiarito che nell’articolo 1 del Protocollo n. 1, che assicura la tutela del diritto di proprietà e al rispetto dei propri beni sono incluse le entrate fondate su una legittima aspettativa.

Non è stato considerato rilevante il fatto che il funzionario non avesse in realtà mai ricevuto l’indennità (per poi pagare le tasse) stante il prelievo "alla fonte" effettuato dal datore di lavoro. La Corte ha ritenuto che le entrate per buonuscita erano parte di una legittima aspettativa del funzionario e rientravano nel "diritto al godimento dei beni".

La Corte ha certo riconosciuto che gli Stati hanno un ampio margine di apprezzamento, soprattutto qualora sia in gioco una legittima aspettativa e non un bene già in possesso di un individuo, ma ha precisato che non possono ingerirsi nel diritto di proprietà con misure sproporzionate rispetto all’obiettivo conseguito. Nella fattispecie s'è riconosciuto che era stato del tutto annullato il diritto del ricorrente poichè questi era stato privato di un’entratta che legittimamente si aspettava in un periodo di particolare difficoltà per mancanza del precedente lavoro.

L’ingerenza sproporzionata nel legittimo godimento dei beni, malgrado la ricorrenza di un interesse pubblico per le esigenze del bilancio statale e per giustizia sociale, è stata ritenuta in evidente contrasto non solo con la CEDU ma anche  con l'art. 34 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

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Ultimo aggiornamento Lunedì 21 Luglio 2014 18:02
 

Corte di giustizia su proporzionalità di ostacoli legislativi al part time

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La Corte di giustizia delle comunità europee  con sentenza del 24 aprile 2008 nelle cause riunite C-55/07 e C-56/07 ha vagliato in concreto il rispetto del principio di proporzionalità da parte di una disposizione di legge italiana che costituiva ostacolo non giustificato alla diffusione del part time, posta a fine della direttiva 97/81/Ce, articolo 5. Era stato il Tribunale di Bolzano a proporre questione pregiudiziale. Tale decisione pare molto utile a sostenere la "causa" degli avvocati-part-time.

LEGGI DI SEGUITO LA SENTENZA TRATTA DAL SITO www.europa.eu.int ...

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Ultimo aggiornamento Lunedì 21 Luglio 2014 18:05 Leggi tutto...
 

CNF a composizione variabile "fino a quando non si sia provveduto a riformare l'ordinamento forense"

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Che il CNF, come giudice speciale, possa decidere "a composizione variabile" fino a quando non si fosse provveduto a riformare l'ordinamento forense lo ha stabilito l'art. 18 del D. L.vo Lgt. n. 382/1944: nei riguardi della professione di avvocato le disposizioni di quella fonte legislativa (e perciò anche gli artt. 16 e 22) si applicano "fino a quando non si sia provveduto alla riforma dell'ordinamento forense". DUNQUE, ORA CHE LA RIFORMA FORENSE E' STATA FATTA (L. 247/2012) LE COSE SON CAMBIATE.

Ma andiamo per gradi, partendo da due interessanti massime in tema di composizione variabile del CNF giudice, riportate dalla newsletter di deontologia del CNF del 27/11/2012:

"Procedimento disciplinare: le norme sulla composizione variabile del CNF
Il precetto sulla composizione variabile dei Collegi o dei Consigli centrali degli Ordini professionali in generale (e del Consiglio nazionale forense, in particolare), di cui agli artt. 16 e 22 del D.lgt. 23 novembre 1944, n. 382, non è inscindibilmente ed ontologicamente collegato allo “stato di guerra” e alle connesse difficoltà dei collegamenti esistenti alla data di entrata in vigore del detto D.Lgs.Lgt.; al contrario, esso rinviene la propria ragion d’essere, per un verso, nel rilevante numero dei chiamati a comporre i Collegi dei quali si tratta, e per altro verso, nella necessità di contemperare la funzionalità dei Collegi con le prioritarie esigenze professionali dei loro componenti. Con riguardo al Consiglio nazionale forense, la scissione tra persistenza in vigore degli artt. 16 e 22 del citato D.Lgs.Lgt. e cessazione dello stato di guerra è comprovata dall’art. 18 dello stesso testo normativo, che prevede l’applicabilità delle disposizioni di quella fonte legislativa fino a quando non si sia provveduto alla riforma dell’ordinamento forense.
Cassazione Civile, sentenza del 26 maggio 2004, n. 10137, sez. U- Pres. Corona R- Rel. Lupo E- P.M. Pivetti M (Conf.)
"

"Le norme sulla composizione variabile del CNF
La disciplina normativa sulla composizione variabile del Consiglio nazionale forense (artt. 16, 18 e 22 del D.Lgs.Lgt. 23 novembre 1944, n. 382), applicabile anche quando il detto Consiglio esercita funzioni giurisdizionali, non contrasta con il principio di precostituzionale del giudice naturale (art. 25 Cost.), nè incide in alcun modo sulla indipendenza ed imparzialità dell’organo (art. 111 Cost. e art. 6 Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali).
Cassazione Civile, sentenza del 26 maggio 2004, n. 10137, sez. U- Pres. Corona R- Rel. Lupo E- P.M. Pivetti M (Conf.)
"

Cosi dispongono gli artt. 16, 18 e 22 del D.Lgs.Lgt. 23-11-1944 n. 382, "Norme sui Consigli degli ordini e collegi e sulle Commissioni centrali professionali":

art. 16: "Per la validità delle sedute del Consiglio o della Commissione centrale occorre la presenza della maggioranza dei componenti. In caso di assenza del presidente del Consiglio, del presidente e del vice-presidente della Commissione centrale, ne esercita le funzioni il consigliere più anziano per iscrizione nell'albo". Quindi nel Capo IV "Disposizioni speciali per le professioni di avvocato e di procuratore";

art. 18, "Fino a quando non si sarà provveduto alla riforma dell'ordinamento forense, le disposizioni di questo decreto si applicano anche alle professioni di avvocato e di procuratore";

art. 22, "Il Consiglio nazionale forense elegge nel proprio seno un presidente, due vice-presidenti ed un segretario. Per la validità delle sedute occorre la presenza di almeno un quarto dei componenti, compreso il presidente o uno dei due vice-presidenti".

Ebbene, con la aprovazione della riforma forense non è più vigente la norma (art. 22 del D. L.vo Lgt. n. 382/1944) che consente il funzionamento del CNF giudice con la presenza di un quarto dei componenti. Il CNF deve ora operare quale giudice sempre con la totalità dei suoi membri. Evidente l'irragionevolezza (incostituzionalità) d'una tale disciplina che impedirsce in concreto al giudice di funzionare, stante l'elevato numero dei membri del CNF (vedasi al riguardo Cass 10137/2004).

L'art. 22 del D. L.vo Lgt. n. 382/1944 dispone: "Il Consiglio nazionale forense elegge nel proprio seno un presidente, due vice-presidenti ed un segretario. Per la validità delle sedute occorre la presenza di almeno un quarto dei componenti, compreso il presidente o uno dei due vice-presidenti". Ma l'art. 18 del medesimo D. L.vo Lgt. n. 382/1944, nei riguardi della professione di avvocato prevede che le disposizioni di quella fonte legislativa (e perciò anche l'art. 22) si applicano "fino a quando non si sia provveduto alla riforma dell'ordinamento forense".  Nè a tale "scadenza d'operatività" dell'art. 22 pone rimedio l'art. 37 della legge di riforma forense, che, al comma 1, prevede "Il CNF pronuncia sui ricorsi indicati nell'art. 36 secondo le previsioni di cui agli articoli da 59 a 65 del regio decreto 22 gennaio 1934, n. 37, applicando, se necessario, le norme e i principi del codice di procedura civile" e, al comma 5, prevede che "Il CNF può svolgere la propria attività non giurisdizionale istituendo commissioni di lavoro, anche eventualmente con la partecipazione di membri esterni al Consiglio". Solo per l'attività non giurisdizionale, però! Per quella giurisdizionale deve operare il "plenum" del CNF.

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E LEGGI DI SEGUITO LA SENTENZA DELLA CASSAZIONE A SS.UU. n. 10137/2004 ...

Ultimo aggiornamento Lunedì 21 Luglio 2014 18:06 Leggi tutto...
 

COA e art. 23 l. 247/12: verifica d'indipendenza senza presunzioni odiose

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L'art. 23 della l. 247/12  recita:

"Avvocati degli enti pubblici. 
1. Fatti salvi i diritti acquisiti alla data di entrata  in  vigore della presente legge, gli avvocati degli uffici legali specificamente istituiti presso gli enti pubblici, anche se trasformati  in  persone giuridiche di diritto  privato,  sino  a  quando  siano  partecipati prevalentemente da enti pubblici, ai quali venga assicurata la  piena indipendenza ed autonomia nella trattazione esclusiva e stabile degli affari legali dell'ente ed un  trattamento  economico  adeguato alla funzione professionale svolta, sono iscritti in  un  elenco  speciale annesso  all'albo.  L'iscrizione  nell'elenco  e'  obbligatoria   per compiere le prestazioni indicate nell'articolo 2.  Nel  contratto  di lavoro  e'  garantita  l'autonomia  e  l'indipendenza   di   giudizio intellettuale e tecnica dell'avvocato.
2. Per  l'iscrizione  nell'elenco  gli  interessati  presentano  la deliberazione dell'ente dalla quale risulti la  stabile  costituzione di un ufficio legale con  specifica  attribuzione  della  trattazione degli affari legali dell'ente stesso e l'appartenenza a tale  ufficio del professionista incaricato in forma esclusiva di tali funzioni; la responsabilita' dell'ufficio e'  affidata  ad  un  avvocato  iscritto nell'elenco speciale che esercita i suoi poteri in conformita' con  i principi della legge professionale.
3. Gli avvocati iscritti  nell'elenco  sono  sottoposti  al  potere disciplinare del consiglio dell'ordine
."

I COA devono verificare i vari presupposti, elencati nell'art. 23, dell'iscrizione all'albo speciale dell'abilitato che ne faccia richiesta. Trattasi di una verifica in concreto che esclude presunzioni odiose di incompatibilità per carenza di autonomia e indipendenza.

Analoga operazione, svincolata da ogni presunzione odiosa di incompatibilità che si colleghi con la mera sussistenza d'un rapporto di impiego, devono ormai compiere i COA a seguito dell'istanza di iscrizione all'albo ordinario che sia presentata da un impiegato pubblico o privato. Lo impone il nuovo testo dell'art. 18, lettera d, della l. 247/2012 (c.d. legge di riforma forense) che ha sostituito alla previgente "incompatibilità da impiego" (che era presunzione odiosa di incompatiblità) una "incompatibilità da attività".

Nè quella che si suggerisce pare operazione ermeneutica azzardata. Basti ricordare l'apertura delle SS.UU. agli avvocati che siano anche insegnanti elementari oppure, risalendo addietro negli anni, l'interpretazione dell'art. 3 del r.d.l. 1578/1933 avallata con sentenza delle SS.UU. 9096/2005 (la quale, peraltro, confermava l'orientamento già espresso dal CNF con pronuncia n. 61/2004) che, discorrendo dell'iscrizione nell'elenco speciale di un avvocato dipendente di una società per azioni, statuì che la qualificazione di un ente come società di capitali non è sufficiente ad escludere la natura di istituzione pubblica dell'ente stesso, dovendosi procedere, volta per volta, alla valutazione concreta in fatto.

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Ultimo aggiornamento Lunedì 21 Luglio 2014 18:06
 

Corte EDU: interpretazione formalistica del diritto interno può violare artt. 8 e 14 CEDU

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Importante la  sentenza del 14.11.2013, Topčić-Rosenberg c. Croazia (n. 19391/11), sull’interpretazione eccessivamente formalistica del diritto interno in merito al congedo di maternità pagato ad una madre adottiva.

LEGGI DI SEGUITO UNO STRALCIO DELLA SENTENZA ...

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Ultimo aggiornamento Sabato 07 Giugno 2014 10:15 Leggi tutto...
 

Avvocati part time: la Corte costituzionale, con ordinanza 3/2014, conferma l'OK alla l. 339/03 ma..

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La Corte costituzionale, con ordinanza n. 3/2014, depositata il 13 gennaio 2014, ha confermato la costituzionalità della l. 339/03. In particolare ha dichiarato "la infondatezza delle questioni di legittimità costituzionale degli articoli 1 e 2 della legge 25 novembre 2003, n. 339 (Norme in materia di incompatibilità dell’esercizio della professione di avvocato), sollevate, in riferimento agli artt. 3, 4, 35 e 41 della Costituzione, nonché al principio di ragionevolezza, dal Tribunale ordinario di Nocera Inferiore, con l’ordinanza indicata in epigrafe."

L'argomentazione della Corte costituzionale non confuta affatto le ragioni di quegli "avvocati part time" che, avendo visto respinti dalle SS.UU. Civili della Cassazione i loro ricorsi avverso la cancellazione dagli albi forensi ex l. 339/03, si sono rivolti alla Corte europea dei diritti dell'uomo lamentando la violazione degli articoli 6, 7, 8, 13, 14 della CEDU, nonchè dell'art. 1 del Protocollo aggiuntivo n. 1.

Basti considerare come la l. 247/2012 abbia salvato i "diritti quesiti" a rimanere iscritti agli albi forensi per altre categorie di soggetti che al pari degli impiegati pubblici a part time ridotto non posseggono gli innovativi requisiti di iscrizione stabiliti dalla medesima l. 247/2012. Il privilegio della salvaguardia dei "diritti quesiti" a permanere iscritti agli albi secondo le vecchie regole è stato concesso ad esempio agli insegnanti elementari e ai docenti e ricercatori universitari a tempo pieno (art. 65, comma 3, in relazione all'art. 19 l. 247/12), nonchè agli avvocati degli enti pubblici (art. 23 l. 247/12) già iscritti negli albi speciali. Solo costoro e non anche gli impiegati pubblici a part time devono "scampare" all'applicazione del "principio che raccomanda di evitare diversità di trattamento diffuse e indeterminate nel tempo, «non potendosi lasciare nell’ordinamento sine die una duplicità di discipline diverse e parallele per le stesse situazioni» (sentenza n. 378 del 1994)" ?

Non si vede come la Corte costituzionale abbia potuto ritenere che oggi, dopo l'entrata in vigore della l. 247/12, l'ordinamento italiano confermi ancora la "scelta normativa di carattere inderogabilmente ostativo sottesa alla legge n. 339 del 2003. Scelta inevitabilmente destinata a produrre effetti, proprio per la sua portata generale, anche sulle posizioni dei dipendenti pubblici part-time legittimamente trovatisi ad esercitare in concomitanza la professione di avvocati". Non si vede come la Corte costituzionale, investita -con ordinanza di rimessione del 24 marzo 2011 e dunque anteriore all'entrata in vigore della l. 247/12- di una verifica di costituzionalità della l. 339/03 in relazione all'art.  3 (oltre che in relazione agli artt. 4, 35 e 41) della Costituzione, nonché al principio di ragionevolezza, abbia potuto evitare di considerare che la "riforma forense" di cui alla l. 247/12 ha, per talune categorie e con esito discriminatorio nei confronti degli impiegati pubblici a part time ridotto, voluto proprio quel "risultato, giudicato certamente irragionevole, «di conservare “ad esaurimento” una riserva di [soggetti, non lavoratori pubblici part-time], contemporaneamente avvocati, all’interno di un sistema radicalmente contrario alla coesistenza delle due figure lavorative nella stessa persona»". Evitando di trarre dalle scelte operate con l. 247/12 le dovute conseguenze in termini di ragionevolezza del sacrificio retroattivo imposto ai soli impiegati pubblici a part time ridotto, la Corte costituzionale ha disatteso quelle chiare esigenze di omogeneità di trattamento esaltate dalla sentenza della Corte n. 166 del 2012 (alla quale improvvidamente pure si richiama). Proprio perchè, come si legge nell'ordinanza 3/2014, "occorre "prevenire distorsioni come quella sopra paventata" e proprio perchè va "ribadito il principio che raccomanda di evitare diversità di trattamento diffuse e indeterminate nel tempo, «non potendosi lasciare nell’ordinamento sine die una duplicità di discipline diverse e parallele per le stesse situazioni» (sentenza n. 378 del 1994)", la Corte avrebbe dovuto almeno rinviare al giudice a quo per una nuova valutazione del dubbio di costituzionalità alla luce delle novità profonde introdotte dalla l. 247/12 nel senso d'un minor rigore per le incompatibilità di soggetti "affidati" per previgente normativa.

Semplicemente non è vera, infatti, (per quanto sopra detto con riguardo all'art. 65, comma 3, in relazione all'art. 19, e con riguardo all'art. 23 della l. 247/12) l'affermazione della Corte costituzionale per cui dopo la pronuncia di non fondatezza di cui alla sentenza 166/2012 "il quadro normativo di riferimento è rimasto sostanzialmente immutato". CONCLUSIONE: LA LUNGA VICENDA COSTITUZIONALE DELLA L. 339/03 NON E' ANCORA TERMINATA E LA CORTE DELLE LEGGI POTRA' ESSERE ANCORA CHIAMATA A GIUDICARLA, FORSE COL DECISIVO PUNGOLO D'UNA SENTENZA DI STRASBURGO.

E NON SOLO DELLE INGIUSTIFICABILI DISCRIMINAZIONI SOPRA INDIVIDUATE, BENSI' DI NUMEROSE ALTRE VIOLAZIONI DELLA CEDU DOVRA' BEN PRESTO OCCUPARSI LA CORTE DI STRASBURGO, IN TEMA DI "PULIZIA ETNICA" DEGLI ALBI FORENSI REALIZZATA ATTRAVERSO LA LEGGE 339/03 AI DANNI DEGLI IMPIEGATI PUBBLICI A PART TIME RIDOTTO !!! CILIEGINA SULLA TORTA, IN TEMA DI DISCRIMINAZIONE DEGLI IMPIEGATI PUBBLICI A PART TIME, SARA' LA CENSURA DI VIOLAZIONE DELLA CEDU PERPETRATA DALL'ART. 18, LETTERA C, DELLA L. 247/12, NEL CONSENTIRE ASSURDAMENTE DI POTER ESERCITARE LA PROFESSIONE D'AVVOCATO A SOGGETTI BEN PIU' "PERICOLOSI" DEGLI IMPIEGATI PUBBLICI A PART TIME RIDOTTO E CIOE' AGLI AMMINISTRATORI DI ENTI E CONSORZI PUBBLICI O DI SOCIETA' A CAPITALE INTERAMENTE PUBBBICO !

Queste le "considerazioni nel merito" dell'ordinanza:

"... che, nel merito, questa Corte, con la sentenza n. 166 del 2012, ha già dichiarato non fondate questioni sostanzialmente sovrapponibili a quelle sollevate con l’ordinanza in esame e, segnatamente, appunto quelle, proposte dalla Corte di cassazione - sezioni unite, alle quali l’odierno rimettente ha fatto largamente rinvio;

che, in tale occasione, è stata, innanzitutto, esclusa, nel solco della sentenza n. 390 del 2006 di questa stessa Corte, la denunciata violazione degli artt. 4 e 35 Cost., da un lato, dell’art. 41 Cost., dall’altro. Dei primi due, in quanto essi, nel garantire il diritto al lavoro, ne affidano l’attuazione, quanto ai tempi e ai modi, alla discrezionalità del legislatore, nella specie esercitata in modo non irragionevole. Dell’ultimo, perché non viene qui in rilievo un’attività economica, ma una modalità di espletamento del servizio presso enti pubblici ai fini del soddisfacimento dell’interesse generale all’esecuzione della prestazione di lavoro pubblico in termini rispettosi dell’imparzialità e del buon andamento dell’amministrazione, nonché ad un corretto esercizio della professione forense;

che, inoltre, sul punto nodale del dubbio di legittimità ora riproposto dal giudice a quo, si è evidenziato che «la normativa transitoria dettata dall’art. 2 della legge in oggetto […] soddisfa pienamente i requisiti di non irragionevolezza della scelta normativa di carattere inderogabilmente ostativo sottesa alla legge n. 339 del 2003. Scelta inevitabilmente destinata a produrre effetti, proprio per la sua portata generale, anche sulle posizioni dei dipendenti pubblici part-time legittimamente trovatisi ad esercitare in concomitanza la professione di avvocati. Essi, infatti, anziché cadere immediatamente sotto il divieto, hanno potuto beneficiare di un termine di trentasei mesi per esprimere la decisione dell’attività cui dedicarsi in futuro in via esclusiva (con diritto al tempo pieno in caso di opzione per il mantenimento del rapporto d’impiego pubblico) e, nell’ipotesi di una prima manifestazione optativa per la professione forense, di un ulteriore quinquennio per l’esercizio dello ius poenitendi, tale da garantire loro il diritto alla riammissione in servizio a tempo pieno (entro tre mesi dalla richiesta) con il solo limite della sospensione, nelle more, dell’anzianità»;

che, dunque, questa Corte ha ritenuto che vi è stato tutto il tempo perché i dipendenti pubblici part-time già autorizzati (come il ricorrente nel giudizio a quo) all’esercizio della professione forense potessero valutare, di fronte ad una interdizione oramai generalizzata allo svolgimento contemporaneo delle due attività, presupposti e situazioni, personali e familiari, per orientare la propria scelta nella direzione del mantenimento del rapporto di lavoro pubblico piuttosto che in quella dell’esercizio esclusivo della professione legale, con la disponibilità di uno spatium deliberandi supplementare a beneficio dell’opzione per la più solida posizione lavorativa alle dipendenze della pubblica amministrazione, in caso di preferenza inizialmente manifestata per la più aleatoria attività libero-professionale;

che, conseguentemente, nelle conclusioni della citata pronuncia si è sancito che «il descritto regime di tutela, lungi dal tradursi in un regolamento irrazionale lesivo dell’affidamento maturato dai titolari di situazioni sostanziali legittimamente sorte sotto l’impero della normativa previgente, è da ritenere assolutamente adeguato a contemperare la doverosa applicazione del divieto generalizzato reintrodotto dal legislatore per l’avvenire (con effetto, altresì, sui rapporti di durata in corso) con le esigenze organizzative di lavoro e di vita dei dipendenti pubblici a tempo parziale, già ammessi dalla legge dell’epoca all’esercizio della professione legale», anche perché, diversamente opinando, si sarebbe avuto il risultato, giudicato certamente irragionevole, «di conservare “ad esaurimento” una riserva di lavoratori pubblici part-time, contemporaneamente avvocati, all’interno di un sistema radicalmente contrario alla coesistenza delle due figure lavorative nella stessa persona» (sent. n. 166 del 2012, cit.);

che a tal proposito, onde prevenire distorsioni come quella sopra paventata, si è ribadito il principio che raccomanda di evitare diversità di trattamento diffuse e indeterminate nel tempo, «non potendosi lasciare nell’ordinamento sine die una duplicità di discipline diverse e parallele per le stesse situazioni» (sentenza n. 378 del 1994);

che, dopo la citata pronuncia di non fondatezza, il quadro normativo di riferimento è rimasto sostanzialmente immutato, perché l’incompatibilità dell’esercizio della professione forense con l’impiego pubblico part-time non solo non è stata minimamente scalfita dalla normativa sopravvenuta di cui al decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138 (Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo), convertito in legge, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 14 settembre 2011, n. 148 (v., in particolare, artt. 5 e 5 bis) e al correlativo decreto del Presidente della Repubblica 7 agosto 2012, n. 137 (Regolamento recante riforma degli ordinamenti professionali, a norma dell’articolo 3, comma 5, del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 settembre 2011, n. 148), ma è stata, anzi, rafforzata – con l’espressa inconciliabilità «con qualsiasi attività di lavoro subordinato anche se con orario di lavoro limitato» – dall’art. 18, lettera d), della legge 31 dicembre 2012, n. 247 (Nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense), come riconosciuto dalla giurisprudenza di legittimità (v. Corte di cassazione - sezioni unite, n. 11833 del 16 maggio 2013);

che il giudice a quo non ha sollevato nuovi profili di censura, né prospettato ragioni o argomenti diversi e ulteriori rispetto a quelli già sottoposti all’esame di questa Corte e da essa valutati nella richiamata precedente pronuncia di non fondatezza (sent. n. 166 del 2012, cit.);

che, pertanto, le argomentazioni poste a base della testé citata pronunzia debbono essere integralmente confermate, sicché le questioni di legittimità costituzionale sollevate dal Tribunale ordinario di Nocera Inferiore vanno dichiarate, a questo punto, manifestamente infondate (ex plurimis: ordinanze n. 32 del 2013, n. 301 del 2011, nn. 261 e 153 del 2010, n. 356 del 2003 e n. 170 del 2002), non contrastando la normativa impugnata con alcuno dei parametri costituzionali evocati.
"

LEGGI DI SEGUITO L'INTERA ORDINANZA N. 3/2014 DELLA CORTE COSTITUZIONALE ...


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Ultimo aggiornamento Sabato 07 Giugno 2014 10:10 Leggi tutto...
 

Incentivare il part time dei dipendenti pubblici !!!

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Incentivazione del part time e apertura delle professioni sono operazioni collegate che "si reggono" a vicenda. Sono pure tra le prime cose che l'Italia si impegnò a realizzare, secondo lo scadenziario di cui alla lettera di intenti che il Governo Berlusconi ha indirizzato alla Unione Europea il 26 ottobre 2011.

I risparmi che deriverebbero dall'accesso adeguatamente incentivato al part time (soprattutto per quei lavoratori dipendenti pubblici e privati che vogliano fare, come secondo lavoro, la professione alla quale sono abilitati) sarebbero più che sufficienti per ridurre significativamente le dimensioni dell' "attacco alle  pensioni", ormai in atto.

 Ormai, a mio avviso, è il momento di rinnegare le scelte che hanno di recente ostacolato l'accesso al part time dei dipendenti pubblici (impiegati e pure dirigenti): occorre tornare ad incentivare le trasformazioni di rapporti di lavoro full time in rapporti part time. I risparmi che deriverebbero dall'accesso adeguatamente incentivato (soprattutto per l'impiegato pubblico che voglia fare un secondo lavoro e soprattutto se questo è un lavoro professionale all'esercizio del quale il dipendente è abilitato) al part time sarebbero rilevanti.

Nell'impiego pubblico è il momento di risparmiare senza penalizzare a casaccio. E' il momento di reintrodurre "in dosi da cavallo" l'unico strumento capace di ridurre la spesa per stipendi: la seria incentivazione del part time.  E' il momento di azzerare il doppio lavoro senza autorizzazione che (come si leggeva in un articolo  apparso su ilsole24ore del 29/10/2011 dal titolo "Doppio lavoro da 8 milioni") aveva già assunto, allora, dimensioni intollerbili, tanto da produrre un "recupero" da parte dell'Ispettorato della Funzione Pubblica e della Guardia di Finanza di più di 8 milioni di euro, nel solo 2010, nei confronti di impiegati disonesti (e multe per i loro committenti per 23,9 milioni di euro). 

A partire dall'entrata in vigore del D.L. 112/2008 il part time, da diritto pieno che era, è diventato una chimera per molti impiegati pubblici (soprattutto donne). Per un verso la riconquistata discrezionalità delle amministrazioni pubbliche nel concedere le trasformazioni da tempo pieno a tempo parziale ha significato, in concreto, azzeramento, o quasi, delle trasformazioni dei full time in part time. Per altro verso, addirittura, l'art. 16 del c.d. "collegato lavoro" del 2010 è stato inteso (male) come un permesso dato alla pubblica amministrazione di ritrasformare in contratti a tempo pieno tanti contratti a part time rilasciati prima dell'entrata in vigore del detto d.l. 112/08 (25/6/2008), con palese violazione di diritti quesiti.

Per i dipendenti privati il ragionamento deve essere analogo: anche per essi il part time andrà incentivato.

