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Settembre 2011: Il PD chiede al Governo di sbloccare il part-time nell'impiego pubblico

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(da www.servizi-legali.it )

Le Deputate del Partito Democratico Lucia Codurelli e Amalia Schirru hanno presentato in Commissione lavoro della Camera una interpellanza in tema di part time che è stata discussa il 27 settembre 2011.
Il governo ripensi la politica del lavoro, in particolare per quanto riguarda il part-time nella Pubblica amministrazione. Con recenti provvedimenti, ultimo il ‘collegato lavoro’, il governo ha di fatto bloccato la concessione di nuovi part-time. Ciò significa che aumenta la discriminazione nei confronti delle donne, maggiori richiedenti di questa tipologia di contratti e viene leso il principio costituzionale di scelta e volontà sul lavoro”. Questo chiedono le due deputate del PD.

E aggiungono: “Nella furia di riformare l’apparato amministrativo dello Stato, molte leggi dell’esecutivo hanno avuto come conseguenza la revoca dei contratti part-time. Tutto questo è una grave discriminazione verso i lavoratori, in particolare le donne che, per volontà o necessità, in gran numero chiedono questo tipo di contratti poiché impegnate nella cura di figli, anziani o persone con grave disabilità. Il part-time è, di fatto, un ottimo strumento per dare impulso a nuova occupazione e per raggiungere, e concretizzare, l’auspicabile conciliazione tra i tempi di vita e di lavoro. Le donne sono il vero pilastro del welfare, sopportano il peso maggiore del carico familiare, svolgono un servizio fondamentale per l'economia e la società. Le italiane rivendicano quindi il loro diritto al lavoro, lo esigono. Le azioni tanto declamate dal governo per promuovere le pari opportunità, come la circolare per la conciliazione, restano lettera morta. La destra vuole far uscire le donne dal mercato del lavoro, in assenza totale di servizi, pari opportunità e politiche di conciliazione”.

LEGGI DI SEGUITO GLI INTERVENTI DEL 27 SETTEMBRE 2011 DELLE DEPUTATE CODURELLI E SCHIRRU IN COMMISSIONE LAVORO DELLA CAMERA, NONCHè LA RISPOSTA DEL SOTTOSEGRETARIO ALLE INFRASTRUTTURE E TRASPORTI ON. GIACHINO ...

L'interpellanza dell'On. Lucia Codurelli (n. 2-01117) concerne: iniziative volte a garantire alle donne l'utilizzo del contratto di lavoro a tempo parziale (part-time) al fine di assicurare la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.

