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L'mpiegato pubblico "ex IX qualifica funzionale" va retribuito come l' "ex ruolo a esaurimento"

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Uno stralcio dalla memoria dell'Avv. Maurizio Perelli per udienza in Cassazione:

 

Punto 5) (vedasi da pag. 21 a pag. 44)

Si dimostra la infondatezza del quarto motivo di ricorso.

- 5.1 La censura di “violazione e falsa applicazione dell’art. 24, comma 4, del D.Lgs. 29/1993” è infondata perché l’art. 24, comma 4, del D.Lgs. 29/1993 non ha attinenza alcuna alla fattispecie concreta che ci occupa. Esso, infatti, si limita a stabilire la retribuzione di soggetti che nulla hanno a che fare con gli impiegati che sono parte nella presente causa.

- 5.2  Ciò a prescindere, si dimostra l’infondatezza del quarto motivo del ricorso del Ministero anche con riguardo alla censura di “violazione e falsa applicazione dell’art. 45 del d.lgs165/2001”.  In primo luogo tale censura si deve riconoscere infondata per il fatto che il combinato disposto dell’art. 45, comma 1, e dell’art. 2, comma 3, del d.lgs. 165/2001 impone alla contrattazione collettiva (oltre, dunque, all’imposizione che il comma 2 dell’art. 45 rivolge alla singola Amministrazione quale datore di lavoro) di garantire “parità di trattamento” retributivo ai dipendenti pubblici. Infatti, se è vero che:

- in forza dell’art. 2, 3° comma, del d.lgs. n. 165, i CCNL debbono stipularsi “secondo i criteri” (e non soltanto “secondo le modalità”) previsti dal titolo III del medesimo decreto legislativo;

- l’art. 45 è ricompreso proprio nel titolo III del d.lgs. 165/2001,

conseguenza necessaria sarà che il primo comma dell’art. 45, là dove demanda ai CCNL di definire il trattamento economico fondamentale e accessorio non può intendersi (neppure nei casi nei quali manchi una normativa speciale di legge che ponga –come invece accade nel nostro caso- ulteriori limiti invalicabili ai contratti collettivi) quale attribuzione ai CCNL stessi di una illimitata discrezionalità, sganciata dal doveroso rispetto del criterio della garanzia della “parità di trattamento” economico di identiche attività lavorative.

Si dimostra, dunque, che i CCNL, contrariamente a quanto ritenuto da controparte, non possono definire un trattamento economico fondamentale e accessorio degli impiegati ministeriali, privilegiando reiteratamente (ad ogni loro rinnovo e cioè oltre un primo periodo transitorio) e senza motivazione i funzionari ministeriali dei ruoli “ad esaurimento” rispetto ai colleghi della IX qualifica funzionale che i medesimi CCNL inquadrano in una stessa area contrattuale e sotto un'unica declaratoria di figura professionale.

 

 - 5.3 In secondo luogo, la censura di “violazione e falsa applicazione dell’art. 45 del d.lgs165/2001” deve comunque ritenersi infondata per un motivo attinente al rapporto tra leggi generali e leggi speciali: l’art. 45 del d.lgs. 165/2001, essendo norma generale, non può ritenersi violato dal momento che v’è necessità di dare applicazione ad una normativa speciale. Nella fattispecie che ci occupa una normativa speciale (rispetto alla norma generale dell’art. 45 del d.lgs. 165/2001) certamente esiste ed è costituita: dall’art. 2, comma 4, del d.l. 9/1986; dall’art. 25, comma 4, ultimo periodo, del d.lgs. 29/1993; dall’art. 69, comma 3, ultimo periodo, del d.lgs. 165/2001.

Inoltre, l’eccezione che le citate disposizioni speciali pongono alla parità di retribuzione dell’identico lavoro prestato dagli impiegati pubblici della IX qualifica funzionale e dei ruoli “a esaurimento” è una eccezione che ha natura transitoria.

Il legislatore ha chiaramente attribuito una efficacia transitoria non solo alla norma di cui all’art. 2, comma 4, del d.l. 9/1986 (quantificando, in deroga temporanea al detto principio di parità di trattamento, solo il trattamento economico “iniziale” della nona qualifica funzionale) ma anche alla norma di cui all’art. 25, comma 4, ultimo periodo, del d.lgs. 29/1993 (che solo al “primo” contratto collettivo di comparto successivo alla sua entrata in vigore concede di poter definire un trattamento economico particolare per gli impiegati –Direttori di divisione e Ispettori generali- dei quali sopprime i ruoli e ai quali contestualmente conserva solo le qualifiche ad personam) ed alla norma di cui all’art. 69, comma 3, ultimo periodo, del d.lgs. 165/2001. Persino le rubriche dell’art. 25 del d.lgs. 29/1993 e dell’art. 69 del d.lgs. 165/2001 recitano “Norme transitorie”.

In particolare, alla luce delle sentenze della Corte costituzionale, si sottolinea come non può dubitarsi che anche l’art. 69, comma 3, ultimo periodo, del d.lgs. 165/2001 abbia ribadito che agli impiegati dell’ex ruolo “ad esaurimento” (ai quali l’art. 69 solo ribadisce la conservazione delle qualifiche ad personam, mentre conferma avvenuta la soppressione dei relativi ruoli dalla data del 21/2/1993) poteva riconoscersi soltanto “a tempo” un trattamento economico privilegiato rispetto ai colleghi della nona qualifica funzionale. 

Si propone, dunque, una interpretazione secondo la quale il dovere di rispettare il principio di parità di trattamento economico di mansioni uguali svolte dagli impiegati pubblici si impone ormai, nella fattispecie che ci occupa (essendo abbondantemente trascorso il periodo transitorio previsto dalla legislazione speciale ed essendo, dunque, doverosa una equiparazione al 100% tra impiegati degli ex ruoli “ad esaurimento” e i loro colleghi come l’Avv. Maurizio Perelli) anche alla contrattazione collettiva ed è un dovere la cui ottemperanza è verificabile dal giudice.

 

- 5.4 Inoltre, l’infondatezza del quarto motivo di ricorso deriva dalla necessità, per codesta Corte, di fare applicazione dello ius superveniens ai fini di una interpretazione sistematica (e conforme agli artt. 3, 4, 35 comma 1, 36 comma 1, 97 della Costituzione) di tutte le norme (non solo di quelle richiamate nell’intestazione del quarto motivo del ricorso ministeriale ma anche dell’art. 2, comma 4, del d.lgs. 9/1986, nonché dell’art. 25, comma 4 (specialmente ultimo periodo), del d.lgs. 29/1993 e dell’art. 69, comma 3, ultimo periodo, del d.lgs. 165/2001) che vanno esaminate per valutare della contrarietà a legge, oppure no, della sentenza d’appello impugnata.

Lo ius superveniens in questione è costituito sia dal nuovo testo del comma 5 dell’art. 8 della l. 370/1999, sia dai commi 458 e 459 dell’art. 1 della legge n. 147/2013 (legge di Stabilità 2014). 

 

- 5.5 Infine, l’infondatezza del quarto motivo di ricorso del Ministero deriva dalla necessità di disapplicare la normativa italiana rilevante in causa, ove si ritenga che essa normativa debba essere  interpretata come la si interpreta nel quarto motivo del ricorso del ministero. Alla disapplicazione della normativa interna deve pervenirsi, eventualmente, previo rinvio pregiudiziale obbligatorio alla Corte di giustizia ex art. 267 TFUE perché essa normativa interna è causa di una discriminazione indiretta per età in contrasto con la direttiva 2000/78/CE (la quale stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro).  