DOVREBBE RISULTARE EVIDENTE A TUTTI CHE IL PART TIME E' LA PIU' RAGIONEVOLE MODALITA' DI FLESSIBILITA' DEL LAVORO E DI RISPARMIO  PER IL DATORE DI LAVORO, PUBBLICO O PRIVATO CHE SIA. IL PART TIME ASSOCIA GROSSE RIDUZIONI DELLA SPESA PER STIPENDI CON LA MIGLIOR CURA DEGLI INTERESSI FAMILIARI DEI LAVORATORI, GIA' TANTO DURAMENTE COLPITI (oltre che con la legge 183/2010 e col d.l. 112/2008) DALLA CONTRAZIONE DELLE SPESE PER L'ASSISTENZA SANITARIA E AGLI ANZIANI. INFINE E' L'EUROPA A CHIEDERCI DI INCENTIVARE IL PART TIME. DA ANNI (Basti ricordare quanto si leggeva nella lettera inviata dal Governo italiano all'Unione Europea il 26 ottobre 2011, nei due capitoli dedicati all' <<efficientamento del mercato del lavoro>> e all' <<apertura dei mercati in chiave concorrenziale>>).PERCHE', DUNQUE, NON CONSENTIRLO E INCENTIVARLO AL MASSIMO, IN PRIMIS, (IN LINEA CON IL FAVOR ALLA FAMIGLIA TANTO DECLAMATO FIN DALLA L. 53/2000) A TUTTI I DIPENDENTI PUBBLICI E PRIVATI CHE HANNO UNA ABILITAZIONE ALL'ESERCIZIO DI UNA PROFESSIONE.  DA DOVE COMINCIARE? PER ELIMINARE IRRAGIONEVIOLI OSTACOLI AL PART TIME SI COMINCI AD ABROGARE LA L. 339/03 E LA LETTERA D DELL'ART. 18 DELLA L. 247/12 CHE DISCRIMINANO GLI ABILITATI ALL'ESERCIZIO DELLA PROFESSIONE DI AVVOCATO, NEGANDO LORO LA POSSIBILITA' DI FAR RISPARMIARE LO STATO METTENDOSI IN PART TIME PER ESERCITARE LA LIBERA PROFESSIONE.

 

Questa mi pare la prima manifestazione di concreta voglia d'agire per rispettare gli impegni presi con l'Unione Europea e non farsi ridere appresso: dimostrare coi fatti che si smontano le leggine coroporative che escludono dalle professioni (a partire da quella di avvocato) una seria concorrenza pur se per lasciare alle corporazioni professionali antistorici privilegi anticoncorrenziali si incide negativamente sulle casse dello Stato (impedendo l'accesso al part time come fa la l. 339/03).

Che le "esigenze di carattere generale" dell'Italia impongano (come già chiarì la Corte costituzionale con sentenze 171/99 e 189/01, e vedi anche Corte cost. 200/12 e 46/13) scelte di liberalizzazione dell'accesso alla professione forense, diametralmente opposte alla scelta di reintroduzione dell'incompatibilità per i cosiddetti "avvocati-part-time" operata con l. 339/03 e confermata dall'art. 18 lettera d, della l. 247/12, lo testimonia un importante atto della Commissione europea, del 29/5/2013. Si tratta della "Raccomandazione del Consiglio sul programma nazionale di riforma 2013 dell'Italia e che formula un parere del Consiglio sul programma di stabilità dell'Italia 2012-2017" (DOC 18  http://ec.europa.eu/europe2020/pdf/nd/csr2013_italy_it.pdf ).
Il 29/5/2013 la Commissione europea, nel chiudere la procedura per eccessivo deficit dell'Italia, ha rivolto all'Italia una serie di "raccomandazioni" (SWD 2013 362 final) tra le quali una in particolare riguarda l'accesso alla professione forense. Al punto 6 delle raccomandazioni si legge: "... eliminare le restrizioni che sussistono nei servizi professionali e promuovere l’accesso al mercato". Tale raccomandazione va letta assieme alla considerazione n. 17 del medesimo documento per cui: "... occorre spingere oltre la riforma delle professioni regolamentate per superare le restrizioni sussistenti, così come è necessario salvaguardare i principi fondamentali della riforma difendendoli da eventuali battute d'arresto, risultanti in particolare dalla riforma delle professioni legali".

Occorre reintrodurre nell'impiego pubblico (per "ridurre i costi degli apparati istituzionali") il part time come diritto pieno. Prima di por mano a dolorosi tagli d'imperio a pensioni o stipendi e prima ancora di una pur necessaria azione di ingegneria istituzionale, perchè non garantire alle finanze pubbliche tutti i possibili risparmi che deriverebbero dal riconoscere ai dipendenti pubblici la possibilità (diritto pieno) di ridurre per loro autonoma scelta il loro stipendio? Non è anche così che si dimostra di trattare gli italiani come cittadini liberi e non come sudditi?

C'è da rimanere sbalorditi per la schizofrenia del legislatore che mentre non riconosce al dipendente pubblico il diritto ad andare in part time, poi impone alle amministrazioni dello Stato di apportare tagli all'organico dei dipendenti. Se c'è la volontà di ridurre il numero dei dipendenti pubblici NON SI PUO' TRALASCIARE DI ESALTARE LE POSSIBILITA' DI UN INCONTRO LIBERO DI VOLONTA' TRA IL SINGOLO IMPIEGATO PUBBLICO E IL LEGISLATORE. NON SI PUO' NON REINTRODURRE IL DIRITTO PIENO AL PART TIME DEI DIPENDENTI PUBBLICI.

Ma non basta: quanta crescita si potrebbe creare dall'incentivazione di tali trasformazioni di contratti full time in contratti part time?

E ancora: persino il Papa Benedetto XVI intervenne con parole chiare sulla necessità di ricostruire un armonico rapporto tra i tempi del lavoro e i tempi della famiglia. Disse, ricevendo in udienza i partecipanti a un convegno internazionale promosso dalla Fondazione Centesimus annus: "Occorre una nuova sintesi armonica tra famiglia e lavoro"; e rimarcò: "Nella difficile situazione che stiamo vivendo la crisi del lavoro e dell'economia si accompagna a una crisi della famiglia: i conflitti di coppia, quelli tra i tempi della famiglia e per il lavoro creano una complessa situazione di disagio che influenza il vivere sociale"... "Anche l'economia con le sue leggi deve sempre considerare l'interesse e la salvaguardia della famiglia .. non tiocca certo alla Chiesa risolvere la crisi in atto ma è compito dei cristiani "denunciare i mali".

In sintesi: CITTADINI E NON SUDDITI !

E COMINCIARE SUBITO AD INCENTIVARE IL PART TIME ABROGANDO LA LEGGE 339/03 E LA LETTERA D DELL'ART. 18 DELLA L. 247/12 (CHE PREVEDONO UNA ASSURDA INCOMPATIBILITA' PER IL DIPENDENTE PUBBLICO A PART TIME). 

Ultimo aggiornamento Venerdì 06 Giugno 2014 11:10
 

La prevenzione di conflitti di interessi deve rispettare il principio di proporzionalità-adeguatezza

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Esecuzione di massa di presunte streghe da parte di un gruppo di taglialegna (incisione del 1508)

Riporto di seguito un passo dalla relazione del Presidente, Prof. Guido Alpa, sull'attività svolta nell'anno 2009 dal Consiglio Nazionale Forense. A ragione vi si reclama che la prevenzione del conflitto d'interessi sia riconosciuto come uno dei principi basilari della professione forense.
Ritengo però debba aggiungersi che in tema di prevenzione del conflitto d'interessi  occorre verificare, secondo il c.d. "criterio di proporzionalità-adeguatezza della regolazione" (richiamato sempre più spesso in giurisprudenza) :
1) se le vigenti presunzioni di incompatibilità all'"esercizio della professione forense (che è sempre e comunque, per logica elementare che voglia riconoscere la necessità umana, un esercizio a part-time dell'avvocatura) siano tutte idonee a garantire il conseguimento dello scopo perseguito di tutela dei consumatori (o, se si preferisce, dei clienti dell'avvocato) e la buona amministrazione della giustizia;
2) se alcuna delle vigenti presunzioni di incompatibilità all'esercizio della professione di avvocato vada oltre quanto necessario per il raggiungimento dello scopo, rivelandosi sproporzionata rispetto ad esso;
3) se ricorrano o meno ragioni imperative di interesse pubblico in grado di giustificare la restrizione della libera prestazione del servizio professionale di avvocato che dette presunzioni realizzano;
4) se le norme professionali relative all'esercizio della professione di avvocato e in particolare quelle di organizzazione, di qualificazione, di deontologia, di controllo e di responsabilità siano (o debbano essere strutturate in modo da essere) di per se sufficienti per raggiungere gli obiettivi che il vigente sistema di compatibilità-incompatibilità persegue attraverso presunzioni odiose di conflitti di interessi.
Le leggi devono rispondere ai requisiti di cui ai quattro punti sopra evidenziati, altrimenti sono incostituzionali per violazione dell'art. 117 della Costituzione che ormai recepisce il principio di concorrenza, nonchè per irragionevole compressioni di diritti fondamentali di libertà (parametri l'art. 3, 41, 35 Cost.).
Altrimenti per raggiungere un fine apprezzabile (anche se talvolta sbandierato dai titolari di interessi a mantenere la chiusura del mercato dei servizi professionali di avvocato) si realizza una inammissibile caccia alle streghe...

Ultimo aggiornamento Venerdì 06 Giugno 2014 10:21 Leggi tutto...
 

Una nuova legge non può modificare la disciplina del fatto generatore di status

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(l'immagine è una interpretazione artistica di un wormhole come dovrebbe essere visto da un osservatore che stia attraversando l'orizzonte degli eventi di uno Schwarzschild wormhole.
Un ponte di Einstein-Rosen potrebbe potenzialmente permettere il viaggio nel tempo. Questo potrebbe essere conseguito accelerando un'estremità del wormhole relativamente all'altra, e riportandola successivamente indietro; la dilatazione temporale relativistica risulterebbe in un minor tempo passato per la bocca del wormhole che è stata accelerata, in confronto a quella rimasta ferma, il che significa che tutto ciò che è passato dalla bocca stazionaria, uscirebbe da quella accelerata in un tempo precedente a quello del suo ingresso. Il percorso attraverso un tale wormhole viene detto curva spaziotemporale chiusa di tipo tempo, e un wormhole con questa caratteristica viene talvolta detto timehole o buco temporale.)

(da www.servizi-legali.it ) A proposito di macchina del tempo:
scriveva Cass. civ., sez. lavoro, n. 1350 del 3/3/1979 (Braga c. soc. La Nationale, in Giust. civ. Mass., 1979, fasc. 3, <conforme Cass. civ. 7/3/1979 Braga c. La Nationale>) : "Il principio della irretroattività della legge preclude l'applicazione della legge nuova ai rapporti giuridici esauriti prima della sua entrata in vigore, ma anche a quelli sorti anteriormente ed ancora in vita, se in tal modo si disconoscono gli effetti già verificatisi nel passato e si venga a togliere efficacia, in tutto o in parte alle conseguenze attuali o future di essi. Lo stesso principio comporta, invece, che la nuova legge sia applicata ai fatti, agli "status" e alle situazioni esistenti o sopravvenute, ancorchè conseguenti ad un fatto passato, quando essi, ai fini della disciplina disposta dalla nuova legge, debbono essere presi in considerazione in se stessi, prescindendo dal collegamento con il fatto che li ha generati, in modo che resti escluso che, attraverso tale applicazione, sia modificata la disciplina giuridica del fatto generatore".

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Ultimo aggiornamento Venerdì 06 Giugno 2014 10:20
 

C.d.S. 31/5/07 n. 2814: terzietà del C.N.F. e concorrenza tra ordinamenti

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Il Consiglio di Stato, con ordinanza 2814 del 31 maggio 2007, nel motivare il rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia della questione relativa ai minimi della tariffa forense, ha formulato argomenti utili a sostenere la mancanza di terzietà del C.N.F. quale giudice speciale. Come può essere ed apparire giudice terzo -si potrà sostenere richiamando il Consiglio di Stato- un soggetto che non è tenuto in ogni sua attività, o anche in una sola delle attività attribuitegli dalla legge, a prendere in considerazione l'interesse generale, bensì quello particolare della categoria professionale dalla quale sono designati i suoi componenti? Sotto altro aspetto il C.d.S. sottolinea la situazione di vantaggio che si viene a creare per ordinamenti comunitari in cui sia più facile accedere alla professione forense. In particolare ...

Ultimo aggiornamento Venerdì 06 Giugno 2014 09:44 Leggi tutto...
 

Funzionari pubblici: come li tratta la Francia e come l'Italia

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 In Francia è erogato un incentivo pari al massimo a 24 mensilità a quei dipendenti pubblici che vogliano lasciare volontariamente l'amministrazione per dar vita ad una impresa privata o per per realizzare un progetto personale. In Italia si consentì con l. 662/96 di mettersi in part time per fare una qualunque professione e poi con l. 339/03 si disse che gli avvocati dovevano scegliere tra professione e impiego in part time con correlate perdite economiche: altro che sovvenzioni. Viva la Francia!
Ultimo aggiornamento Venerdì 06 Giugno 2014 09:43
 

Onere di allegare in Cassazione la inosservanza delle disposizioni CEDU

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da http://antoniobortoluzzi.blogspot.it/

L'onere di allegazione in Cassazione in ordine alla inosservanza delle disposizioni CEDU - Istruzioni per l'uso

<Nel ricorso per cassazione per violazione di legge, la parte che deduce l’inosservanza in proprio danno delle disposizioni della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (nella specie, gli artt. 6 e 14), ha l’onere di indicare la regola desumibile dalla Convenzione o dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo in casi analoghi e di allegare in che modo il giudice di merito si sia discostato dai parametri della Convenzione, indicando gli elementi concreti di analogia tra il proprio caso e gli altri nei quali in sede europea siano stati applicati i parametri più adeguati e comunque più favorevoli che invoca.>
Così la Corte di Cassazione Sezione Lavoro con la sentenza n. 76 del 7 gennaio 2014.

questo il link temporaneo dove reperire il testo della sentenza
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Ultimo aggiornamento Giovedì 05 Giugno 2014 15:59
 

Avvocato autosospeso dall'esercizio della professione: parere del CNF del 22 gennaio 2014

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(dalla newsletter di deontologia forense del CNF del 2 aprile 2014)

 

Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Terni pone i seguenti quesiti: a) se la sospensione a richiesta dall’esercizio dell’attività professionale, di cui all’art. 20, comma 2, legge n. 247/2012, debba avere durata determinata, ovvero possa essere di durata indeterminata; b) come, nell’anzidetta seconda ipotesi, il COA debba comportarsi nei confronti dell’iscritto circa il controllo triennale dell’esercizio effettivo dell’attività professionale, contemplato dall’art. 21 legge n. 247/2012; c) se la sospensione a richiesta dell’iscritto dall’esercizio professionale debba essere comunicata ai medesimi organi ai quali sono comunicati i nominativi degli iscritti sanzionati con la sospensione disciplinare, ovvero sospesi in via cautelare (art. 46 RDL n. 1578/1933).

In ordine al primo quesito, la Commissione osserva che il summenzionato comma 2 dell’art. 20 non contempla alcun limite alla durata della sospensione volontaria. Conseguentemente, nulla osta a che essa sia di durata indeterminata e che alla stessa possa porre termine l’iscritto con successiva istanza indicante il termine in cui si concluderà.
Con riferimento, invece, al quesito sub b), la Commissione ricorda che l’applicabilità dell’art. 21 delle legge n. 247/2012 è subordinata all’emanazione del decreto ministeriale al quale è demandata la determinazione delle “modalità di accertamento dell’esercizio effettivo, continuativo, abituale e prevalente delle professione”, come previsto dal comma 1 della norma succitata. Peraltro, pare sin d’ora ragionevole osservare che fra i giustificati motivi che, come contemplato dal successivo comma 4, consentono, in caso di accertata mancanza dell’esercizio professionale effettivo e continuo, di non disporre la cancellazione dell’iscritto dall’Albo, possa annoverarsi il caso della sospensione dall’esercizio professionale a richiesta dell’iscritto.
Al momento, però, l’interrogativo che pone il COA di Terni non è attuale.
Da ultimo, in esito al terzo quesito formulato, la Commissione rileva l’inesistenza, nell’ambito del nuovo ordinamento professionale, di una specifica previsione volta ad assicurare la pubblicità della sospensione volontaria, viceversa contemplata (seppur non costituisca norma allo stato applicabile), ai sensi dell’art. 62, comma 5, per la sospensione disciplinare e per quella cautelare.
Ciò posto, considerato che l’art. 82 cpc riserva l’esercizio della difesa tecnica ed il potere di rappresentanza della Parte ai procuratori legalmente esercenti, è pacifico che la sospensione dell’attività professionale comporta l’impossibilità di esercitare lo ius postulandi. Conseguentemente, la sospensione volontaria andrà necessariamente resa pubblica applicando analogicamente l’art. 46 RDL n. 1578/1933 – il quale prescrive che la sospensione dall’esercizio della professione vada comunicata “a tutti i Consigli dell’ordine degli avvocati (e procuratori) della Repubblica ed alle autorità giudiziarie del distretto al quale il professionista appartiene” – con l’accortezza di specificare la natura volontaria e non disciplinare della sospensione.

Consiglio Nazionale Forense (rel. Merli), parere 22 gennaio 2014, n 2

Quesito n. 306, Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Terni

Ultimo aggiornamento Giovedì 05 Giugno 2014 15:42
 

Conclusioni dell'Avvocato Generale in causa Torresi: guida per dimostrare che il CNF non è giudice

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Sono state depositate il 10 aprile 2014 le conclusioni dell'Avvocato generale Nils Wahl  nelle cause C-58/13 e C-59/13, riguardanti la legittimità o meno del diniego (per abuso del diritto dell'Unione) di iscrizione negli albi forensi per quegli "abogados" che abbiano acquisito la qualifica professionale in Spagna e poco dopo siano tornati in Italia chiedendo l'iscrizione alla speciale sezione dell'albo riservata a chi ha ottenuto la qualifica professionale d'avvocato all'estero.

 

In quest'articolo (che aggiornerò man mano) approfondirò la questione della imparzialità del Consiglio Nazionale Forense, alla quale l'Avvocato Generale Nils Wahl ha dedicato la prima e più ampia parte delle sue conclusioni.

Adopererò le argomentazioni dell'Avvocato Generale Walhl come "scaletta" per una dimostrazione definitiva innanzi alla Corte europea dei diritti dell'Uomo, del fatto che al Consiglio Nazionale Forense non può riconoscersi qualità di giudice per carenza dell'essenziale requisito dell'imparzialità.

Ritengo che il mio work in progress possa essere utile, in primo luogo, per gli "avvocati part time" che hanno impugnato o intendono impugnare la loro cancellazione dagli albi che recenti sentenze delle SS.UU. della Cassazione hanno confermato previa qualificazione del CNF come dotato della necessaria imparzialità di giudice.

Non sarà difficile, ritengo, per usare le parole dell'Avvocato generale Wahl (punto 53 delle sue conclusioni), verificare se "nel diritto nazionale esistono disposizioni idonee a garantire l'indipendenza in senso stretto e l'imparzialità di tale organo e dei suoi componenti".

Per leggere le argomentazioni che, nel 2013, ho inutilmente sottoposto alle SS.UU. della Cassazione CLICCA QUI.

Invece, cliccando sul bottone "LEGGI TUTTO", puoi leggere le argomentazioni che (aggiornandole man mano) vado elaborando sulla base dei rilievi formulati dall'Avvocato Generale Nils Wahl ai punti da 19 a 81 delle sue conclusioni sulla causa Torresi (C-58/13 e C-59/13). In sintesi l'Avvocato Generale Wahl suggerisce alla Corte di Giustizia di accordare al CNF, in quanto soggetto FORMALMENTE "giudice", la possibilità di proporre utilmente questioni pregiudiziali ex art. 267 TFUE alla Corte di giustizia stessa ma nel contempo TRACCIA LA STRADA PER UNA SERRATA CRITICA ALLA LEGITTIMITA' DEL CNF-GIUDICE SPECIALE IN RELAZIONE SIA ALL'ART. 6 CEDU, SIA IN RELAZIONE ALL'ART. 47 DELLA CARTA DEI DIRITTI FONDAMENTALI DELL'UNIONE EUROPEA.

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Ultimo aggiornamento Giovedì 05 Giugno 2014 15:36 Leggi tutto...
 

Corte EDU (Stefanetti c. Italia):contano entità del sacrificio, il "compelling general interest"

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La sentenza della Corte EDU del 15 aprile 2014 sul ricorso 21838/10 (caso Stefanetti contro Italia) e ricorsi riuniti, aggiorna la sentenza Maggio in base ad una puntuale verifica del caso concreto in ordine all'entità del sacrificio imposto dal legislatore e, più in generale, come si legge al punto 59 della sentenza, in base a "all the relevant elements of the case".

 Al punto 68, per negare la ricorrenza di una discriminazione (ex art. 14 CEDU) la sentenza sul caso Stefanetti ricorda che la sentenza Maggio, al punto 73 scriveva: ".73. E’ bene rammentare che la Legge 296/2006 è intesa a livellare qualsiasi trattamento di favore derivante dalla precedente interpretazione della normativa in vigore, che aveva garantito un vantaggio non giustificato a coloro che si trovavano nella situazione del primo ricorrente, tenendo presente le esigenze del regime previdenziale italiano". ..

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Ultimo aggiornamento Giovedì 05 Giugno 2014 15:35 Leggi tutto...
 

Bonito 6/6/2001

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Il 4/6/2001 l'On. Francesco Bonito presentò il progetto di legge che sarebbe poi diventato l. 339/03.

La sentenza della Corte costituzionale 189/01 porta la data 4-11 giugno 2001.

Coincidenze

 

Le consulenze giuridiche esterne della P.A. durano da anni? In organico gli avvocati part time

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La Corte dei conti, Sezione centrale del controllo di legittimità sugli atti del Governo, con deliberazione n. 7 del 16 aprile 2014, afferma che quando le esigenze di consulenze esterne della Pubblica Amministrazione durano da troppi anni, la P.A. ha l'obbligo di ripensare e rimodulare i fabbisogni di personale in organico. Si legge, tra l'altro, nella deliberazione della Corte dei conti: "ove le esigenze dell’amministrazione siano qualificabili come perduranti, la giurisprudenza della Corte ha indicato che l’amministrazione stessa ha l’onere di trovare idonee soluzioni, in termini di programmazione dei fabbisogni di personale, nonché in termini di aggiornamento e formazione dei profili professionali interni (delib. 3/2014, 13/2013, 26/2012 e 24/2011). Conclusivamente, il Collegio ritiene che, non essendovi motivi per discostarsi dall’orientamento assunto in materia dalla Sezione, l’atto in esame, in quanto carente dei requisiti di temporaneità e straordinarietà della prestazione, non può essere ammesso al visto e alla registrazione."

E' il definitivo sdoganamento degli avvocati part time ?   Ci dovrebbe pensare il Governo, ora che si accinge a riformare la Pubblica Amministrazione.

Scrivilo a Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. entro il 31 maggio 2014.

Potresti scrivere così:

<<La Corte dei conti, Sezione centrale del controllo di legittimità sugli atti del Governo, con deliberazione n. 7 del 16 aprile 2014, afferma che quando le esigenze di consulenze esterne della Pubblica Amministrazione durano da troppi anni, la P.A. ha l'obbligo di ripensare e rimodulare i fabbisogni di personale in organico. Si legge, tra l'altro, nella deliberazione della Corte dei conti: "ove le esigenze dell’amministrazione siano qualificabili come perduranti, la giurisprudenza della Corte ha indicato che l’amministrazione stessa ha l’onere di trovare idonee soluzioni, in termini di programmazione dei fabbisogni di personale, nonché in termini di aggiornamento e formazione dei profili professionali interni (delib. 3/2014, 13/2013, 26/2012 e 24/2011). Conclusivamente, il Collegio ritiene che, non essendovi motivi per discostarsi dall’orientamento assunto in materia dalla Sezione, l’atto in esame, in quanto carente dei requisiti di temporaneità e straordinarietà della prestazione, non può essere ammesso al visto e alla registrazione."

E' evidente che istituire un ruolo separato dei dipendenti pubblici a part time che siano anche avvocati nel libero Foro sarebbe la maniera migliore per ovviare alle spese pazze per consulenze legali (spesso fasulle) di tante amministrazioni pubbliche. Togierebbe di mezzo la scusa (spesso accampata da amministratori che vogliono favorire gli amici avvocati) che, data la carenza di specifiche professionalità legali nell'organico della pubblica amministrazione, non c'è alternativa all'affidamento esterno delle costose consulenze legali.  L'uovo di Colombo è il definitivo sdoganamento degli avvocati part time.

E per superare le prevedibili reazioni della corporazione degli avvocati si potrà replicare che: 1) nella crisi dell'Avvocatura è ottima prospettiva per tanti avvocati oggi in grave difficoltà economica quella di concorrere (a far parte (come dipendente pubblico a part time) d'una nuova e propulsiva AVVOCATURA PART TIME DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE; 2) avevano ragione i professori Cassese, Pizzorno, e Arcidiacono quando (chiamati a comporre il c.d. “Comitato di studio sulla prevenzione della corruzione”, istituito con decreto n. 211 del 30.9.1996 dall’allora Presidente della Camera dei Deputati Luciano Violante) scrivevano: «Una delle ragioni principali della corruzione -scrissero- è la debolezza dell’Amministrazione, data dall’assenza o dall’insufficienza dei ruoli professionali. Essa costringe le Amministrazioni ad affidarsi a soggetti esterni per tutte le attività che riguardano l’opera di specialisti. Il rimedio ipotizzabile è che i professionisti dipendenti iscritti agli albi vanno organizzati in corpi separati, con uno stato giuridico ed un trattamento economico che consentano di attrarre personale di preparazione adeguata. Non ci si deve illudere di poter acquisire le professionalità necessarie, se non si è poi disposti a pagare il loro prezzo, né che la corruzione abbia termine, finchè le Amministrazioni non abbiano superato questa loro debolezza».

Inoltre, si consideri che la regolamentazione posta dal decreto legge 69/2013 a prevenzione dei possibili conflitti di interesse dei giudici ausiliari di Corte d'appello dimostra una volta di più che, al fine del miglior andamento della pubblica amministrazione, il Legislatore italiano reputa in via generale che gli avvocati in attività possono e devono esser coinvolti a pieno nelle attività pubblicistiche, anche le più delicate, senza timore che ne possano derivare conflitti di interesse (o accaparramenti di clientela o, comunque, lesione del bene dell'autonomia e dell livello di indipendenza necessario per svolgere sia l'attività d'avvocato che quella pubblicistica) che non siano gestibili con ordinarie misure disciplinari adottabili dalla stessa pubblica amministrazione nei confronti del suo dipendente part time che sia anche avvocato, e/o adottabili dall'Ordine degli avvocati al quale l'avvocato part time è iscritto.

Fino ad oggi c'è una eccezione inspiegabile (che va rimossa subito) al generale quadro ordinamentale della professione forense, che è ispirato all'esigenza del minimo sacrificio delle opportunità professionali per un abilitato all'esercizio di quella professione (ricordo che fu il TAR Lazio, con ordinanza 10125 del 28/4/2004, a riconoscere espressamente tale il "quadro ordinamentale" della professione d'avvocato). Tale eccezione inspiegabile è quella dei semplici impiegati pubblici a part time ridotto, novelli servi fisci, discriminati a più riprese con norme liberticide, come risulta evidente se solo si legge la sentenza della Corte costituzionale n. 189/01.>>

 

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Ultimo aggiornamento Sabato 24 Maggio 2014 09:48
 

Corte costituzionale 120/2014: la fine della giurisdizione domestica del Consiglio Nazionale Forense

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Per toglier di mezzo la giurisdizione "domestica" delle Camere sulle vicende e i rapporti che non ineriscono alle funzioni primarie delle Camere (ad es. sui rapporti di lavoro dei suoi dipendenti non correlati direttamente allo svolgimeto delle funzioni primarie delle Camere) servirà sollevare un conflitto fra Poteri dello Stato. Non è bastata un' "ordinaria" ordinanza di remissione da parte delle Sezioni Unite della Cassazione che avevano ritenuto rilevante e non manifestamente infondata la q.l.c. del regolamento del Senato nella parte in cui attribuisce al Senato stesso il potere di giudicare in via esclusiva e definitiva i ricorsi avverso atti e provvedimenti adottati da quel ramo del Parlamento nei confronti dei propri dipendenti. L'ha sancito la Corte costituzionale, con sentenza n. 120/2014, depositata il 5 maggio 2014 (redattore Giuliano Amato).  Si tratta di una sentenza importante. Ha ragione, infatti, Francesco Clementi che chiude il suo articolo di commento su ilsole24ore del 14 maggio 2014, intitolato "L'autonomia delle Camere non è nei rapporti con i terzi", con la previsione che dopo la sentenza 120/2014 della Corte costituzionale, e proprio per dare nuovo senso alla autodichia come strumento di tutela dell'indipendenza del Parlamento, si porranno presto all'autodichia limiti conformi all'evoluzione dell'ordinamento e dei suoi principi costituzionali.

