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Qui la conferenza stampa Renzi-Madia del 30 aprile 2014.
Quale sia la strada per una rivoluzione del pubblico impiego nel senso dell'efficienza (e della seria lotta alla corruzione dei pubblici poteri) lo scrissero a chiare note i professori Cassese, Pizzorno, e Arcidiacono, chiamati a comporre il c.d. “Comitato di studio sulla prevenzione della corruzione”, istituito con decreto n. 211 del 30.9.1996 dall’allora Presidente della Camera dei Deputati Luciano Violante. «Una delle ragioni principali della corruzione -scrissero- è la debolezza dell’Amministrazione, data dall’assenza o dall’insufficienza dei ruoli professionali. Essa costringe le Amministrazioni ad affidarsi a soggetti esterni per tutte le attività che riguardano l’opera di specialisti. Il rimedio ipotizzabile è che i professionisti dipendenti iscritti agli albi vanno organizzati in corpi separati, con uno stato giuridico ed un trattamento economico che consentano di attrarre personale di preparazione adeguata. Non ci si deve illudere di poter acquisire le professionalità necessarie, se non si è poi disposti a pagare il loro prezzo, né che la corruzione abbia termine, finchè le Amministrazioni non abbiano superato questa loro debolezza».
Occorre integrare e considerazioni dei professori Cassese, Pizzorno e Arcidiacono con una necessaria differenziazione di trattamento delle professioni tecniche rispetto alle professioni giuridiche: per le professionalità giuridiche i ruoli delle amministrazioni devono esser rafforzati in maniera più decisa di quanto debba farsi per le professionalità tecniche. Infatti, se per le professionalità tecniche ha senso ricercare l'eccellanza "nel mercato" (magari designando a componenti delle commissioni aggiudicatrici degli appalti "giurie miste individuate dalla stazione appaltante in collaborazione con gli ordini professionali a seguito di pubblico sorteggio"), non ha senso, e non è tollerabile, che sulle regole giuridiche da applicare le amministrazioni pubbliche debbano chiedere consulenze all'esterno. Hanno, dunque, ragione coloro (tra i quali la Rete delle Professioni Tecniche, che in tal senso presenta un ampio documento sulla riforma degli appalti) che evidenziano che è anacronistica e ipocrita la norma che: 1) consente l'affidamento esterno di servizi ingeneristici a liberi professionisti o a società di ingegneria solo dopo aver dimostrato la carenza in organico di personale tecnico, o la speciale complessità o rilevanza architettonica o ambientale, oppure le difficoltà di rispettare i tempi della programmazione, oppure che si tratti di progetti integrati; 2) correlativamente impone alle pubbliche amministrazioni di affidare prioritariamente ai propri dipendenti la progettazione degli interventi. Si deve concordare con il presidente del Consiglio Nazionale degli Ingegnari, Armando Zambrano, per il quale "E' paradossale che l'amministrazione chieda ai liberi professionisti requisiti severissimi di fatturato, competenze, lavori svolti, dipendenti, licenze e poi affidi prioritariamente incarichi al proprio interno a qualcuno che non ha nessuno di questi requisiti" (vedasi l'articolo intitolato <<Basta affidare i progetti all'interno della PA>>, ne ilsole24ore del 7/5/2014).
Nella lettera ai dipendenti pubblici del 30 aprile, con la quale il Presidente del Consiglio Renzi e la ministra Madia invitano a proporre innovazioni organizzative, si legge, al quarto posto degli intendimenti già certi del Governo,: "agevolazione del part-time".
Dunque, occorre consentire ai dipendenti pubblici a part time di fare, se abilitati, l'avvocato. Sussistono, infatti, motivi imperativi di interesse generale per reintrodurre nell'ordinamento la compatibilità tra impiego pubblico a part time ridotto e l'esercizio delle professione forense. Escludere i c.d. "avvocati-part-time" dalle pubbliche amministrazioni va contro ogni serio intento di riforma delle pubbliche amministrazioni: la funzionalità dei publici poteri deve essere incentivata con interventi che ridisegnino in primo luogo competenze e organigrammi nel segno della professionalità vera (come quella quotidianamente aggiornata dalla frequenza delle aule di giustizia). Si dovrebbe assicurare all'ente pubblico lo stabile consiglio dei suoi dipendenti abilitati all'esercizio della professione forense, ammettendo questi ultimi all'iscrizione all'albo professionale degli avvocati entro i limiti che Corte cost. 189/2001 ha ritenuto l' "uovo di Colombo" per conciliare risparmi notevoli per le pubbliche finanze, miglioramento delle capacità professionali dell'apparato pubblico, salvaguardia della libertà di lavoro professionale.
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puoi anche trarre spunto da quanto riporto di seguito ma ripeto: attenzione, l'indirizzo
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proponendo di consentire ai dipendenti pubblici a full time di trasformare il loro rapporto di lavoro in un part time particolarmente ridotto e fare anche l'avvocato.

LEGGI DI SEGUITO (CLICCANDO SUL BOTTONE "LEGGI TUTTO") TANTI ARGOMENTI PER CHIEDERE CHE AI DIPENDENTI PUBBLICI ABILITATI ALLA PROFESSIONE FORENSE TORNI A CONSENTIRSI DI ANDARE IN PART TIME PER FARE L'AVVOCATO (LIBERANDO, IN TAL MODO, POSTI IN ORGANICO PER NUOVE ASSUNZIONI O EVITANDO, ALMENO, LICENZIAMENTI DI DIPENDENTI GIUDICATI IN ESUBERO O L'ODIOSA MOBILITA' OBBLIGATORIA).
GLI ARGOMENTI DI SEGUITO ESPOSTI SONO IN PARTE TRATTI DA UN INTERESSANTE ARTICOLO DI SERGIO PIGNATARO.
IN FONDO RIPORTO LA LETTERA DEL 30 APRILE 2014 INDIRIZZATA IL 30 APRILE 2014 DAL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, MATTEO RENZI, E DALLA MINISTRA MADIA AI DIPENDENTI PUBBLICI E A TUTTI COLORO CHE VOGLIONO PROPORRE MODIFICHE ALLA REGOLAZIONE DEL PUBBLICO IMPIEGO FINALIZZATE A FARE DI QUEL SETTORE L' "AZIENDA PIU' EFFICIENTE DEL PAESE"...