 

Punto 6) (vedasi da pag. 44 a pag. 45)

Si dimostra, in estremo subordine, la necessità che codesta Corte, sulla scorta dell’insegnamento di varie decisioni della Corte costituzionale (specialmente Corte cost. n. 228/1997), riconosca incostituzionale la (eventualmente ritenuta) carenza di transitorietà del privilegio retributivo accordato dalla normativa di rango legislativo agli impiegati dell’ex ruolo “ad esaurimento” e, conseguentemente, sollevi questione di legittimità costituzionale dell’art. 45, comma 2, del D.Lgs. 165/2001, nonché dell’art. 69, comma 3, ultimo periodo, del d.lgs. 165/2001, nonché dell’art. 2, comma 4, del d.l. 9/1986.

Ciò in relazione agli articoli 3, 4, 35 comma 1, 36 comma 1, 97 della Costituzione.

Con riguardo, poi, al solo art. 69, comma 3, ultimo periodo, del d.lgs. 165/2001, la q.l.c. dovrebbe esser proposta anche per violazione dell’art. 76 Cost. (difetto di delega in relazione all’art. 2 della legge 421/1992).  

 

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 PUNTO CINQUE
INFONDATEZZA DEL QUARTO MOTIVO DEL RICORSO MINISTERIALE.

Il quarto motivo di ricorso del Ministero (sviluppato da controparte da pag. 10 a pag. 14) è intitolato “art. 360, 1° comma, n. 3): violazione e falsa applicazione dell'art. 24, 4° comma, del d.lgs. 29/93 nonché dell'art. 45 del d.lgs. 165/2001”.

-------- 5.1

Va rilevato, innanzitutto, che l’art. 24, comma 4, del d.lgs. 29/1993 (peraltro abrogato, con l’intero d.lgs. 29/1993, dall’art. 72 del d.lgs. 165/2001, e trasfuso ora nell’art. 24, comma 4, del medesimo testo unico del 2001) è irrilevante nella presente causa poiché si limita a stabilire la retribuzione di soggetti, quali magistrati, avvocati dello Stato, personale militare, di polizia, della carriera diplomatica e prefettizia, che nulla hanno a che fare con gli impiegati che sono parte nella presente causa. Esso disponeva, infatti, con riguardo al trattamento economico dei dirigenti: “Per il restante personale con qualifica dirigenziale indicato dal comma 4 dell'articolo 2, la retribuzione è determinata ai sensi dei commi 5 e 7 dell'articolo 2 della legge 6 marzo 1992, n. 216”. Analogamente, ora, l’art. 24, comma 4, del d.lgs. 165/2001 dispone: “Per il restante personale con qualifica dirigenziale indicato dall’art. 3, comma 1, la retribuzione è determinata ai sensi dell’art. 2, commi 5 e 7, dalla legge 6 marzo 1992, n. 216 nonché dalle successive modifiche ed integrazioni della relativa disciplina”.

-------- 5.2

Con riguardo, poi, alla censura di “violazione e falsa applicazione dell’art. 45 del d.lgs165/2001”, la si deve riconoscere infondata già per il fatto che l’art. 45 del d.lgs. n. 165 impone di garantire “parità di trattamento” ai dipendenti pubblici e per il fatto che –in forza di quanto stabilito dall’art. 2, 3° comma, d.lgs. n. 165- i contratti collettivi debbono stipularsi “secondo i criteri” e non soltanto “secondo le modalità”, previsti dal titolo III del  d.lgs 165/2001. Altrimenti detto: siccome l’art. 45 è ricompreso nel titolo III del d.lgs. 165/2001, esso non può intendersi (neppure nei casi nei quali –come invece accade, come si vedrà, nel nostro caso-manchi una normativa speciale di legge che ponga ulteriori limiti invalicabili ai contratti collettivi) come attribuzione ai CCNL di una illimitata discrezionalità nella definizione della retribuzione degli impiegati, sganciata dal perseguimento della “parità di trattamento” di identiche attività lavorative. Tal genere di “parità di trattamento” è cioè, per i CCNL, un criterio  da dover assolutamente rispettare. Si deve concordare, al riguardo, con la sentenza della Corte d’appello Torino, Sez. lavoro, n. 789/2007, ove si legge: “Ritenuta dunque l’identità delle funzioni e delle attribuzioni del personale inquadrato dal CCNL 1998-2001 nella P.O. C3, va osservato che se è vero, come affermato dal primo giudice, che la “regola base” nell’ambito dell’impiego pubblico contrattualizzato è quella di “premiare” le previsioni dettate dai contratti collettivi, è altrettanto vero che l’art. 45 del d.lgs. n. 165 impone, nell’ambito dei detti rapporti, di garantire “parità di trattamento” ai dipendenti e che i contratti collettivi debbono stipularsi  (v. art. 2, 3° comma, d.lgs. n. 165) secondo i criteri, oltre che secondo le modalità, previsti dal titolo III dello stesso d.lgs. (nel cui ambito è infatti collocato l’art. 45 cit.)”.

Affinchè codesto giudice riconosca a se stesso il potere di valutare l’illegittimità dell’immotivato privilegio accordato dai CCNL agli impiegati del ruolo “ad esaurimento”, si evidenzia pure che:
- 1) La Cassazione ha in passato riconosciuto (ad es. in sentenza n. 22437/2011), la necessità di valutare la natura eventualmente discriminatoria della contrattazione collettiva.  Conseguentemente la discriminazione dei funzionari della IX qualifica funzionale rispetto ai colleghi dell’ex ruolo “ad esaurimento” può ben essere dichiarata da codesta Corte.
- 2) Per gli impiegati pubblici, a differenza che per i dirigenti, non si può riconoscere una specificità delle retribuzioni accessorie “di posizione” e “di risultato” nell’ambito della stessa area. Conseguentemente non si può invocare una specificità di tal genere per giustificare privilegi retributivi degli impiegati dei ruoli “ad esaurimento” rispetto ai colleghi della ex IX qualifica funzionale. Altrimenti detto, siccome nella causa che ci occupa non si tratta di retribuzione di dirigenti ma di retribuzione di impiegati, nessuna analogia potrà riscontrarsi con la legittimità –riconosciuta dalla Corte di Cassazione- di una pluralità di fasce retributive, nell’ambito di una medesima qualifica dirigenziale. In particolare, non potrà estendersi per analogia l’argomentazione di Cass. 2459/2011, secondo la quale è legittima (stante la specificità delle retribuzioni  accessorie “di posizione” e “di risultato”, le quali sono strutturalmente collegate al valore economico di ogni posizione dirigenziale) la previsione contrattuale in forza della quale la retribuzione “di posizione” e la retribuzione “di risultato” del dirigente amministrativo di distretto sanitario, direttore amministrativo di presidio ospedaliero, sono inferiori a quelle previste per il dirigente medico sanitario appartenente alla stessa area. 
- 3) Con Corte cost. 309/97 (punto 2.2.3) occorre riconoscere all’art. 49, comma 3, del d.lgs. 29/1993 (ora art. 45, comma 3, del d.lgs. 165/2001) una rilevanza a fini interpretativi delle norme che vengono in rilievo nel presente procedimento. Occorre cioè riconoscere che, per gli impiegati, i trattamenti economici accessori possono esser concessi solo sulla base di una loro definizione, all’interno dei  contratti collettivi  “secondo criteri obiettivi di misurazione (…) collegati: a) alla produttività individuale; b) alla produttività collettiva tenendo conto dell’apporto di ciascun dipendente…”. Conseguentemente deve riconoscersi che, ove non si tratti di trattamenti economici accessori, come sopra disegnati, quantificati e concessi dalla Amministrazione-datore di lavoro, la differenza retributiva che derivi (come accade nella causa che ci occupa) semplicemente da tabelle allegate ai CCNL è solo una intollerabile discriminazione dell’impiegato dell’ex IX qualifica funzionale rispetto all’impiegato dell’ex ruolo “ad esaurimento”.

