Si, cartellino rosso d'espulsione per gli avvocati "parasubordinati" di altri avvocati. Sono tra i 25.000 e i 30.000 e sarebbero cancellati dagli albi degli avvocati se passasse il testo di riforma della professione forense ora all'esame della Commissione giustizia del Senato.
Ma cominciamo a dar conto, sul tema, dell'interessantissimo l'articolo di Dario Di Vico dal titolo "Il calvario dei giovani avvocati. Senza welfare e senza clienti", sul Corriere della sera del 22/10/2009. Esordisce notando come Tra di loro si definiscono <<gli avvocati senza clienti>>. Sono legali che lavorano in grandi e medi studi professionali, hanno un solo committente ma non lo status di dipendenti. Sono dei semplici prestatori d'opera iscritti all'Ordine, lavoratori autonomi con partita IVA. Ogni mese emettono una fattura e vengono pagati in base ad essa ma, visto che la legge vieta di essere dipendenti ed essere contemporaneamente iscritti a un albo, lavorano in quello che Giuseppe Sileci, presidente dell'AIGA, denuncia come un <<vuoto normativo>>. Una sommaria mappa della professione di avvocato porta a evidenziare che due sono le tipologie più diffuse, il socio di uno studio e il professionista che lavora da solo. Il tertium genus è rappresentato dai nostri avvocati senza alcuna garanzia del posto di lavoro e senza welfare. Non timbrano il cartellino ma non hanno nè il TFR nè le garanzie dell'articolo 18. ... La dimostrazione sta nei dati elaborati dalla Cassa Forense: i legali sono obbligati a comunicare volumi d'affari e redditi (detratte le spese), ma per migliaia di avvocati le due voci coincidono perchè si tratta di lavoratori con partita IVA che non hanno spese in quanto gli studi forniscono loro stanza, telefono e, qualche volta, la segretaria ... Su di loro pende però la spada di Damocle della cancellazione dall'Albo.
L'articolo di Di Vico conferma la necessità di riscrivere il testo di riforma dell'avvocatura che è all'esame del Senato, inserendovi giuste norme per la disciplina del lavoro sostanzialmente subordinato delle decine di migliaia di avvocati-dipendenti d'altri avvocati: norme da esplicitare nella legge professionale, non, dunque, norme deontologiche che sarebbero lasciate a discrezionalissimi regolamenti del CNF o del Governo. Occorre esplicitare norme che salvaguardino tanto l' "avvocato titolare" quanto il suo collaboratore subordinato; che regolino i conflitti e regolamentino la concorrenza tra titolare e subordinato, magari disegnando un contratto professionale adeguato al rapporto che, per esempio, introduca un periodo di preavviso in caso di fine della collaborazione professionale.
Letto l'articolo di Di Vico, subito mi è venuta in mente la discrasia tra l'ormai pacifica esclusione degli "avvocati dipendenti da altri avvocati" dal novero dei soggetti passivi dell'IRAP da una parte e, dall'altra, la testarda (e silenziosa) programmazione, ad opera della proposta di legge di riforma della avvocatura all'esame del Senato, d'una sorta di "pulizia etnica" degli albi forensi attraverso la espulsione dagli albi di migliaia di quegli stessi "avvocati dipendenti di altri avvocati". A dire il vero subito dopo m'è venuto in mente che forse si vorrebbe adottare la solita soluzione (all'italiana) di continuare a far finta di niente innanzi alla indiscutibile carenza di indipendenza degli "avvocati dipendenti da altri avvocati". Ma scaccio tale pensiero antiitaliano.
Ebbene:
Con sentenza n. 21989 del 16/10/09 la sezione tributaria della Cassazione ha confermato che "in tema di IRAP la iscrizione ad un ordine professionale protetto non comporta la esenzione dall'imposta dei soggetti esercenti professioni intellettuali, ma non costituisce neppure presupposto sufficiente ai fini dell'assoggettamento ad imposizione, occorrendo, alla stregua delle modifiche introdotte dal d.lgs. 137 del 1998 e dal d.lgs. n. 446 del 1997, che l'attività del professionista sia autonomamente organizzata, cioè presenti un contesto organizzativo anche minimo, derivante dall'impiego di capitale e lavoro altrui, che potenzi l'attività intellettuale del singolo: il valore aggiunto che costituisce oggetto della imposizione deve infatti derivare dal supporto fornito alle attività del professionista dalla presenza della struttura riferibile alla composizione di fattori produttivi, funzionale all'attività del titolare (v ex plurimis Cass. 3675/07, cASS. 5747 DEL 2007)".
La Cassazione ha dunque ulteriormente (dopo Cass. 18973 del 31/8/2009) confermato il proprio ormai stabile indirizzo per cui un avvocato non è soggetto passivo IRAP se svolge attività non autonomamente organizzata.
