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La Cassa forense si regge sui contributi di 30.000 avvocati dipendenti da cancellare dagli albi?

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 Il 23/10/2010 da Bari, dal Congresso straordinario dell'A.I.G.A. (Associazione Italiana Giovani Avvocati), il presidente della Cassa forense, Marco Ubertini, ha attaccato la scelta del Senato di cancellare la incompatibilità tra avvocatura e impiego privato, augurandosi che il Parlamento possa tornare indietro su questa decisione.
Ubertini paventa che la cancellazione della detta incompatibilità metta in crisi l'intero sistema previdenziale forense.  Senza incompatibilità sarebbero a rischio, asserisce, i conti della Cassa. Abolire l'incompatibilità, inoltre, aiuterebbe solo le grandi aziende.
Pare che la preoccupazioni del presidente della Cassa forense sia questa: se gli avvocati dipendenti cessassero in numero rilevante la loro iscrizione alla Cassa autonoma e venissero iscritti all'Inps calerebbe notevolmente il numero degli aderenti alla Cassa stessa; ciò comporterebbe un tale calo di introiti che potrebbe vanificare totalmente gli sforzi fatti per mettere a punto una riforma in grado di garantire un futuro agli assistiti dalla Cassa forense.
Io rimango stupito dal riconoscimento implicito ma chiarissimo che la Cassa forense si regga su contributi che in realtà non dovrebbero esserle dovuti perchè versati da una marea di avvocati che, in quanto già oggi, in fatto, lavoratori subordinati  (spesso di altri avvocati), dovrebbero esser semplicemente cancellati dagli albi. Questo della cancellazione dagli albi delle decine di migliaia di avvocati subordinati o parasubordinati (i c.d. avvocati invisibili) è, infatti, l'ineludibile portato della normativa oggi in vigore in tema di incompatibilità e che il presidente della Cassa forense -assieme al presidente dell'O.U.A. e a quello del C.N.F.- chiede, mi pare contraddittoriamente, di mantenere. 

Ultimo aggiornamento Mercoledì 20 Novembre 2013 18:43  

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