--------- 5.3)


Ma non solo per tale ragione è infondata la censura di “violazione e falsa applicazione dell’art. 45 del d.lgs165/2001”: l’infondatezza di tale censura deriva anche dal fatto che l’art. 45 del d.lgs. 165/2001 non può comunque ritenersi violato, quale norma generale che sancisce il principio di parità di trattamento contrattuale, se si abbia la necessità -come è nella fattispecie che ci occupa- di dare applicazione ad una normativa speciale. Tale normativa speciale, rilevante nella presente causa, è costituita: dall’art. 2, comma 4, del d.l. 9/1986; dall’art. 25, comma 4 (soprattutto l’ultimo periodo), del d.lgs. 29/1993; dall’art. 69, comma 3, ultimo periodo, del d.lgs. 165/2001.

Si deve partire dal presupposto che (come insegnava già Cass., sez. lav., n. 18829 del 27/9/2005) nei rapporti di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni, l’efficacia derogatoria riconosciuta al contratto collettivo rispetto alla legge “presuppone che la legge della cui deroga si tratti non investa la fonte collettiva del compito della propria attuazione”;

Sulla base di tale presupposto si deve subito riconoscere che sia l’art. 2, comma 4, del d.l. 9/1986, sia l’art. 25, comma 4, ultimo periodo, del d.lgs. 29/1993, sia l’art. 69, comma 3, ultimo periodo, del d.lgs. 165/2001 hanno, invece, investito la fonte collettiva del compito della propria attuazione, con ciò negando ai CCNL potere derogatorio nei confronti delle citate norme di rango legislativo.

Risulta, dunque, errata l'affermazione su cui poggia, in fondo, il quarto motivo dell'avversario ricorso (pag. 12 e 13) per cui: “… in sede di contrattazione collettiva le parti sociali avevano tutto il diritto di tenere in considerazione le peculiarità che caratterizzavano il personale del ruolo ad esaurimento nella (concorde) determinazione del trattamento economico spettante, senza per ciò violare alcuna norma imperativa”.  
Correlativamente, si deve rimarcare l'erroneità dell'affermazione che si legge a pag. 14 del ricorso di controparte, secondo la quale: “... la Corte d'appello, con la decisione che in questa sede si impugna, è andata di fatto ad incidere su materia regolamentata dalla contrattazione collettiva. La stessa Corte di Cassazione nella decisione n. 16709/02 ha avuto modo di affermare che al giudice non è consentito sindacare previsioni contrattuali che diversificano il trattamento di alcune posizioni, salvo il caso di violazioni di norme di diritto positivo o di palese irrazionalità, essendo riservato dalla legge il regolamento degli interessi alla libera determinazione delle parti sociali”.

Tali affermazioni si fondano su una pretesa riserva assoluta ai CCNL della disciplina del trattamento retributivo degli impiegati dell’ex ruolo “ad esaurimento” e dei loro colleghi (come l’Avv. Maurizio Perelli) con essi confluiti poi nell’ “area C”. Ma una tale riserva assoluta a favore dei CCNL non esiste, nella fattispecie. Lo escludono fonti legislative “che costituiscono disposizioni a carattere imperativo” (come riconosce l’art. 2, comma 2, del d.lgs. 165/2001 e con le conseguenze previste dal medesimo art. 2 del d.lgs. 165/2001, al comma 3bis) e cioè, si ribadisce: l’art. 2, comma 4, del d.l. 9/1986; l’art. 25, comma 4, ultimo periodo, del d.lgs. 29/1993; l’art. 69, comma 3, ultimo periodo, del d.lgs. 165/01.
Si consideri, in particolare, che il comma 3bis (introdotto dall’art. 33, comma 1, lett. C, del d.lgs. 150/2009) dell’art. 2 del d.lgs. 165/2001 stabilisce che “Nel caso di nullità delle disposizioni contrattuali per violazione di norme imperative … si applicano gli artt. 1339 e 1419, secondo comma, del codice civile”. La novella del d.lgs. 165/2001 ha utilizzato un particolarissimo modo di proteggere alcune materie dalla deriva della contrattazione collettiva: il combinato disposto degli articoli 1339 e 1419, comma 2, c.c., ovvero il meccanismo civilistico che prevede la sostituzione automatica di clausole nulle attraverso le c.d. norme imperative di legge. In tal modo, certamente, sono stati ingabbiati nei reticoli della legge ampi spazi di negoziazione. 
Per quanto qui interessa, ne risulta che il privilegio retributivo per gli impiegati dell’ex ruolo “ad esaurimento” non può essere un precipitato del potere demandato alla contrattazione collettiva di classificare il personale e, come già detto sopra (in sede di confutazione del terzo motivo di ricorso), la Corte d'appello di Roma ha correttamente rilevato la vigenza dell'art. 2, comma 4, del d.l. n. 9/1986, quale limite (anche temporale) alla differenza che i CCNL possono porre tra la retribuzione degli appartenenti all'ex ruolo “ad esaurimento” e quella degli appellanti.

Si nota, in particolare:
-per un verso, l'art. 2, comma 4, del d.l. 9/1986 è, di certo, diritto positivo inderogabile da CCNL. Esso va inteso proprio come avente il ruolo e la portata che gli ha attribuito la sentenza della Corte d’appello di Roma oggetto del ricorso che ci occupa;
-per altro verso (come chiarito nell’approfondimento che segue), la norma imperativa di cui all’art. 69 “Norme transitorie”, comma 3, ultimo periodo, del d.lgs. 165/01 (la quale dispone che per il personale dell’ex ruolo ad esaurimento “Il trattamento economico è definito tramite il relativo contratto collettivo”) è norma meramente confermativa di precedente norma transitoria e non attribuisce ai CCNL successivi a quel “primo contratto collettivo di comparto” citato dall’art. 25, comma 4, ultimo periodo, del d.lgs. 29/1993 il potere di attribuire ai funzionari dell’ex ruolo “ad esaurimento” una retribuzione superiore a quella dei colleghi della ex IX qualifica funzionale come il Dott. Maurizio Perelli.

Occorre approfondire il discorso circa la natura transitoria dell’eccezione che sia l'art. 2, comma 4, del d.l. 9/1986, sia l’art. 25, comma 4, ultimo periodo, del d.lgs. 29/1993, sia l’art. 69, comma 3, ultimo periodo, del d.lgs. 165/01, quali norme speciali rispetto al principio di parità di trattamento economico a parità di mansioni, pongono alla parità di retribuzione dell’identico lavoro prestato dagli impiegati pubblici della IX qualifica funzionale e dei ruoli “a esaurimento” dei Direttori di divisione e degli Ispettori generali.

Persino le rubriche dell’art. 25 del d.lgs. 29/1993 e dell’art. 69 del d.lgs. 165/2001 espressamente attribuiscono efficacia transitoria, rispettivamente, alle disposizioni di cui all’ultimo periodo del comma 4 dell’art. 25 del d.lgs. 29/1993 e all’ultimo periodo del comma 3 dell’art. 69 del d.lgs. 165/2001. In particolare, alla luce delle sentenze della Corte costituzionale, deve riconoscersi che anche quest’ultima disposizione ha attribuito soltanto “a tempo” un trattamento economico privilegiato ai soggetti ai quali solo riconosce, ad personam, le qualifiche “ad esaurimento”, mentre conferma avvenuta la soppressione dei relativi ruoli dalla data del 21/2/1993.   
E si tratta di una efficacia transitoria in linea con quella stabilita dal quarto comma dell’art. 2 del d.l. 9/1986 il quale regola solo il trattamento retributivo “iniziale” della IX qualifica funzionale.