"LUCIA CODURELLI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, sottosegretario, abbiamo presentato l'interpellanza in esame nel giugno scorso, dopo numerosissimi ricorsi alla luce delle revoche del part-time nella pubblica amministrazione, in particolare nella sanità, nella giustizia e nell'Agenzia delle entrate ed altri settori importanti e cruciali per il nostro Paese che sono sicuramente sotto organico, come dimostrano anche numerosi nostri altri atti ispettivi che abbiamo in questi tempi proposto.
La soluzione non è, a nostro avviso, quella di revocare il part-time, con le ripercussioni che potrebbero discendere da questa interpretazione su oltre 172 mila dipendenti pubblici, pari al 4,7 per cento contro il 24,1 per cento dei dipendenti pubblici, che hanno, negli anni scorsi, ottenuto la trasformazione del proprio tempo pieno in part-time secondo le vecchie regole e che rendono la decisione di grande rilievo sociale. Sappiamo infatti cosa significa il forzato ritorno al full time dei dipendenti. Si tratta di una questione delicata, che si scarica sui livelli periferici e i ricorsi giudiziari, credo con ripercussioni notevolissime sul funzionamento dei servizi che prima avevo citato, e soprattutto lasciando che il contenzioso e quindi il ricorrere al giudice sia l'unico strumento per risolvere questo problema. Credo che ciò sia un disastroso servizio pubblico soprattutto per le donne.
Va ricordato che in periodi diversi le modalità di intervento non erano le stesse. Cito l'allora Ministro Treu che attraverso il Piano nazionale per l'occupazione del 1999 così recitava: «L'aumento del part-time in Italia costituisce uno degli obiettivi strategici della recente politica pubblica dell'occupazione». Credo che, nonostante gli impegni in questi anni, il nostro Paese è ancora lontano dall'accesso al part-time e infatti è tra quei Paesi che ne fanno un minore utilizzo. Come l'ISTAT ci ricorda, la situazione nel nostro Paese nel 2010 non solo è preoccupante ma addirittura quasi vergognosa rispetto a tutto il resto dei Paesi in merito all'occupazione femminile. Siamo passati dal sessantatreesimo posto nel 2008 - fino a quel momento c'era stato un miglioramento - al settantaquattresimo posto. Ma anche a fronte di tale dato, gli interventi vanno tutti nel senso contrario, come prima ho ricordato, veramente miope, mentre tutti gli indicatori ci dicono che, laddove le economie si vogliano riprendere, devono porre una grande attenzione alla centralità che le donne hanno nell'uscita dalla crisi.
La strategia di Lisbona era stato uno tra i punti più alti per l'Unione europea per immettere un elemento di equilibrio tra le politiche attive del lavoro, fissando per l'Italia l'obiettivo allora del 60 per cento per l'occupazione femminile, che non solo non è stato raggiunto ma addirittura, come denunciamo nell'interpellanza in esame e in numerosissimi altri atti ispettivi presentati, vi sono stati drammatici passi indietro. Non siamo solo la maglia nera in Europa, al punto tale che, avendo raggiunto il settantaquattresimo posto in questa graduatoria al ribasso, siamo preceduti dal Ghana, dalla Repubblica slovacca, dal Vietnam e dalla Repubblica dominicana. Non è una questione di propaganda ma è un esercizio oggettivo di responsabilità da parte di chi fa opposizione denunciare questi dati.
È risaputo che i lavoratori del pubblico impiego titolari di un rapporto di lavoro part-time (in stragrande maggioranza sono donne) scelgano questo istituto perché impegnati nella cura dei figli minori, di anziani, di persone con gravi disabilità per ottemperare ai loro doveri di lavoratrici e familiari. È con l'ultimo provvedimento in materia del Governo Berlusconi, la legge n. 183 del 2010 come posto in rilievo nell'interpellanza, che si stanno avendo grandi ripercussioni proprio di tipo sociale. Il part-time è riconosciuto in tutta Europa come uno strumento efficace. Perché da noi no? Il part-time è una soluzione per permettere a chi lavora di prendersi cura, e invece da noi è ostacolato. In un Paese come il nostro, con un bassissimo tasso di natalità, la revoca del part-time non incentiva la formazione di nuovi nuclei familiari. Una stretta ulteriore nel settore pubblico comporterebbe una contrazione della partecipazione femminile al mercato del lavoro.
La nota ministeriale del 10 febbraio 2010, e anche una recente circolare, non hanno assolutamente fatto in modo di chiarire la problematica del recesso unilaterale da questo strumento, anzi hanno determinato - come dicevo prima - ricorsi al giudice. Quasi un milione di donne - lo ricordo - ha subito il licenziamento negli anni scorsi, o è stato costretto a appunto a dimettersi dopo aver avuto un figlio. Sono 800 mila (pari all'8,7 per cento delle donne che lavorano o hanno lavorato) le madri che hanno dichiarato di essere state licenziate o messe in condizione di doverlo fare. Noi crediamo che anche modalità di questo tipo costringano le donne a dovere fare questa scelta. Solo quattro madri su dieci tra quelle costrette a lasciare il lavoro sono potute rientrare nel mondo del lavoro.