Si legge ormai a chiare note nella sentenza della Corte costituzionale 120/2014: "deve ritenersi sempre soggetto a verifica il fondamento costituzionale di un potere decisorio che limiti quello conferito dalla Costituzione ad altre autorità. L'indipendenza delle Camere non può infatti compromettere diritti fondamentali, nè pregiudicare l'attuazione di principi fondamentali".

Ci saranno presto conseguenze sui sopravvissuti giudici speciali, e innanzitutto, spero, sul giudice speciale Consiglio Nazionale Forense.  L'opera di "disboscamento" della (una volta rigogliosa) foresta dei giudici speciali precostituzionali non potrà che riprendere slancio dalla sentenza 120/2014 del giudice delle leggi.

Non servirà, infatti, sollevare conflitto tra Poteri dello Stato per togler di mezzo la giurisdizione "domestica" del Consiglio Nazionale Forense: basterà, per questo, una ordinanza di rimessione da parte del TAR, adito da un avvocato che abbia contestato la legittimità costituzionale della "provvista di giurisdizione" del Consiglio Nazionale Forense in materia disciplinare o di tenuta degli albi. O, invece, il C.N.F. vorrà sostenere di essere un Potere dello Stato?

Ma perchè la Corte costituzionale dovrebbe dichiarare incostituzionale la giurisdizione "domestica" del C.N.F. che, come giudice speciale precostituzionale, è stato tante volte salvato dall'estinzione? Dovrebbe farlo perchè il C.N.F. non è giudice imparziale e perchè la previsione della impugnabilità delle sue sentenze innanzi alle Sezioni Unite Civili della Cassazione non pone rimedio a tale carenza di imparzialità e, comunque, in materia disciplinare e di tenuta degli albi forensi, realizza una inaccettabile "tutela debole" dei diritti dell'avvocato e dell'aspirante all'iscrizione negli albi forensi. Il binomio C.N.F. - Sezioni Unite della Cassazione non garantisce a sufficienza e anzi (per usare le parole della sentenza della Corte costituzionale n. 120/2014) compromette diritti  fondamentali e pregiudica l'attuazione di principi inderogabili (artt. 24, 112 e 113 Cost., nonchè art. 6 CEDU). In estrema sintesi: ad un primo grado innanzi al CNF, giudice non imparziale, segue un secondo grado innanzi alle SS.UU.della Cassazione che non hanno piena giurisdizione e possono essere adite solo censurando "incompetenza", "eccesso di potere" e "violazione di legge". Per approfondimenti clicca qui.

Ormai la giurisdizione speciale del CNF (espressione d'una regolazione corporativa della professione forense che, addirittura, è stata rafforzata dalla pseudoriforma forense di cui alla l. 247/12) non è più difendibile, visto che Corte cost. 120/2014 ha riconosciuto che tutte le volte (e addirittura quando si dovesse intaccare il tradizionale livello di autodichia delle Camere) che non si tratta di garantire l'indipendenza di un Potere dello Stato "... deve prevalere la "grande regola" dello Stato di diritto ed il conseguente regime giurisdizionale al quale sono normalmente sottoposti, nel nostro sistema costituzionale, tutti i beni giuridici e tutti i diritti (artt. 24, 112 e 113 della Costituzione)". Altrimenti detto: ora che nella sentenza 120/2014 della Corte costituzionale si legge che il giudice delle leggi ha il compito di "ristabilire il confine -ove questo sia violato- tra i poteri legittimamente esercitati dalle Camere nella loro sfera di competenza e quelli che competono ad altri, così assicurando il rispetto dei limiti delle prerogative e del principio di legalità, che è alla base dello Stato di diritto", finalmente si riconoscerà anche dai giudici interni (CNF ? SSUU Civili della Cassazione ? TAR ? CdS ?) che che ai sensi dell'art. 117, comma 1, Cost. è pure doveroso riconoscere incostituzionale la giurisdizione domestica del CNF in base alla giurisprudenza di Strasburgo sulla necessaria terzietà e imparzialità (pure "oggettiva") di ogni giudice. Pure utile sarà richiamare l'argomentazione riguardo al contenuto dell'art. 6 CEDU che l'Avvocato Generale Whal  ha svolto nelle sue conclusioni presentate alla Corte di giustizia dell'Unione europea in data 10 aprile 2014 nel caso Torresi (cause riunite C-58/13 e C-59/13).

Il tempo del giudice speciale CNF è scaduto ! Ricordiamo che il Consiglio di Stato, con parere 3169/2012 (reso sullo schema di DPR di riforma di tutte le professioni regolamentate, poi divenuto DPR 137/2012), ha chiarito che è urgente per tutti i giudici speciali (compreso, dunque, il giudice speciale CNF) l'introduzione di garanzie di terzietà, attraverso la differenziazione soggettiva tra persone fisiche titolari del potere amministrativo e persone fisiche titolari del potere giurisdizionale in materia di disciplina (ma lo stesso deve dirsi, ovviamente, in materia di tenuta degli albi). Ha, in particolare, raccomandato il Consiglio di Stato al Governo di "intraprendere successivamente le idonee iniziative legislative per attuare i principi della riforma anche con riferimento alla composizione dei consigli nazionali con natura giurisdizionale". Con ciò il Consiglio di Stato ha evidenziato al Governo l'urgenza di intervenire in via legislativa perchè (se proprio non si vuole abbandonare la c.d. "giurisdizione domestica" del CNF e degli altri Consigli Nazionali delle professioni che sono anche giudici speciali, chioserei) il "trattamento giurisdizionale" della disciplina e della tenuta degli albi non può essere certo meno garantista del "trattamento amministrativo" della disciplina (quello che la l. 247/12 di riforma della professione forense ha programmato di realizzare innanzi a organi separati di disciplina: i c.d. Consigli distrettuali di disciplina).

La Corte costituzionale non potrà più salvare la giurisdizione "domestica" del Consiglio Nazionale Forense. Non potrà più, di certo, utilizzare riguardo alla giurisdizione "domestica" del C.N.F., gli argomenti adoperati dalle Sezioni Unite Civili della Cassazione nell'ordinanza di rimessione in Corte costituzionale n. 24689/2010, o più di recente nella sentenza 27266/2013: si tratta, infatti, di argomenti (forse già "vecchi" da decenni e comunque) sicuramente ormai "invecchiati" ed evidentemente contrari a quelli ormai penetrati nella giurisprudenza della Corte di giustizia e della Corte europea dei diritti dell'Uomo.

Vedi l'interessante articolo di Roberta Lugarà.

Comunque, "per dare una mano", gli avvocati-part-time argomenteranno ad hoc nei loro ricorsi alla Corte europea dei diritti dell'uomo.

 

QUI SOTTO UNA VIGNETTA SUI RISCHI DEL CORPORATIVISMO E DI SEGUITO (CLICCANDO SU "LEGGI TUTTO") L'INTERA SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE n. 120/2014 (sottolineature mie).

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Ultimo aggiornamento Venerdì 01 Agosto 2014 10:25 Leggi tutto...
 

L'esercizio della professione d'avvocato rientra nell’ambito degli articoli 56 e 57 TFUE ...

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La Corte di giustizia può pronunciarsi su una questione pregiudiziale, anche facendo riferimento alla Carta dei diritti fondamentali Ue, solo se la questione pregiudiziale proposta consente di ritenere che la situazione giuridica rientri nell’ambito di applicazione del diritto dell'Unione. L'ha chiarito la Corte di giustizia con sentenza 8/5/2014 in causa C-483/12, dichiarandosi incompetente. Si legge nella sentenza della Corte di giusitizia dell'8/5/2014 in causa C-483/12:
"17 Occorre anche ricordare che l’ambito d’applicazione della Carta, per quanto riguarda l’operato degli Stati membri, è definito al suo articolo 51, paragrafo 1, ai sensi del quale le disposizioni della Carta si rivolgono agli Stati membri esclusivamente qualora essi attuino il diritto dell’Unione (sentenza Åkerberg Fransson, C‑617/10, EU:C:2013:105, punto 17).
18 Detta disposizione conferma così la costante giurisprudenza secondo cui i diritti fondamentali garantiti nell’ordinamento giuridico dell’Unione sono destinati ad essere applicati in tutte le situazioni disciplinate dal diritto dell’Unione, ma non possono trovare applicazione fuori di siffatte situazioni (v. sentenza Åkerberg Fransson, EU:C:2013:105, punto 19 e la giurisprudenza ivi citata).
19 Siffatta definizione dell’ambito d’applicazione dei diritti fondamentali dell’Unione è corroborata, inoltre, dalle spiegazioni relative all’articolo 51 della Carta, le quali, in conformità agli articoli 6, paragrafo 1, terzo comma, TUE e 52, paragrafo 7, della Carta, devono essere prese in considerazione ai fini della sua interpretazione. Secondo dette spiegazioni, «l’obbligo di rispettare i diritti fondamentali definiti nell’ambito dell’Unione vale per gli Stati membri soltanto quando agiscononell’ambito di applicazione del diritto dell’Unione» (sentenza Åkerberg Fransson, EU:C:2013:105, punto 20).
20 Ne consegue che, ove una situazione giuridica non rientri nella sfera d’applicazione del diritto dell’Unione, la Corte non è competente al riguardo e le disposizioni della Carta eventualmente richiamate non possono giustificare, di per sé, tale competenza (v., in tal senso, ordinanza Currà e a., C‑466/11, EU:C:2012:465, punto 26, nonché sentenza Åkerberg Fransson, EU:C:2013:105, punto 22).
21 Tali considerazioni corrispondono a quelle sottese all’articolo 6, paragrafo 1, TUE, ai sensi del quale le disposizioni della Carta non estendono in alcun modo le competenze dell’Unione come definite nei trattati. Del pari, in forza dell’articolo 51, paragrafo 2, della Carta, quest’ultima non estende l’ambito d’applicazione del diritto dell’Unione al di là delle competenze di quest’ultima e non introduce competenze o compiti nuovi per l’Unione, né modifica le competenze e i compiti
definiti nei trattati (v. sentenze McB., C‑400/10 PPU, EU:C:2010:582, punto 51; Dereci e a., C‑256/11, EU:C:2011:734, punto 71, nonché Åkerberg Fransson, EU:C:2013:105, punto 23).
22 Orbene, la decisione di rinvio non contiene alcun elemento concreto che consenta di ritenere che la situazione giuridica di cui trattasi nella controversia principale rientri nell’ambito d’applicazione del diritto dell’Unione.
23 Tale decisione, infatti, così come le osservazioni scritte presentate alla Corte, non dimostra affatto che detta controversia presenti elementi di collegamento ad una qualsiasi delle situazioni contemplate dalle disposizioni del Trattato considerate dal giudice del rinvio
."

Ebbene, la sentenza della Corte di giustizia sulla causa C-483/12 rileva anche in tema di cancellazione dagli albi forensi degli avvocati part time (impiegati pubblici a part time ridotto, già iscritti all'albo forense ex l. 662/96).

 

Si deve, infatti, riconoscere che la attività di avvocato svolte dai c.d. avvocati-part-time rientra nell’ambito degli articoli 56 e 57 TFUE sulla libera prestazione dei servizi e che gli effetti restrittivi prodotti dalla l. 339/03 (che ha imposto di cancellare dagli albi forensi i c.d. avvocati part time) non sono certo aleatori o indiretti e, pertanto, ostacolano certamente la libera prestazione dei servizi.

 

Se questo è vero, deve riconoscersi che la sentenza della Corte di giustizia in causa C-483/12 conferma pure che i principi di uguaglianza e di non discriminazione sanciti dagli articoli 20 e 21 della Carta dei diritti fondamentali U.E. dovevano essere applicati dalle Sezioni Unite della Cassazione alle quali i detti avvocati-part-time avevano fatto ricorso avverso la loro cancellazione dagli albi comminata ai sensi della l. 339/03, lamentandosi discriminati. Con numerose "sentenze gemelle", invece, le SS.UU. non solo non hanno ritenuto di dover disapplicare la l. 339/03 per contrasto coi detti principi  di uguaglianza e di non discriminazione sanciti dagli articoli 20 e 21 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, ma si sono pure rifiutate di proporre alla Corte di giustizia le questioni pregiudiziali che i ricorrenti avevano chiesto di sollevare, ai sensi dell'art. 267 TFUE, quale giudice di ultima istanza: ne risulta non solo violazione dell'art. 267 TFUE ma anche violazione dell'art. 6 § 1 e dell'art. 14 della CEDU, nonché dell'articolo 1 del Protocollo n. 1 alla Convenzione.

A PROPOSITO DI CEDU:

Il 19/4/2014 la Corte E.D.U. ha comunicato al Governo italiano il ricorso Schipani e altri c. Italia col quale è stato chiesto di accertare la violazione degli articoli 6 § 1 e 14 della Convenzione e articolo 1 del Protocollo n. 1 alla Convenzione.
Il caso Schipani e altri c. Italia verrà esaminato alla luce dei principi stabiliti dalla C.E.D.U. nel caso Vergauwen c. Belgique, decisione del 10 aprile 2012, §§ 89-90 ; e Ullens de Schooten e Rezabek c. Belgio, sentenza del 20 settembre 2011, §§ 33-35.
La Corte di Strasburgo ha chiesto al Governo italiano se il rifiuto della Corte di Cassazione di rinviare in via pregiudiziale la causa dei ricorrenti alla Corte di Giustizia dell’Unione europea per una questione di interpretazione delle norme dell’Unione europea possa essere stata una violazione dell’articolo 6 della Convenzione che garantisce il diritto a un equo processo. Risulterà importante il fatto che la Cassazione non fece alcun riferimento, in sentenza, alla questione pregiudiziale sollevata dai ricorrenti in via subordinata.
Come evidenzia Antonella Mascia in un suo interessantissimo commento, l’articolo 6 della Convenzione, come inteso dalla Corte EDU, impone alle giurisdizioni interne di motivare adeguatamente le pronunce in cui sono poste questioni pregiudziali di rinvio alla Corte di Giustizia dell’Unione europea.

Questi i paragrafi da 88 a 90 richiamati dalla Corte EDU nel comunicare il ricorso all'Italia:

"8.  Selon le Gouvernement, l’article 6 § 1 de la Convention ne confère pas un droit absolu à ce qu’une affaire soit renvoyée à titre préjudiciel devant la CJUE et impose que le refus d’y procéder ne soit pas arbitraire. Or, en l’espèce, la Cour constitutionnelle a dûment motivé son refus en indiquant les raisons pour lesquelles les questions soulevées par les requérants n’étaient pas pertinentes ou que l’application du droit de l’UE ne laissait place à aucun doute raisonnable. Ceci est d’autant plus vrai, de l’avis du Gouvernement, qu’en classant sans suite les plaintes qui avaient été formulées contre l’Etat belge à propos de la construction du bassin à marées, les instances européennes ont confirmé a posteriori qu’aucun problème ne se posait au regard du droit de l’UE.

89.  La Cour a récemment eu l’occasion de souligner que l’article 6 § 1 met dans ce contexte, à la charge des juridictions internes, une obligation de motiver au regard du droit applicable les décisions par lesquelles elles refusent de poser une question préjudicielle (Ullens de Schooten et Rezabek précité, § 60). En conséquence, lorsqu’elle est saisie sur ce fondement d’une allégation de violation de l’article 6 § 1, la tâche de la Cour consiste à s’assurer que la décision de refus critiquée devant elle est dûment assortie de tels motifs. Cela étant, s’il lui revient de procéder rigoureusement à cette vérification, il ne lui appartient pas de connaître d’erreurs qu’auraient commises les juridictions internes dans l’interprétation ou l’application du droit pertinent (ibidem, § 61).

90.  Comme elle l’a relevé dans l’affaire Ullens de Schooten et Rezabek précitée (§ 62), dans le cadre spécifique du troisième alinéa de l’article 234 du Traité instituant la Communauté européenne (soit l’actuel article 267 du TFUE) cela signifie que les juridictions nationales dont les décisions ne sont pas susceptibles d’un recours juridictionnel de droit interne qui refusent de saisir la CJUE à titre préjudiciel d’une question relative à l’interprétation du droit de l’UE soulevée devant elles, sont tenues de motiver leur refus au regard des exceptions prévues par la jurisprudence de la Cour de justice. Il leur faut donc indiquer les raisons pour lesquelles elles considèrent que la question n’est pas pertinente, que la disposition de droit de l’UE en cause a déjà fait l’objet d’une interprétation de la part de la CJUE ou que l’application correcte du droit de l’UE s’impose avec une telle évidence qu’elle ne laisse place à aucun doute raisonnable."


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Ultimo aggiornamento Giovedì 05 Giugno 2014 15:28
 

Corte EDU su "tribunale imparziale", "diritti civili", "accusa penale", "full jurisdiction" ...

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Sul sito dell'associazione dei costituzionalisti (Osservatorio costituzionale n. 2/2014 dell'1/5/2014) trovi un interessante articolo di Lorenzo Prudenzano dal titolo "Giusto procedimento amministrativo, discrezionalità tecnica ed effettività della tutela giurisdizionale nella giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo".

Questo il sommario: "1. Con la pronuncia Placì c. Italia la Corte di Strasburgo torna sui rapporti fra giusto procedimento e giusto processo amministrativo. - 2. Il rilievo della Convenzione europea dei diritti dell’uomo per la disciplina dell'attività amministrativa. Incidenza indiretta e best practice amministrative. -  3. L’autonomia interpretativa della Corte europea dei diritti dell’uomo. - 3.1. La nozione di tribunale imparziale e indipendente. - 3.2. La nozione di diritti ed obbligazioni civili. - 3.3. La nozione di accusa penale. - 4. Il rapporto fra giusto procedimento e giusto processo ex art. 6, par. 1 CEDU - dal due administrative proceeding alla full jurisdiction. - 5. Conclusioni. Necessità di realizzare l’effettività della tutela giurisdizionale attraverso il giusto procedimento ovvero attraverso il giusto processo fondato sul pieno accesso ai fatti, anche complessi, che costituiscono il presupposto delle decisioni amministrative."

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Ultimo aggiornamento Giovedì 05 Giugno 2014 15:32
 

Tanti gli inviti a presentare proposte nel programma Horizon2020. Ci pensino gli avvocati!

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La Commissione U.E. ha adottato con Le decisioni C(2013) 8563C(2013) 8631C(2013) 8632 , tutte del 10 dicembre 2013, tre programmi di lavoro che includono inviti a presentare proposte. Ricordo che Horizon 2020 è il programma quadro di ricerca e innovazione (2014-2020). Sul sito www.giurdanella.it trovi l'elenco completo delle scadenze di Horizon2020 fino al 31-12-2020.

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Ultimo aggiornamento Sabato 10 Maggio 2014 07:07
 

Reintroducendo una incompatibilità tra avvocatura e impiego pubblico a part time si è esagerato

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Qui la lettera a firma Renzi-Madia con cui si invita a fare proposte di modifica della pubblica amministrazione.

 Qui la conferenza stampa Renzi-Madia del 30 aprile 2014.

 Le esigenze di prevenzione dei conflitti di interessi che si sono sbandierate per sostenere la necessità di reintrodurre (con legge 339/03, ora confermata dall'art. 18, lettera d, della l. 247/12) la incompatibilità tra impiego pubblico a part time ridotto e la professione di avvocato sono evidentemente insussistenti: basti leggere la sentenza n. 189/2001 della Corte costituzionale.

Esse, inoltre, appaiono per quel che veramente sono (una ipocrita copertura di interessi schiettamente corporativi della lobby degli avvocati) se si considera che il sistema italiano delle compatibilità-incompatibilità degli avvocati disegna (come scrisse il TAR Lazio, Sez. I, nell'ordinanza 10125 del 28/4/2004) un "quadro ordinamentale ispirato all'esigenza del minimo sacrificio delle opportunità professionali" fino al punto di consentire (ad esempio):

1) in generale a un avvocato che sia stato in passato ministro della giustizia di rappresentare, quale avvocato, gli interessi di soggetti sui quali ebbe a decidere all'epoca in cui era ministro. Al riguardo sarebbe anche interessante verificare se è vero quanto si legge a proposito dell'ex ministro Paola Severino in quest'articolo;

2) all'avvocato che sia presidente del Consiglio Nazionale Forense di essere nel contempo membro del consiglio di amministrazione di una società di capitali quale FINMECCANICA (Finmeccanica è il primo gruppo industriale italiano nel settore dell'alta tecnologia. E' tra i primi player mondiali in difesa, aerospazio e sicurezza. Il suo maggiore azionista è il Ministero dell'Economia italiano). Al riguardo si vedano le notizie di stampa sulla nomina dell'Avv. Guido Alpa, presidente del Consiglio Nazionale Forense, a membro del c.d.a. di Finmeccanica in data 14 aprile 2014.

Qualcuno vorrà sostenere che un semplice impiegato pubblico a part time ridotto (si badi bene NON UN DIRIGENTE MA UN SEMPLICE IMPIEGATO che lavori magari presso un ministero, come usciere, per un solo giorno a settimana) sia caratterizzato da "maggior pericolità" (per usare le parole di Corte cost. 390/2006, paragrafo 5.1.3 del "considerato in diritto"), in relazione al rischio di conflitto di interessi, al rischio di accaparramento di clientela e al rischio di carenza dell'indipendenza necessaria a svolgere la professione di avvocato, rispetto ad un soggetto che sia stato ministro della giustizia oppure che sia membro del c.d.a. di una società quale FINMECCANICA e faccia anche l'avvocato e magari sia anche presidente del Consiglio Nazionale Forense ?  

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Ultimo aggiornamento Venerdì 09 Maggio 2014 07:55
 

L'ex moglie rifiuta di trasformare il part time in full time: confermato l'assegno divorzile

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 La Corte di Cassazione, sez. sesta civile, con sentenza n. 9660/2014 del 6/5/2014 ha emesso una interessante ordinanza in tema di assegno divorzile e part time: all'ex moglie che rifiuta di trasformare l'orario di lavoro da part-time a full time viene confermato l'assegno divorzile (per la Core d'appello il full time non sarebbe stato comunque sufficiente a mantenere il tenore di vita tenuto in costanza di matrimonio).
 LEGGI DI SEGUITO L'ORDINANZA ...

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Ultimo aggiornamento Giovedì 08 Maggio 2014 08:22 Leggi tutto...
 

Multe oltre confine: la Corte di giustizia annulla la direttiva 2011/82/Ue

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La Corte di giustizia, Grande Sezione, con sentenza del 6/5/2014 nella causa C-43/12, ha annullato (mantenendone però gli effetti per un anno stante le esigenze di certezza del diritto) la direttiva 2011/82/Ue, entrata in vigore il 7/11/2013. La Corte ha accolto il ricorso della Commissione europea contro il Parlamento e il Consiglio che con esse erano stati gli "artefici" della medesima direttiva. Si legge al punto 56 della sentenza: "Alla luce di ciò, considerazioni importanti di certezza del diritto giustificano che la Corte mantenga gli effetti di detta direttiva sino all’entrata in vigore, entro un termine ragionevole che non può eccedere i dodici mesi a partire dalla data di pronuncia della presente sentenza, di una nuova direttiva basata sul fondamento giuridico appropriato, ossia l’articolo 91, paragrafo 1, lettera c), TFUE."

LEGGI DI SEGUITO LA SENTENZA DELLA CORTE DI GIUSTIZIA DEL 6/5/2014 NELLA CAUSA C-43/12 ...

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 07 Maggio 2014 09:23 Leggi tutto...
 

Scrivi a rivoluzione@governo.it: incentivi al part time come Corte di giustizia e Corte cost. 189/01

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Qui la lettera a firma Renzi-Madia con cui si invita a fare proposte di modifica della pubblica amministrazione.

Qui la conferenza stampa Renzi-Madia del 30 aprile 2014.

La Corte di giustizia delle comunità europee, con sentenza del 24 aprile 2008 nelle cause riunite C-55/07 e C-56/07 ha vagliato in concreto il rispetto del principio di proporzionalità da parte di una disposizione di legge italiana che costituiva ostacolo non giustificato alla diffusione del part time, diffusione che costituisce il fine della direttiva 97/81/Ce, articolo 5.

Le domande di pronuncia pregiudiziale riguardavano l’interpretazione della direttiva del Consiglio 15 dicembre 1997, 97/81/CE, relativa all’accordo quadro sul lavoro a tempo parziale concluso dall’UNICE, dal CEEP e dalla CES (GU 1998, L 14, pag. 9), nonché il principio di parità di trattamento tra gli uomini e le donne.
La Corte di giustizia ha ricordato innanzitutto (ai punti 3 e 4 della sentenza) quale sia la normativa comunitaria:
"3        La direttiva 97/81 è diretta ad attuare l’accordo quadro sul lavoro a tempo parziale concluso il 6 giugno 1997 tra le organizzazioni interprofessionali a vocazione generale, e cioè l’Unione delle confederazioni europee dell’industria e dei datori di lavoro (UNICE), il Centro europeo delle imprese a partecipazione pubblica (CEEP) e la Confederazione europea dei sindacati (CES), nel testo allegato a tale direttiva (in prosieguo: l’«accordo quadro»).
Nel fornire la risposta alle questioni pregiudiziali ha quindi evidenziatoal punto 21 della sentenza:
"21.      La direttiva 97/81 e l’accordo quadro sono diretti, da un lato, a promuovere il lavoro a tempo parziale e, dall’altro lato, a eliminare le discriminazioni tra i lavoratori a tempo parziale e i lavoratori a tempo pieno".
Importante, poi, quanto afferma la Corte di giustizia ai punti 23 e 26 della sentenza:
"23      In conformità all’obiettivo di promozione del lavoro a tempo parziale, la clausola 5, n. 1, lett. a), dell’accordo quadro, prevede l’obbligo per gli Stati membri della Comunità europea di «identificare ed esaminare gli ostacoli di natura giuridica o amministrativa che possono limitare le possibilità di lavoro a tempo parziale e, se del caso, eliminarli».
...
26      L’argomento del governo italiano secondo cui tale obbligo di notifica è giustificato dalla necessità di combattere il lavoro nero e di informare l’amministrazione delle prassi dei datori di lavoro non convince. Infatti, affinché tali preoccupazioni possano giustificare il provvedimento di cui trattasi nella causa principale, è necessario che esso sia proporzionato all’obiettivo da conseguire. Orbene, come ha rilevato l’avvocato generale ai paragrafi 46‑48 delle sue conclusioni, esistevano misure meno onerose che avrebbero permesso al governo italiano di ottenere gli obiettivi auspicati in materia di lotta alla frode e di lavoro nero, settore in cui le autorità nazionali dispongono già di mezzi di sorveglianza, di ispezione e di polizia."