Approfondimento con riguardo alla natura non innovativa della norma contenuta nell’art. 69, comma 3, ultimo periodo, del d.lgs. 165/2001.
L’ultima norma di rango legislativo intervenuta a regolare direttamente la questione che ci occupa è l’art. 69, comma 3, del d.lgs. 165/2001. Recita: “Il  personale  delle  qualifiche  ad  esaurimento  di  cui agli articoli  60  e  61  del  decreto  del Presidente della Repubblica 30 giugno  1972.  n.  748, e successive modificazioni ed integrazioni, e quello  di cui all'articolo 15 della legge 9 marzo 1989, n. 88, i cui ruoli sono contestualmente soppressi dalla data del 21 febbraio 1993, conserva le qualifiche ad personam. A tale personale sono attribuite funzioni  vicarie  del dirigente e funzioni di direzione di uffici di particolare  rilevanza non riservati al dirigente, nonché' compiti di studio, ricerca, ispezione e vigilanza ad  esse  delegati  dal dirigente.  Il  trattamento economico e' definito tramite il relativo contratto collettivo.”
Ci si deve chiedere se l’ultimo periodo di tale comma sia innovativo rispetto all’ultimo periodo del comma 4 dell’art. 25 del d.lgs. 29/1993 (abrogato) ove si leggeva: “Il trattamento economico è definito nel primo contratto collettivo di comparto di cui all’art. 45”. Ci si può, cioè, domandare se il d.lgs. 165/2001 abbia consentito (con sanatoria postuma?) che i CCNL successivi al “primo” contratto che seguì l’entrata in vigore del d.lgs. 29/1993 perpetuassero e implementassero il trattamento privilegiato dei funzionari del ruolo “ad esaurimento”, rispetto ai colleghi della IX qualifica funzionale.
La risposta deve essere no. Dovrà riconoscersi che l’ultimo periodo del comma 3 dell’art. 69 del d.lgs. 165/2001 si limita (implicitamente) a confermare che l’ordinamento aveva attribuito soltanto “a tempo” un trattamento economico privilegiato agli impiegati del ruolo “a esaurimento”, ai quali esso art. 69 riconosce ad personam la conservazione soltanto delle qualifiche, mentre conferma avvenuta la soppressione dei relativi ruoli alla data del 21/2/1993.
Di seguito si espongono le ragioni per le quali deve concludersi che già almeno al momento della soppressione dei ruoli “ad esaurimento” dei Direttori di divisione e degli Ispettori generali (soppressione avvenuta il 21 febbraio 1993, come conferma l’art. 69, comma 3, del d.lgs. 165/2001) la legislazione speciale aveva stabilito che non poteva più esserci -dopo un periodo transitorio limitato alla vigenza del “primo contratto collettivo di comparto” indicato nell’art. 25, comma 4, ultimo periodo, del d.lgs.29/1993- una differenza stipendiale tra impiegati dell’ex ruolo “ad esaurimento” e impiegati della IX qualifica funzionale come l’Avv. Maurizio Perelli.

Prima ragione: la legge delega.
Nessuna disposizione dell’art. 2 della legge delega n. 421/1992 consentiva una modifica della precedente scelta legislativa di fissare solo nel primo CCNL successivo all’entrata in vigore del d.lgs. 29/1993 una retribuzione privilegiata dei funzionari dell’ex ruolo “ad esaurimento” rispetto ai colleghi della IX qualifica funzionale (ormai ricondotti ad una classe omogenea di personale).  
Perciò, si impone una interpretazione costituzionalmente orientata (pena la inevitabilità di una q.l.c. per eccesso di delega) del citato ultimo periodo del comma 3 del citato art. 69.