Se, dunque, il Fisco deve riconoscere la categoria degli avvocati esenti dall'IRAP perchè lavoranti per altri avvocati, servendosi della loro organizzazione (segreteria ecc...), perchè poi la legge professionale forense dovrebbe penalizzare queste migliaia di avvocati (si calcola siano tra 25.000 e 30.000, vedasi l'articolo di Dario Di Vico) che fatturano regolarmente al loro sostanziale datore di lavoro nell'ambito d'un rapporto che, secondo i parametri giuslavoristici, appare di subordinazione o parasubordinazione?
Perchè, addirittura, la proposta di legge di riforma dell'avvocatura all'esame del Senato semplicemente ignora il fenomeno, in crescita da anni e ormai di enorme rilevanza numerica, dell'avvocato-dipendente da altro avvocato (figura che era normale fino a prima del fascismo e oggi è senza problemi riconosciuta nei principali Stati dell'Unione Europea, ad esempio in Francia, Germania e Inghilterra)?
Perchè la medesima proposta di legge di riforma dell'avvocatura, ignorandolo, spinge a mantenere in penombra il fenomeno sociale dell' "avvocato dipendente da altro avvocato", attraverso la minaccia della cancellazione dall'albo per carenza del requisito dell'indipendenza?
Perchè, non si vuol promuovere l'emersione di situazioni in cui un avvocato-salariato lavora in mancanza totale o quasi di strumenti organizzativi e strutture, guadagna prevalentemente per compensi fatturati allo stesso pseudocliente (l'avvocato che è suo sostanziale datore di lavoro in un rapporto di supremazia gererchica, magari mistificato all'interno d'una associazione professionale), è tenuto a orari di lavoro e gode di ferie stabilite dal "collega" datore di lavoro?
Perchè (come chiede Ester Perifano, segretario dell'Associazione Nazionale Forense, in un articolo su Italia Oggi del 22/10/09, dal significativo titolo "Strada in salita", dedicato all'iter parlamentare della riforma forense) la proposta di riforma della professione -che ora, dopo le critiche dell'Antitrust, si vuole approvare con tanta fretta- non prende atto della realtà della nostra professione e testardamente vuol "continuare ad ignorare le decine di migliaia di giovani avvocati che negli ultimi anni hanno affollato i nostri albi, che contano ormai oltre 200 mila iscritti, e sono entrati nei nostri studi, spesso sottopagati e, forse, sfruttati ?"
In realtà bisogna riconoscere coraggio e onestà intellettuale al segretario dell'A.N.F. allorchè afferma che in molti casi il ruolo dei giovani avvocati all'interno degli studi, soprattutto per le donne, è quello del lavoratore subordinato; che tutto ciò va regolato e non demonizzato; che vanno introdotte le tutele giuste e accantonati gli anatemi di incompatibilità per carenza di indipendenza, derivanti da una idea ottocentesca della professione liberale, se non si vuole che quei dominus/datori di lavoro possano serenamente continuare a fingere di trattare alla pari colleghi che, nei fatti, sono veri e propri dipendenti; che -infine- negare la possibilità di costituire società di capitali (sia pure limitate ai soli soci professionisti) serve solo a tutelare chi ha una organizzazione professionale vecchia, inacape di reggere alla concorrenza, ma invece capacissima di sfruttare solide rendite di posizione.
Mi pare vero (come pure afferma Ester Perifano) che la proposta di riforma della professione all'esame in questi giorni della Commissione giustizia del Senato è "culturalmente arretrata", non ha in realtà alcuna chance di essere approvata in Parlamento, come dimostrano le centinaia di emendamenti presentati in Commissione giustizia del Senato.
Io faccio una scommessa: non basterà ai conservatori-corporativi d'ogni parte politica avere dalla propria parte tantissimi parlamentari avvocati per vedere trasformata in legge una proposta di pseudoriforma tanto "culturalmente arretrata".
Domando infine:
l'OUA chiede che nella Finanziaria 2010 siano previsti interventi per i giovani avvocati; l'AIGA denuncia il vuoto normativo in cui lavorano gli avvocati dipendenti di altri avvocati. Va benissimo. Ma allora, perchè OUA e AIGA, che hanno avuto un ruolo di primo piano nella elaborazione della proposta di riforma dell'avvocatura che è all'esame del Parlamento, non hanno imposto che la riforma escludesse, soprattutto (ma non solo) per quei "giovani avvocati dipendenti di altri avvocati", la cancellazione dall'albo per carenza del requisito della indipendenza (requisito tanto mitizzato quanto impalpabile e fonte d'arbitrio)? Perchè l'AIGA e l'OUA non hanno imposto che nella proposta "unitaria" (che unitaria non è manco per niente) di riforma della professione fosse riconosciuta l' "avvocatura dipendente" che invece, rebus sic stantibus, dovrà semplicemente essere cancellata dagli Albi degli avvocati italiani?
COERENZA!!!!
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