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La concorrenza non sta nell'alto numero di avvocati ma nel riparto delle quote di mercato

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 Evidenzio una frase dal comunicato stampa sulla relazione del presidente del C.N.F. al XXX Congresso forense(Genova 25-27 novembre 2010 a Bordo della splendida nave Costa Concordia). La frase del comunicato stampa ove si legge che Alpa nella sua relazione difende il progetto di legge approvato dal Senato dalle tante accuse “pretestuose e ingiustificate”: << “Il progetto non è frutto di istanze corporative”, sottolinea Alpa che attacca: “i privilegi si condividono in pochi, certo non tra gli appartenenti ad una massa che si riproduce in modo esponenziale” qual è l’avvocatura>>.
 Questa frase è, secondo me, espressione di un giudizio errato ed è addirittura simbolica: simboleggia tutti gli errori della riforma forense come caldaggiata dal CNF e come approvata dal Senato. E' innegabile, infatti, che il testo di riforma proposto al Parlamento e quello approvato dal Senato ha avuto il motivo ispiratore più forte, la sua "bandiera", nella ricerca di una riduzione del numero degli avvocati (o della crescita annuale di quel numero), riduzione vista come rimedio sano alla crisi economica e di prestigio dell'avvocatura italiana.
Ebbene, a sproposito si asserisce che l'alto numero di operatori sarebbe indice dell'essere il mercato dei servizi professionali d'avvocato il più aperto alla concorrenza tra quelli europei: si dimentica (e da parte di alcuni si finge di non sapere che) la concorrenza non scaturisce dal numero degli operatori ma da come sono distribuite le quote di mercato.
Dati più recenti di quelli che di seguito puoi leggere non li contraddicono, anzi confermano la correttezza della analisi che prospetto.
Esaminando i redditi prodotti nel 2005 e dichiarati nel 2006 (vedi gli interventi di Dario Donella e di Antonella Menichetti sul n. 2/2007 di "La previdenza forense" e quello di Aldo Berlinguer su "il sole 24 ore" del 21/7/2007)  si scopre che in Italia 70.589 iscritti negli albi (il 46,01 % di tutti gli iscritti) dichiarano un reddito professionale annuo da zero a 7.320 euro; il 30% degli iscritti dichiara un reddito inferiore a 12.000 euro; mentre è molto elevato il reddito di una minoranza attestata intorno al 13% degli iscritti. Le donne poi dichiarano redditi pari alla metà dei colleghi maschi, collocandosi inoltre spesso in settori d'attività professionale meno appetibili. Il tirocinio è spesso, in fatto, lavoro subordinato pur se resta "immune" dalla disciplina del lavoro subordinato. Come ha evidenziato Aldo Berlinguer "le dinamiche di mercato sono guidate dai fattori più diversi (rapporti parentali, vicinato, appartnenza ad associazioni ..., forze politiche) meno che dalle capacità professionali; fattori che incidono anche sui rapporti col ceto giudiziario e rendono il mercato per nulla trasparente. In altre parole: non c'è nessuna tendenziale corrispondenza tra capacità, impegno e reddito del professionista".
Per questo dico che la (pseudo)riforma della professione forense approvata dal Senato è una "scala impossibile" verso il recupero del ruolo sociale dell'avvocatura e per far uscire l'avvocatura stessa da una crisi economica STRUTTURALE DERIVANTE DI NECESSITA' DALLE REGOLE CHE DISEGNANO LA NATURA DEGLI ENTI ESPONENZIALI DELL'AVVOCATURA, IL TRIPLICE RUOLO DI LEGISLATORE DI SETTORE-AMMINISTRATORE-GIUDICE DEL CNF, LE CONDIZIONI DI ACCESSO E IL SISTEMA DELLE COMPATIBILITA'-INCOMPATUIBILITA'.
LE PSEUDORIFORME SONO PEGGIO DELLE MANCATE RIFORME !!!