Seconda ragione: la successione delle leggi nel tempo e l’interpretazione letterale, logica e costituzionalmente orientata dell’art. 2, comma 4, del D.L. 9/1986, nonché dell’art. 1, comma 1, della l. 254/1988.
La necessaria transitorietà del regime di privilegio retributivo dei dipendenti del ruolo “ad esaurimento” rispetto ai colleghi della IX qualifica funzionale che, come l’Avv. Maurizio Perelli, non furono mai inquadrati come Ispettori generali “ad esaurimento” o Direttori di divisione “ad esaurimento” si ricava: A) da una corretta valutazione della successione delle norme nel tempo; B) da una corretta interpretazione letterale e logica delle norme.
------- A) Corretta valutazione della successione delle norme nel tempo.
L’art. 25, comma 4, del d.lgs. 29/1993 stabilì: “Il personale delle qualifiche ad esaurimento di cui agli articoli 60 e 61 del decreto del Presidente della Repubblica 30 giugno 1972, n. 748 , e successive modificazioni, e quello di cui all'articolo 15, L. 9 marzo 1989, n. 88, i cui ruoli sono contestualmente soppressi dalla data di entrata in vigore del presente decreto, conserva le qualifiche ad personam. A tale personale sono attribuite funzioni vicarie del dirigente e funzioni di direzione di uffici di particolare rilevanza non riservati al dirigente, nonché compiti di studio, ricerca, ispezione e vigilanza ad esse delegati dal dirigente. Il trattamento economico è definito nel primo contratto collettivo di comparto di cui all'articolo 45”
Se dunque l’art. 25 del d.lgs. 29/1993 soppresse i ruoli “ad esaurimento”, occorre chiedersi se la successiva abrogazione del d.lgs. 29/1993, operata dal d.lgs. 165/2001, art. 72, lettera t), abbia potuto avere per effetto, a favore degli “ex ruoli ad esaurimento”, qualcosa di più che la conservazione delle qualifiche ad personam espressamente riconosciuta dall’art. 69, comma 3, del medesimo d.lgs. 165/2001. La risposta deve essere no.
Infatti:
- l’art. 72, comma 1, lettera b) del d.lgs. 165/2001, disponendo che sono abrogate o rimangono abrogate, le disposizioni del DPR 748/1972 incompatibili con quelle del d.lgs. 165/2001, ha certamente confermato l’abrogazione degli artt. 60 (“Ricostruzione dei ruoli organici delle carriere direttive”) e 61 (“Trattamento economico delle qualifiche ad esaurimento”) del DPR 748/1972. Soprattutto la conferma dell’abrogazione dell’articolo di legge che delineava il “Trattamento economico delle qualifiche ad esaurimento” ha valenza di omologazione del trattamento economico all’interno dell’omogenea area “di destinazione” degli ex Direttori di divisione ed ex Ispettori generali;
- l’art. 69, comma 3, primo periodo, del medesimo d.lgs. 165/2001, nel confermare la avvenuta soppressione, “dalla data del 21 febbraio 1993”, dei ruoli del personale delle qualifiche “ad esaurimento”,  ha solo disposto che il personale appartenente agli ormai ex ruoli “ad esaurimento” conservasse le qualifiche ad personam; senza collegare a questo fatto nessuna perpetuazione del privilegio retributivo;
- l’art. 69, comma 3, ultimo periodo, del medesimo d.lgs. 165/2001, ha solo chiarito (opportunamente) che l’avvenuta abrogazione dell’art. 61 (“Trattamento economico delle qualifiche ad esaurimento”) del DPR 748/1972 comporta la necessità che il trattamento economico prima disciplinato da quell’articolo dovesse essere ormai stabilito con contratto collettivo. La lettera del comma 3 dell’art. 69 non fornisce nessun appiglio per argomentare la sopravvivenza di un privilegio retributivo a favore  degli impiegati dell’ex ruolo “ad esaurimento”, che ormai andavano a tutti gli effetti equiparati ai colleghi inseriti nella medesima area contrattuale.  
------- B) Corretta interpretazione letterale, logica e costituzionalmente orientata dell’art. 2, comma 4, del D.L. 9/1986, nonché dell’art. 1, comma 1, della l. 254/1988.
--- Quanto all’art. 2, comma 4, del d.l. 9/1986, si consideri:
Esso, nel testo modificato dall’art. 1 del d.l. 413/1989, stabilì che “Il trattamento iniziale della nona qualifica non può essere superiore al 92 per cento del trattamento iniziale del direttore di divisione del ruolo ad esaurimento”. 
L’opzione interpretativa preferibile (e anzi l’unica capace di evitare una censura di incostituzionalità per irragionevolezza della legge) è quella che, non consentendo ai CCNL successivi al CCNL “iniziale” di fissare retribuzioni dei funzionari della IX qualifica inferiori al 92% della retribuzione dei colleghi “ad esaurimento” (pure essi confluiti nella IX qualifica funzionale e in seguito nell’ “area C”), impone a tali CCNL successivi all’ “iniziale” di equipararne al 100% le retribuzioni. E’ l’interpretazione seguita dalla sentenza impugnata.
--- Quanto all’art. 1, comma 1, della l. 254/1988, si consideri:
La legge 254/1988 "Norme in materia di primo inquadramento nella nona qualifica funzionale per il personale appartenente al comparto ministeriale ed a quello delle aziende e delle amministrazioni dello Stato, nonché disposizioni transitorie per l'inquadramento nei profili professionali del personale ministeriale", stabilì al comma 1 del suo art. 1, intitolato "Primo inquadramento nella nona qualifica funzionale del personale dipendente dai Ministeri": “In sede di prima applicazione delle disposizioni previste dagli articoli 20, 21 e 22 del decreto del Presidente della Repubblica 8 maggio 1987, n. 266, nella nona qualifica funzionale sono inquadrati, anche in soprannumero, a decorrere dal 1° gennaio 1987, i direttori aggiunti di divisione e qualifiche equiparate, nonché il personale che, alla data di entrata in vigore della legge 11 luglio 1980, n. 312, rivestiva la qualifica di direttore di sezione o equiparata ed il personale che alla predetta data aveva comunque maturato una effettiva anzianità di servizio nella carriera direttiva di almeno nove anni e sei mesi”.
Il riportato comma 1, dunque, consentì di inquadrare nella nona qualifica funzionale il personale della carriera direttiva solo a condizione che esso avesse anzianità di almeno nove anni e sei mesi nella detta carriera direttiva e solo “in sede di prima applicazione” delle disposizioni previste dagli artt. 20, 21 e 22 del DPR 266/1987.
In sostanza, il comma 1 dell’art. 1 della legge 254/1988 conferma che la anzianità di servizio di tutti soggetti che entrarono a far parte della IX qualifica funzionale per (potremmo dire) “meriti di anzianità”, compresi dunque i c.d. ruoli “ad esaurimento”, doveva risultare utile a tali soggetti solo in sede di prima applicazione delle disposizioni volte ad attribuire funzioni, a determinare dotazione organica e a determinare stipendio della neonata nona qualifica funzionale.
Ma se così è, si deve anche ritenere (in forza di una interpretazione logica e costituzionalmente orientata) che il riferimento operato dall’art. 1, comma 1, della l. 254/1988 all’art. 22 “Stipendio” del DPR 266/1987, era teso ad evitare che, per tener conto della “storia professionale” di tutti i soggetti “eccezionalmente” ammessi all’interno della IX qualifica funzionale (per così dire) “per meriti di anzianità”, si consentisse ai successivi CCNL di perpetuare un trattamento retributivo privilegiato a favore degli ex ruoli “ad esaurimento” ed un trattamento deteriore nei confronti dei funzionari più giovani che alla IX qualifica funzionale erano acceduti come l’Avv. Maurizio Perelli.

Terza ragione: la giurisprudenza.
La transitorietà del regime di privilegio economico dei dipendenti del ruolo “ad esaurimento” rispetto ai colleghi della IX qualifica funzionale, così come intesa dalla sentenza impugnata, pare in linea con tutta una serie di arresti giurisprudenziali della Corte costituzionale, del Consiglio di Stato, della Corte di giustizia dell’Unione europea. Correlativamente, non appare decisiva la giurisprudenza citata nel quarto motivo di ricorso del Ministero.

---- Quanto alla Corte costituzionale
Già sopra, nel dimostrare la infondatezza della censura di contraddittorietà della motivazione della sentenza della Corte d’appello (terzo motivo del ricorso in Cassazione del Ministero), si è ampiamente trattato del ruolo guida che deve riconoscersi alla sentenza della Corte costituzionale n. 228/1997 nell’interpretazione delle norme rilevanti nella presente causa ed, in primis, in ordine alla necessaria temporaneità del trattamento di privilegio retributivo degli ex ruoli “ad esaurimento”.
Oltre a richiamare quanto detto a proposito di Corte cost. 228/1997, è utile esaminare anche le sentenze della Corte costituzionale n. 103/1989, n. 4/1994 e n. 230/2014.

La sentenza della Corte cost. 103/1989, al punto 2 del “considerato in diritto”, ha ricordato il ruolo dei principi contenuti in vari atti e convenzioni internazionali e cioè:
- nella Dichiarazione dei diritti dell'uomo, resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848, “secondo cui ogni individuo, senza discriminazioni, ha diritto a uguale retribuzione per uguale lavoro”;
- nella Convenzione Generale della Organizzazione internazionale del lavoro del 6/22 giugno 1962, ratificata con legge 13 luglio 1966, n. 657, per la quale (art. 14) i tassi di salario “dovranno essere stabiliti in conformità del principio "a lavoro uguale salario uguale" in uno stesso processo produttivo ed in una stessa impresa”;
- nel Patto internazionale relativo ai diritti economici sociali e culturali, adottato a New York il 16 e 19 dicembre 1966, ratificato dall'Italia con la legge 25 ottobre 1977, n. 881, “secondo cui al lavoratore deve essere assicurato un salario equo ed una remunerazione eguale per lavoro di valore eguale, senza alcuna distinzione.”.
   Ha concluso, quindi, Corte cost. 103/1989, affermando: “È demandato al giudice l'accertamento e il controllo dell'inquadramento dei lavoratori nelle categorie e nei livelli retributivi in base alle mansioni effettivamente svolte, con osservanza della regolamentazione apprestata sia dalla legge, sia dalla contrattazione collettiva ed aziendale, e con il rispetto dei richiamati precetti costituzionali e dei principi posti in via generale dall'ordinamento giuridico vigente, ispirato, come si è detto, anche ai principi contenuti nelle convenzioni e negli atti internazionali regolarmente ratificati. Il giudice deve provvedere alle necessarie verifiche ed ha il potere di correggere eventuali errori, più o meno volontari, perché il lavoratore riceva l'inquadramento che gli spetta nella categoria o nel livello cui ha diritto”.