Nel 2010 (e continua tuttora), vista questa grossa e forte crisi in atto, la famiglia (in particolare la donna) per l'ennesima volta ha svolto il ruolo di ammortizzatore sociale nei confronti dei giovani, sempre e solo le donne. Tutto questo non è riconosciuto se non a parole, perché i fatti, appunto, sono questi. Dico solo che attraverso il voto di fiducia dell'anno scorso, attraverso il decreto-legge n. 78 del 2010, in nome della parità è stata innalzata l'età pensionabile per le donne del pubblico impiego. Cito inoltre il decreto-legge n. 112 del 2008, come convertito, che è stato il primo atto che ha introdotto la prima stretta sul part-time. E poi mi riferisco alla legge n. 183 del 2010, il cosiddetto collegato lavoro, che ha compiuto l'opera nel suo complesso. Le manovre tutte, compresa l'ultima appena approvata nei giorni scorsi, hanno tagliato tutte le risorse che erano a bilancio per il sostegno dell'occupazione e per i servizi. Non parliamo poi del taglio veramente lineare e indiscriminato ai comuni, che non permetterà più di garantire i servizi, per non parlare del taglio del tempo pieno e di altro.
Sono le donne che secondo l'ISTAT svolgono in un anno 2,1 miliardi di ore di aiuto ai componenti anche di altre famiglie, non solamente delle proprie, pari a due terzi del totale erogato dei servizi, mentre il programma Italia 2020 stesso cita con preoccupazione che con il rallentamento dell'attività economica, ora crisi conclamata, un'ulteriore limitazione e un taglio delle misure a favore della parità sono un rischio (confermato) che produrrà un danno veramente incommensurabile.
E la conciliazione tanto proclamata? Con quella attuata, quella che avviene in qualche modo a livello periferico con quei fondi miseri che sono stati messi a disposizione, si interviene non per aiutare la conciliazione ma ad excludendum fino ad un anno del bambino e poi più, escludendo le precarie, escludendo le lavoratrici part-time, escludendo, continuamente escludendo, perché le risorse talmente strette devono arrivare dappertutto. Ecco, invece di garantire alle lavoratrici, in questo caso del pubblico impiego, il diritto a conciliare le proprie esigenze lavorative con quelle familiari, no, si fa di tutto per sospendere il part-time. Ricordo, lo cito solamente, lo ricordo al sottosegretario, che l'8 marzo scorso c'è stato un manifesto, perché lo dichiara un manifesto, un accordo per la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. Il Governo lo ha tanto sbandierato, ma di fatto il risultato che vediamo è questo.
Questo è il piano strategico di azioni per la conciliazione e le pari opportunità che prevede una maggiore inclusione delle donne da parte dei Ministri Sacconi, Brunetta e Carfagna? Nei fatti, purtroppo, sì. Per il Governo Berlusconi quegli atti che prima ho citato, la legge n. 183 del 2010 e il decreto-legge n. 112 del 2008, rappresentano addirittura dei pilastri. Al privato di fatto è esclusa quasi ogni possibilità in questo senso. Questi due provvedimenti - lo ribadisco - bloccano i nuovi part-time e risultano essere in totale contraddizione con l'articolo 9 della legge n. 53 del 2000, anche quella più volte ripresa.
Dopo la legge n. 183 del 2010 e quelle circolari citate per la sospensione del part-time, infatti, vi è stata una sentenza del giudice del lavoro di Trento secondo la quale l'articolo 16 della legge n. 183 del 2010, nel consentire al datore di lavoro pubblico di trasformare unilateralmente il rapporto di lavoro a tempo parziale in rapporto a tempo pieno, contro la volontà del lavoratore, si pone in insanabile contrasto con la direttiva europea 97/81/CE, attuata dall'Italia con il decreto legislativo n. 61 del 2000. Credo che questi siano atti che il Governo assolutamente è tenuto a rispettare. Infatti, tale norma discrimina il lavoratore part-time il quale, a differenza del lavoratore a tempo pieno, rimane soggetto al potere del datore di lavoro.
È anche risaputo perché i lavoratori, in stragrande maggioranza donne - parliamo di donne per il 90, se non 99 per cento del pubblico impiego -, scelgono questo istituto: per problemi di mancanza assoluta di servizi e per poter conciliare il lavoro con la famiglia. In un Paese come il nostro, che ha una bassissima natalità, ciò dovrebbe far riflettere fino in fondo. La diminuzione avvenuta nel 2010 dovrebbe far riflettere sulla diretta correlazione con le misure che si prendono e gli aiuti in questo senso.
Le donne italiane vogliono un diritto al lavoro, lo esigono, e il diritto di poter mettere al mondo i figli e il diritto ad un'immagine di questo Paese diversa da quella attuale che, in base alle notizie scandalistiche, le vogliono rappresentare solo «a disposizione». No, vogliono essere assolutamente protagoniste perché sono altro, perché sono il pilastro, perché i dati ricordati, non dalla sottoscritta, ma da tutti, anche dall'ISTAT, sono ben altri.
Ecco perché chiediamo, da oltre tre anni, al Ministro Carfagna in particolare di battere un colpo perché non è possibile continuare ad avere un Ministero che, ad ogni manovra finanziaria, vede decurtare tutti - e dico tutti - i fondi a disposizione per questi servizi e per il sostegno al lavoro. Rispetto a questa problematica, si sta ancora procedendo nelle revoche con decorrenza dal 1o luglio, nonostante le rassicurazioni date dall'amministrazione, anche sull'opportunità. Chiediamo al Governo e vogliamo capire come esso intenda proseguire e come intenda rispettare le norme vigenti e le direttive europee prima citate in questo mio intervento, ma anche nell'interpellanza stessa.

PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per le infrastrutture e i trasporti, Bartolomeo Giachino, ha facoltà di rispondere.

BARTOLOMEO GIACHINO, Sottosegretario di Stato per le infrastrutture e i trasporti. Signor Presidente, gentilissima onorevole, vorrei premettere alla risposta che ha preparato il Ministero del lavoro e delle politiche sociali una considerazione di carattere generale: il Governo sta facendo l'impossibile per difendere il Paese, i lavoratori e le donne dagli effetti pesantissimi della crisi economica più grave dell'ultimo secolo. Siamo gravati dall'alto debito pubblico e siamo gravati da una bassa crescita. Noi vogliamo rimuovere le cause che ci hanno fatto crescere di meno facendo le scelte fondamentali, sia in termini di infrastrutture, sia in termini di politiche energetiche, sia in termini di riforma della pubblica amministrazione, per ritornare a crescere di più.
È essenziale crescere di più per poter diminuire il debito pubblico e creare nuovi posti di lavoro per le nuove generazioni e per le donne.
Il suo atto parlamentare si riferisce, in via generale, alla tematica della conciliazione tra tempi di vita e lavoro, con specifico riferimento al settore del pubblico impiego. Al riguardo è opportuno ricordare che - a seguito dell'entrata in vigore della legge n. 183 del 2010 (cosiddetto collegato lavoro) - sono pervenute varie segnalazioni di situazioni di contenzioso aventi ad oggetto l'applicazione dell'articolo 16 della medesima legge, recante disposizioni in materia di rapporto di lavoro a tempo parziale.
L'articolo in questione ha previsto - in via transitoria - la possibilità per le pubbliche amministrazioni di sottoporre a nuova valutazione, nel rispetto dei principi di correttezza e buona fede, i provvedimenti di concessione della trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale, già adottati alla data di entrata in vigore del decreto-legge n. 112 del 2008, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 133 del 2008. In base a tale disposizione l'Amministrazione potrà procedere - in sede di riesame - alla revoca del part-time solo laddove sia dimostrato che tale regime di lavoro abbia procurato un grave pregiudizio all'efficienza organizzativa dell'ufficio.
La problematica in questione è stata oggetto di alcune riunioni in sede tecnica - alle quali hanno preso parte esperti del Dipartimento della funzione pubblica, del Dipartimento per le politiche della famiglia e del Dipartimento delle pari opportunità - finalizzate all'assunzione di iniziative concertate, volte a garantire che l'applicazione della norma avvenisse effettivamente nel rispetto dei principi di buona fede e correttezza.
In siffatto contesto, nonostante il termine per l'esercizio del potere di revisione fosse oramai decorso, il Ministro per la Pag. 5pubblica amministrazione ed innovazione, unitamente al Ministro per le pari opportunità e al sottosegretario di Stato con delega alla famiglia, ha ritenuto opportuno emanare un'apposita circolare (n. 9 del 2011) volta a fornire delle indicazioni alle amministrazioni al fine di orientarle nella gestione del contenzioso e nella definizione di rapporti ancora non esauriti, evidenziando soprattutto i casi in cui i pubblici dipendenti sono titolari per legge di un diritto alla trasformazione (come nel caso dei malati oncologici) o di un diritto di precedenza alla trasformazione (come nel caso di dipendenti che assistono persone disabili o hanno figli minori di tredici anni).
In particolare, nella predetta circolare viene evidenziata l'attenzione prestata dal Governo al delicato tema della conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare, in conformità - tra l'altro - a quanto stabilito nell'Avviso comune sulle misure a sostegno delle politiche di conciliazione tra famiglia e lavoro, siglato lo scorso 7 marzo dalle parti sociali, con l'obiettivo primario di sostenere la crescita dell'occupazione femminile.
Nell'intesa, in particolare, Governo e parti sociali si sono impegnati a valorizzare - compatibilmente con le esigenze produttive, organizzative e le dimensioni aziendali - le buone pratiche di flessibilità family friendly e di conciliazioni esistenti, provvedendo a tal fine ad attivare un tavolo tecnico per la verifica delle buone prassi, nonché delle relative azioni di monitoraggio effettuate dalla cabina di pilotaggio istituita nell'ambito del cosiddetto Piano Italia 2020.
Nella circolare viene infine riservato una particolare attenzione ai principi di buona fede e correttezza, richiamati all'articolo 16 della legge n. 183 del 2010, la cui osservanza richiede l'instaurazione di un contraddittorio con l'interessato nonché la valutazione ponderata dell'interesse di cui lo stesso è portatore.
Da ultimo, a testimonianza dell'attenzione riservata alle politiche di conciliazione, ricordo che il Governo - attraverso il Dipartimento per le politiche della famiglia - ha promosso il progetto pilota «Nidi PA» avente ad oggetto la realizzazione di oltre 50 nidi aziendali presso le sedi centrali e periferiche della pubblica amministrazione nazionale. A tale iniziativa - per la quale sono stati destinati, per l'anno 2009, 18 milioni di euro - partecipa anche il Dipartimento delle pari opportunità con un finanziamento di 7,2 milioni di euro.
Il progetto prevede inoltre una seconda fase con la partecipazione di tutte le amministrazioni pubbliche coinvolte e il contributo del Dipartimento per la funzione pubblica che quest'ultimo stima di ricavare dalle risorse finanziarie derivanti dal graduale aumento dell'età pensionabile delle lavoratrici appartenenti al settore del pubblico impiego.