I dati che puoi leggere di seguito (che in parte sono stati pubblicati dalla stampa a settembre 2010 e in parte sono emersi nella nona conferenza sulla previdenza di Baveno-Stresa, tenuta  dalla Cassa Forense ad aprile 2010, rappresentano un quadro aggiornato dell'avvocatura italiana.
Dimostrano il superamento della fase di crescita "esplosiva" del numero degli avvocati e l'avvio deciso di una nuova fase caratterizzata da accessi ridotti alla professione.
Correlativamente sono la prova dell' 'insostenibile leggerezza" delle chiusure corporative all'accesso alla professione di avvocato.

reddito medio degli avvocati nel 2008: euro 50.352;
reddito medio degli avvocati nel 2007: euro 51.314;
crescita media annua del reddito degli avvocati nel periodo tra il 1999 e il 2008: 2,3%;
crescita media annua del PIL medio nazionale tra il 1999 e il 2008: 3,2%;

giovani che esercitano la professione forense ma non raggiungono il reddito minimo che impone di iscriversi alla Cassa: si stimano essere circa 40.000;
agli inizi della professione si guadagna in media: 13.500 euro;
quando si è prossimi al pensionamento si arriva a dichiarare: circa 112.000 euro;
reddito medio della donna avvocato nel 2008: 28.177 euro;
reddito medio dell'uomo avvocato nel 2008: 66.025 euro;

iscritti alla Cassa forense a settembre 2010: 152.089;
iscritti alla Cassa forense nel 2000: 82.637;
iscritti negli albi forensi a fine 2009: 208.000;
avvocati iscritti agli albi con età uguale o superiore a 45 anni: 61.456 (31% del totale);
avvocati iscritti agli albi con età inferiore a 45 anni: 143.748 (69% del totale);
avvocati iscritti alla Cassa forense con età uguale o superiore a 45 anni: 90.633 (60% del totale);
avvocati iscritti alla Cassa forense con età inferiore a 45 anni: 61.464 (40% del totale);

avvocati donna nel 1980: meno del 7% del totale degli iscritti agli albi;
avvocati donna nel 1999: il 27% del totale;
avvocati donna a settembre 2010: sono oltre 90.000 e cioè il 40,23% del totale.
Alla luce di questi dati si capisce come mai, soprattutto in Italia, non siano pochi gli avvocati che la pensano come il romanziere John Grisham, il quale, intervistato su quale fosse "la soddisfazione maggiore di lavorare come avvocato", ha risposto: "smettere di esercitare".  

QUALCHE ALTRO DATO EMERSO NELLA CONFERENZA TENUTA DALLA CASSA FORENSE, A STRESA, NELL'APRILE DEL 2010:
- gli avvocati iscritti agli albi sono passati da 48.327, nel 1985, a ben 208.000 nel 2009, con un aumento del 330%;
- gli avvocati che oltre a essere iscritti agli albi sono anche iscritti alla Cassa, e quindi svolgono l'attività in maniera continuativa, sono passati da 37.495, nel 1985, a 152.000 nel 2009, con un aumento del 300% circa;
- nel 1985 c'era in Italia, all'incirca, un avvocato (0,9) ogni mille abitanti; nel 2009 c'erano ben 3,4 avvocati ogni mille abitanti;
- in alcune regione v'è forte concentrazione di avvocati e in altre sembrano rari. Questi i dati ogni mille abitanti: Calabria 5,9 - Puglia 5 - Campania 4,9 - Lazio 4,8 -  Molise 4,4 - Abruzzo 4,2 - Sicilia 3,8 - Basilicata 3,8 - Liguria 3,6 - Marche 3,1 - Umbria 3,1 - Toscana 2,8 - Emilia Romagna 2,8 - Lombardia 2,7 - Sardegna 2,7 - Veneto 2,2 - Piemonte 1,9 - Friuli Venezia Giulia 1,8 - Trentino 1,5 - Valle d'Aosta 1,3;
- la crescita del numero degli avvocati ha prodotto un ringiovanimento della popolazione forense: il numero degli avvocati attivi per ogni pensionato è passato da 2,9 nel 1985 a 5,6 nel 2009 e questo fonda l'attuale sostenibilità del sistema previdenziale forense, poichè un elevato numero di contribuenti determina un ingente flusso contributivo a fronte di un numero limitato di pensionati. Però, se è vero che tra il 2001 e il 2004 v'è stato un notevole aumento dei laureati in giurisprudenza (circa 25.000 neolaureati l'anno), negli ultimi anni si registra un forte calo del numero dei neolaureati che già si riflette sul numero dei soggetti che annualmente si avviano alla pratica legale: erano 23.000 nel 2005, sono calati a 15.000 nel 2008.  Certo gli effetti del calo ancora non si ripercuotono sul numero dei nuovi iscritti ad albi e Cassa (sono ancora in aumento le nuove iscrizioni agli albi e alla Cassa, rispettivamente nel 2008 circa 14.000 neo iscritti agli albi e 10.000 neo iscritti alla Cassa) ma è solo questione di tempo ed il calo dei laureati e dei praticanti si tradurrà in calo dei nuovi avvocati.
L'attuale favorevole rapporto di ben 5 avvocati in attività per ogni pensionato è destinato a scendere ai livelli del sistema pubblico di un attivo per ogni pensionato.