La sentenza della Corte cost. n. 4/1994, dopo aver ricordato che la IX qualifica funzionale è stata introdotta, per il personale ministeriale, con l’art. 2 del d.l. 28 gennaio 1986, n. 9, e con gli artt. 1 e 3 della legge 7 luglio 1988, n. 254, ha sottolineato l’ampia discrezionalità del legislatore in materia e ha affermato al punto 2 del “considerato in diritto": "Secondo la costante giurisprudenza di questa Corte (v., da ultimo, sentt. nn. 448, 324, 236 e 219 del 1993), in materia di articolazione delle carriere e passaggi di qualifica dei dipendenti pubblici deve essere riconosciuta al legislatore un'ampia discrezionalità, sindacabile solo con riferimento ai profili di arbitrarietà o di manifesta irragionevolezza, in grado di ledere il principio di buon andamento della pubblica amministrazione o di determinare discriminazioni tra i soggetti interessati".

Recentemente, poi, anche Corte cost. 230/2014 ha ribadito, al punto 2.2 del "considerato in diritto": "… il costante orientamento di questa Corte è nel senso che «In ordine all’articolazione delle carriere e dei passaggi di qualifica, [esiste] […] un ampio margine di apprezzamento [da parte del] legislatore, le cui scelte possono essere sindacate solo se arbitrarie o manifestamente irragionevoli (sentenze n. 234 del 2007, n. 4 del 1994 e n. 448 del 1993)» (ex plurimis, sentenza n. 192 del 2008)”.           

Tirando le somme dei diversi insegnamenti della Corte costituzionale, con riguardo alla consentita discrezionalità del legislatore nel configurare la necessaria transitorietà del regime di privilegio economico dei dipendenti del ruolo “ad esaurimento” rispetto ai colleghi della IX qualifica funzionale si può dire (per usare le parole che Corte cost. 230/2014 dedica a fattispecie diversa da quella che ci occupa ma nella quale ricorre un analogo profilo di “specifica transitorietà” della normativa speciale) che il privilegio transitorio stabilito dalla legislazione speciale che viene in rilievo nella presente causa (cioè art. 2, comma 4, del d.l 9/1986 -come correttamente interpretato dalla Corte d’appello nella sentenza impugnata- ma anche art. 25, comma 4, ultimo periodo, del d.lgs. 29/1993 e art. 69, comma 3, ultimo periodo, del d.lgs. 165/2001) “non collide con le regole generali [e cioè con la regola generale la quale conferisce ai CCNL la potestà di determinazione della retribuzione con esclusione di censure da parte del giudice]… rispetto alle quali si pone in un rapporto di specifica transitorietà, non costituisce scelta arbitraria ed irrazionale e non pregiudica imparzialità e buon andamento dei servizi, principi in relazione ai quali si presenta in modo teleologicamente articolato. … Il sistema … è nel suo complesso … finalizzato a realizzare un graduale ed appropriato passaggio dal vecchio ordinamento … . La genesi [della transitorietà sancita sin dal comma 4 dell’art. 9 del d.l. 9/1986 con riguardo al privilegio economico a favore dei funzionari del ruolo “ad esaurimento” all’interno della IX qualifica funzionale e poi all’interno dell’ “area C”] risente dell’esigenza … di rendere congruenti gli ordinamenti … che si sono succeduti nel tempo.”. …”. 

---- Quanto al Consiglio di Stato:
   Un avallo al ragionamento della Corte d’appello di Roma, in ordine alla necessaria limitatezza temporale della discriminazione retributiva in questione, è apportato dalla sentenza del Consiglio di Stato n. 507/2006, ove si legge: "ruolo ad esaurimento significa transitorietà del ruolo e impossibilità di nuove assunzioni per coprire i posti che via via si liberano, ma non anche congelamento della progressione di qualifica degli appartenenti attuali".
Seguendo l’insegnamento del Consiglio di Stato si potrà dire, per quanto riguarda l’evoluzione dei trattamenti stipendiali nella vicenda che ci occupa, che non si può ritenere che con la creazione di un ruolo “ad esaurimento” si sia determinato un “congelamento” definitivo del privilegio stipendiale (nel senso del perpetuarsi e rinvigorirsi del privilegio ad ogni rinnovo di CCNL) a favore dei dipendenti dapprima inquadrati nel ruolo “ad esaurimento” e confluiti nella IX qualifica funzionale e poi nell’ “area C” accanto ai più giovani funzionari di diversa provenienza (come l’Avv. Maurizio Perelli). Deve ritenersi, invece, che i funzionari del ruolo “ad esaurimento” abbiano beneficiato di una progressione di carriera e siano confluiti (senza che la legge consentisse a loro vantaggio alcun “congelamento” definitivo del privilegio retributivo inizialmente concesso loro tramite il primo CCNL successivo all’entrata in vigore del d.lgs. 29/1993) nell’ “area C” assieme ai detti più giovani colleghi che, come l’Avv. Maurizio Perelli, non erano mai stati inquadrati in qualifiche “ad esaurimento”.

---- Quanto alla Corte di giustizia:
   Un avallo al ragionamento della Corte d’appello di Roma, in ordine alla necessaria limitatezza temporale della discriminazione retributiva in questione, è apportato da una recente sentenza della Corte di giustizia. Si legge, infatti, ai punti 42 e 44 della sentenza dell’11/11/2014 nella causa C-530/13:
“42 Per quanto riguarda il rispetto dei diritti acquisiti e la protezione del legittimo affidamento dei dipendenti pubblici favoriti dal regime anteriore per quanto attiene alla loro retribuzione, si deve osservare che essi costituiscono obiettivi legittimi di politica del lavoro e del mercato del lavoro che possono giustificare, per un periodo transitorio, il mantenimento delle retribuzione anteriori e conseguentemente di un regime discriminatorio in ragione dell’età (v., in tal senso, sentenza Hennigs e Mai, C 297/10 e C 298/10, EU:C:2011:560, punti 90 e 92).
… 44 Tali obiettivi non possono tuttavia giustificare una misura che mantiene in via definitiva, anche se soltanto per determinate persone, la differenza di trattamento in ragione dell’età che la riforma di un regime discriminatorio, nella quale tale misura si inserisce, intende eliminare. Una misura di tal genere, anche se idonea a garantire la tutela dei diritti acquisiti e del legittimo affidamento nei confronti dei dipendenti pubblici favoriti dal regime anteriore, non è atta a instaurare un regime non discriminatorio per i dipendenti pubblici sfavoriti da detto regime anteriore."

In forza di quanto sopra esposto,  non appare decisiva la giurisprudenza citata nel quarto motivo di ricorso del Ministero.
E’ vero che tutte le sentenze citate da controparte depongono per la necessità di non omologazione economica tra dipendenti dell’ ex ruolo “ad esaurimento” e dipendenti che assieme a costoro (come è accaduto agli appellanti) sono stati inseriti nell’ “area C” ma quali ex “IX qualifica funzionale”. Parimenti vero è, però, che tutte le sentenze citate da controparte si riferiscono a vicende processuali nelle quali, diversamente da quella che ci occupa, i dipendenti pubblici non avevano formulato quella duplice domanda che (come sopra chiarito) hanno presentato nei gradi di merito l’Avv. Maurizio Perelli e i suoi colleghi ma s’erano limitati a invocare “sic et simpliciter” l’applicazione del principio di parità di trattamento economico a parità di mansioni anche a fronte di disparità di trattamento disposte nei CCNL.
In particolare, non è contraria al decisum della Corte d'appello di Roma la argomentazione della sentenza n. 11982/2010 della Cassazione, Sez. lavoro, riportata a pag. 10 dell'avversario ricorso in Cassazione. Con la sentenza n. 11982/2010 la Cassazione non ha affatto esaminato la questione basilare esaminata dalla sentenza della Corte d'appello di Roma impugnata da controparte: non ha esaminato i limiti imposti dalla legislazione speciale alla differenza pattizia (derivante da CCNL) di retribuzione tra impiegati del ruolo “ad esaurimento” e altri dipendenti, come l’Avv. Maurizio Perelli, con essi poi confluiti nell' “area C”  come C3 o C3 super. 
Lo stesso dicasi di tutte le sentenze invocate, nel ricorso per cassazione del Ministero, come asseriti precedenti favorevoli alla tesi del ricorrente: sentenza n. 1009/1999 del Consiglio di Stato, sentenza n. 1728/1998 del TAR Lazio, sentenza n. 3248/2004 del Consiglio di Stato (si noti che citando quest’ultima sentenza, a pag. 12 del suo ricorso, controparte contraddittoriamente ne evidenza il riferimento al “primo contratto collettivo nazionale” successivo all’entrata in vigore del d.lgs. 29/1993 !).