PRESIDENTE. L'onorevole Schirru, cofirmataria dell'interpellanza, ha facoltà di replicare.

AMALIA SCHIRRU. Signor Presidente, onorevole sottosegretario, a me dispiace dichiarare subito che ci riteniamo insoddisfatte della risposta ed invitiamo lei, in qualità di rappresentante del Governo, ad approfondire meglio l'argomento, in particolar modo mettendo in relazione la tipologia del contratto part-time nella pubblica amministrazione, previsto dalla legge e dall'ordinamento del diritto del lavoro, con l'esigenza di favorire l'inserimento, il mantenimento e il rafforzamento della presenza delle donne nel mondo del lavoro, concretizzando la conciliazione tra i tempi di vita e di lavoro.
Quest'ultima, oggi più che mai, è una delle questioni più rilevanti della società italiana, dal momento che il lavoro di cura, l'allevamento dei figli, l'assistenza di anziani e disabili e l'organizzazione della casa e della famiglia gravano in modo sempre più pesante sulle donne.
La circolare da voi richiamata è, purtroppo, ancora «carta». Non vi è niente, ancora, che si sia concretizzato. L'interpellanza che abbiamo presentato questa mattina deve servire a riflettere anche sul fatto, però, che il pubblico impiego è diventato, soprattutto in questi ultimi anni, anche nel caso di regolamentazione del part-time, un terreno facile per abusi, punizioni e discriminazioni da parte di dirigenti della pubblica amministrazione a volte poco oculati e contagiati da un'opinione pubblica sempre più esigente e, a volte, dagli stessi colleghi.
Si tratta di una discriminazione, quindi, verso i lavoratori e, in particolar modo, verso le donne che, in questi anni, hanno scelto il part-time, le quali - lo ricordo - costituiscono la stragrande maggioranza di coloro che, nel pubblico impiego, poiché impegnate nella cura dei figli minori, di anziani o di persone con grave disabilità, non ricevendo il dovuto supporto e sostegno da parte dello Stato, scelgono questa tipologia di rapporto di lavoro.
Le due leggi richiamate nell'interpellanza e nell'intervento dell'onorevole Codurelli - il decreto-legge n. 112 del 2008, che non solo ha stabilito l'abolizione delle percentuali di dipendenti part-time, ma ha anche richiamato le amministrazioni pubbliche a rivalutare le vecchie e le nuove richieste di part-time, così come il cosiddetto «collegato lavoro», legge n. 183 del 2010 - hanno significato, di fatto, dai dati che abbiamo, il blocco della concessione di nuovi part-time, in totale contraddizione con l'articolo 9 della legge n. 53 del 2000.
La legge n. 183 del 2010 vuole, quindi, manomettere palesemente, insieme alle regole proprie della pubblica amministrazione, questo tipo di scelta da parte del lavoratore o della lavoratrice.
L'articolo 16 della legge n. 183 del 2010 sembra, inoltre, entrare in conflitto con l'articolo 15 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, che sancisce, ripeto - lo voglio sottolineare - la volontarietà di ogni prestazione lavorativa.
Mi preme, per questo, ribadire come si stia andando contro il trend europeo, che indica nel part-time e nella sua incentivazione lo strumento più efficace per dare impulso a nuova occupazione, soprattutto quella delle donne, consentendo quella conciliazione tra lavoro e famiglia che, nel nostro Paese, è ancora tanto difficile da attuare.
Le donne - lo ricordo anch'io - sono il vero pilastro della società e sopportano il peso maggiore del carico familiare. Esse svolgono un servizio fondamentale per l'economia e la società: in un anno - voglio ricordarlo - 2 miliardi di ore d'aiuto a componenti di altre famiglie, pari ai due terzi del totale erogato.
Le donne, quindi, e la famiglia, che su di loro si regge, sono il vero ammortizzatore sociale verso le giovani generazioni, soprattutto in questi anni di crisi complessa, come è quella italiana.