Ma allora, si domanda Giovanna Biancofiore nel suo articolo intitolato "L'avvocatura in numeri", sulla rivista della Cassa forense "La previdenza forense", "se oggi per una pensione pari a 100 ogni avvocato attivo deve versare 20 per mantenere l'equilibrio, a quanto ammonterà nel 2050 il contributo quando si avrà un attivo per ogni singolo pensionato?".
E io aggiungo altre domande:
1) Sono adeguatamente rappresentate le donne all'interno del  Consiglio Nazionale Forense, visto che in quel consesso di 26 membri siedono solo due donne avvocato?
2) Le vigenti regole sulla elezione del Consiglio Nazionale Forense garantiscono una adeguata rappresentatività, al suo interno, di quel 69% degli avvocati italiani che hanno meno di 45 anni?
3)  l'avvio di una fase di spontanea riduzione dei laureati in giurisprudenza e del numero di coloro che iniziano la pratica forense non è la prova che le iniziative corporative di chiusura dell'avvocatura in tema di accesso alla professione (comportando una ulteriore forte riduzione del numero futuri neoavvocati) sono pericolosissime per la sostenibilità economica della previdenza forense? 
  
Chi farà la vera (e necessaria) riforma forense?  
Agli pseudoriformatori in tema di riforma forense sfugge che potrebbero anche ritrovarsi con una riforma forense vera. Vorrebbero che nel C.N.F. fossero ribaditi e accresciuti i tre ruoli di legislatore di settore, giudice speciale della disciplina e della tenuta degli albi, amministratore con poteri di enorme rilevanza.
Anche se la pseudoriforma forense è stata approvata dal Senato, secondo me hanno ancora ragione di temere che potrebbero, alla fine, invece, scomparire:
1)  la giurisdizione domestica del C.N.F.,
2) l'accentramento nel C.N.F. dei tre ruoli di legislatore-giudice-amministratore,
3) la specializzazione gestita verticisticamente,
4) la figura del cassazionista per meriti d'anzianità,
5) la pratica lunga prima dell'esame di stato,
6) il potere regolamentare del C.N.F. e dei Consigli degli Ordini,
7) i Consigli dell'Ordine composti di soli avvocati e non sottoposti a pregnanti controlli contabili,
8) il potere degli eletti nei Consigli degli ordini locali e nel C.N.F. di irrogare o confermare sanzioni disciplinari addirittura espulsive e di disporre la cancellazione amministrativa dall'albo, per incompatibilità, nei confronti di colleghi, con i quali, magari, ci si è scontrati innanzi a giudici o che difendono controparti in giudizi pendenti,
9) la formazione continua gestita verticisticamente.
Sarebbe una vittoria di Pirro una eventuale riformicchia della professione in chiave corporativa. Essa certamente, appena approvata, sarebbe subito oggetto di ordinanze di rimessione innanzi alla Corte costituzionale e fonte di cause innanzi alla Corte di giustizia e a quella dei diritti dell'uomo.
DAL PUNTO DI VISTA DI CHI TEME L'APERTURA ALLA CONCORRENZA DEL MERCATO DEI SERVIZI PROFESSIONALI DI AVVOCATO E' CERTO MEGLIO LA LEGGE PROFESSIONALE CORPORATIVA DEL 1933 CHE UNA LEGGE NUOVA DAL CONTENUTO DIRETTAMENTE O POTENZIALMENTE (PERCHE' ATTIVATORE DELLE CORTI SUDDETTE) EVERSIVO DELLO STATUS QUO (ai nostalgici giovani e vecchi ricordo che lo status quo è quello della progressiva proletarizzazione dell'ex ceto forense).
In conclusione: mi sa tanto che una riforma vera della professione forense ci sarà e se non la faranno i parlamentari riformatori veri (liberali di destra e di sinistra non scarseggiano) la farà la Corte costituzionale, la Corte di Lussemburgo e quella di Strasburgo.