Ebbene, la linea tracciata dalla decisione della Corte di giustizia mi sembra debba essere seguita dal Governo che nella lettera-invito del 30 aprile pone l'agevolazione del part time tra le prime scelte strategiche da attuare. Al riguardo mi pare che la posizione della Corte di giustizia  sopra riportata "vada a braccetto" con quanto si legge nella sentenza della Corte costituzionale  189/01, la quale in sostanza disse che consentire ai dipendenti pubblici a full time (che siano anche abilitati all'esercizio della professione forense) di trasformare il loro rapporto di lavoro in un part time particolarmente ridotto e per permettergli di fare anche l'avvocato è "l'uovo di Colombo" per conciliare risparmi per le pubbliche amministrazioni ed incremento della professionalità dell'apparato pubblico senza rischi di conflitti di interessi.  Né  la corporazione degli avvocati ha ragione quando tenta di difendere la leggina 339/03 (che solo per la professione d'avvocato reintrodusse una incompatibilità ormai superata per tutte le professioni) e quando tenta di difendere la incompatibilità tra impiego pubblico a part time ridotto e la professione forense che è stata confermata dall'art. 18, lettera d, della legge di riforma forense n 247/12. QUELLA DI UNA CERTA PARTE DELL'AVVOCATURA E' SOLO UNA BATTAGLIA CORPORATIVA CHE PAVENTA CONFLITTI DI INTERESSI IN REALTA' INSUSSISTENTI O AGEVOLMENTE AZZERABILI. Infatti, ha ragione la sentenza della Corte costituzionale n. 189/2001 nel sostenere l'adeguatezza dei rimedi, financo di natura penale, che la l. 662/96 (all'art. 1, commi 56 e seguenti) aveva posto agli "inconvenienti" che si erano prospettati dal giudice all'epoca rimettente (il C.N.F.) come conseguenza dell'abrogazione del divieto di iscrizione all'albo degli avvocati per i dipendenti pubblici a part time ridotto.

Qui trovi ulteriori argomenti per scrivere a rivoluzione@governo.it proponendo di consentire ai dipendenti pubblici a full time di trasformare il loro rapporto di lavoro in un part time particolarmente ridotto e fare anche l'avvocato. MA attenzione, l'indirizzo rivoluzione@governo.it Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. non consente la ricezione di messaggi di dimensione superiore ai 50kb

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 07 Maggio 2014 18:11
 

Renzi vuole la rivoluzione del pubblico impiego? Scrivi così a rivoluzione@governo.it

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Scrivi a Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. prendendo spunto dal testo che trovi qui sotto ! MODIFICALO COME VUOI IN MODO CHE RISPETTI LA DIMENSIONE MASSIMA DI 50kb (l'indirizzo Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. non consente la ricezione di messaggi di dimensione superiore ai 50kb)

 Qui la conferenza stampa Renzi-Madia del 30 aprile 2014.

Quale sia la strada per una rivoluzione del pubblico impiego nel senso dell'efficienza (e della seria lotta alla corruzione dei pubblici poteri) lo scrissero a chiare note i professori Cassese, Pizzorno, e Arcidiacono, chiamati a comporre il c.d. “Comitato di studio sulla prevenzione della corruzione”, istituito con decreto n. 211 del 30.9.1996 dall’allora Presidente della Camera dei Deputati Luciano Violante. «Una delle ragioni principali della corruzione -scrissero- è la debolezza dell’Amministrazione, data dall’assenza o dall’insufficienza dei ruoli professionali. Essa costringe le Amministrazioni ad affidarsi a soggetti esterni per tutte le attività che riguardano l’opera di specialisti. Il rimedio ipotizzabile è che i professionisti dipendenti iscritti agli albi vanno organizzati in corpi separati, con uno stato giuridico ed un trattamento economico che consentano di attrarre personale di preparazione adeguata. Non ci si deve illudere di poter acquisire le professionalità necessarie, se non si è poi disposti a pagare il loro prezzo, né che la corruzione abbia termine, finchè le Amministrazioni non abbiano superato questa loro debolezza».

Occorre integrare e considerazioni dei professori  Cassese, Pizzorno e Arcidiacono con una necessaria differenziazione di trattamento delle professioni tecniche rispetto alle professioni giuridiche: per le professionalità giuridiche i ruoli delle amministrazioni devono esser rafforzati in maniera più decisa di quanto debba farsi per le professionalità tecniche. Infatti, se per le professionalità tecniche ha senso ricercare l'eccellanza "nel mercato" (magari designando a componenti delle commissioni aggiudicatrici degli appalti "giurie miste individuate dalla stazione appaltante in collaborazione con gli ordini professionali a seguito di pubblico sorteggio"), non ha senso, e non è tollerabile, che sulle regole giuridiche da applicare le amministrazioni pubbliche debbano chiedere consulenze all'esterno. Hanno, dunque, ragione coloro (tra i quali la Rete delle Professioni Tecniche, che in tal senso presenta un ampio documento sulla riforma degli appalti) che evidenziano che è anacronistica e ipocrita la norma che: 1) consente l'affidamento esterno di servizi ingeneristici a liberi professionisti o a società di ingegneria solo dopo aver dimostrato la carenza in organico di personale tecnico, o la speciale complessità o rilevanza architettonica o ambientale, oppure le difficoltà di rispettare i tempi della programmazione, oppure che si tratti di progetti integrati; 2) correlativamente impone alle pubbliche amministrazioni di affidare prioritariamente ai propri dipendenti la progettazione degli interventi.  Si deve concordare con il presidente del Consiglio Nazionale degli Ingegnari, Armando Zambrano, per il quale "E' paradossale che l'amministrazione chieda ai liberi professionisti requisiti severissimi di fatturato, competenze, lavori svolti, dipendenti, licenze e poi affidi prioritariamente incarichi al proprio interno a qualcuno che non ha nessuno di questi requisiti" (vedasi l'articolo intitolato <<Basta affidare i progetti all'interno della PA>>, ne ilsole24ore del 7/5/2014).

Nella lettera ai dipendenti pubblici del 30 aprile, con la quale il Presidente del Consiglio Renzi e la ministra Madia invitano a proporre innovazioni organizzative, si legge, al quarto posto degli intendimenti già certi del Governo,: "agevolazione del part-time".

 

Dunque, occorre consentire ai dipendenti pubblici a part time di fare, se abilitati, l'avvocato. Sussistono, infatti, motivi imperativi di interesse generale per reintrodurre nell'ordinamento la compatibilità tra impiego pubblico a part time ridotto e l'esercizio delle professione forense. Escludere i c.d. "avvocati-part-time" dalle pubbliche amministrazioni va contro ogni serio intento di riforma delle pubbliche amministrazioni: la funzionalità dei publici poteri deve essere incentivata con interventi che ridisegnino in primo luogo competenze e organigrammi nel segno della professionalità vera (come quella quotidianamente aggiornata dalla frequenza delle aule di giustizia). Si dovrebbe assicurare all'ente pubblico lo stabile consiglio dei suoi dipendenti abilitati all'esercizio della professione forense, ammettendo questi ultimi all'iscrizione all'albo professionale degli avvocati entro i limiti che Corte cost. 189/2001 ha ritenuto l' "uovo di Colombo" per conciliare risparmi notevoli per le pubbliche finanze, miglioramento delle capacità professionali dell'apparato pubblico, salvaguardia della libertà di lavoro professionale.

Per scrivere a Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. puoi anche trarre spunto da quanto riporto di seguito ma ripeto: attenzione, l'indirizzo Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. non consente la ricezione di messaggi di dimensione superiore ai 50kb. Anche Qui trovi ulteriori argomenti per scrivere a  Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. proponendo di consentire ai dipendenti pubblici a full time di trasformare il loro rapporto di lavoro in un part time particolarmente ridotto e fare anche l'avvocato.  

LEGGI DI SEGUITO (CLICCANDO SUL BOTTONE "LEGGI TUTTO") TANTI ARGOMENTI PER CHIEDERE CHE AI DIPENDENTI PUBBLICI ABILITATI ALLA PROFESSIONE FORENSE TORNI A CONSENTIRSI DI ANDARE IN PART TIME PER FARE L'AVVOCATO (LIBERANDO, IN TAL MODO, POSTI IN ORGANICO PER NUOVE ASSUNZIONI O EVITANDO, ALMENO, LICENZIAMENTI DI DIPENDENTI GIUDICATI IN ESUBERO O L'ODIOSA MOBILITA' OBBLIGATORIA).

GLI ARGOMENTI DI SEGUITO ESPOSTI SONO IN PARTE TRATTI DA UN INTERESSANTE ARTICOLO DI SERGIO PIGNATARO.

IN FONDO RIPORTO LA LETTERA DEL 30 APRILE 2014 INDIRIZZATA IL 30 APRILE 2014 DAL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, MATTEO RENZI, E DALLA MINISTRA  MADIA AI DIPENDENTI PUBBLICI E A TUTTI COLORO CHE VOGLIONO PROPORRE MODIFICHE ALLA REGOLAZIONE DEL PUBBLICO IMPIEGO FINALIZZATE A FARE DI QUEL SETTORE L' "AZIENDA PIU' EFFICIENTE DEL PAESE"...

 

 

 

Ultimo aggiornamento Mercoledì 07 Maggio 2014 10:16 Leggi tutto...
 

Vizio di omesso esame di un fatto storico: condizioni di rilevanza ex art. 360, n. 5, cpc

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 Le Sezioni Unite Civili della Cassazione, con sentenza n. 8053 del 7/4/2014 (Presidente L. A. Rovelli, Relatore R. Botta) hanno affermato che L’art. 360, n. 5, cod. proc. civ., novellato dall’art. 54 del d.l. n. 83 del 2012, conv. in legge n. 134 del 2012, prevede, quale specifico vizio denunciabile per cassazione, l’omesso esame di un “fatto storico”, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che sia stato discusso tra le parti e abbia carattere decisivo, sicché il ricorrente deve indicare tale fatto storico, il “dato” da cui risulti esistente, il “come” e il “quando” esso sia stato discusso e la sua “decisività”, fermo che non rileva l’omesso esame di elementi istruttori, se il fatto storico sia stato comunque valutato dal giudice.

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Ultimo aggiornamento Giovedì 05 Giugno 2014 15:31
 

Sono passati per sempre i tempi del lavoro (subordinato e autonomo) capace di liberare l'uomo?

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Sul sito dell'associazione dei costituzionalisti si trova uno scritto di Roberto Nania intitolato <<Riflessioni sulla "costituzione economica" in Italia: il "lavoro" come "fondamento", come "diritto", come "dovere">>.
E' una interessante rivalutazione dell'art. 4 della Costituzione, sulla quale riflettere in tempi nei quali il lavoro libero e liberatore non sembra avere futuro (ormai sembra che un giovane possa solo cercare di avere un posto da subordinato precario, visto che il lavoro veramente autonomo è sempre più per pochi privilegiati o per chi non ha paura di correre il rischio di essere povero).
Riporto qualche passo dell'articolo:
<<Ancora una citazione di Mortati: “il dovere dell’autorità di procurare lavoro –argomentava l’autore svolgendo l’ipotesi di una interpretazione dell’art.2118  in grado di armonizzarlo con i principi costituzionali- non sarebbe interamente soddisfatto se non si facesse valere anche nel senso di garantire il posto di lavoro in atto fino a quando una causa di interesse generale, obiettivamente apprezzabile, non renda impossibile siffatto mantenimento. Analogamente la funzione sociale,cui è vincolato il godimento dei beni di produzione, non sarebbe adempiuta se il proprietario dei beni stessi potesse rompere il contratto in modo del tutto arbitrario”.
...
Talune tracce di questa impostazione sono ravvisabili anche nella risalente giurisprudenza costituzionale quando ha tratto dall’art.4 il “diritto a non essere estromesso dal lavoro ingiustamente e irragionevolmente”( si vedano al riguardo le sentenze n.331 del 1988 e n.60 del 1991). Un postulato questo che non è valso di certo a cristallizzare in termini assoluti la posizione lavorativa -consentendo, ad esempio, il prepensionamento obbligatorio per i lavoratori delle aziende esercenti il pubblico trasporto- ma che ha comunque comportato una verifica di ragionevolezza delle leggi che, in luogo dello strumento dell’esodo consensuale, abbiano optato per l’anzidetta misura di carattere coattivo, specie sotto il profilo dell’effettivo ricorrere dei particolari presupposti atti a giustificarla.

Mentre più univoca e lineare appare la portata precettiva del diritto al lavoro ove venga assunto quale divieto costituzionale nei confronti di ostacoli che vengano frapposti allo svolgimento di un’attività lavorativa: resta emblematica, sotto questo aspetto, la sentenza della Corte costituzionale n.73 del 1992 che, ancorché con specifico riguardo al regime della previdenza forense, non ha esitato -proprio parametrando la ratio decidendi sull’art.4 Cost.- a dichiarare la illegittimità costituzionale della prevista incompatibilità della corresponsione della pensione di anzianità con l’iscrizione ad albi diversi dagli albi di avvocato e procuratore, nonché con lo svolgimento di qualsivoglia attività di lavoro subordinato.
...
Quel che si può aggiungere è che in ogni caso la stessa presenza dell’art .4 porta a respingere recisamente l’ipotesi che, a fronte delle trasformazioni sommariamente evocate, possa risultare costituzionalmente accettabile l’abdicazione pubblica alla funzione di promozione e di sostegno dell’occupazione. Mentre deve ammettersi che possono e devono mutare le modalità di realizzazione di questo compito, in una direzione di maggiore coerenza con i meccanismi che presiedono alle economie di mercato e che trovano oggi anche nella nostra costituzione la loro legittimazione. Sotto questo aspetto, l’accento cade in particolare sulla cura dei processi di formazione e di acquisizione delle professionalità nonché sulla gestione delle fasi di transizione lavorativa; non a caso sono queste modalità che hanno costituito oggetto dell’elaborazione strategica in sede europea e che sono state messe alla base della programmazione degli strumenti finanziari comunitari per il periodo 2007-2013.>>

In questi giorni è diffusa tra gli italiani l'opinione che, per poter continuare a godere dei benefici di in uno Stato di diritto, sia necessario rinsaldare i limiti della discrezionalità del legislatore. Affinchè il cittadino possa programmare la propria vita professionale e, in genere, lavorativa in una Repubblica che si possa dire fondata sul lavoro, è necessario impedire capricciose inversioni di rotta del legislatore sulle “regole del lavorare”. E' necessario impedire “prese in giro” di chi si fida di una legge (talora addirittura “certificata” dalla Corte costituzionale). E' necessario impedire voltafaccia del legislatore, giustificati solo dalla “logica formale” della non manifesta irragionevolezza della disciplina innovatrice che dica il contrario di quel che altre disposizioni di precedente legge avevano disposto, superando anche il controllo di costituzionalità della Corte costituzionale (come è accaduto, ad esempio, con sentenza 189/01 della Corte costituzionale, per l'art. 1, commi 56 e 57 della l. 662/96 che aveva introdotto il regime di compatibilità tra impiego pubblico a part time ridotto e esercizio della professione di avvocato).
Occorre seguire l'esempio della Corte costituzionale lettone in ordina alla rule of law. La Corte costituzionale della Lettonia, infatti, ha cancellato una legge che imponeva una riduzione delle pensioni come misura finalizzata al riequilibrio degli sbilanciati conti pubblici lettoni. Il Parlamento lettone aveva emanato una legge che riduceva gli importi delle pensioni al fine di mettere in grado lo Stato di più agevolmente restituire il prestito ingente (7,5 miliardi) che la Lettonia aveva ricevuto da Fondo Monetario Internazionale e da Unione Europea. La Corte costituzionale lettone ha però ritenuto che il Parlamento non aveva "attentamente valutato le possibili alternative" e che la legge non poteva togliere quel che precedentemente aveva dato ai pensionati. La norma costituzionale di quel Paese è stata interpretata in senso garantista dei diritti precedentemente acquisiti dai pensionati, sulla base del principio della "rule of law" e cioè del governo della legge. E si noti che quella Corte, addirittura, ha deciso sulla base di una norma costituzionale che prescrive soltanto "ciascuno ha diritto alla previdenza sociale per vecchiaia, per invalidità al lavoro, per disoccupazione e in altri casi previsti dalla legge".
Proprio per la rilevanza economica della decisione, emessa in una situazione nella quale “esigenze imperative di interesse generale” si sarebbero facilmente potute invocare a giustificazione del sacrificio dei pensionati, si può additare ad esempio la Corte costituzionale lettone in ordine alla sostanziale tutela di uno Stato di diritto. Tale tutela deve realizzarsi, in casi simili anche in Italia, con l'attenta valutazione, da parte del legislatore (o, in mancanza, della Corte costituzionale a seguito di q.l.c.), delle possibili alternative alla cancellazione dei diritti (c.d. “quesiti”).

 

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 07 Maggio 2014 18:27
 

Effetti del debito contributivo: non esistono i presupposti per il trattamento pensionistico

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Effetti del debito contributivo: non esistono i presupposti per il riconoscimento del trattamento pensionistico
(un articolo di Gianni Bella sulla newsletter di Cassaforense di aprile 2014)

L’art. 2 della legge n. 576/1980 – e successive modifiche e integrazioni normative e regolamentari – prescrive testualmente che “la pensione…è corrisposta a coloro che abbiano compiuto almeno….dopo almeno…anni di effettiva iscrizione e contribuzione alla Cassa”. Si è dunque aperto un dibattuto sul termine “effettiva” con riferimento alla contribuzione, ovvero se debba intendersi come integrale.
Invero, accade talvolta che un iscritto non venga ammesso al trattamento pensionistico in quanto viene rilevata l’esistenza di un debito contributivo pienamente esigibile, magari per anni pregressi e sfuggito all’attenzione dello stesso iscritto; ricorrendo tale ipotesi, viene erogata la pensione nel momento in cui l’iscritto salda il debito, stante la sinallagmaticità del rapporto previdenziale, che prevede la controprestazione, da parte della Cassa Forense, consistente nella corresponsione della pensione, unicamente allorquando sia stata correttamente adempiuta la prestazione a carico dell’iscritto, consistente nel pagamento dei contributi previdenziali. Il rapporto previdenziale, infatti, è un rapporto obbligatorio con prestazioni corrispettive tra due parti, l’ente e l’iscritto; per cui la Cassa legittimamente non riconosce la pensione laddove l’iscritto non abbia correttamente adempiuto alla prestazione normativamente prevista a suo carico per tutto il proprio percorso professionale e previdenziale.
La Corte d’Appello di Firenze, con la recentissima sentenza n. 307/14 del 18 marzo 2014, facendo proprie tutte le motivazioni del giudice di primo grado (Trib. di Firenze, n. 560/12 del 29 maggio 2012), ha riaffermato chiaramente tale principio, fissando alcuni precetti cardine dell’ordinamento previdenziale forense, in primis quello dell’“impossibilità di accreditargli (all’iscritto, n.d.r.) i contributi per gli anni tuttora non pagati e non prescritti”, con conseguente inutilizzabilità dei relativi anni ai fini della maturazione del diritto a pensione. Nella fattispecie esaminata dalla Corte di merito (e prima ancora dallo stesso Tribunale territoriale), l’iscritto aveva provveduto alla corresponsione dei contributi per un numero limitato di anni e rimanevano privi di integrale contribuzione diversi anni, tali da non consentire di raggiungere il requisito per l’ammissione al trattamento pensionistico.
In primo grado, il giudice fiorentino aveva già rigettato il ricorso dell’iscritto volto al riconoscimento del trattamento pensionistico sul presupposto che quest’ultimo avesse provato la corresponsione di contributi solamente per un numero limitato di anni, con la conseguenza che “in tale contesto è di intuitiva evidenza la infondatezza della domanda attorea in tesi”.
La Corte di Cassazione, in passato, aveva già qualificato la perdita delle prestazioni previdenziali come una conseguenza di carattere sanzionatorio dell'evasione contributiva; nella sentenza n. 6340 del 24 marzo 2005, in vertenza avente come parte la Cassa di previdenza dei geometri, la Suprema Corte ha affermato, infatti, che "il principio dell'automatismo delle prestazioni previdenziali non trova, invece, applicazione nel rapporto fra lavoratore autonomo ed ente previdenziale — nel difetto di esplicite norme di legge, che eccezionalmente dispongano in senso contrario - con la conseguenza che il mancato versamento dei contributi obbligatori impedisce, di regola, la stessa costituzione del rapporto previdenziale e, comunque, la maturazione del diritto alle prestazioni [...]. Né la prospettata diversità di trattamento[...] si pone in contrasto con il principio costituzionale di uguaglianza [...] in considerazione della diversità di situazione esistente tra lavoratore subordinato — al quale non possono essere imputate omissioni contributive del proprio datore di lavoro — e lavoratore autonomo (e segnatamente libero professionista) che — in dipendenza dell'inapplicabilità del principio dell'automatismo — subisce soltanto le conseguenze pregiudizievoli dell'inadempimento di obbligazioni contributive a proprio carico".
Il suddetto principio, peraltro, era già stato recepito da autorevole giurisprudenza di merito, sia pure, in talune circostanze, con riferimento al debito contributivo non più esigibile per intervenuta prescrizione (Corte d'Appello di Roma, n. 5350/2011 e n. 385/2011; Corte d'Appello di Venezia, n. 814/2011; Trib. Roma, n. 9573/2013, n. 919/2013, n. 5524/2013 e n. 8905/2012; Trib. Messina n. 364512013, n. 3647/2013 e n. 3639/2013; Trib. Bari n. 9328/2013; Trib. Nola n. 982/2013; Trib. Massa n. 89/2013; Trib. Bologna n. 63/2013; Trib. Piacenza n. 272/2012; Trib. Napoli n. 11290/2012).
Dirimente, nell’ambito di tale ragionamento, è la circostanza che agli iscritti alla Cassa Forense non si applica il principio dell’automatismo delle prestazioni previdenziali di cui all’art. 2116 del codice civile, principio in base al quale, nell’assicurazione generale obbligatoria, le prestazioni sono dovute all’assicurato anche quando il datore di lavoro non abbia versato regolarmente i contributi all’ente previdenziale.
Le norme vigenti in materia, infatti, richiedono non solo il mero dato formale dell’iscrizione all’Ente, bensì anche il puntuale adempimento degli obblighi contributivi stabiliti a carico di ogni iscritto. Il diritto alla percezione delle prestazioni previdenziali erogate dalla Cassa, pertanto, è subordinato, tra l’altro, al versamento integrale di contributi previdenziali per un numero di anni che varia a seconda della prestazione richiesta.
Altra affermazione interessante in entrambe le pronunce innanzi analizzate (Corte d’Appello e Tribunale di Firenze) è quella relativa all’effetto interruttivo della prescrizione della domanda di condono proposta dall’iscritto, in quanto trattasi di “comportamenti che costituiscono inequivocabilmente riconoscimento del debito ai sensi dell’art. 2944 c.c.”. Ne discende che l’iscritto che abbia presentato domanda di condono previdenziale, ha, mediante tale atto, manifestato la volontà di sanare le proprie irregolarità contributive, esplicitamente (o implicitamente) riconoscendo queste ultime e, quindi, la sussistenza della relativa obbligazione contributiva non correttamente adempiuta nei confronti dell’ente previdenziale e tale manifestazione di volontà, concretizzandosi in un riconoscimento di debito, assume efficacia interruttiva del decorso della prescrizione.
Avv. Marcello Bella – Dirigente dell’Ufficio legale di Cassa Forense

Ultimo aggiornamento Sabato 03 Maggio 2014 10:18
 

CdS 1673/2014 su "mercato rilevante", "abuso di posizione dominante", "comportamento escludente"

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Qui la sentenza 1673 dell'8 aprile 2014 della sesta sezione del Consiglio di Stato che fa il punto sui concetti di "mercato rilevante", "abuso di posizione dominante", "comportamento escludente".

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Ultimo aggiornamento Martedì 29 Aprile 2014 08:47
 

Quando l'avvocato è "consumatore"?

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 La Cassazione con ordinanza n. 5705/2014 ha affermato che “la disciplina del consumatore si applica anche al professionista prestatore d’opera intellettuale (art. 2229 cod. civ.), quale è l’avvocato, nel senso che il cliente può, ricorrendone le condizioni, essere qualificato consumatore nel rapporto con il suo legale, ancorché tale rapporto sia indubbiamente caratterizzato dall’intuitu personae, reciprocamente l’avvocato che concluda un contratto, potrà essere qualificato professionista o consumatore a seconda che quel contratto sia o meno funzionale all’esercizio della sua attività professionale".

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Ultimo aggiornamento Lunedì 28 Aprile 2014 08:22
 

Corte di giustizia 13/9/13: NO a discriminazione a rovescio di impiegati pubblici part time-avvocati

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La Corte di giustizia, ai punti 44 e 45 della sentenza del 13/9/2013 nella causa C-47511, ha chiarito che

"44   Deriva, al riguardo, da costante giurisprudenza che l’articolo 56 TFUE impone non solo l’eliminazione di qualsiasi discriminazione nei confronti del prestatore di servizi in base alla sua cittadinanza o al fatto che questi è stabilito in un altro Stato membro diverso da quello in cui la prestazione deve essere effettuata, ma anche la soppressione di qualsiasi restrizione, anche qualora essa si applichi indistintamente ai prestatori nazionali e a quelli degli altri Stati membri, quando sia tale da vietare, ostacolare o rendere meno attraenti le attività del prestatore stabilito in un altro Stato membro, ove fornisce legittimamente servizi analoghi (sentenza del 19 dicembre 2012, Commissione/Belgio, C‑577/10, non ancora pubblicata nella Raccolta, punto 38 e giurisprudenza ivi citata).

45 Occorre parimenti osservare che, in particolare, la nozione di restrizione comprende le misure adottate da uno Stato membro che, per quanto indistintamente applicabili, pregiudichino la libera prestazione dei servizi negli altri Stati membri (v., in questo senso, segnatamente, sentenza del 29 marzo 2011, Commissione/Italia, C‑565/08, Racc. pag. I‑2101, punto 46 e giurisprudenza ivi citata)."

Si veda anche la giurisprudenza della Corte di giustizia richiamata al punto 39 delle conclusioni dell'Avvocato generale Villalòn nella medesima causa C-475/11.

Tutto ciò rileva ai fini della disapplicazione, in forza dell'art. 53 della l. 234/2012, delle norme italiane che producono effetti discriminatori "a rovescio" nei confronti dei cittadini italiani, rispetto alla condizione e al trattamento garantiti nell'ordinamento italiano ai cittadini dell'Unione europea. In particolare rileva ai fini della disapplicazione della l. 339/03  e dell'art. 18, lettera d, della l. 247/12 che vietano l'iscrizione all'albo forense dei dipendenti pubblici a part time ridotto. La discriminazione al rovescio di tali cittadini italiani non è più consentita poiché sono ormai ammessi a svolgere la professione di avvocato in Italia (sia a titolo di stabilimento che di prestazione professionale occasionale) i cittadini di altri Stati dell'Unione che siano iscritti agli albi degli avvocati dei loro Stati e nel contempo siano anche titolari di un rapporto di impiego pubblico nello Stato di cui sono cittadini.

In sostanza la Corte di giustizia, con la richiamata sentenza del 13/9/2013 in causa C-475/11 (non solo ai citati punti 44 e 45) enuncia principi generali che devono esser applicati non solo dai giudici italiani (a partire dal giudice speciale Consiglio Nazionale Forense e dalle Sezioni Unite Civili della Cassazione) ma anche, immediatamente, dagli Ordini forensi. La Corte di giustizia enuncia principi che impongono di riconoscere superate le chiusure del libero mercato dei servizi professionali di avvocato che la Corte costituzionale aveva avallato con sentenza 166/2012  (poi seguita dalle Sezioni Unite della Cassazione con sentenza 11833/2013 e sentenze "gemelle"), la quale aveva preteso di estendere ben oltre la loro portata letterale le incompatibilità "tutte italiane" previste dall'art. 3 della legge professionale forense del 1933. OVVIAMENTE RILIEVI  CRITICI  IDENTICI A QUELLI ORMAI PROSPETTABILI AVVERSO LA SENTENZA 166/2012 DELLA CORTE COSTITUZIONALE (E AVVERSO LE SENTENZE DELLE SS.UU. DELLA CASSAZIONE -A PARTIRE DALLA SENTENZA 11833/2013- CHE L'HANNO SEGUITA CON INTERPRETAZIONI NON LETTERALI DELL'INCOMPATIBILITA' DA "IMPIEGO CON ENTE PUBBLICO ITALIANO") DEBBONO VALERE ORMAI PER L'INTERPRETAZIONE E PER LA NECESSARIA DISAPPLICAZIONE DI TALUNE NORME CHE NELLA LEGGE DI RIFORMA FORENSE (L. 247/12) PONGONO CAUSE DI INCOMPATIBILITA' CHE VANNO RICONOSCIUTE FONTI DI INACCETTABILE DISCRIMINAZIONE "AL ROVESCIO" NEI CONFRONTI DEI CITTADINI ITALIANI.