Questi elementi, tuttavia, sembrano passare inosservati e, noi lo vediamo, vi è un ritorno ad una vera e propria azione di discriminazione. Il 6,8 per cento delle donne nate tra il 1944 e il 1953, sino al 13 per cento di quelle nate dopo il 1973, sono state licenziate, incentivate a dimettersi, a causa di una gravidanza o a seguito della nascita di un figlio. È un panorama desolante, che si sovrappone alla gravissima ondata di tagli che hanno investito lo Stato sociale, i servizi alla persona e ai minori. La revoca del part-time non aiuta di certo la formazione di nuovi nuclei familiari, la popolazione invecchia e cresce la spesa previdenziale e assistenziale; va di conseguenza, questo è certo, aggravandosi e appesantendosi il fardello di responsabilità e di cura sostenuto dalle donne.
Di fatto, le si vuole fare uscire dal mercato del lavoro, in assenza di servizi, di pari opportunità e di politiche concrete di conciliazione; politiche che, lo ripeto, vivono purtroppo sulla carta e non vengano ancora applicate, anzi, si sta andando in direzione decisamente contraria, o almeno questo è quello che noi vediamo. Ci chiediamo spesso, infatti, se si sta trattando di un abuso, di una negligenza o di un mero calcolo, visto anche il recente aumento dell'età pensionabile delle donne a 65 anni. Anche qui, le donne, con il lavoro di cura e di assistenza svolto quotidianamente all'interno delle loro famiglie a favore di anziani, di minori, di disabili gravissimi, sono costrette ad allungare la Pag. 7propria vita lavorativa con grande fatica, pur avendo già sopperito, per tutto l'arco della loro vita, all'assenza di servizi sociali, che abbiamo visto anche ridursi, ampliandosi questo fenomeno.
Per queste ragioni vi chiediamo, ancora, che cosa veramente intendiamo fare: ritorniamoci, riflettiamo e ricostruiamo un sistema per garantire, in particolar modo in questo momento, alle lavoratrici del pubblico impiego il diritto a conciliare le proprie esigenze lavorative con quelle della famiglia, tenuto conto della maggiore inclusione delle donne nel mercato del lavoro contenuta nel programma Italia 2020, che noi abbiamo richiamato anche con una risoluzione approvata all'unanimità in Commissione l'8 giugno 2010, e del protocollo di intesa stipulato tra le parti sociali.
Va ricordato, e mi avvio a concludere, che il risultato di quei provvedimenti, che abbiamo richiamato, ha di fatto bloccato la concessione del part-time; cosa che va in contrasto, lo ripeto, con le opportunità offerte dalle direttive europee che hanno introdotto il tempo parziale anche come sistema di flessibilità per rispondere meglio alle esigenze e ai desideri delle lavoratrici e dei lavoratori, ma anche, ripeto, come moltiplicatore di nuovi posti di lavoro, per esempio nel campo dei servizi.

PRESIDENTE. La prego di concludere.

AMALIA SCHIRRU. Quello che è più grave è che si palesa, nel blocco di questa scelta da parte del lavoratore, una grave discriminazione nei confronti degli stessi lavoratori, perché si impone un potere unilaterale in capo al datore di lavoro pubblico che fa venire meno il diritto e la libertà di scelta del lavoratore, il principio della volontarietà per coloro che scelgono il tempo parziale per diverse esigenze di studio, di formazione, di famiglia. Si rompe, in particolar modo, il patto tra le parti che è alla base di questo importante rapporto di lavoro, che assicura serenità e benessere per i lavoratori, ma anche per i componenti della famiglia, e garantisce anche una maggiore produttività e risultati alla stessa pubblica amministrazione.
Per questo occorre rivedere seriamente le direttive impartite con le circolari alle pubbliche amministrazioni."

 

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Gli uomini sono tanto vili. Oltraggiano tutte le leggi del mondo ed hanno paura della sua lingua (O. Wilde)