COMUNICATO STAMPA
Congresso forense, il presidente Cnf Alpa: “La riforma della professione
sia approvata anche alla Camera”.
Con la relazione del presidente del Cnf Guido Alpa si è aperto oggi a Genova
il XXX Congresso Nazionale forense:
“Il testo approvato martedì al Senato è equilibrato e progressivo, frutto dell’unità dell’avvocatura.
Le accuse sono ingiustificate e pretestuose”.
All’avvocatura dice: “Solo rimanendo uniti vinceremo”.
Genova 25/11/2010. Approvazione veloce alla Camera della riforma della professione per una
rafforzata qualificazione dell’avvocato, revisione delle norme sulla mediazione che rischiano un
giudizio di incostituzionalità, riforme organiche della giustizia, riproposizione della figura
dell’avvocato come tutore dei diritti in una dimensione europea, saldamente legato ai canoni
deontologici e rafforzamento del suo ruolo di consulente anche fuori dalle aule di tribunale, vicino
ai problemi quotidiani dei cittadini in linea con lo sviluppo della professione nei paesi europei.
Sono tante le strade che portano “ fuori dal tunnel” della crisi che per tanti motivi ha investito negli
ultimi anni la categoria forense, indicate dal presidente del Consiglio nazionale forense Guido Alpa
che oggi con la sua relazione ha aperto il del XXX Congresso forense che si tiene a Genova in
questi giorni, dal titolo “L’avvocatura al servizio dei cittadini”. Strade che portano verso una
“professione fortemente qualificata, garante della legalità, della difesa e della promozione dei
diritti”, a dispetto di una crisi che “ che viene raccontata per tutti ma non per le professioni, che non
sono considerate come operatori economici, contro ogni dato obiettivo che testimonia l’apporto del
comparto professionale al Pil per il 15%”. “La categoria dei professionisti liberi, non essendo
imprenditori, non possono contare sui sussidi mascherati dello stato, su incentivi agevolazioni
fiscali e, non essendo lavoratori dipendenti, non possono contare sull’assistenza e sulle altre
previdenze assicurate ai salariati”.
Per la riforma della professione. La riflessione di Alpa si chiude con un giusto motivo di
soddisfazione, che diventa premessa di ogni ulteriore discorso: l’approvazione della riforma della
professione votata in prima lettura dal senato martedì scorso: “Siamo in presenza di un fatto storico
e confidiamo di poter persuadere anche le forze politiche che non l’hanno approvato, che il testo di
riforma dell’ordinamento forense, equilibrato e progressivo, deve seguire il suo iter alla Camera
senza ostacoli, intoppi e ripensamenti”, ha riferito Alpa che, incassato un risultato importante e
motivo di soddisfazione per tutta l’avvocatura che sulla questione si è mossa unitariamente sotto la
regia del Cnf (con l’apposito “tavolo” per la riforma), guarda già al prossimo futuro e da Genova
chiede che il testo sia approvato al più presto.
E lo difende dalle tante accuse “pretestuose e ingiustificate”: “Il progetto non è frutto di istanze
corporative”, sottolinea Alpa che attacca: “i privilegi si condividono in pochi, certo non tra gli
appartenenti ad una massa che si riproduce in modo esponenziale” qual è l’avvocatura.
I dati (gli iscritti agli albi ammontano a 236mila; il reddito medio annuo non arriva a 50mila euro;
in dieci anni il numero degli avvocati è raddoppiato; il tasso di disoccupazione dei giovani si aggira
tra il 20 e 30%) “smentiscono di per sé ogni critica alla categoria, proveniente dalle autorità
indipendenti, da esponenti del mondo politico, da associazioni di categoria di banche e
associazioni”.
“Il testo non è corporativo perché non è un libro d’oro dell’avvocatura: piuttosto rafforza l’impegno
degli Ordini, rende più trasparente l’attività dell’avvocato, rafforza le garanzie dei cittadini. Il
Senato ci ha seguito sulla consulenza e sulle tariffe, che assicurano prestazioni qualificate insieme