Ricordiamo che Massimo Severo Giannini, in "Diritto amministrativo", volume II, Milano, II, ed., 1993, a pag. 646, sottolineava come la necessità del possesso di una specifica abilitazione per l'esercizio di talune professioni costituisca un'eccezione ed affermava, con riguardo alle previsioni normative che stabiliscono anche la necessità della iscrizione ad un apposito albo, che: "Le attività lavorative professionali che, oltre ad una abilitazione richiedono l'iscrizione ad un albo, sono ancora un'ulteriore eccezione nell'eccezione". La fantasia di Giannini non arrivava a concepire (rispetto alla libertà di lavorare in una repubblica fondata sul lavoro) l'eccezione nell'eccezione nell'eccezione, come la si realizzò attraverso la l. 339/03, che per la sola professione di avvocato pose eccezione alla "generale regola" -sancita dalla  l. 662/96, art. 1, comma 56 e ss.- della compatibilità tra impiego pubblico a part time ridotto ed iscrizione in un albo professionale di qualsiasi professione (e si ricordi che la compatibilità tra impiego pubblico a part time ridotto e lavoro professionale -compreso quello di avvocato- fu qualificata da Corte cost. 171/99 come principio fondamentale della legislazione nazionale !!!).

Anzi, a dirla tutta, la "generale regola" sancita dall'art. 1, co 56 e ss., della l. 662/96, potrebbe apparire essa stessa una "eccezione limitatrice della libertà di lavoro professionale"  se si considera l'ampia serie di disposizioni normative che consentono l’accesso a talune professioni a tutti coloro che ne siano abilitati, anche in costanza di un rapporto di lavoro pubblico. Difatti (come sottolinea Lorenzo Ieva in un articolo pubblicato su www.lexitalia.it, dal Titolo "Sull'illegittimità costituzionale della incompatibilità tra lavoro pubblico e professione forense prevista dalla l. 339 del 2003"), l’art. 4, comma 7, terzo periodo, della legge 30 dicembre 1991 n. 412 prevede che l’attività libero-professionale dei medici sia compatibile col rapporto unico d’impiego, purché espletato fuori dell’orario di lavoro . Inoltre, l’art. 11, co. 4, del d.P.R. 11 luglio 1980 n. 382 consente ai docenti universitari, a tempo definito, di poter esercitare la libera professione; e l’art. 508, co. 15, del d.lgs 16 aprile 1994 n. 287 analogamente attribuisce la possibilità ai docenti della scuola pubblica (anche a tempo pieno) di poter svolgere, previa autorizzazione del capo d’istituto, lavoro professionale (e Corte cost., con sentenza 23 dicembre 1986 n. 284, in Foro it., 1988, I, p. 3563 ss ha giudicato costituzionalmente legittima la disposizione di cui all’art. 508 del d.lgs n. 287 del 1994, sul presupposto che l’attività professionale produce beneficio all’attività didattica per l’intuibile arricchimento teorico-professionale che il docente acquisisce nello svolgimento di entrambe le attività). Dunque, può dirsi che l’ordinamento giuridico conosca casi di piena compatibilità tra lo status di pubblico dipendente e quello di soggetto esercente attività libero-professionale. Né mai si è dubitato, in dottrina, della necessità o della opportunità di precludere alla classe medica ed a quella dei docenti la facoltà di dedicarsi all’attività professionale privata, oltre all’adempimento dell’attività di servizio alle dipendenze di una amministrazione od ente pubblico. Con particolare riferimento alla prestazione della professione medica, va osservato che, nonostante i rischi di forte “commistione di interessi” a danno dei cittadini tra lavoro alle dipendenze del servizio sanitario nazionale ed attività libero professionale, mai nessuna obiezione è stata mossa, sotto il profilo costituzionale per violazione del diritto alla salute (Cfr.: G. Alpa, voce Salute (Diritto alla), in Nss. Dig. it., App. VI, Torino, 1986, p. 913 ss; M. Luciani, voce Salute. I) Diritto alla salute – dir. cost., in Enc. giur., vol. XXVII, Roma, 1991.) , alla possibilità per il medico di ricoprire entrambi i ruoli di pubblico dipendente e di privato libero professionista ( In effetti, semplici “rischi” di commistione di interessi non possono giustificare limitazioni arbitrarie all’esercizio della libera professione da parte di soggetti qualificati ed appositamente abilitati. In argomento, vedi: M. Pascale, La libera professione del medico dipendente dal servizio sanitario nazionale, in Ragiusan, 1994, fasc. 126, p. 200 ss; I. Traldi – C. Pavarini, Libera professione dei medici e rapporto di pubblico impiego, in Ragiusan, 1994, fasc. 127, p. 220 ss; F. Sacco, Libera professione e incompatibilità del personale sanitario dirigente del servizio sanitario nazionale, in Sanità pubbl., 1998, p. 1183 ss.).

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Ultimo aggiornamento Lunedì 28 Aprile 2014 18:31
 

Vicedirigenza: il Consiglio di Stato il 16/4/14 rinvia in Corte costituzionale la legge abrogatrice

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Così ha disposto il Consiglio di Stato con ordinanza depositata il 16 aprile 2014: "rimette alla Corte Costituzionale la questione di legittimità costituzionale dell art. 5, comma 13, del D.L. 6 luglio 2012 n. 95, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, che ha disposto l abrogazione dell articolo 17-bis del D.Lgs. n. 165 del 30 marzo 2001, che aveva previsto l istituzione, previa la mediazione della contrattazione collettiva, della vice dirigenza, in riferimento agli artt. 3, 24, 97, 101, 102, 103, 111, 113, 117, Cost., sospende il giudizio e dispone l immediata trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale."

Di particolare interesse i seguenti passaggi dell'ordinanza:

a pag. 11-12 "E non v è nemmeno dubbio che i ricorrenti disponessero di un bene suscettibile di essere tutelato dall'articolo 1 del Protocollo n. 1. E solo il caso di rammentare che, come da consolidata giurisprudenza della Corte CEDU (cfr. Maurice c. Francia [GC], n. 11810/ 03, § 63, CEDU 2005 IX, il concetto di «beni», infatti, può coprire tanto i «beni attuali» quanto le legittime speranze , posto che il riconoscimento abbia una base sufficiente nel diritto interno, il che è confermato da una giurisprudenza ben consolidata degli organi giudicanti.
Nel caso di specie siamo ben al di là delle legittime speranze, perché i ricorrenti, odierni appellanti, hanno diritto all'integrale esecuzione della res iudicata.
Ad avviso del Collegio, la norma della cui legittimità costituzionale si tratta ha comportato un ingerenza nell'esercizio dei diritti che i ricorrenti potevano far valere in virtù di una sentenza passata in giudicato e della quale era in corso l'esecuzione
."

e a pag. 13 "Così come stabilito dai giudici costituzionali la valutazione delle circostanze temporali in cui si inserisce un intervento legislativo è fondamentale in ordine alla costituzionalità dello stesso, in particolare: Nel caso in esame peculiare valenza sintomatica assume la considerazione del tempo, delle modalità e del contesto in cui è stata emanata la disposizione censurata (sent. n. 267/ 2007)."

LEGGI DI SEGUITO L'ORDINANZA DEL 16 APRILE 2014 CON CUI IL CONSIGLIO DI STATO HA RIAPERTO LA "QUESTIONE VICEDIRIGENZA" ...

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Ultimo aggiornamento Venerdì 25 Aprile 2014 11:17 Leggi tutto...
 

Cassazione SSUU 5700/14: non perentorio il termine per notifica di ricorso e decreto ex legge Pinto

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 Le SS.UU. Civili della Corte di Cassazone, in sentenza 5700 depositata il 12 marzo 2014, hanno affermato il seguente principio di diritto: “In tema di equa riparazione per violazione della durata ragionevole del processo, il termine per la notifica del ricorso e del decreto di fissazione dell'udienza alla controparte non è perentorio e, pertanto, è ammessa la concessione di un nuovo termine, perentorio, al ricorrente nella ipotesi di omessa o inesistente notifica del ricorso e del decreto di fissazione della udienza”. 

Segnalo il passaggio argomentativo di cui al punto 5 della motivazione in diritto:

"--- 5. - Nella giurisprudenza di legittimità, dunque, il principio della ragionevole durata del processo è divenuto punto costante di riferimento nell'ermeneutica delle norme, in particolare di quelle processuali, e nella individuazione del rispettivo ambito applicativo, conducendo a privilegiare, pur nel doveroso rispetto del dato letterale, opzioni contrarie ad ogni inutile appesantimento del giudizio.
E tuttavia, non può non rilevarsi che il principio del giusto processo, di cui al richiamato art. 6 CEDU, non si esplicita nella sola durata ragionevole dello stesso. Come sottolineato anche in dottrina, occorre prestare altresì la massima attenzione ad evitare di sanzionare comportamenti processuali ritenuti non improntati al valore costituzionale della ragionevole durata del processo, a scapito degli altri valori in cui pure si sostanzia il processo equo, quali il diritto di difesa, il diritto al contraddittorio, e, in definitiva, il diritto ad un giudizio.
In proposito, la stessa Corte Europea di Strasburgo, pur sottolineando che ad essa non compete un sindacato sulla interpretazione e sull'applicazione della regola emessa a livello nazionale, ammette poi le limitazioni all'accesso ad un giudice solo in quanto espressamente previste dalla legge ed in presenza di un rapporto di proporzionalità tra i mezzi impiegati e lo scopo perseguito (v., ex plurimis, Ornar e. Francia, 29 luglio 1998; Bellet c. Francia, 4 dicembre 1995), affermando i particolare che ritenere l'irricevibilità di un ricorso non articolato con la specificità richiesta configura un eccessivo formalismo (v., tra le altre, Walchi c. Francia, 26 luglio 2007); ovvero ponendo in rilievo la esigenza che le limitazioni al diritto di accesso ad un giudice siano stabilite in modo chiaro e prevedibile, e, dunque, alla stregua di una giurisprudenza non ondivaga o non specifica (v., a titolo esemplificativo, Faltejsek c. Rep. Ceca, 15 agosto 2008).
"

Leggi di seguito (cliccando sul pulsante "LEGGI TUTTO") la motivazione della sentenza della Cassazione, SS.UU. Civili, n. 5700 del 22 ottobre – 12 marzo 2014...

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Ultimo aggiornamento Giovedì 24 Aprile 2014 09:38 Leggi tutto...
 

OK del CNF al praticante avvocato senza limiti di tempo (se s'applica il r.d.l. 1578/33)

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(dalla newsletter di deontologia forense del CNF del 17/4/2014)

Il praticante avvocato può rimanere iscritto nell’omonimo registro senza limitazioni di tempo e sino a quando non abbia superato l’esame abilitativo

In difetto di specifica disposizione contraria, il praticante avvocato può rimanere iscritto nel registro senza limitazioni di tempo e sino a quando non avrà superato l’esame abilitativo, a nulla rilevando l’avvenuto rilascio del certificato attestante il compimento del periodo minimo di pratica prescritto. Infatti, il decorso del termine di sei anni, previsto dall’art. 8 del Rdl 1578/33 (ratione temporis applicabile), e la perdita dell’abilitazione provvisoria non determinano il venir meno dello status di praticante e dell’interesse dello stesso a rimanere iscritto al registro speciale per proseguire nello svolgimento della pratica, pur essendo privo dello “ius postulandi” (Nel caso di specie, il praticante avvocato impugnava la decisione del Consiglio dell’Ordine che, in applicazione del proprio regolamento, lo aveva cancellato dall’omonimo registro perché erano decorsi sette anni dalla sua iscrizione al registro stesso. In applicazione del principio di cui in massima, il CNF ha accolto il ricorso, disapplicando il suddetto regolamento in parte qua).

Consiglio Nazionale Forense (pres. Alpa, rel. Picchioni), sentenza del 17 ottobre 2013, n. 190
NOTA:
In senso conforme, CNF n. 60/2006, n. 115/2002, n. 98/2001.

Ultimo aggiornamento Giovedì 17 Aprile 2014 11:21
 

2013 Report on the Application of the EU Charter of Fundamental Rights

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Il 14 aprile 2014 la Commissione dell'Unione Europea ha pubblicato il "2013 Report on the Application of the EU Charter of Fundamental Rights". Approfondisci leggendo il documento di lavoro (parte 1 e parte 2).


Del Report segnalo come molto importanti il paragrafo 1 "Introduction" e il paragrafo 2 "Applicability of the Charter to the Member States".

Il documento di lavoro, parte 1, ricorda, tra l'altro:

"Protection of Fundamental Rights in the EU.
"...The Charter applies to Member States only when they implement EU law. Hence it does not replace national fundamental rights systems but complements them. The factor connecting an alleged violation of the Charter with EU law will depend on the situation in question. For example, a connecting factor exists: when national legislation transposes an EU Directive in a way contrary to fundamental rights, when a public authority applies EU law in a manner contrary to fundamental rights, or when a final decision of a national court applies or interprets EU law in a way contrary to fundamental rights.

...

Article 15: Freedom to choose an occupation and the right to engage in work
The Charter in its Article 15 (1) protects the right to engage in work and to pursue a freely chosen or accepted occupation.
Legislation
To promote this right a Directive modernising the Professional Qualifications Directive was adopted on 20 November 2013 and has entered into force on 17 January 2014. (74) The recast Directive must be implemented by Member States within two years after entry into force, by 18 January 2016. It allows EU qualified citizens to obtain the recognition of their qualifications in order to establish and provide services in another Member State.
(74) Directive 2013/55 amending Directive 2005/36/EC on the recognition of professional qualifications and Regulation (EU) No 1024/2012 on cooperation through the Internal Market Information System (‘the IMI Regulation’), OJ L 354, 28.12.2013, p. 132.)...

...

Article 17: Right to property ...
UK catch quota
Vessel owners or organisations representing vessel owners have at times challenged the allocation of fishing opportunities by individual Member States before national courts. A case in point is UK Association of Fish Producer Organisations v. Secretary of State for Environment, Food and Rural Affairs, a case decided by a UK court in July 2013. 82 Importantly, the judgment concerned the redistribution of national UK catch quota and analysed in detail whether the decision by the English authorities on the re-distribution of quota was not only in conformity with national law, but did also respect fundamental rights and principles of EU law. It analysed, in particular, the right to property, the principle of legitimate expectations , and the principle and right to non-discrimination . The ruling explicitly referred to the Charter. The judge deciding the case concluded that the relevant English authority had acted in conformity with the latter and EU law in general. (see also below under Article 21 for an analysis of the case from the angle of the right to non-discrimination)

---

Article 21: Non-discrimination
The Charter prohibits any discrimination based on any ground such as sex, race, colour, ethnic or social origin, genetic features, language, religion or belief, political or any other opinion, membership of a national minority, property, birth, disability, age or sexual orientation. The Charter also prohibits discrimination on grounds of nationality, within the scope of application of the Treaties and without prejudice to any of their specific provisions. Discrimination based on racial or ethnic origin is a violation of the principle of equal treatment and is prohibited in the workplace and outside the workplace. In the area of employment and occupation, EU legislation prohibits discrimination on grounds of religion or belief, disability, age or sexual orientation.
...

In November 2013, the European Commission has formally closed the infringement procedures launched against Hungary on 17 January 2012 over the country’s forced early retirement of around 274 judges and public prosecutors (104). This had been caused by a sudden reduction in the mandatory retirement age for these professions from 70 to 62. Following the European Commission’s legal action, the CJEU upheld the European Commission's assessment (105) that the change was incompatible with Directive 2000/78/EC which prohibits discrimination at the workplace on grounds of age. Following calls by the European Commission for Hungary to comply with the judgment as soon as possible, the country took the necessary measures and adopted changes to its law. The European Commission is now satisfied that Hungary has brought its legislation in line with EU law. A new law adopted by the Hungarian Parliament on 11 March 2013 lowers the retirement age for judges, prosecutors and notaries to 65 over a period of 10 years, rather than lowering it to 62 over one year, as before. This aligns it with the general retirement age of 65. The new law also provides for the right for all judges and prosecutors who had been forced to retire before to be reinstated in their posts, with no need to bring a case to court. Moreover, they will be compensated for remuneration lost during the period they were not working. The European Commission has closely monitored the correct implementation of the new legislation in practice.
(104) For more information about the infringement proceedings, see the European European Commission Press Release IP/12/24, 'European European Commission launches accelerated infringement proceedings against Hungary over the independence of its central bank and data protection authorities as well as over measures affecting the judiciary', 17.01.2012, available at http://europa.eu/rapid/press-release_IP-12-24_en.htm.
(105) CJEU, C-286/12, European European Commission v. Hungary, 06.11.2012. See also MEMO/12/832.

...
Case law
In 2013, the CJEU has further developed its case law on the prohibition of discrimination on the ground of age. The fact that the CJEU in its case law on age discrimination explicitly refers to Article 21 of the Charter, which contains the prohibition of any discrimination on ground of age, is to be welcomed. In the case HK Danmark v Experian A/S120, a request for a preliminary ruling from a Danish court on the interpretation of Council Directive 2000/78/EC, the question of the lawfulness of the occupational pension scheme operated by Experian was at stake. Experian had namely set up a pension scheme with different applicable rates according to different age categories, and argued that pension schemes are not covered by the prohibition of discrimination on the grounds of age, as laid down by the Danish Anti-Discrimination Law. The CJEU held, however, that these pension schemes are covered by the said legislation. It concluded that the principle of non-discrimination on grounds of age, enshrined in Article 21 of the Charter and given specific expression by Directive 2000/78/EC, must be interpreted as allowing an occupational pension scheme under which an employer pays, as part of pay, pension contributions which increase with age, provided that the difference in treatment on grounds of age that arises therefrom is appropriate and necessary to achieve a legitimate aim, which it is for the national court to establish.

...


Another Danish age discrimination case Toftgaard (121), is a case on the refusal to grant availability pay to civil servants who have reached the age of 65 and are entitled to a pension. The Danish Law on Civil Servants foresees a system of “rådighedsløn” (availability pay), under which a civil servant may, as special protection in the event of dismissal on grounds of redundancy, retain his current salary for three years and continue to be credited for years of pensionable service, provided he remains available for assignment to another suitable post. Mr Toftgaard was not granted availability pay as he had reached the age of 65 and was entitled to a pension. The CJEU held that Directive 2000/78/EC must be interpreted as precluding a national provision under which a civil servant who has reached the age at which he is able to receive a retirement pension is denied, solely for that reason , entitlement to availability pay intended for civil servants dismissed on grounds of redundancy.
Not only the Danish retirement scheme was under scrutiny by the CJEU regarding its compliance with the Charter, but also the Czech retirement scheme, and more particularly the early retirement support in the agricultural sector. In the Soukupova case (122), a case referred to the CJEU by the Czech Supreme Administrative Court, the CJEU held that in implementing Council Regulation (EC) No 1257/1999 of 17 May 1999 on support for rural development from the European Agricultural Guidance and Guarantee Fund ('EAGGF') Member States are required, pursuant to Article 51 (1) of the Charter, to respect the principles of equal treatment and non-discrimination, enshrined in Articles 20, 21 (1) and 23 of the Charter. Member States, when granting early retirement support in the agricultural sector, financed by the EAGGF, may not rely on the difference in treatment that they are authorized to retain when defining retirement age in the field of social security. On the contrary, in the context of early retirement support for elderly farmers, Member States are required to ensure equal treatment between women and man, and, thereto, to prohibit any discrimination on grounds of gender. In the present case, the difference in treatment by the Czech authorities, consisting in the determination, depending on the gender or number of children, of the age from which that support may no longer be claimed, could not be objectively justified and thus amounted to a violation of the Charter. (123)

120 CJEU, C-476/11, HK Danmark v Experian A/S, 26.09.2013 ('Kristensen').
121 CJEU, C-546/11, Dansk Jurist- og Økonomforbund v Indenrigs- og Sundhedsministeriet, 26.09.2013 ('Toftgaard').
122 CJEU, C-401/11, Blanka Soukupová v Ministerstvo zemědělství, 11.04.2013.
123 See also the 2013 Report on the Application of the EU Charter of Fundamental Rights under 2. Applicability of the Charter to the Member States.

...

Rulings on age discrimination in France and Germany
In France (125) and Germany (126) cases were brought to court regarding discrimination on the basis of age. The French case concerned a national law which provides that an agent of national electricity and gas industries from 65 to 67 years old can be retired at the initiative of the employer. The German case concerned a state regulation on authorized inspectors and official experts providing for an absolute age limit of 70 years. In both cases the national courts decided that the age limit constituted age discrimination according to Article 21 of the Charter, however, the infringement was justified under Article 52 of the Charter. Article 52 states that fundamental rights can only be limited if this is provided for by law with respect to the essence of those rights. Subject to the principle of proportionality, limitations may be made only if they are necessary and genuinely meet objectives of general interest recognised by the Union or the need to protect the rights and freedoms of others. The French High Administrative Court decided that the limitation was justified because the age limit is necessary to promote access to employment through better distribution between generations. The German Higher Administrative Court decided that the infringement was justified because of public security.

(125) High Administrative Court of France (Conseil d’Etat), case N° 352393 ECLI FR CESSR 2013 352393.20130313, Mrs A v the State of France, 13.3.2013.
(126) Hessian Higher Administrative Court (Hessischer Verwaltungsgerichtshof, 7. Senat), case 7 C 897/13.N, 7.8.2013."

 

Il documento di lavoro, parte 2, ricorda, tra l'altro:

"Article 34: Social security and social assistance
Article 34 of the Charter recognises citizens' entitlement to social security benefits and social services providing protection in cases of maternity, illness, industrial accidents, dependency or old age, and in the case of loss of employment. Everyone residing and moving legally within the European Union is entitled to social security benefits and social advantages in accordance with Union law and national laws and practices. Member States are free to determine the details of their social security systems, including which benefits shall be provided, the conditions of eligibility, how these benefits are calculated, as well as how much contribution should be paid, provided it complies with applicable EU law. European rules ensure that the application of the different national legislations respects the basic principles of equality of treatment and non-discrimination . They guarantee that migrant EU workers are treated in the same way as national workers and that the application of the different national legislations does not adversely affect them.

...

Article 47: Right to an effective remedy and right to a fair trial
Article 47 of the Charter provides that when EU rules give a right to a person, he or she can go before a court in case this right is violated. This protection is called a right to an effective remedy, because it provides to individuals a legal solution decided by a tribunal when an authority used EU law in an incorrect way. The right to an effective remedy guarantees judicial protection against violations of any EU rule which grants rights to people. It therefore plays a key role in ensuring the effectiveness of all EU law, ranging from social policy, to asylum legislation, competition,griculture, etc.

...

Article 53: Level of Protection
Article 53 of the Charter stipulates that the Charter shall not be interpreted in such a way as to restrict human rights and fundamental freedoms as recognised in the Member States' constitutions, by Union law, by international law, and by international agreements to which the Union or all the Member States are a party. This provision is intended to maintain the level of protection currently afforded within their respective scope by Union law, national law and international law.
Case law
In the Melloni case (120), the CJEU was asked if a Member State could make the surrender of a person convicted in absentia conditional upon the conviction being open to review in the issuing Member State. Mr Melloni had been sentenced in absentia in Italy to 10 year's imprisonment for bankruptcy fraud. Following his arrest by the Spanish police, he opposed surrender to the Italian authorities. He contended that under Italian procedural law it is impossible to appeal against sentences imposed in absentia. He argued that the execution of the European arrest warrant issued against him should be made conditional upon Italy's guaranteeing the possibility of appealing against the judgment. He based his argument on Art. 47 of the Charter, the right to an effective remedy and to a fair trial, and on Art. 53 of the Charter, arguing that the harter should be interpreted in the light of the provisions of the Spanish constitution, which foresees the possibility of judicial review of convictions.
The CJEU held that the Framework Decision on the European arrest warrant reflects the consensus reached by all the Member States regarding the scope of the procedural rights enjoyed by persons convicted in absentia who are subject to the European arrest warrant. Although the right of the accused to appear in person at his trial is an essential component of the right to a fair trial, that right is not absolute. To make the surrender of a person subject to a condition not provided for under the Framework Decision would undermine the principles of mutual trust and recognition which that decision purports to uphold and would compromise its efficacy. The Court also confirmed that the fundamental constitutional principle of primacy of EU law also applies to the relationship between the Charter, on the one hand, and the national constitutional provisions on fundamental rights, on the other hand. A Member State may thus not invoke a provision of its constitution, even if it ensures a higher level of protection of a fundamental right than the Charter, as a ground for not applying a clear provision of EU law. (120)

120 CJEU, Case C-399/11 Stefano Melloni v Ministerio fiscal, 26.02.2013."

 

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Ultimo aggiornamento Martedì 15 Aprile 2014 18:30
 

Viola l'art. 6 CEDU la Cassazione che non motiva adeguatamente il diniego di rinvio pregiudiziale

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 L'ha stabilito la Corte di Strasburgo nella sentenza dell'8 aprile 2014 che ha deciso il caso DHABHI c. ITALIA. Un interessante sintesi la trovi nell'ottimo sito www.marinacastellaneta.it

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Ultimo aggiornamento Giovedì 05 Giugno 2014 15:36
 

evadere dalle vecchie idee

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All'inizio della sua "Teoria generale su occupazione interesse e moneta" scriveva Keines: "Le idee che qui sono espresse tanto laboriosamente sono estremamente semplici e dovrebbero essere ovvie. La difficoltà non sta nelle idee nuove, ma nell'evadere dalle vecchie, che si ramificano in tuti gli angoli della mente".

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Ultimo aggiornamento Venerdì 11 Aprile 2014 10:13
 

Corte di giustizia su abogados: depositate il 10/4/14 le conclusioni dell'avvocato generale Vahl

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Valutazione attuale: / 15
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La Corte di giustizia dirà a breve se gli abogados "spagnoli" e gli avocat "rumeni" stabiliti in Italia ("spagnoli" e "rumeni" tra virgolette, perchè di nazionalità italiana  e abilitati in Spagna e Romania all'esercizio della professione forense) abusano del diritto UE.  Infatti, nelle cause C-58/13 e C-59/13 sono state depositate il 10 aprile 2014 le conclusioni dell'Avvocato generale Nils Wahl  in questi termini: "

"IV – Conclusione

106. Alla luce delle considerazioni che precedono, propongo alla Corte di rispondere alle questioni poste dal Consiglio Nazionale Forense nel modo seguente:

1)      L’articolo 3 della direttiva 98/5/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 febbraio 1998, volta a facilitare l’esercizio permanente della professione di avvocato in uno Stato membro diverso da quello in cui è stata acquistata la qualifica osta alla prassi di uno Stato membro di rifiutare, con la motivazione dell’abuso del diritto, l’iscrizione all’albo degli avvocati, nella sezione speciale riservata agli avvocati che hanno ottenuto la qualifica all’estero, di cittadini di tale Stato membro che, poco dopo aver ottenuto il titolo professionale in un altro Stato membro, ritornino nello Stato membro precedente.

2)      L’esame della seconda questione posta non ha rivelato alcun elemento che infici la validità dell’articolo 3 della direttiva 98/5."

 LEGGI DI SEGUITO (CLICCANDO SUL TASTO "LEGGI TUTTO") LE CONCLUSIONI DELL'AVVOCATO GENERALE NILS WAHL (I PUNTI DA 82 A 106 SONO DEDICATI SPECIFICAMENTE ALLE QUESTIONI PREGIUDIZIALI PRIMA E SECONDA, SOTTOPOSTE ALLA CORTE DI GIUSTIZIA DAL CONSIGLIO NAZIONALE FORENSE).
 
INVECE, CLICCA QUI PER COMINCIARE AD APPROFONDIRE (IN VISTA DI UN PROSSIMO INTERVENTO DELLA CORTE EDU) LA SPINOSA QUESTIONE DELLA CARENZA DI TERZIETA'  DEL CNF. TALE QUESTIONE VIENE AMPIAMENTE ANALIZZATA  DALL'AVVOCATO GENERALE WAHL AI PUNTI DA 19 A 81 DELLE SUE CONCLUSIONI, PROPONENDOSI ALLA CORTE DI CONSENTIRE AL CNF DI PROPORRE QUESTIONI PREGIUDIZIALI EX ART. 267 TFUE MA, NEL CONTEMPO, TRACCIANDO LA STRADA PER UNA SERRATA CRITICA ALLA LEGITTIMITA' DEL CNF-GIUDICE SPECIALE IN RELAZIONE SIA ALL'ART. 6 CEDU, SIA IN RELAZIONE ALL'ART. 47 DELLA CARTA DEI DIRITTI FONDAMENTALI DELL'UNIONE EUROPEA. Infatti, non sarà difficile, per usare le parole dell'Avvocato generale Wahl (punto 53 delle sue conclusioni), verificare se "nel diritto nazionale esistono disposizioni idonee a garantire l'indipendenza in senso stretto e l'imparzialità di tale organo e dei suoi componenti". 
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Ultimo aggiornamento Venerdì 11 Aprile 2014 11:54 Leggi tutto...
 