--------- 5.4)

Per rigettare il quarto motivo di ricorso, si consideri anche lo ius superveniens di cui codesta Corte deve fare applicazione ai fini dell’interpretazione sistematica dell’art. 45 (nel combinato disposto coll’art. 2, comma 3, secondo periodo), del d.lgs 165/2001 ma anche dell’art. 2, comma 4, del d.lgs. 9/1986, nonchè dell’art. 25, comma 4, ultimo periodo, del d.lgs. 29/1993 e dell’art. 69, comma 3, ultimo periodo, del d.lgs. 165/2001.

Lo ius superveniens in questione, certamente utile a fini interpretativi, è costituito, per un verso, dal comma 5 dell’art. 8 della l. 370/1999 e, per altro verso, dall’art. 1, commi 458 e 459, della l. 147/2013 (Legge di Stabilità per il 2014).

Recita il nuovo testo (sostituito ad opera del comma 10ter dell’art. 5 del d.l. 95/2012, nel testo integrato dalla legge di conversione n. 135/2012) del comma 5 dell’art. 8 della l. 370/1999: “Al professore o ricercatore universitario rientrato nei ruoli è corrisposto un trattamento pari a quello attribuito al collega di pari anzianità. In nessun caso il professore o ricercatore universitario rientrato nei ruoli delle università può conservare il trattamento economico complessivo goduto nel servizio o incarico svolto precedentemente, qualsiasi sia l'ente o istituzione in cui abbia svolto l'incarico. L'attribuzione di assegni ad personam in violazione delle disposizioni di cui al presente comma è illegittima ed è causa di responsabilità amministrativa nei confronti di chi delibera l'erogazione”.

Recita il comma 458 dell’art. 1 della l. 147/2013: “L'articolo 202 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 10 gennaio 1957, n. 3, e l'articolo 3, commi 57 e 58, della legge 24 dicembre 1993, n. 537, sono abrogati. Ai pubblici dipendenti che abbiano ricoperto ruoli o incarichi, dopo che siano cessati dal ruolo o dall'incarico, è sempre corrisposto un trattamento pari a quello attribuito al collega di pari anzianità”.

Recita il comma 459 dell’art. 1 della l. 147/2013: “Le amministrazioni interessate adeguano i trattamenti giuridici ed economici, a partire dalla prima mensilità successiva alla data di entrata in vigore della presente legge, in attuazione di quanto disposto dal comma 458, secondo periodo, del presente articolo e dall'articolo 8, comma 5, della legge 19 ottobre 1999, n. 370, come modificato dall'articolo 5, comma 10-ter, del decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135”.

Disponeva l’abrogato art. 202 “Assegno personale nei passaggi di carriera” del DPR n. 3/1957: “Nel caso di passaggio di carriera presso la stessa o diversa amministrazione agli impiegati con stipendio superiore a quello spettante nella nuova qualifica è attribuito un assegno personale, utile a pensione, pari alla differenza fra lo stipendio già goduto ed il nuovo, salvo riassorbimento nei successivi aumenti di stipendio per la progressione di carriera anche se semplicemente economica”.

Disponeva l’abrogato art. 3 “Pubblico impiego”, comma 57, della l. 537/1993: “Nei casi di passaggio di carriera di cui all'articolo 202 del citato testo unico approvato con decreto del Presidente della Repubblica 10 gennaio 1957, n. 3, ed alle altre analoghe disposizioni, al personale con stipendio o retribuzione pensionabile superiore a quello spettante nella nuova posizione è attribuito un assegno personale pensionabile, non riassorbibile e non rivalutabile, pari alla differenza fra lo stipendio o retribuzione pensionabile in godimento all'atto del passaggio e quello spettante nella nuova posizione”.

Disponeva l’abrogato art. 3 “Pubblico impiego”, comma 58, della l. 537/1993: “L'assegno personale di cui al comma 57 non è cumulabile con indennità fisse e continuative, anche se non pensionabili, spettanti nella nuova posizione, salvo che per la parte eventualmente eccedente”.

Orbene, l’abrogazione sancita dall’art. 1, commi 458 e 459, della l. 147/2013, così come il nuovo testo del comma 5 dell’art. 8 della l. 370/1999, non realizzano solo un “tendenziale riassorbimento delle indennità ad personam in godimento nel settore pubblico” (così TAR Umbria sentenza n. 248/2014); essi valgono anche come criterio interpretativo ai fini dell’interpretazione sistematica sia dell’art. 45 (nel combinato disposto coll’art. 2, comma 3, secondo periodo), del D.Lgs. 165/2001, sia dell’art. 2, comma 4, del d.lgs. 9/1986, sia dell’art. 25, comma 4, ultimo periodo, del d.lgs. 29/1993, sia dell’art. 69, comma 3, ultimo periodo, del d.lgs. 165/2001.
Tali disposizioni devono ormai intendersi in maniera coerente con la naturale corrispondenza tra la retribuzione dell’impiegato pubblico e mansioni effettivamente svolte. La necessità di una interpretazione sistematica (che tenga conto delle suddette novità introdotte con la legge di conversione n. 135/2012 e con la “Legge di stabilità 2014”) impone, ormai, a codesta Corte di riconoscere che non è più possibile paventare, quale improbo compito del giudice (come sembrò paventare Cass. 22437/2001 al punto 1.2 della motivazione, in fine), la necessità di una difficilissima analisi della successione nel tempo dei CCNL. Impone, invece, al giudice di verificare se una qualche motivazione della disparità di retribuzione in questione sia rinvenibile nel CCNL e, nel caso non sia rinvenibile, impone di dichiarare la natura discriminatoria della detta differente retribuzione del lavoro dell’impiegato pubblico. Esaltando (anche sulla scorta di Corte cost. 103/1989) la necessità di impedire discriminazioni, si può ormai affermare che il giudice deve anche andare oltre la verifica della mera presenza (nel CCNL che preveda differenti retribuzioni per differenti impiegati pubblici che svolgono il medesimo lavoro) di valutazioni comparative tout court  (le quali, peraltro, mancano del tutto nei CCNL riguardanti la vicenda che ci occupa). Ormai il giudice deve spingersi a verificare se siano almeno ragionevoli: a) le differenze di retribuzione per identici lavori che il CCNL eventualmente preveda; b) il rafforzamento, addirittura, del privilegio retributivo ad ogni rinnovo di CCNL.
Nel caso che ci occupa tale ragionevolezza manca e non v’è giustificazione alcuna alla conferma del privilegio verso l’anzianità di servizio. L’anzianità di servizio degli ex impiegati “ad esaurimento” non può continuare ad essere (unica eccezione alla regola, come evidenzia Trib. Roma, sez. lav., nella sentenza del 24/9/2008, resa in causa R.G. 302634/07) una valida ragione di implementazione, ad ogni rinnovo contrattuale, della discriminazione tra dipendenti appartenenti allo stesso livello professionale.  