con il tirocinio, le scuole di formazione, l’aggiornamento professionale, la specializzazione,
l’assicurazione obbligatoria, la continuità nell’esercizio professionale”.
Un testo che rende giustizia dopo le supposte liberalizzazioni del decreto Bersani, entrato in crisi
ben prima dell’approvazione del senato per opera della giurisprudenza della Cassazione che da
ultimo ha confermato la sanzione comminata dall’Ordine di Brescia e confermata dal Cnf
sull’apertura di negozi giuridica per strada (sentenza Alt n 23287/2010), contro forme di pubblicità
evocative (“ragione di grande soddisfazione per l’Avvocatura”); che ha avallato il ripristino delle
tariffe minime obbligatorie (sent. n. 20269/2010).
Sulle specializzazioni, Alpa assicura: “Abbiamo tenuto conto delle previsioni concordate a un
tavolo unitario. Ora siamo di fronte a un’impugnativa Tar e a un testo di articolo approvato dal
senato: il Cnf è aperto ai suggerimenti per migliorare il testo e far sì che gli avvocati lo considerano
non un fardello ma uno strumento ulteriore di qualificazione e promozione”.
Sul potere regolamentare del Cnf avverte: non riconoscerlo è “un vulnus a tutta la categoria; come
non comprendere che la nostra categoria professionale, pilastro dello Stato di diritto, può assolvere
la sua funzione solo se indipendente, e tale non può esserlo se la definizione delle regole
comportamentali sono assoggettate al potere esecutivo? Questo colpo di mano fa il paio con il
tentativo di assoggettare ad approvazione ministeriale i codici di condotta, proposto anni fa, e poi
fortunatamente abbandonato”.
Dal dopo il Bersani, comunque, deve partire la riscossa dell’avvocatura che una certa
legislazione vorrebbe lasciare ai margini, aggravando la crisi anche economica della categoria:
“Sono ormai molteplici gli interventi legislativi che esonerano coloro che vogliono accedere alla
giustizia dall’obbligo di munirsi di difensore limitano le modalità di difesa dei diritti e degli
interessi: si pensi al decreto ingiuntivo europeo, all’arbitrato bancario, al decreto legislativo sulla
mediazione e conciliazione, all’emendamento proposto nel corso della discussione sul cd. processo
breve che prevede la non necessaria assistenza di un avvocato nei procedimenti per equa riparazione
previsti dalla c.d. Legge Pinto, alla composizione delle crisi da sovra indebitamento del debitore
privato o non fallibile Prendiamo atto – ma non rimarremo inerti – del fatto che il legislatore si è
studiato di precisare nel dettato normativo la non necessarietà dell’assistenza forense”, denuncia
Alpa.
Contro la mediazione. Allora il primo impegno è quello di chiedere la modifica della
legge sulla mediazione, in odore di incostituzionalità “Il CNF già nel giugno 2010 ha avuto
modo di esprimere la sua protesta nell’indicare le ragioni dell’inopportunità di un sistema di
conciliazione obbligatorio, della mancata previsione dell’assistenza del difensore, dei settori nei
quali è prevista, delle sanzioni, dell’insufficiente qualificazione dei mediatori”, sottolinea Alpa.
“Conviene richiamare inoltre l’attenzione non solo sulla sospetta incostituzionalità del
provvedimento legislativo e dei decreti di attuazione, ma anche della possibile incompatibilità della
disciplina con le regole del diritto comunitario, alla luce di una recente sentenza della Corte di
Giustizia dell’Unione europea (cause riunite C.317/08). Ed, infatti, così come progettato, il sistema
è diretto a rendere vincolante la conclusione conciliativa della vertenza, a ritardare l’accesso al
giudice ordinario in quanto è diretto ad investire circa un milione di controversie e quindi renderà
praticamente impossibile esperire i tentativi di conciliazione entro i quattro mesi previsti dalla
normativa, ed è ovviamente cagione di costi aggiuntivi – in termini di tempo che si aggiunge a