Cass. 7818/2014: danno per demansionamento non è "in re ipsa" ma OK a prove per presunzioni semplici

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 La Suprema Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 3 aprile 2014, n. 7818, afferma che "il diritto al risarcimento del danno non patriminiale, in tutti icasi in cui è ritenuto risarcibile, non può prescindere dalla allegazione da parte del richiedente degli elementi di fatto dai quali desumere l'esistenze e l'entità del pregiudizio".

Ha, tra l'altro, affermato che: "Pur dovendosi rilevare che per quanto attiene alla prova del danno, le SS.UU del 2008 (n. 26972), richiamate dalla stessa Corte territoriale, hanno ammesso che essa possa fornirsi anche per presunzioni semplici, deve, tuttavia, escludersi che il danno,sia “in re ipsa” (nello stesso senso Cass. SU n. 6572 del 24 marzo 2006),dovendo essere dimostrato in giudizio con tutti i mezzi consentiti dall’ordinamento, assumendo peraltro precipuo rilievo la prova per presunzioni, per cui dalla complessiva valutazione di precisi elementi, che solo dall’interessato possono essere dedotti, si possa, attraverso un prudente apprezzamento, coerentemente risalire al fatto ignoto, ossia all’esistenza del danno, facendo ricorso, ai sensi dell’art. 115 c.p.c., a quelle nozioni generali derivanti dall’esperienza, delle quali ci si serve nel ragionamento presuntivo e nella valutazione delle prova."

LEGGI DI SEGUITO UNO STRALCIO DALLA SENTENZA 7818/2014 DELLA CASSAZIONE ...

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 09 Aprile 2014 09:46 Leggi tutto...
 

Antitrust apre inchiesta su tariffario di associazione di amministratori di condominio

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  L'Antitrust, con provvedimento n. 24836 pubblicato sul Bollettino A.G.C.M. n. 14 del 7/4/2014, ha avviato una istruttoria nei confronti di Confiac - Confederazione italiana delle associazioni condominiali, per accertare l'esistenza di violazioni all'art. 2 della legge 287/90 o dell'art. 101 TFUE. L'istruttoria avrà ad oggetto il TARIFFARIO MINIMO PER GLI AMMINISTRATORI PROFESSIONISTI DI CONDOMINIO adottato da Confiac e riguardato come eventuale intesa anticoncorrenziale tra imprese e abuso di posizione dominante.

LEGGI DI SEGUITO UNO STRALCIO DAL PROVVEDIMENTO DELL'ANTITRUST ...

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Ultimo aggiornamento Lunedì 07 Aprile 2014 13:40 Leggi tutto...
 

Corte costituzionale 69/2014 esalta l'affidamento da pregressa giurisprudenza

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La Corte costituzionale, con sentenza n. 69/2014, nel dichiarare incostituzionale una disposizione di legge "per violazione dell'art. 3, secondo comma, Cost., in ragione del vulnus arrecato al principio dell'affidamento",  ha affermato ai punti 2.2 e 2.3 del "Considerato in diritto":

"...non è decisivo verificare se la norma censurata abbia carattere effettivamente interpretativo, e sia perciò retroattiva, ovvero sia innovativa con efficacia retroattiva, trattandosi, in entrambi i casi, di accertare se la retroattività della legge, il cui divieto non è stato elevato a dignità costituzionale, salvo che per la materia penale, trovi adeguata giustificazione sul piano della ragionevolezza e «non contrasti con altri valori o interessi costituzionalmente protetti» (ex plurimis, sentenze n. 257 del 2011, n. 74 del 2008 e n. 234 del 2007).

2.3.– A tal riguardo, questa Corte ha ulteriormente, e reiteratamente, precisato come l’efficacia retroattiva della legge trovi, in particolare, un limite nel «principio dell’affidamento dei consociati nella certezza dell’ordinamento giuridico», il mancato rispetto del quale si risolve in irragionevolezza e comporta, di conseguenza, l’illegittimità della norma retroattiva (sentenze n. 170 e n. 103 del 2013, n. 271 e n. 71 del 2011, n. 236 e n. 206 del 2009, per tutte)..."

IMPORTANTISSIMO RILEVARE COME AL PUNTO 2.3 DEL "CONSIDERATO IN DIRITTO", LA CORTE SOTTOLINEI L'IMPORTANZA DEL FATTO CHE IL DESTINATARIO DELLA NORMATIVA CENSURATA "CONFIDAVA, SULLA BASE DELLA PREGRESSA CONSOLIDATA GIURISPRUDENZA", SUL DIRITTO PRECEDENTEMENTE RICONOSCIUTOGLI.

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Ultimo aggiornamento Giovedì 05 Giugno 2014 15:37
 

Oneri probatori del dipendente pubblico che chieda danni esistenziali per perdita di chance

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 La Corte di Cassazione, Sez. Lavoro, con sentenza n. 4916 del 3.3.2014, è intervenuta, tra l'altro, a chiarire la portata dell'onere probatorio gravante sul lavoratore che chieda il risarcimento del danno esistenziale per perdita di chance di promozione.Secondo la Cassazione, il lavoratore che lamenti la violazione dell'obbligo di osservare, nell'espletamento di una procedura concorsuale per la promozione ad una qualifica superiore, criteri di correttezza e buona fede in ordine allo svolgimento delle procedure e al rispetto della "par condicio" fra gli aspiranti, chiedendo il risarcimento dei danni derivantigli dalla perdita della possibilità di conseguire la promozione, ha l'onere di provare anche gli elementi atti a dimostrare, pur se solo in modo presuntivo e basato sul calcolo delle probabilità, la possibilità che egli avrebbe avuto di conseguire la promozione. altrimenti non si potrà riconoscere al lavoratore nessun interesse processuale ad una dichiarazione di illegittimità di una procedura concorsuale alla quale egli sia indifferente....

LEGGI DI SEGUITO LA SENTENZA 4916 DEL 3/3/2014 DELLA CASSAZIONE ...

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Ultimo aggiornamento Lunedì 31 Marzo 2014 13:46 Leggi tutto...
 

"La legittimazione ad agire delle Autorità indipendenti", di A.M. Sandulli

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 Sul sito www.giustizia-amministrativa.it segnalo l'interessante intervento di Maria Alessandra Sandulli, Professore ordinario di Diritto amministrativo e di Giustizia amministrativa nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma Tre, dal titolo "Il problema della legittimazione ad agire in giudizio da parte delle autorità indipendenti" (Roma, Palazzo Spada, 28 febbraio 2013).

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Ultimo aggiornamento Lunedì 31 Marzo 2014 13:29
 

"IL TEMPO COME BENE DELLA VITA" di Roberto Caponigro

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 Su www.giustizia-amministrativa.it trovi un interessante articolo di Roberto Caponigro dal titolo "IL TEMPO COME BENE DELLA VITA". Questo l'indice: "1. Premessa – 2. Il tempo nell’azione amministrativa – 2.1 La durata del procedimento – 2.2 L’attività amministrativa obbligatoria – 2.3 La responsabilità pubblica da mero ritardo – 3. Il tempo nel processo amministrativo – 3.1 Il tempo come misura del danno e l’esigenza di tempestività del giudizio – 3.2 Il rilievo del tempo nell’interesse al ricorso – 3.3 Il dominus del ricorso ed i tempi del processo - 4. Conclusioni."

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Ultimo aggiornamento Lunedì 31 Marzo 2014 13:29
 

A parere del CNF la nomina orale dell'avvocato sostituto è possibile solo per l'attività d'udienza

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(dalla newsletter di deontologia forense del CNF del 29/3/2014)

Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma pone il seguente quesito: se, alla luce dell’art. 14, comma 2, legge n. 247/2012, ove si prevede che “Gli avvocati possano farsi sostituire da altro avvocato, con incarico anche verbale”, un fascicolo processuale possa essere visionato da altro avvocato che si dichiari sostituto del difensore formalmente incaricato nell’ambito del suddetto procedimento e, ancora, “quali attività in concreto rientrino nel concetto di sostituzione rispetto alle quali l’incarico possa essere verbale.”.

Con riferimento alla liceità della sostituzione verbale succitata, questa Commissione si è già pronunciata con parere n. 113 del 23 ottobre 2013, in risposta al quesito posto dal COA di Ferrara, ritenendo che “l’avvocato, ferma la sua responsabilità professionale, possa farsi sostituire in udienza, conferendo incarico orale ad un Collega e restando ovviamente sottoposto, nell’esercizio di tale facoltà, alle sanzioni di legge ed alle regole deontologiche.”.

Il quesito del COA di Roma attiene, come visto, al medesimo articolo della legge professionale, la cui rubrica recita “Mandato professionale – Sostituzioni e collaborazioni”, ma ad una diversa e specifica fattispecie.
Ritiene la Commissione che vadano premesse le seguenti considerazioni.
La norma in argomento, nel prescrivere:
a) che l’eventuale rinuncia all’incarico professionale non debba causare pregiudizi al cliente” (comma 1)
b) che l’incarico conferito per lo svolgimento dell’attività professionale (la difesa) è personale (comma 2)
c) che, malgrado la nomina di un proprio sostituto, l’avvocato “rimane personalmente responsabile verso i clienti” (comma 3)
riconduce, con ragionevole evidenza, l’eventualità della sostituzione all’attività giudiziale. Solo in tal senso si giustifica, infatti, la portata delle previsioni anzidette, atteso che, ad esempio, l’accesso al fascicolo da parte del difensore non può, di per sé, essere causa di pregiudizio per il proprio cliente, mentre il cliente medesimo potrebbe certo essere danneggiato dall’attività processuale di un sostituto incapace e/o negligente del proprio difensore.
Non può poi sfuggire che il sostituto processuale accede non solo all’esercizio della attività difensiva, ma anche, ineludibilmente, al fascicolo della parte rappresentata dal suo mandante. Tale opportunità, però, consegue dalla dichiarazione di essere sostituto ex art. 14, comma 2, legge n. 247/2012, rilasciata in atto pubblico (verbale dell’udienza) e nei confronti di pubblico ufficiale, con la conseguenza che l’eventuale affermazione mendace troverebbe adeguata sanzione nell’art. 483 c.p..
Peraltro, anche la falsa attestazione di essere sostituto del difensore in atti, rilasciata al fine di accedere alla semplice visione del fascicolo, che contempla, se consentita, la facoltà di estrarre copia del contenuto del medesimo, potrebbe, se scoperta, essere sanzionata ai sensi dell’art. 496 c.p.. L’eventuale accesso del sostituto al fascicolo, in forza di asserita ma inesistente delega verbale, costituirebbe però una circostanza della quale il difensore nominato dalla parte non avrebbe modo di essere posto al corrente, se non previa informazione, del tutto eventuale, ricevuta dall’addetto alla cancelleria. Di conseguenza, l’accesso agli atti di un asserito sostituto del difensore in forza della sola delega verbale potrebbe, da un lato, provocare pregiudizi alle parti costituite in ragione, ad esempio, dei documenti contenenti dati sensibili ivi depositati e, dall’altro, assoggettare l’avvocato presunto delegante a difendersi dall’attribuzione di responsabilità civili, penali e disciplinari, anche alla luce delle vigenti disposizioni in tema di segreto professionale (art. 6 legge n. 247/2012.
Il parere della Commissione, in risposta al quesito posto dal COA di Roma, va pertanto espresso nel senso che la nomina orale del sostituto è consentita esclusivamente per l’attività di udienza, mentre l’accesso al fascicolo processuale da parte del sostituto richiede il rilascio a quest’ultimo, da parte del difensore formale, di delega scritta.

Consiglio Nazionale Forense (rel. Merli), parere 22 gennaio 2014, n 1

Quesito n. 301, Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma

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  1. Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Ferrara riferisce di un’interpretazione data dalla Corte di Appello di Milano a proposito della previsione recata dall’art. 14, comma 2 ultima parte, legge n. 247/2012, laddove recita che “gli avvocati possono farsi sostituire da altro avvocato, con incarico anche verbale, …”; secondo detta Corte di appello la disposizione si interpreta nel senso che la delega orale deve necessariamente essere conferita in udienza dal delegante.

  2. Il COA di Torino chiede quali siano i limiti allo svolgimento della professione da parte degli Avvocati Stabiliti. In particolare si vuole sapere: 1a) se l’Avvocato Stabilito possa essere nominato sostituto processuale ex art. 97, co.4, c.p.p.; 1b) se l’Avvocato Stabilito possa essere nominato sostituto processuale ex art. 102 c.p.p. da avvocato diverso da quello con il quale abbia dichiarato d’agire d’intesa; 2) se l’Avvocato Stabilito possa assumere autonomamente mandato professionale o debba farlo congiuntamente con l’avvocato con il quale abbia dichiarato d’agire d’intesa; 3) se l’Avvocato Stabilito abbia l’onere di compiere attività ulteriori oltre a quella professionale; 4) se l’Avvocato Stabilito possa mantenere l’iscrizione nel Registro dei Praticanti; 5) se l’Avvocato Stabilito possa essere ammesso a sostenere l’esame di abilitazione professionale.

  3. Viene posto il quesito (da parte del COA di Massa) se un avvocato iscritto ad altro Ordine possa richiedere di essere iscritto nell’Elenco degli Avvocati per il patrocinio a spese dello Stato tenuto da Ordine diverso.

... Un mio consiglio: per far meglio valere il tuo diritto al libero lavoro intellettuale, aderisci e invita altri ad aderire al social network www.concorrenzaeavvocatura.ning.com e aderisci al gruppo aperto "concorrenzaeavvocatura" su facebook (contano già centinaia di adesioni). Unisciti ai tanti che rivendicano una vera libertà di lavoro intellettuale per gli outsiders e, finalmente, il superamento del corporativismo nelle professioni ! ...

Ultimo aggiornamento Lunedì 31 Marzo 2014 13:31
 

"Se questo è un avvocato", di Marcello Adriano Mazzola

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Riporto di seguito un interessantissimo articolo dell'Avv. Marcello Adriano Mazzola, tratto dalla newsletter di Cassaforense n. 3 del 2014....

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Ultimo aggiornamento Lunedì 31 Marzo 2014 13:32 Leggi tutto...
 

Un manuale (aggiornato al 2014) dalla Corte EDU sul principio di non discriminazione

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L’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali e la Corte europea dei diritti dell’uomo hanno recentemente pubblicato un manuale di diritto europeo della non discriminazione.

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Ultimo aggiornamento Giovedì 05 Giugno 2014 15:21
 

Sanzionato l'avvocato arbitro se designato da parte difesa da legale del suo stesso studio associato

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(dalla newsletter di deontologia forense del CNF del 26/3/2014)

Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, Dipartimento per le Infrastrutture, gli Affari Generali e del Personale – Direzione Generale per le Politiche Abitative, con nota del 22 ottobre 2013 Prot. n. 0012342, ha richiesto parere in ordine alla ammissibilità di una dichiarazione di assenza di ragioni di incompatibilità rilasciata da un componente di un collegio arbitrale in materia di lavori pubblici, laddove risulti che la difesa della parte, che ha proceduto alla sua designazione, è affidata ad altro avvocato associato nel medesimo studio professionale.

Osserva la Commissione che il quesito dell’amministrazione rimettente implica un duplice ordine di considerazioni: il primo, in relazione al rapporto associativo intercorrente tra l’arbitro ed il difensore della parte che la nomina ha disposto e, il secondo, con riguardo al contenuto della dichiarazione resa dall’arbitro circa l’assenza di cause di incompatibilità allo svolgimento dell’incarico.
Entrambi i profili vanno considerati a presidio dei principi generali di indipendenza e di imparzialità – i quali si traducono in regole specifiche ed ineludibili di condotta – che devono caratterizzare l’esercizio della funzione arbitrale rispetto alle parti del procedimento e nei cui confronti l’arbitro opera pariteticamente quale mandatario.
Né il codice di procedura civile – il cui art. 815 non contempla la fattispecie tra i casi tipici di ricusazione – né il Decreto Lgs. 12 aprile 2006 n. 163 offrono spunti precettivi; soccorre, invece, il Codice deontologico forense, il cui art. 55, valorizzando nel preambolo i doveri di probità, correttezza, imparzialità ed indipendenza dell’arbitro, prescrive espressamente nel suo canone II che “L’avvocato non può accettare la nomina ad arbitro se una delle parti del procedimento sia assistita da altro professionista di lui socio o con lui associato, ovvero che eserciti negli stessi locali”; ad ulteriore presidio del rigore della anzidetta disposizione, il richiamato canone impone, altresì, all’avvocato-arbitro di rappresentare, comunque, chiaramente “alle parti ogni circostanza di fatto ed ogni rapporto con i difensori che possano incidere sulla sua indipendenza, al fine di ottenere il consenso delle parti stesse all’espletamento dell’incarico”.
Il Codice deontologico forense pone, dunque, un divieto che, nel caso di specie, avrebbe dovuto impedire l’accettazione della nomina ad arbitro con conseguenze che attengono al sindacato deontologico circa la legittimità del comportamento del professionista.
Rilievo analogamente deontologico assume, sotto concorrente profilo, anche il contenuto della dichiarazione resa dall’arbitro in ordine alla insussistenza di cause di incompatibilità all’accettazione dell’incarico, ove venga taciuta la circostanza (invero assorbente nella prospettiva del precetto deontologico sopra riferito) del rapporto associativo corrente tra l’arbitro stesso ed il difensore della parte.
Nei termini su esposti è il richiesto parere.

Consiglio Nazionale Forense (rel. Berruti), parere 11 dicembre 2013, n. 124

Quesito n. 343, Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti

Ultimo aggiornamento Giovedì 27 Marzo 2014 16:23
 

Inompatibilità forensi: NO a lavoro subordinato da docente di diritto in associazioni non lucrative

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(dalla newsletter di deontologia forense del CNF del 27/3/2014)

Il COA di Trapani chiede se rientri nelle eccezioni alle norme sull’incompatibilità di cui all’art. 19 L. n. 247/12 lo svolgimento delle mansioni di formatore di materie giuridiche con contratto di lavoro a tempo indeterminato presso associazione senza scopo di lucro accreditata dalla Regione Sicilia.

Ai fini di una corretta risposta al quesito così come posto vanno esaminati, non solo l’art. 19, ma anche l’art. 18 lett. a) e d). Infatti prima di esaminare le eccezioni alle norme sull’incompatibilità è necessario stabilire se sussista o meno, in via generale, l’incompatibilità stessa; nella specie si tratta di un lavoro avente il carattere della subordinazione e dell’indeterminatezza temporale e, quindi, a norma della lett. d) dell’art. 18, determinante l’incompatibilità con l’esercizio della professione. Ciò detto, deve valutarsi se nel caso prospettato dal COA di Trapani possa applicarsi l’eccezione di cui all’art. 19 cit. Orbene tale eccezione, specificamente riguardante l’insegnamento o la ricerca, chiarisce non solo che deve trattarsi di materie giuridiche, ma altresì che le stesse debbano essere insegnate in Università, scuole secondarie pubbliche o private parificate e in istituzioni ed enti pubblici di ricerca e sperimentazione. Sono quindi escluse tutte le associazioni private, anche senza scopo di lucro, seppure accreditate presso enti pubblici. Ne discende quindi che lo svolgimento di mansioni di docente di materie giuridiche in associazione di natura privatistica non rientri tra le eccezioni alle norme sull’incompatibilità. Tanto stabilito in linea generale e di principio, va chiarito che è di esclusiva spettanza dei COA, avendo essi poteri istruttori sottratti a questa commissione, valutare la natura giuridica dell’associazione e del rapporto di lavoro.

Consiglio Nazionale Forense (rel. Morlino), parere 11 dicembre 2013, n. 125

Quesito n. 347, COA di Trapani

Ultimo aggiornamento Giovedì 27 Marzo 2014 11:34
 

Madia: Prepensionamenti e mobilità obbligatoria per i dipendenti pubblici

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 Il Ministro della funzione pubblica, Marianna Madia, propone prepensionamenti e una "sana" mobilità obbligatoria per i dipendenti pubblici.

A me pare che:

1) il prepensionamento di qualcuno è gravemente discriminatorio verso i tanti ai quali si propettano, invece, trattamenti pensionistici in un trend di riduzione che avrà tempo di rafforzarsi nel lungo periodo (e l'allungamento della speranza di vita allungherà ancora il "tempo del lavoro" rispetto al "tempo della pensione");

2) la mobilità obbligatoria non è sempre "sana", anzi, se ci si riferisce ad una mobilità per gli impiegati e non esclusivamente alla mobilità per i dirigenti, è evidentemente ingiusta. A fronte dei tanti sperperi pubblici, infatti, la mobilità obbligatoria per i semplici impiegati appare una modalità di recupero dell'efficienza del sistema che grava INSOPPORTABILIMENTE solo sulle spalle dei più deboli. Essa, comunque, andrebbe coordinata con politiche di decisa incentivazione del part time che ancora mancano e alle quali la ministra Madia non accenna neppure.

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 26 Marzo 2014 11:53
 

Può iscriversi all'albo forense chi ha un contratto di formazione a progetto ?

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(DALLA NEWSLETTER DI DEONTOLOGIA FORENSE DEL CNF DEL 23 MARZO 2014)

Il COA di Avezzano chiede se l’iscrizione all’Albo degli Avvocati sia compatibile con la stipula di un contratto di formazione a progetto per il quale non sembrerebbero emergere vincoli di subordinazione ovvero continuità della prestazione. Lo stesso COA segnala anche che il professionista intenderebbe iscriversi alla gestione separata INPS, pur rimanendo iscritto alla Cassa Forense. In relazione a tale ultimo aspetto si chiede se una tale condizione consenta la permanenza nell’Albo.

In relazione al primo quesito, questa commissione ha già formulato diversi pareri anche in relazione alla nuova legge professionale (art. 18 L. n. 247/12; v. Parere n. 110 del 23 ottobre 2013); in tali pareri veniva specificamente esaminata l’eventuale incompatibilità in relazione al rapporto di lavoro, del contratto di collaborazione a progetto, stabilendo che spetta esclusivamente al COA di analizzare l’oggetto della prestazione per poterne definire precisamente la natura e conseguentemente valutare la sussistenza dell’incompatibilità. Infatti, ove da questo esame derivasse la convinzione che si tratti di lavoro subordinato mascherato da contratto di collaborazione a progetto, sussisterebbe comunque l’incompatibilità di cui alla lett. d) dell’art. 18 cit.

Quanto al secondo quesito, dal momento che l’art. 21 non consente alcuna forma alternativa di iscrizione previdenziale diversa dalla Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza Forense, a meno che l’iscrizione alla gestione separata INPS non assuma la forma di previdenza su base volontaria, la stessa sarebbe ostativa all’iscrizione e/o permanenza nell’Albo. Anche in questo caso, però, rientra nei poteri del COA accertare la natura volontaria di qualsiasi altra forma di previdenza.

Consiglio Nazionale Forense (rel. Morlino), parere 11 dicembre 2013, n. 121

Quesito n. 339, COA di Avezzano

IO, INVECE, LA PENSO COSI'.

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Ultimo aggiornamento Domenica 23 Marzo 2014 13:15
 

Per il CNF il maestro elementare non può fare l'avvocato ? SI VADA SUBITO IN CORTE COSTITUZIONALE !

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(dalla newsletter di deontologia forense del CNF del 22/3/2014)

Il COA di Pescara chiede parere sulla compatibilità della professione di avvocato con l’insegnamento nella scuola primaria , alla luce della sentenza della Corte di Cassazione. n. 22623 dell’8.11.2010 e in considerazione della lettura costituzionalmente orientata dell’art. 3 del RDL n. 1578/33 con riferimento all’art. 19 della L. n. 247/2012.

La risposta è nei seguenti termini.
L’art. 3, comma 3 del RDL 27 nov. 1933, n. 1578 eccettua dalla incompatibilità con la professione forense (prevista dai commi precedenti) i professori e gli assistenti delle Università e degli altri istituti superiori e – per ciò che qui interessa – i professori degli istituti secondari della Repubblica.
Fino alla sentenza della Corte di Cassazione a SS.UU. n. 22623 dell’8 nov. 2010 la suddetta disposizione è stata interpretata in senso rigorosamente restrittivo. L’eccezione alla regola della incompatibilità era pertanto limitata ai docenti degli istituti secondari della Repubblica, tra i quali non rientrano gli insegnanti elementari, appartenenti ad altro – e inferiore – grado di scuola.
La citata sentenza della Corte di Cassazione ha profondamente modificato siffatto orientamento attraverso l’interpretazione estensiva della norma di riferimento alla luce del principio costituzionale della libertà di insegnamento sul quale – secondo la Corte – poggia l’eccezione in esame, da estendere, senza limiti a tutto il personale insegnante.
L’art. 19 della nuova legge professionale, avente ad oggetto la disciplina delle eccezioni alle norme sulla incompatibilità, utilizza una formula totalmente diversa che non consente di mantenere ferma l’interpretazione estensiva operata dalla Corte di Cassazione con riferimento alla norma precedente. Il nuovo testo dispone infatti che “l’esercizio della professione di avvocato è compatibile con l’insegnamento o la ricerca in materie giuridiche nell’università, nelle scuole secondarie pubbliche o private parificate e nelle istituzioni ed enti di ricerca e sperimentazione pubblici”. Ne deriva che il dato fondamentale, ai fini della compatibilità, è ora costituito dall’insegnamento (o dalla ricerca) in materie giuridiche.
L’insegnante elementare non può pertanto essere iscritto nell’albo degli avvocati.

Consiglio Nazionale Forense (rel. Salazar), parere 11 dicembre 2013, n. 119

Quesito n. 334, COA di Pescara

 

UN MIO COMMENTO: visto che l’interpretazione "estensiva" adotta dalla Corte di cassazione con citata sentenza del 2010 poggia (CORRETTAMENTE) sul principio costituzionale della libertà di insegnamento, sarà vincente un ricorso che sia presentato da un aspirante "avvocato-maestro" avverso il diniego di iscrizione all'albo forense che sia emesso nei suoi confronti da un qualsioasi Consiglio dell'Ordine degli Avvocati sulla scorta del parere del CNF m. 119/2013. Approfondisci qui.

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Ultimo aggiornamento Domenica 23 Marzo 2014 13:00
 

Parere CNF su art. 2, co 6, l. 247/12: NO all'avvocato dipendente che faccia solo consulenza legale

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Quesitio n. 275, COA di Ferrara, rel. cons. Allorio

Parere 25 settembre 2013, n. 91

Il Consiglio dell'Ordine chiede se colui che sia in possesso dell'abilitazione all'esercizio della professione di avvocato e svolga attività di lavoro subordinato in favore di società che presti assistenza legale stragiudiziale in materia di proprietà intellettuale possa iscriversi all'Albo degli Avvocati, mantenendo il rapporto di lavoro subordinato, vista la nuova legge professionale n. 247/2012, agli artt. 2, comma 6, e 18, comma 1, lettera d.

"Ritiene questa Commissione che al quesito debba essere data risposta negativa. Infatti, l'art. 2, comma 6, della l. 247/2012 pone, in favore dell'avvocato, una riserva di attività in ordine alla consulenza ed alla assistenza legale stragiudiziale, svolte in modo continuativo, sistematico ed organizzato: e formula un'eccezione a tale riserva, riguardante i lavoratori subordinati e i prestatori d'opera continuativa e coordinata, che svolgano tale attività nell'esclusivo interesse del datore di lavoro o del soggetto per cui l'opera venga svolta: essendo evidente che i lavoratori dipendenti o i prestatori d'opera che l'eccezione contempla non sono avvocati iscritti all'albo. La previsione è confermata dall'art. 18, comma 1, lettera d), che afferma essere la professione di avvocato incompatibile con qualsiasi attività di lavoro subordinato, anche se con orario di lavoro limitato".