quello già notevole nel quale si scandiscono i processi ordinari e in termini di aggravio economico
per le parti – rispetto al naturale svolgersi delle cose. Di più. La individuazione degli ambiti nei
quali la conciliazione obbligatoria deve essere tentata è assai opinabile, atteso che essa investe
settori assolutamente marginali (come i contratti di comodato) e settori di grande rilevanza sociale
come i danni derivanti dalla circolazione stradale”.
Per la riforma della giustizia. Finora è mancato “il coordinamento delle terapie”, l’assenza di
un disegno coerente e sistematico¸ si è seguito al contrario un metodo “solitario” di redazione della
normativa e testi “piovuti dall’alto”. “Gli avvocati vorrebbero uscire dalla dimensione di protesta e
sostenere proposte fattive e pragmaticamente utili. Una strada potrebbe essere quella di pensare “ad
un’Avvocatura istituzionale, che si preoccupa di aprire camere arbitrali, di promuovere lo strumento
arbitrale anche per le questioni di modesto peso economico, di includere le clausole arbitrali nei
contratti, in modo che siano gli avvocati a rendere giustizia, con la loro competenza, la loro
sensibilità, il loro senso del dovere. Per le questioni che debbono essere affidate al giudice togato,
possiamo pensare ad un giudice che sia agevolato (ma non esautorato) nel suo lavoro da un
adiutore, scelto tra i migliori laureati in Giurisprudenza, tra gli aspiranti avvocati (praticanti a cui si
riconosce il servizio prestato ai fini della pratica), tra i vincitori di concorso di magistratura non
ancora assegnati alle loro funzioni. Per l’organizzazione delle sedi, si può pensare al decentramento.
I diritti, l’avvocato, la sua missione e la sua responsabilità sociale. “L’anima e il
sostegno della missione degli avvocati sono i diritti e la loro tutela è uno dei doveri essenziali
dell’avvocato”. Per Alpa, a dispetto dei testi normativi fondanti la tutela del diritti (dalla
Convenzione europea dei diritti dell’uomo alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea),
e delle decisioni delle Corti, la piena efficacia e garanzia dei diritti umani è un obiettivo non
ancora raggiunto. “Non bisogna mai abbassare la guardia”, avverte Alpa. Che evidenza come in
questo perimetro di un percorso non lineare, si delinea anche una sfida e una ragion di più d’esser
dell’avvocato. “In questo variegato e preoccupante scenario si rafforza il ruolo dell’Avvocatura.
Spetta agli avvocati – in prima linea – rilevare le manchevolezze della legge, la lesione dei diritti,
l’uso dei rimedi giurisdizionali. Una ragione in più per rivendicare all’avvocatura italiana una
dimensione effettivamente europea: “I diritti sanciti dalla Carta sono tutelati da norme europee
sovraordinate alle norme italiane. Ciò significa che con l’entrata in vigore del Trattato di
Lisbona l’avvocato d’ora deve interpretare la legge nazionale che attiene ai diritti
fondamentali in conformità alle norme europee e chiedere al giudice un’applicazione
conforme o la disapplicazione, se in contrasto con la norma europea. Si tratta di una svolta di
grande rilievo giuridico e politico perché i diritti fondamentali della Carta investono tutti i principali
settori della vita delle persone e della società, dai diritti civili e sociali, a quelli dell’eguaglianza,
della non discriminazione, della solidarietà e della giustizia: ne vedete scorrere l’elenco, così vasto e
significativo. La professione legale è perciò direttamente coinvolta nel nuovo sistema europeo del
diritto e dei diritti, sotto molti profili e si sposta il baricentro della deontologia: non più solo il
prestigio della categoria ma il dovere sociale della tutela del cittadino nei confronti di ogni potere”,
sottolinea Alpa.

 

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