IO, INVECE, LA PENSO COSI'.

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Ultimo aggiornamento Domenica 23 Marzo 2014 13:05
 

La sentenza Mangold sul divieto di discriminazione per età

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In tema di divieto di discriminazione per età vedi la sentenza Mangold della Corte di giustizia che ha deciso la causa C-144/04

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Ultimo aggiornamento Domenica 23 Marzo 2014 13:01
 

Corte di giustizia e ostacoli al part time

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La Corte di giustizia delle comunità europee, con sentenza del 24 aprile 2008 nelle cause riunite C-55/07 e C-56/07 ha vagliato in concreto il rispetto del principio di proporzionalità da parte di una disposizione di legge italiana che costituiva ostacolo non giustificato alla diffusione del part time, diffusione che costituisce il fine della direttiva 97/81/Ce, articolo 5. Era stato il Tribunale di Bolzano a proporre questione pregiudiziale. Tale decisione pare molto utile a sostenere la "causa" degli avvocati-part-time.


LEGGI DI SEGUITO LA SENTENZA TRATTA DAL SITO DELLA CORTE DI GIUSTIZIA ...

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Ultimo aggiornamento Domenica 23 Marzo 2014 13:01 Leggi tutto...
 

Corte di giustizia su discriminazione per età

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La Corte di Giustizia, con sentenza depositata il 12/1/2010 nella causa C-341/08, ha ribadito che non sono consentite discriminazioni in base all'età che non siano oggettivamente giustificate.

LEGGI DI SEGUITO LA SENTENZA DELLA CORTE DI GIUSTIZIA NELLA CAUSA C-341/08, TRATTA DAL SITO DELL'UNIONE EUROPEA ( www.europa.eu ) ...

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Ultimo aggiornamento Domenica 23 Marzo 2014 13:02 Leggi tutto...
 

Corte di giustizia: sentenza Kücükdeveci del 19/1/2010 (causa C-555/07)

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LEGGI DI SEGUITO LA FONDAMENTALE SENTENZA DELLA CORTE DI GIUSTIZIA (Grande Sezione), DEL 19/1/2010, Seda Kücükdeveci contro Swedex GmbH & Co. KG, NELLA CAUSA C-555/07,avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell'art. 234 CE, dal Landesarbeitsgericht Düsseldorf (Germania). Verte sul principio di non discriminazione in base all’età – Direttiva 2000/78/CE – Legislazione nazionale in materia di licenziamento che, ai fini del calcolo dei termini di preavviso, non tiene conto del periodo di lavoro svolto prima che il dipendente abbia raggiunto l’età di 25 anni – Giustificazione della norma – Normativa nazionale contraria alla direttiva – Ruolo del giudice nazionale.

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Ultimo aggiornamento Domenica 23 Marzo 2014 13:02 Leggi tutto...
 

Sentenza della Corte di giustizia nel caso Palacios de la Villa: leggi il punto 71

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Leggi di seguito (tratta dal sito della Corte di giustizia) la sentenza della Corte di giustizia (Grande Sezione) del 16/10/2007, nel caso Palacios de la Villa (procedimento C‑411/05) in tema di <<Direttiva 2000/78/CE − Parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro − Portata − Contratto collettivo che prevede la cessazione ex lege del rapporto di lavoro quando il lavoratore abbia raggiunto l’età di 65 anni e abbia diritto ad una pensione di vecchiaia − Discriminazione in base all’età − Giustificazione>>.
In particolare nota il punto 71 ...

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Ultimo aggiornamento Domenica 23 Marzo 2014 13:03 Leggi tutto...
 

Corte di Giustizia su discriminazione indiretta (straordinari dei dipendenti pubblici a part time)

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La Corte di Giustizia delle Comunità Europee (con sentenza della I Sezione, in data 6/12/2007, in causa C-300/06) ha deciso che "L'art. 141 del Ce deve essere interpretato nel senso che esso osta a una normativa nazionale in materia di retribuzione dei dipendenti pubblici  che, da un lato, definisce le ore  straordinarie effettuate sia dai dipendenti a tempo pieno sia dai dipendenti a tempo parziale come ore che essi svolgono  oltre il loro orario individuale di lavoro e, dall'altro lato, retribuisce tali ore secondo una tariffa inferiore alla tariffa oraria applicata alle ore effettuate entro l'orario individuale di lavoro, in modo tale che i dipendenti a tempo parziale sono retribuiti in modo meno vantaggioso dei dipendenti a tempo pieno per quanto riguarda le ore che effettuano oltre il loro orario individuale di lavoro e nei limiti del numero di ore dovute da un dipendente a tempo pieno nell'ambito del suo orario, nel caso in cui: i lavoratori danneggiati siano per la maggior parte lavoratori di sesso femminile e la disparità di trattamento non sia giustificata da fattori obiettivi ed estranei a qualsiasi discriminazione fondata sul sesso".
LEGGI DI SEGUITO LA SENTENZA ...
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Ultimo aggiornamento Domenica 23 Marzo 2014 13:03 Leggi tutto...
 

Schema di Regolamento per conseguimento e mantenimento del titolo di avvocato specialista

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Riporto di seguito lo Schema di decreto del Ministro della giustizia recante “Regolamento recante disposizioni per il conseguimento e il mantenimento del titolo di avvocato specialista, a norma dell’articolo 9 della legge 31 dicembre 2012, n. 247”.

LE DISPOSIZIONI SOTTOLINEATE MI PAIONO VIOLATIVE DEL DIRITTO ALLA CONCORRENZA PERCHE' DISEGNANO PER IL CONSIGLIO NAZIONALE FORENSE UN RUOLO DA "ARBITRO" E CONTEMPORANEAMENTE "GIOCATORE".

L'AUTORITA' GARANTE DELLA CONCORRENZA E DEL MERCATO INTERVERRA' ?

DOVREBBE APPARIRE EVIDENTE CHE L'ART. 9 DELLA L. 247/2012, NEL PREVEDERE CHE L'ATTRIBUZIONE DEL TITOLO DI SPECIALISTA E LA SUA REVOCA SPETTA AL CNF, ESCLUDE IMPLICITAMENTE CHE IL CNF STESSO POSSA RIVESTIRE ALTRI RUOLI, NEMMENO QUELLI DI "FACILITATORE DELLA FORMAZIONE".

Domandiamoci: un tale regolamento potrebbe essere accusato di avallare pratiche commerciali scorrette del CNF nei confronti di "avvocati consumatori"?

La domanda nasce dalla sentenza della Corte di giustizia del 3 ottobre 2013 resa nella causa C-59/12. La risposta credo debba essere "perchè no?".

La Corte (Prima Sezione) ha infatti dichiarato:

"La direttiva 2005/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 maggio 2005, relativa alle pratiche commerciali sleali delle imprese nei confronti dei consumatori nel mercato interno e che modifica la direttiva 84/450/CEE del Consiglio e le direttive 97/7/CE, 98/27/CE e 2002/65/CE del Parlamento europeo e del Consiglio e il regolamento (CE) n. 2006/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio («direttiva sulle pratiche commerciali sleali»), dev’essere interpretata nel senso che rientra nel suo ambito di applicazione ratione personae un organismo di diritto pubblico incaricato di una missione di interesse generale, quale la gestione di un regime legale di assicurazione malattia."

Riporto di seguito il comunicato stampa della Corte di giustizia. Per leggere il testo integrale della sentenza della Corte di giustizia clicca qui.

Corte di giustizia dell’Unione europea

COMUNICATO STAMPA n. 126/13

Lussemburgo, 3 ottobre 2013

Sentenza nella causa C-59/12

BKK Mobil Oil Körperschaft des öffentlichen Rechts / Zentrale zur Bekämpfung unlauteren Wettbewerbs e V

Il divieto di pratiche commerciali sleali nei confronti dei consumatori si applica anche alle casse malattia del regime legale

Né la loro missione di interesse generale né il loro status di organismo di diritto pubblico giustificano che esse siano sottratte a tale divieto

Dopo aver avuto più volte occasione di affermare che la direttiva sulle pratiche commerciali sleali (noa 1), che vieta tali pratiche nei confronti dei consumatori, è caratterizzata da una sfera di applicazione ratione materiae particolarmente ampia (nota 2), la Corte di giustizia precisa per la prima volta che lo stesso vale quanto alla sfera di applicazione ratione parsonae della direttiva stessa.

Infatti, con la sentenza odierna, la Corte statuisce che la direttiva si applica a un organismo di diritto pubblico incaricato di una missione di interesse generale, quale la gestione di un regime legale di assicurazione malattia.

Nonostante il suo carattere pubblico e la sua missione di interesse generale, tale organismo deve essere considerato, ai sensi della direttiva, un «professionista» nei confronti del quale trova applicazione il divieto di pratiche commerciali sleali. La direttiva, infatti, non esclude espressamente tali organismi dalla sua sfera di applicazione. Inoltre, lo scopo della direttiva di garantire un elevato livello di tutela dei consumatori contro le pratiche commerciali sleali e, in particolare, contro la pubblicità ingannevole impone che tale tutela sia garantita indipendentemente dal carattere pubblico o privato dell’organismo in questione e dalla specifica missione che esso persegue.

Nella specie, la Corte risponde a una domanda del Bundesgerichtshof (Corte federale di cassazione, Germania) che deve decidere la controversia tra la Wettbewerbszentrale, un’associazione tedesca di lotta contro la concorrenza sleale, e la BKK, una cassa malattia del regime previdenziale legale tedesco costituita in forma di organismo di diritto pubblico.

Secondo il Bundesgerichtshof, l’informazione che la BKK aveva diffuso sul proprio sito Internet, nel 2008, secondo la quale i suoi iscritti avrebbero rischiato svantaggi finanziari nell’ipotesi di cambiamento di cassa, costituiva, come sostenuto dalla Wettbewerbszentrale, una pratica ingannevole ai sensi della direttiva. Tale giudice si è chiesto, tuttavia, se la direttiva e, quindi, il divieto che essa prevede, fosse applicabile alla BKK, in quanto organismo di diritto pubblico incaricato di una missione di interesse generale.

IMPORTANTE: Il rinvio pregiudiziale consente ai giudici degli Stati membri, nell'ambito di una controversia della quale sono investiti, di interpellare la Corte in merito all’interpretazione del diritto dell’Unione o alla validità di un atto dell’Unione. La Corte non risolve la controversia nazionale. Spetta al giudice nazionale risolvere la causa conformemente alla decisione della Corte. Tale decisione vincola egualmente gli altri giudici nazionali ai quali venga sottoposto un problema simile.
...

Nota 1 : Direttiva 2005/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 maggio 2005, relativa alle pratiche commerciali sleali delle imprese nei confronti dei consumatori nel mercato interno e che modifica la direttiva 84/450/CEE del Consiglio e le direttive 97/7/CE, 98/27/CE e 2002/65/CE del Parlamento europeo e del Consiglio e il regolamento (CE) n. 2006/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio (GU L 149, pag. 22).
Nota 2 :  V., inter alia, sentenza della Corte del 19 settembre 2013, CHS Tour Services, C-435/11  (v. anche comunicato stampa n. 113/13)
....

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Ultimo aggiornamento Sabato 29 Marzo 2014 18:58 Leggi tutto...
 

L'assunzione dell'incarico di Trustee non è sempre compatibile con la professione di avvocato

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(dalla newsletter di deontologia forense del CNF del 19 marzo 2014)

Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Pesaro, con nota del 15 ottobre 2013 Prot. n. 849 – 13, ha richiesto parere in merito alla compatibilità, con la professione di avvocato, dell’assunzione dell’incarico di Trustee.

La risposta al quesito presuppone l’inquadramento, pur sintetico, dell’istituto giuridico del Trust, implicante la traslazione della titolarità di un bene o di un complesso di beni (anche eterogenei) dal disponente (Settlor) al Trustee, con l’effetto precipuo di separare – o “segretare” – il compendio conferito in Trust dal patrimonio del disponente stesso e del Trustee; quest’ultimo funge da amministratore dei beni nell’interesse dei beneficiari indicati dal Settlor o per un unico scopo prestabilito.
Come è ben noto manca nell’ordinamento interno una disciplina espressa del Trust, che vada oltre la questione dei riflessi della ratifica della Convenzione dell’Aja che ancora coinvolge il dibattito della dottrina, mentre l’amministrazione finanziaria ha adottato diverse direttive in ordine alle implicazioni fiscali dell’istituto; ordinamenti esteri contemplano, invece, specifiche regolamentazioni.
Pacifica è in dottrina la qualificazione fiduciaria della preposizione del Trustee, il quale è chiamato al compimento degli atti di gestione patrimoniale coerentemente con le istruzioni assegnate dal Settlor.
Osserva la Commissione che, seppure siffatta natura fiduciaria dell’incarico non appare, in via di principio generale ed astratto, confliggente con la disciplina dell’incompatibilità con l’esercizio della professione forense, delineata dall’art. 18 della L. 31 dicembre 2012 n. 247, la relativa valutazione non può prescindere dalla previa ricognizione, caso per caso, della composizione del patrimonio conferito in Trust e dei conseguenti poteri gestori attribuiti al Trustee; occorre, infatti, di volta in volta, verificare che l’attuazione di queste funzioni non configuri “l’esercizio di qualsiasi attività di impresa commerciale”, ovvero “la qualità di socio illimitatamente responsabile o di amministratore di società di persone, aventi quale finalità l’esercizio di attività di impresa commerciale” o “la qualità di amministratore unico o consigliere delegato di società di capitali … nonché … di presidente di consiglio di amministrazione con poteri individuali di gestione”, espressamente vietate dall’art. 18, comma 1 lett. b) e c) della L. n. 247/2012.
Deve, pertanto, concludersi che al quesito del Consiglio rimettente può essere data risposta nel senso che, in via di principio, l’attività del Trustee non è di per sé incompatibile, salvo si traduca nell’esercizio di funzioni di per sé incompatibili; di talché rientra nei compiti del Consiglio valutare se il Trustee si sia fatto carico di compiti o funzioni incompatibili.

Consiglio Nazionale Forense (rel. Berruti), parere 11 dicembre 2013, n. 118

Quesito n. 329, COA di Pesaro

Ultimo aggiornamento Giovedì 20 Marzo 2014 11:11
 

Linee guida per indennizzo da ritardo nella conclusione dei procedimenti ad istanza di parte

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Sulla Gazzetta ufficiale del 12 marzo 2014 è stata pubblicata la direttiva della Presidenza del Consiglio dei Ministri, recante “Linee guida per l’applicazione dell’indennizzo da ritardo nella conclusione dei procedimenti ad istanza di parte”.

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Ultimo aggiornamento Giovedì 20 Marzo 2014 11:04
 

4/2/14: sentenze Corte EDU su casi MOTTOLA e STAIBANO

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Interessanti sentenze, del 4 febbraio 2014, della Corte EDU nel caso Mottola e altri contro Italia (29932/07) e nel caso Staibano e altri contro Italia (29907/07).

Vanno segnalate non solo per l'analisi dell'art. 1 del Protocollo 1 alla CEDU, ma anche per come danno applicazione all'art. 41 CEDU, invitando le parti a conciliare.

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Ultimo aggiornamento Giovedì 05 Giugno 2014 15:50
 

Se manca un "pregiudizio rilevante" niente risarcimento ex legge Pinto

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Interessante la sentenza della Corte di Cassazione n. 633 del 14 gennaio 2014, in tema di legge Pinto con danno "non rilevante" (alla luce dell'inammissibilità di ricorsi alla Corte EDU per "mancanza di pregiudizio rilevante").
LEGGI DI SEGUITO UN ESTRATTO ...

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 19 Marzo 2014 13:58 Leggi tutto...
 

Ripetibilità dell'indebito

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Si legge a pag. 154 della relazione del Servizio studi della Corte costituzionale, del 27 febbraio 2014, intitolata "GIURISPRUDENZA COSTITUZIONALE DELL’ANNO 2013": "1.2. La ripetizione dell’indebito. La sentenza n. 82 ha confermato la consolidata giurisprudenza (sentenze n. 227 del 2009, n. 330 del 2007, n. 320 del 2005, n. 416 del 2000) secondo cui «sono illegittime, per violazione del principio di uguaglianza consacrato nell’art. 3 Cost., le disposizioni che, posta la non debenza di una determinata prestazione patrimoniale, prevedano l’irripetibilità di quanto sia stato versato nell’apparente adempimento della (in realtà inesistente) obbligazione»."

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 19 Marzo 2014 13:59
 

plerumque non accidit che l'avvocato part time sia pericoloso

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Si legge a pag. 114 della relazione del Servizio studi della Corte costituzionale, del 27 febbraio 2014, intitolata "GIURISPRUDENZA COSTITUZIONALE DELL’ANNO 2013": "Sulla ragionevolezza delle presunzioni legali, la sentenza n. 57 – confermando un ormai consolidato orientamento – ha riaffermato il generale principio in base al quale “le presunzioni assolute, specie quando limitano un diritto fondamentale della persona, violano il principio di eguaglianza, se sono arbitrarie o irrazionali, cioè se non rispondono a dati di esperienza generalizzabili, riassunti nella formula dell’id quod plerumque accidit”, ribadendo anche che l’irragionevolezza della presunzione assoluta si può cogliere tutte le volte in cui sia “agevole” formulare ipotesi di accadimenti reali contrari alla generalizzazione posta a base della presunzione stessa...".

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Ultimo aggiornamento Giovedì 05 Giugno 2014 15:51
 

Contratti d'affitto non registrati: la sentenza della Corte costituzionale n. 50/2014 li salva

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La Corte costituzionale, con sentenza n. 50/2014 depositata il 14 marzo 2014:, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 3, commi 8 e 9, del decreto legislativo 14 marzo 2011, n. 23 (Disposizioni in materia di federalismo Fiscale Municipale); ha dichiarato la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’art. 3, comma 8, del medesimo decreto legislativo 14 marzo 2011, n. 23, come sollevata, in riferimento agli artt. 3, 41, 42 e 76 della Costituzione, dal Tribunale di Roma, sezione distaccata di Ostia.

LEGGI SI SEGUITO LA SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE N. 50/2014 ...

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Ultimo aggiornamento Sabato 15 Marzo 2014 21:00 Leggi tutto...
 

Sito dedicato alla lotta alla discriminazione in forza della CEDU

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http://www.non-discrimination.net/

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Ultimo aggiornamento Giovedì 05 Giugno 2014 15:55
 

L'avvocato può fare il liquidatore di una società commerciale?

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dal sito del CNF:

"Il COA di Barcellona P. di G. chiede se l’attività di liquidatore di una società d’ambito ATO s.r.l. per la gestione dei rifiuti possa configurare una causa d’incompatibilità con l’esercizio della professione forense ai sensi dell’art. 3, RDL 1578/1933.

Se mai tali enti dovessero essere ricompresi, per la titolarità della partecipazione al capitale e per le funzioni svolte, tra quelli aventi natura pubblicistica, essi dovrebbero essere assimilati agli enti pubblici economici, dovendo informare la loro attività a criteri appunto economici: si tratterebbe comunque di enti pubblici che hanno per oggetto un’attività commerciale e soggiacendo per questo all’obbligo dell’iscrizione nel registro delle imprese, prescritto dall’art. 2201 cod.civ.
Questo premesso, ritiene la Commissione che l’adempimento della funzione di Liquidatore di una società commerciale del genere sopra illustrato concreti di certo l’esercizio del commercio che l’art. 3, comma 1, del R.D.L. n.1578/1933, pone come uno dei requisiti d’incompatibilità con lo svolgimento della professione forense.

Consiglio Nazionale Forense (rel. Allorio), parere del 16 marzo 2011, n. 40

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Ma se questa sembra la posizione del CNF, altra opinione pare avere CASSAFORENSE, almeno stando ad Un interessante articolo in tema di incompatibilità tra professione forense ed attività commerciale.

 

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Ultimo aggiornamento Lunedì 17 Marzo 2014 12:37
 

La delega fiscale (l. 23/2014) amplia le categorie degli abilitati alla difesa dei contribuenti

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 La delega fiscale (legge 11/3/2014, n. 23, pubblicata sulla G.U. del 12/3/2014) interviene in materia di assistenza e rappresentanza processuale dei contribuenti, sia ampliando i casi in cui il contribuente può stare in giudizio personalmente, sia ampliando le categorie dei soggetti abilitati alla difesa.

Si legge, infatti, all'art. 10 della legge delega, in tema di revisione del contenzioso tributario: 
 "1. Il Governo e' delegato ad introdurre, con i decreti  legislativi di cui all'articolo  1,  norme  per  il  rafforzamento  della  tutela giurisdizionale   del   contribuente, ...,  secondo  i seguenti principi e criteri direttivi ... b) incremento della funzionalita' della giurisdizione tributaria, in particolare attraverso interventi riguardanti: ... 3) la  revisione  delle  soglie in  relazione  alle  quali  il contribuente puo' stare in giudizio anche personalmente e l'eventuale ampliamento dei soggetti abilitati  a  rappresentare  i  contribuenti dinanzi alle commissioni tributarie".

Potrà, dunque, estendersi la platea dei difensori innanzi agli organi di giustizia tributaria anche a soggetti non iscritti ad albi professionali. Dovrà esser modificato l'art. 12 del d.lgs. 546/1992, che oggi recita:

"Art. 12  L'assistenza tecnica

1.  Le parti, diverse dall'ufficio del Ministero delle finanze o dall' ente locale nei cui confronti è stato proposto il ricorso, devono essere assistite in giudizio da un difensore abilitato.

2.  Sono abilitati all’assistenza tecnica dinanzi alle commissioni tributarie, se iscritti nei relativi albi professionali, gli avvocati, i dottori commercialisti, i ragionieri e i periti commerciali, nonché i consulenti del lavoro purché non dipendenti dall’amministrazione pubblica. Sono altresì abilitati all'assistenza tecnica dinanzi alle commissioni tributarie, se iscritti nei relativi albi professionali, gli ingegneri, gli architetti, i geometri, i periti edili, i dottori agronomi, gli agrotecnici e i periti agrari, per le materie concernenti l'estensione, il classamento dei terreni e la ripartizione dell'estimo fra i compossessori a titolo di promiscuità di una stessa particella, la consistenza, il classamento delle singole unità immobiliari urbane e l'attribuzione della rendita catastale e gli spedizionieri doganali per le materie concernenti i tributi amministrati dall'Agenzia delle dogane. In attesa dell' adeguamento alle direttive comunitarie in materia di esercizio di attività di consulenza tributaria e del conseguente riordino della materia, sono, altresì, abilitati alla assistenza tecnica, se iscritti in appositi elenchi da tenersi presso le direzioni regionali delle entrate, i soggetti indicati nell' articolo 63, terzo comma, del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, i soggetti iscritti alla data del 30 settembre 1993 nei ruoli di periti ed esperti tenuti dalle camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura per la subcategoria tributi, in possesso di diploma di laurea in giurisprudenza o in economia e commercio o equipollenti o di diploma di ragioniere limitatamente alle materie concernenti le imposte di registro, di successione, i tributi locali, l'IVA, l'IRPEF, l'ILOR e l'IRPEG, nonché i dipendenti delle associazioni delle categorie rappresentate nel Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro (C.N.E.L.) e i dipendenti delle imprese, o delle loro controllate ai sensi dell'articolo 2359 del c.c., primo comma, numero 1), limitatamente alle controversie nelle quali sono parti, rispettivamente, gli associati e le imprese o loro controllate, in possesso del diploma di laurea in giurisprudenza o in economia e commercio o equipollenti o di diploma di ragioneria e della relativa abilitazione professionale; con decreto del Ministro delle finanze sono stabilite le modalità per l' attuazione delle disposizioni del presente periodo. Sono inoltre abilitati all'assistenza tecnica dinanzi alle commissioni tributarie i funzionari delle associazioni di categoria che, alla data di entrata in vigore del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 545, risultavano iscritti nell' elenco tenuto dalla Intendenza di finanza competente per territorio, ai sensi dell' articolo 30, terzo comma, del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 636.

3.  Ai difensori di cui al comma 2 deve essere conferito l'incarico con atto pubblico o con scrittura privata autenticata od anche in calce o a margine di un atto del processo, nel qual caso la sottoscrizione autografa è certificata dallo stesso incaricato. All'udienza pubblica l'incarico può essere conferito oralmente e se ne dà atto a verbale.

4.  L' ufficio del Ministero delle finanze, nel giudizio di secondo grado, può essere assistito dall'Avvocatura dello Stato.

5.  Le controversie di valore inferiore a 5.000.000 di lire , anche se concernenti atti impositivi dei comuni e degli altri enti locali, nonché i ricorsi di cui all' art. 10 del D.P.R. 28 novembre 1980, n. 787, possono essere proposti direttamente dalle parti interessate, che, nei procedimenti relativi, possono stare in giudizio anche senza assistenza tecnica. Per valore della lite si intende l'importo del tributo al netto degli interessi e delle eventuali sanzioni irrogate con l'atto impugnato; in caso di controversie relative esclusivamente alle irrogazioni di sanzioni, il valore è costituito dalla somma di queste. Il presidente della commissione o della sezione o il collegio possono tuttavia ordinare alla parte di munirsi di assistenza tecnica fissando un termine entro il quale la stessa è tenuta, a pena di inammissibilità, a conferire l'incarico a un difensore abilitato.

6.  I soggetti in possesso dei requisiti richiesti nel comma 2 possono stare in giudizio personalmente senza l'assistenza di altri difensori."

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Ultimo aggiornamento Giovedì 13 Marzo 2014 12:52
 

Relazione della Corte costituzionale sulla sua giurisprudenza del 2013

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Il 27 febbraio 2014 il Presidente della Corte costituzionale ha presentato la relazione annuale sulla giurisprudenza della Corte (affiancata da una più sintetica relazione del Presidente sugli aspetti salienti).

Riporto di seguito l’indice della lunga e interessantissima relazione ("cliccabile" per accedere al testo) ...

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Ultimo aggiornamento Giovedì 13 Marzo 2014 11:08 Leggi tutto...
 

CNF su incompatibilità d''avvocato collaboratore coordinato e continuativo di Università

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(dalla newsletter di deontologia forense del CNF del 13 marzo 2014)

Il COA di Barcellona Pozzo di Gotto chiede se configuri una causa d’incompatibilità ex art. 18 l. n. 247/12 la sottoscrizione, da parte di un avvocato, di un contratto di collaborazione coordinata e continuativa a tempo indeterminato avente ad oggetto la consulenza e l’assistenza legale (in materia contrattuale nell’istruttoria di bandi e nell’espletamento di gare di appalto) stipulato con un istituto universitario.

In primo luogo si osserva, sia pure incidentalmente, che l’attività oggetto del contratto, attinente alla consulenza legale stragiudiziale, rientra nell’ambito di operatività della riserva di attività posta, in favore dell’avvocato, dall’art. 2, comma 6, della legge n. 247/12: dunque, più opportunamente, essa avrebbe dovuto dare luogo a specifico contratto di consulenza.
In ogni caso, già con altro parere reso nel luglio del 2012 veniva affrontata la questione della natura del rapporto di collaborazione coordinata e continuativa, con il quale si introduceva una nuova forma di rapporto lavorativo, alternativa al rapporto di lavoro dipendente, spesso elusiva del rapporto di lavoro subordinato, avente tutte le caratteristiche di fatto del rapporto di dipendenza, ma senza rispettarne le tutele e la disciplina giuridica. Tale tipo di contratto venne con la cd. Legge n. 30/2003 (cd. Legge Biagi) sostituito dal contratto di collaborazione a progetto, che a differenza del predecessore aveva una durata prefissata ed era assoggettato ai fini fiscali alle regole stabilite per il lavoro autonomo. Dalla richiesta si evince che se pure definito “contratto di collaborazione coordinata e continuativa”, il rapporto si individuerebbe in concreto, stante la durata prefissata (tempo determinato) e la specificità dell’oggetto (materia contrattuale nell’istruttoria di bandi e nell’espletamento di gare) in un rapporto coordinato e continuativo a progetto, assimilabile, pertanto, ad attività di lavoro autonomo.
Con l’entrata in vigore della L. n. 247/12 si è introdotta un’ulteriore ipotesi di incompatibilità, attinente a qualsiasi attività di lavoro autonomo svolta in maniera continuativa o professionale, con esclusione di quelle aventi carattere scientifico, letterario, artistico e culturale. È chiaro allo scrivente che non sia la natura dell’Ente a caratterizzare la prestazione di lavoro autonomo, ma occorra analizzare l’oggetto della prestazione al fine di determinarne la natura della stessa. Ne consegue che non tutti i rapporti di lavoro autonomo svolti in maniera continuativa con un Ente avente finalità/natura scientifica e/o letteraria (ad es. l’Accademia della Crusca) hanno, di per sé, solo natura letteraria e/o scientifica, ben potendo in concreto l’oggetto della prestazione avere natura diversa da quella perseguita in via principale dall’Ente (ed es. marketing, consulenza fiscale ecc.), con la conseguenza di provocare l’incompatibilità di cui all’art. 18, n.1 lett. a, L. n. 247/12.
In risposta al quesito si deve, in primo luogo, ribadire che spetta esclusivamente al Consiglio territoriale la decisione sull’iscrizione ovvero sulla cancellazione per incompatibilità dagli Albi, operata valutando caso per caso la reale natura del rapporto lavorativo. Il Consiglio, al fine di operare la precedente valutazione, dovrà desumere dal contratto l’oggetto e il carattere della prestazione, e ciò in quanto “la professione di avvocato è incompatibile: a) con qualsiasi altra attività di lavoro autonomo svolta continuativamente o professionalmente”, risultando pertanto incompatibili con l’iscrizione nell’Albo le attività di lavoro autonomo “altre”, cioè diverse da quelle tipiche dell’avvocato.

Consiglio Nazionale Forense (rel. Morlino), parere 23 ottobre 2013, n. 110

Quesito 320, COA di Barcellona Pozzo di Gotto

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  1. Quesito n. 182: Viene richiesto il parere della Commissione in ordine al seguente quesito: “L’Avvocato che abbia stipulato con il cliente una convenzione avente ad oggetto la determinazione dell’onorario per l’assistenza in un giudizio civile è tenuto a produrre, a conclusione del processo, la nota spese ricalcante l’accordo in essere con la parte assistita o semplicemente depositare la pattuizione stessa?”.
  2. Il quesito (del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Vicenza) concerne la compatibilità con l’iscrizione nell’albo della titolarità di un rapporto in regime di collaborazione coordinata e continuativa, ma relativo a prestazioni professionali.
  3. Il quesito (del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Asti) concerne la compatibilità tra l’iscrizione nell’albo e la titolarità di contratto di collaborazione coordinata e continuativa.

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Ultimo aggiornamento Lunedì 17 Marzo 2014 12:39
 

Unione ordini avvocati del Triveneto su opinamento delle parcelle forensi

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(dalla newsletter di deontologia forense del CNF del 14 marzo 2014)

La Presidenza dell’Unione Triveneta ha trasmesso nota circolare inviata dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Verona ai propri iscritti, nella quale invita questi ultimi a sospendere le richieste di opinamento parcelle al Consiglio dell’Ordine, richiamando due pronunce del locale Tribunale secondo le quali l’entrata in vigore dell’art. 9 del D.L. n. 1/2012 avrebbe determinato il venir meno, in capo agli Ordini forensi, del potere di opinamento parcelle. Secondo tale orientamento, peraltro contrario a precedente circolare dello stesso Presidente del Tribunale, si sarebbe determinata, in particolare, l’abrogazione tacita degli artt. 636 c.p.c. e 633, comma 1, nn. 2 e 3 c.p.c.

Tale interpretazione non può essere condivisa: come già sostenuto nel Dossier n. 6/2012 dell’Ufficio studi di questo Consiglio, deve escludersi che l’abrogazione delle tariffe disposta dall’art. 9 del DL n. 1/2012 (cd. Cresci Italia) avesse determinato il venir meno del potere del COA di esprimersi sulla congruità della parcella. La clausola abrogativa contenuta nella predetta normativa (art. 9, comma 5, cit.) testualmente dispone che “sono abrogate le disposizioni vigenti che per la determinazione del compenso del professionista, rinviano alle tariffe di cui al comma 1”, e quindi non può che colpire solo le disposizioni che richiamano espressamente l’istituto tariffario. Ebbene, la disposizione – anteriore alla nuova legge professionale – che istituiva la funzione di opinamento del COA (segnatamente l’art. 14, lett. d) R.D.L. n. 1578/33) non conteneva alcun rinvio alle tariffe. A ben vedere, la portata abrogativa del menzionato art. 9 riguarda le tariffe come criterio di determinazione del compenso, e dunque incide sui criteri attraverso cui è esercitato il potere di opinamento, e non investe la sua persistenza in capo al Consiglio dell’Ordine forense.
Vale peraltro rilevare, sia pure incidentalmente, che il Consiglio dell’Ordine, in sede di opinamento, potrà continuare a fare applicazione delle abrogate tariffe qualora la prestazione professionale in relazione alla quale è reso il parere di congruità si sia esaurita sotto il vigore delle tariffe medesime. Come riconosciuto dalla stessa Corte di cassazione (cfr. ex multis, sentt. 17406/12; 17405/12; 16581/12), infatti, il compenso dell’avvocato va inteso quale corrispettivo unitario a fronte della prestazione professionale complessivamente prestata: ne consegue che, in caso di successione nel tempo di diversi regimi tariffari, debba farsi riferimento alla “tariffa vigente al momento in cui la prestazione professionale si è esaurita”.
Con riferimento specifico alla presunta abrogazione tacita degli artt. 633, comma 1, n. 2) e 3) e dell’art. 636 c.p.c., si aggiunge quanto segue.
Per ciò che riguarda, in particolare, l’art. 636, si ritiene che l’art. 9 del D. L. n. 1/12 abbia abbia potuto al più determinare l’abrogazione del solo secondo periodo, che fa espresso riferimento alle tariffe, senza intaccare il primo periodo, che si riferisce invece alla necessità di produrre, al fine di ottenere il decreto ingiuntivo, la parcella accompagnata dal parere della competente associazione professionale.
L’art. 633, comma 1, n. 3) – che contiene un riferimento alle tariffe – non attiene tuttavia al compenso dell’avvocato, ma solo a quei professionisti assoggettati a tariffa “legalmente approvata” (cd. tariffe normative). La sua sorte a seguito del D. L. n. 1/12, pertanto, è del tutto irrilevante in relazione alla sopravvivenza del potere di opinamento delle parcelle in capo ai Consigli dell’Ordine degli avvocati.
Quanto all’art. 633, comma 1, n. 2) – relativo agli “onorari per prestazioni giudiziali o stragiudiziali o rimborso di spese fatte da avvocati […] in occasione di un processo”, è giocoforza osservare che, non contenendo alcun riferimento alle tariffe, la disposizione non può ritenersi minimamente intaccata dal richiamato art. 9, comma 5, D. L. n. 1/12.

Consiglio Nazionale Forense (rel. Perfetti), parere 23 ottobre 2013, n. 112

Quesito n. 330, Unione Triveneta

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  1. Il quesito (del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Varese) concerne un provvedimento istruttorio di un giudice di Tribunale, che, nell’ambito di un procedimento civile, ha chiesto al Consiglio dell’ordine di esprimere il parere ex art. 2233 c.c. in ordine alle parcelle di un avvocato.
  2. Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Orvieto formula due quesiti relativi al mantenimento, in capo agli Ordini forensi costituiti presso sedi di Tribunale soppresse per effetto del D. Lgs. n. 155/12, delle funzioni relative: a) alla ricezione ed autorizzazione delle ammissioni al gratuito patrocinio in ambito civile, riferite al territorio circondariale di sua competenza; b) alla predisposizione dei turni dei difensori d’ufficio per gli iscritti nelle liste tenute dall’Ordine.
  3. Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Venezia ha chiesto, con lettera del 13 settembre 2013, di conoscere il parere di questo Consiglio con riferimento a due distinte problematiche, originate entrambe dall’intervenuta attribuzione alla competenza territoriale del Tribunale di Pordenone, in forza del D. Lgs. n. 155/2012, dell’area geografica già destinata alla giurisdizione della sezione distaccata del Tribunale di Venezia in Portogruaro.

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Ultimo aggiornamento Lunedì 17 Marzo 2014 12:40
 

Corte di giustizia sui limiti alla disapplicazione del diritto interno per contrasto col diritto UE

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La sentenza della Corte di giustizia nella causa C-206/13 ribadisce che la normativa interna d'uno Stato aderente alla UE va disapplicata per contrasto col diritto dell'Unione e anche col principio di proporzionalità, che fa parte dei principi generali del diritto dell'Unione, solo quando occorre attuare una norma comunitaria o perseguire gli obiettivi imposti dal diritto UE.

La Corte ha ritenuto (punto 30 della sentenza) che nel caso concreto al suoesame nessun elemento permetteva di concludere che le disposizioni interne rilevanti nella controversia principale rientrassero nell’ambito di applicazione del diritto dell’Unione. Tali disposizioni non costituvano, infatti, attuazione di norme del diritto dell’Unione, il che distingue la controversia principale oggetto del rinvio pregiudiziale da quella che ha dato origine alla sentenza del 15 gennaio 2013, Križan e a. (C‑416/10), citata dal giudice del rinvio.

La sentenza -ove al punto 30 richiama il caso Krizan e ove al punto 34 riconosce il principio di proporzionalità come principio generale del diritto dell'Unione- appare utile agli avvocati part time ricorrenti a Strasburgo. Consente infatti, (se si evidenzia il contenuto della sentenza Jakubowska che non negava affatto la competenza della Corte di giustizia a vagliare la proporzionalità della l. 339/03 ma affermò semplicemente che la Corte non era stata posta in grado -in base agli elementi forniti dal giudice del rinvio- di vagliare detta proporzionalità), di affermare che il loro ricorso alle SSUU non ha potuto "sanare" la carenza di tutela giurisdizionale derivate dall'aver dovuto essi ricorrere in primo grado al CNF (giudice speciale carente della dovuta imparzialità). In particolare si potrà sostenere che le SSUU non hanno giurisdizione piena perché non possono vagliare in concreto la proporzionalità della regolazione in relazione al caso singolo.

LEGGI DI SEGUITO UNO STRALCIO DALLA SENTENZA DEL 6 MARZO 2014 CON CUI LA CORTE DI GIUSTIZIA HA DECISO LA CAUSA C-206/13 ...

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Ultimo aggiornamento Giovedì 05 Giugno 2014 15:58 Leggi tutto...
 

Articolo sulla giurisprudenza costituzionale in tema di concorrenza

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Un interessante articolo di Cesare Pinelli dal titolo "LA TUTELA DELLA CONCORRENZA COME PRINCIPIO E COME MATERIA. LA GIURISPRUDENZA COSTITUZIONALE 2004-2013" è stato pubblicato sul sito www.rivistaaic.it

Questa la presentazione: "Il contributo si configura come un’indagine critica sulla giurisprudenza della Corte costituzionale sulla tutela della concorrenza come principio (art. 41 Cost.) e come materia riservata alla competenza legislativa esclusiva dello Stato (art. 117, secondo comma, lett. e), Cost.). L’autore si propone di dimostrare come, contrariamente ai rari scrutini concernenti il diritto della concorrenza in quanto tale, l’abbondante giurisprudenza determinata dal contenzioso Stato-Regioni finisce col distorcere la prospettiva dell’intero insieme delle questioni relative alla tutela della concorrenza, e che, conseguentemente, una doctrine della Corte su tali questioni non è ancora emersa in misura sufficiente. "

Questo l'indice:
1. Ragioni e propositi dell’indagine.
2. Auspici di una disciplina a tutela della concorrenza.
3. Il primo decennio successivo all’approvazione della legge n. 287 del 1990.
4. La giurisprudenza sulla tutela della concorrenza come materia trasversale alle competenze Stato-Regioni.
– 4.1. Aiuti di Stato.
– 4.2. Appalti.
– 4.3. Servizi pubblici locali.
– 4.4.Proroghe di concessioni.
– 4.5. Commercio.
– 4.6. Liberalizzazione di attività produttive.
5. La giurisprudenza sulla tutela della concorrenza come principio.
– 5.1. Legge-provvedimento sul “salvataggio dell’Alitalia” in deroga alla disciplina antitrust.
– 5.2. Separazione fra “organismi di certificazione” e “organismi di attestazione” dei requisiti per l’affidamento dei lavori pubblici.
– 6. Qualche valutazione.

Interessantissimo il paragrafo 4.6, intitolato "Liberalizzazione di attività produttive".

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Ultimo aggiornamento Giovedì 20 Marzo 2014 16:53
 

"ne bis in idem" decide il caso Grande Stevens e altri contro Italia (Corte EDU, sentenza 4/3/14)

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Per la Convenzione europea dei diritti dell'uomo, in virtù del principio del ne bis in idem, uno Stato non può imporre una doppia sanzione (amministrativa e penale) per gli stessi fatti se non alla condizione che la prima sanzione (quella qualificata come sanzione amministrativa dallo Stato) non rivesta un carattere "penale" secondo la qualificazione che di "sanzione penale" è data dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo.

Lo si legge chiaramente al punto 229, in fine, della sentenza del 4 marzo 2014 con cui la Corte europea dei diritti dell'uomo ha deciso il caso Grande Stevens e altri contro Italia.

Qui la sentenza in italiano.

LEGGI DI SEGUITO IL PUNTO 229 DELLA SENTENZA SUL CASO GRANDE STEVENS E ALTRI CONTRO ITALIA ...

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Ultimo aggiornamento Giovedì 05 Giugno 2014 16:00 Leggi tutto...
 

Amministratore di ente pubblico può fare l'avvocato, ma il mero dipendente a part time non può farlo

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(dalla newsletter di deontologia forense del CNF del 2 marzo 2014)

Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Palermo ha chiesto, con nota del 6 agosto 2013 Prot. n. 18859, parere in merito alla sussistenza, o meno, di incompatibilità all’esercizio professionale nel caso di un iscritto che svolga funzioni di consigliere delegato in una società a r. l. con socio unico l’Agenzia del Demanio.

Segnala, in punto di fatto, il Consiglio rimettente che il quesito concerne una società oggetto di confisca definitiva, acquisita al patrimonio dello Stato e gestita dall’ “Agenzia Nazionale per l’amministrazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata” (ex D.L. n. 4/2010); l’attività del consigliere delegato implicherebbe, inoltre, l’esercizio di funzioni connesse alla sola ordinaria amministrazione.
Osserva la Commissione che, nella fattispecie, assume rilievo dirimente il profilo della compagine sociale, pacificamente e per l’intero pubblica, dell’ente giuridico interessato. Ciò consente di escludere, a norma del secondo periodo dell’art. 18, comma 1 lett. c) della Legge 31 dicembre 2012 n. 247, a priori ogni aspetto di incompatibilità.
Ritiene, pertanto, la Commissione che l’interessata non versi in condizione ostativa alla permanenza nell’albo custodito dal Consiglio rimettente.

Consiglio Nazionale Forense (rel. Berruti), parere 25 settembre 2013, n. 99

Quesito n. 303, COA di Palermo

La disciplina di cui alla l. 247/12, in base alla quale il CNF ha espresso il sopra riportato parere mi pare evidentemente discriminatoria nei confronti del "gruppo sociale impiegati pubblici a part time ridotto". Tali soggetti (trattati alla stregua dei servi fisci d'epoca romana) potranno lamentare innanzi alla Corte EDU il trattamento discriminatorio violativo della CEDU.

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Ultimo aggiornamento Martedì 04 Marzo 2014 20:12
 

27/2/2014: Corte di giustizia sull'indennità al dipendente in congedo parentale part time licenziato

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La Corte di giustizia, con sentenza del 27/2/2014 nella causa C-588/12, in tema di licenziamento (in assenza di giustificazioni alla risoluzione unilaterale del rapporto) di lavoratore che sia in congedo parentale a part time, ha affermato che l'indennità forfettaria dovuta al lavoratore licenziato non va commisurata al tempo lavorato dal dipendente in congedo parentale a part time ma va calcolata sulla base della retribuzione a tempo pieno.

LEGGI DI SEGUITO LA SENTENZA DELLA CORTE DI GIUSTIZIA DEL 27/2/2014 IN CAUSA C-588/12 (tratta dal sito della Corte di giustizia)...

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 05 Marzo 2014 13:25 Leggi tutto...
 

CASS. 3355/2014 SU PRESUPPOSTI DELLA RESPONSABILITA' PROFESSIONALE DELL'AVVOCATO

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La Corte di Cassazione, con sentenza 13 febbraio 2014, n. 3355, è intervenuta in tema di responsabilità degli avvocati ed ha affermato che per valutarne la ricorrenza occorre un giudizio prognostico sull'esito più probabile dell'azione giudiziale, secondo una valutazione "in diritto". Pertanto nella fattispecie concreta all'esame della Corte è stato ritenuto che non sussistesse la responsabilità professionale dell'avvocato per negligenza, in ipotesi derivante da irregolarità della procura (era stato utilizzato un mandato generale alle liti anziché un mandato speciale per ogni singolo ricorso) poichè la causa "non aveva chances".

Srive la Cassazione: "4.1. Questa Corte, con giurisprudenza ormai consolidata, ha affermato che la responsabilità del prestatore di opera intellettuale nei confronti del proprio cliente per negligente svolgimento dell'attività professionale presuppone la prova del danno e del nesso causale tra la condotta del professionista ed il pregiudizio del cliente e, in particolare, trattandosi dell'attività dell'avvocato, l'affermazione della responsabilità per colpa professionale implica una valutazione prognostica positiva circa il probabile esito favorevole dell'azione giudiziale che avrebbe dovuto essere proposta e diligentemente seguita; tale giudizio, da compiere sulla base di una valutazione necessariamente probabilistica, è riservato al giudice di merito, con decisione non sindacabile da questa Corte se adeguatamente motivata ed immune da vizi logici (così, fra le altre, le sentenze 9 giugno 2004, n. 10966, 27 marzo 2006, n. 6967, 26 aprile 2010, n. 9917, e 5 febbraio 2013, n. 2638).
Occorre soltanto aggiungere, in proposito, che nelle cause di responsabilità professionale nei confronti degli avvocati, la motivazione del giudice di merito in ordine alla valutazione prognostica circa il probabile esito dell'azione giudiziale che è stata malamente intrapresa o proseguita è una valutazione in diritto, fondata su di una previsione probabilistica di contenuto tecnico giuridico. Ma nel giudizio di cassazione tale valutazione, ancorché in diritto, assume i connotati di un giudizio di merito, il che esclude che questa Corte possa essere chiamata a controllarne l'esattezza in termini giuridici."

LEGGI DI SEGUITO UN AMPIO STRALCIO DALLA SENTENZA 3355/2014 DELLA CASSAZIONE ...

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 05 Marzo 2014 13:25 Leggi tutto...
 

Pitruzzella:audizione su indagine conoscitiva su semplificazione legislativa e amministrativa

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27 febbraio 2014: "Audizione del Presidente dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato, Giovanni Pitruzzella, in merito all'indagine conoscitiva sulla semplificazione legislativa e amministrativa".

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 05 Marzo 2014 13:29
 

Corte costituzionale su "costi minimi" dell'autotrasporto: slitta la camera di consiglio

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La Camera di consiglio in Corte costituzionale era fissata al 12 febbraio 2014 (con relatore il Giudice Napolitano) ma è slittata a data da destinarsi. Presumo che la Corte abbia deciso di attendere le risposte ai quesiti pregiudiziali proposti alla Corte di giustizia dell'Unione europea dal TAR Lazio (quesiti pubblicati sulla Gazzetta ufficiale dell'Unione europea C207 del 20 luglio 2013 che hanno dato luogo all'incardinamento, presso la Corte di giusizia dell'Unione europea, della cause C-184/13, C-185/13, C186/13, C-187/13).

Queste le questioni pregiudiziali proposte dal TAR Lazio alla Corte di giustizia:
" - Se la tutela della libertà di concorrenza, della libera circolazione delle imprese, della libertà di stabilimento e di prestazione dei servizi (di cui agli artt. 4 (3) TUE, 101 TFUE, 49, 56 e 96 TFUE) sia compatibile, ed in che misura, con disposizioni nazionali degli Stati membri dell'Unione prescrittive di costi minimi di esercizio nel settore dell'autotrasporto, implicanti fissazione eteronoma di un elemento costitutivo del corrispettivo del servizio e, quindi, del prezzo contrattuale;
- se, ed a quali condizioni, limitazioni dei principi citati siano giustificabili in relazione ad esigenze di salvaguardia dell'interesse pubblico alla sicurezza della circolazione stradale e se, in detta prospettiva funzionale, possa trovare collocazione la fissazione di costi minimi di esercizio secondo quanto previsto dalla disciplina di cui all’art. 83 bis del d.l. n. 112/2008 e successive modificazioni ed integrazioni;
- se la determinazione dei costi minimi di esercizio, nell’ottica menzionata, possa poi essere rimessa ad accordi volontari delle categorie di operatori interessate e, in subordine, ad organismi la cui composizione è caratterizzata da una forte presenza di soggetti rappresentativi degli operatori economici privati di settore, in assenza di criteri predeterminati a livello legislativo."

E' probabile che la Corte costituzionale abbia ritenuto fondati i dubbi di "legittimità comunitaria" che il TAR Lazio ha posto a base dei quesiti proposti alla Corte di Lussemburgo e, conseguentemente (siccome dall'eventuale disapplicazione -per contrasto col distitto dell'Unione europea- dell'art. art. 83 bis, commi 1, 2, 6, 7, 8, della l. 112/2008, deriverebbe l'inammissibilità della sollevata q.l.c.) abbia ritenuto essenziale attendere la decisione, al riguardo, della Corte di giustizia.

Riporto di seguito dal sito della Corte costituzionale:
Reg. ord. n. 160 del 2013 pubbl. su G.U. del 10/07/2013 n. 28
Ordinanza del Tribunale di Lucca del 12/02/2013
Notifica del 19/04/2013
Tra: Ondulati Giusti Spa C/ G.F.M. Trasporti Srl
Oggetto:
Trasporto - Trasporto di merci su strada - Corrispettivo dovuto al vettore qualora il contratto non sia stipulato in forma scritta - Determinazione in misura non inferiore alla sommatoria dei costi di esercizio, sia generali (inclusi i c.d. costi di sicurezza) che di carburante, stabiliti, per classe di appartenenza del veicolo, dall'Osservatorio sulle attività di trasporto - Denunciata introduzione di una tariffa minima per i trasporti nazionali, dichiaratamente finalizzata a tutelare la sicurezza stradale - Restrizione della libertà di iniziativa economica e della libertà di concorrenza - Violazione del principio di ragionevolezza - "Discriminazione a rovescio" derivante dall'inapplicabilità del sistema tariffario ai trasporti nazionali di cabotaggio, disciplinati dal diritto comunitario (Regolamento CE n. 1072/2009 del Parlamento europeo) - Conseguente violazione del principio di uguaglianza.

Norme impugnate: decreto legge 25/06/2008, n. 112 (convertito con modificazioni in legge 06/08/2008, n. 133), art. 83 bis, commi 1, 2, 6, 7, 8.

Parametri costituzionali: art. 3, art. 41, comma  1.

LEGGI DI SEGUITO IL TESTO DELL'ORDINANZA DI RIMESSIONE IN CORTE COSTITUZIONALE (TRIBUNALE DI LUCCA, 12/2/2013) ...

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Ultimo aggiornamento Giovedì 17 Aprile 2014 16:07 Leggi tutto...
 

Il Presidente tedesco Joachim Gauck al Walter Eucken Institut, 16 gennaio 2014

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Dal discorso del Presidente tedesco Joachim Gauck al Walter Eucken Institut, Friburgo, 16 gennaio 2014:

"Ad alcuni la necessità di plasmare liberamente la propria vita appare più un'imposizione che una fortuna. La libertà non presenta solo l'aspetto positivo di dischiudere possibilità prima precluse. La libertà ha anche l'effetto di dissolvere legami, di suscitare incertezza e paure. L'avvento della libertà è sempre accompagnato da grandi timori. Il suono stesso della parola "libertà" appare minaccioso a chi aspira non tanto all'apertura dei propri orizzonti, bensì alla prevedibilità e alla chiarezza. Vi è inoltre il continuo impulso a riaffermare la posizione raggiunta in relazione ai nostri simili. Molti non credono nella gara che decide la nostra esistenza, una gara che inizia a scuola e che ci accompagna non solo nella nostra vita professionale ed economica, ma anche nello sport, nell'arte, nella cultura. La democrazia non sarebbe concepibile nell'assenza di una competizione. Il nostro paese compete con altre nazioni non solo con la propria economia, ma anche con il suo modello di società.

Ma di fatto molti - troppi! - si trovano a disagio con il concetto stesso di concorrenza e di competizione. Se dobbiamo continuamente misurarci con gli altri, è possibile che ci troviamo più e più volte a venire sconfitti. Questo è il paradosso dell'ordine liberale: conosco molte persone che un tempo temevano l'idea di venire incarcerati, che cercavano e anelavano la libertà, ma che oggi la temono e che hanno addirittura paura di essere lasciati indietro. Si tratta di un sentimento umano e comprensibile, ma è necessario spiegare che la concorrenza è prima di tutto, se è giusta e aperta, una forza liberatrice. La concorrenza abbatte i privilegi tradizionali, le più radicate strutture di potere e in tal modo dischiude spazi per una partecipazione sempre più ampia. La concorrenza offre - anche in caso di fallimento - una seconda occasione, sempre nuove occasioni. E se è ben strutturata, è anche giusta ed equa.

L'ingiustizia prospera proprio laddove la concorrenza viene limitata: dal protezionismo, dalla corruzione o dalla benevola attenzione a interessi particolari imposta dallo Stato, quando ad esempio i seguaci di un determinato partito stabiliscono chi possa raggiungere una particolare posizione, o quando i ricchi e i potenti cambiano le regole a proprio favore e quindi assegnano arbitrariamente maggiori o minori probabilità di sopravvivere, ai partecipanti al gioco economico.

(.)

In definitiva, il grado di apertura di un determinato sistema economico si misura non solo da quello che si può acquistare nei negozi, ma dal fatto che esso riesca a offrire a tutti i cittadini l'opportunità di vivere una vita autonoma e indipendente e se offre realmente tutte le opzioni possibili."

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 12 Febbraio 2014 10:48
 

TAR Lazio: quesiti pregiudiziali a Corte di Giustizia sui "costi minimi" dell'autotrasporto

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(da www.servizi-legali.it )

Il TAR Lazio, con ordinanza n. 2721 depositata il 15 marzo 2013, ha disposto rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia dell'Unione europea in tema di "costi minimi" per l'autotrasporto, domandando:

"se la tutela della libertà di concorrenza , della libera circolazione delle imprese, della libertà di stabilimento e di prestazione dei servizi ( di cui agli artt. 4 (3) TUE, 101 TFUE, 49 , 56 e 96 TFUE) sia compatibile, ed in che misura, con disposizioni nazionali degli Stati membri dell’Unione prescrittive di costi minimi di esercizio nel settore dell’autotrasporto, implicanti fissazione eteronoma di un elemento costitutivo del corrispettivo del servizio e, quindi, del prezzo contrattuale;

se, ed a quali condizioni, limitazioni dei principi citati siano giustificabili in relazione ad esigenze di salvaguardia dell’interesse pubblico alla sicurezza della circolazione stradale e se , in detta prospettiva funzionale, possa trovare collocazione la fissazione di costi minimi di esercizio secondo quanto previsto dalla disciplina di cui all’art. 83 bis del d.l. n.112/2008 e successive modificazioni ed integrazioni;

se la determinazione dei costi minimi di esercizio, nell’ottica menzionata, possa poi essere rimessa ad accordi volontari delle categorie di operatori interessate e, in subordine, ad organismi la cui composizione è caratterizzata da una forte presenza di soggetti rappresentativi degli operatori economici privati di settore, in assenza di criteri predeterminati a livello legislativo
".

I quesiti (pubblicati sulla Gazzetta ufficiale dell'Unione europea C207 del 20 luglio 2013 ) hanno dato luogo all'incar