E occorre pure ricordare che le recenti sentenze di Cassazione sul tema che ci occupa (vedasi Cass. 22437/2011) hanno, comunque, evidenziato la necessità di valutare la natura eventualmente discriminatoria della contrattazione collettiva. Dunque, respingendo il quarto motivo di ricorso, codesta Corte non farebbe altro che inserirsi, approfondendolo, nel “solco garantista” contro la discriminazione già tracciato dalla sua giurisprudenza. 

--------- 5.5)

L’infondatezza del quarto motivo di ricorso del Ministero deriva dalla necessità di disapplicare la normativa italiana rilevante in causa, ove si ritenga che essa normativa debba essere  interpretata come la si interpreta nel quarto motivo del ricorso del ministero. Alla disapplicazione della normativa interna deve pervenirsi, eventualmente, previo rinvio pregiudiziale obbligatorio alla Corte di giustizia ex art. 267 TFUE perché essa normativa interna è causa di una discriminazione indiretta per età in contrasto con la direttiva 2000/78/CE (la quale stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro).  
Ove codesta Corte ritenesse che l’art. 45 del d.lgs. 165/2001 (anche nel combinato disposto coll’art. 2, comma 3, secondo periodo, del medesimo d.lgs.165/2001) debba essere interpretato nel senso indicato nel quarto (ma anche nel terzo) motivo di ricorso del Ministero ed ove, inoltre, ritenesse che l’art. 69, comma 3, ultimo periodo, del d.lgs. 165/2001 abbia avuto il contenuto di consentire ai succedutisi CCNL di confermare nel tempo (ben oltre il periodo transitorio individuato -attraverso il riferimento al “primo contratto collettivo di comparto”- dall’art. 25, comma 4, ultimo periodo, del d.lgs. 29/1993) e, addirittura, di implementare quella disparità di trattamento economico rispetto agli impiegati del c.d. ruolo “ad esaurimento” che è stata lamentata  con successo dal Dott. Maurizio Perelli con il ricorso accolto dalla Corte d’appello di Roma, dovrebbe disapplicare le citate norme di legge e dei succedutisi CCNL a causa del loro contrasto con norme del diritto dell’Unione europea direttamente applicabili.
In particolare, codesta Corte dovrebbe disapplicare l’art. 45 e l’art. 69, comma 3, ultimo periodo, del d.lgs. 165/2001, nonché le tabelle retributive dei succedutisi CCNL che sull’ultimo periodo del detto art. 69 hanno preteso di fondare la disparità di trattamento economico lamentata dall’Avv. Maurizio Perelli.
Detta disapplicazione dovrebbe essere, in ipotesi, esito inevitabile ove si conferisca valenza decisiva ai CCNL nel tempo succedutisi: i dipendenti -come l’Avv. Maurizio Perelli- inseriti nella ex IX qualifica funzionale non come "ruolo a esaurimento" e poi inseriti nell’ “area C”, si troverebbero, infatti, a percepire retribuzioni inferiori rispetto a quelle concesse ai loro colleghi, di necessità più anziani, già classificati come "ex ruolo a esaurimento" (anch'essi in passato inseriti nella IX qualifica funzionale e poi inseriti nell’ “area C” ed incaricati delle medesime mansioni). E tale differenza retributiva costituirebbe una discriminazione indiretta basata sull’età, la quale è vietata dalla direttiva 2000/78/CE del Consiglio del 27/11/2000,  che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro.
In particolare, le citate norme di diritto interno dovrebbero riconoscersi contrastanti con quanto dispone la direttiva 2000/78/CE all'art. 2, paragrafi 1 e 2; all'art. 4, paragrafo 1; all'art. 6, paragrafo 1; agli artt. 10, 16, 17 e 18; nonché dovrebbero riconoscersi contrastanti con quanto dispone l’articolo 21, paragrafo 1, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

Alla disapplicazione nei termini sopra indicati codesta Corte dovrebbe, in ipotesi, pervenire anche sulla scorta di recenti sentenze della Corte di giustizia: la sentenza dell’11/11/2014 resa nella causa C-530/13; la sentenza del 13/11/2014 resa nella causa C-416/13; la sentenza del 28/1/2015 resa nella causa C-417/13.

Peraltro, il suddetto esito di disapplicazione non è l’unico possibile: sarà infatti possibile, per codesta Corte, addivenire ad una interpretazione del diritto interno (nel senso sopra prospettato -in linea con l’impugnata sentenza della Corte d’appello di Roma- da questa difesa nel replicare ai motivi terzo e quarto del ricorso ministeriale) che lo renda conforme a quello dell’U.E. direttamente applicabile. 
Anzi, per codesta Corte, tenuta a perseguire una interpretazione delle norme interne conforme al diritto dell’Unione europea (come interpretato anche dalle dette sentenze della Corte di Giustizia nelle cause C-416/13, C-530/13 e C-417/13), dovrebbe risultare doveroso ritenere infondati, come sopra suggerito, sia il terzo che il quarto motivo di ricorso del Ministero.
Né dovrebbe ritenersi decisivo, con riguardo alla fattispecie concreta che ci occupa e in senso contrario a questa difesa, quanto affermato dalla sentenza della Cassazione n. 22437/11 al punto 1.2, in fine, dei “motivi della decisione”.
Nella sentenza 22437/11 si leggono le seguenti affermazioni: "... la parità di trattamento -al di là delle apparenze- proprio  perchè postula uguale trattamento ad uguali fattispecie  e, per converso, differente  trattamento  per  fattispecie diverse (unicuique suum), invece di "compattare" gli interessi   dei rappresentati (come tende a fare, per lo più ed entro certi limiti, la  contrattazione collettiva), finisce con articolarli in una  gamma indefinita  di distinguo,  in  proporzione  diretta  rispetto   alla molteplicità delle situazioni.
In  altre parole, il principio di parità nasce storicamente non solo e  non  tanto dall'esigenza di recuperare uguaglianza (nell'accezione non  solidaristica  sopra  evidenziata) o, meglio,  esatta giustizia distributiva, quanto dalla necessità di regolare l'uso  d'un  potere privato all'interno d'una comunità organizzata.
Questo  bisogno  si  manifesta - cioè -  per  colmare il vuoto di "contraddittorio" ove manchi istituzionalmente la possibilità che il soggetto in posizione subalterna faccia valere le proprie ragioni contro le scelte discrezionali del soggetto in posizione preminente.
Ma  ciò non si verifica rispetto alla contrattazione collettiva, in cui le parti operano su un piano tendenzialmente  paritario  e sufficientemente istituzionalizzato.
Da ultimo, si tenga presente che la sede giurisdizionale non è certo la più adatta ad incidere su discrasie che magari trovano la propria ragion  d'essere nella storia delle relazioni sindacali  in un dato settore merceologico o in un determinato comparto pubblico: ad  es., clausole  che prevedano forme di disparità potrebbero essere state convenute per sanare - a loro volta - disparità anteriori,  oppure per salvaguardare livelli retributivi di personale assorbito a seguito di  operazioni  di mobilità interaziendale o, ancora, di lavoratori appartenente a ruoli ad esaurimento, come nel  caso  in oggetto.  In  siffatte  evenienze il giudice dovrebbe procedere a un'anamnesi delle relazioni sindacali e delle vicende aziendali o  di comparto pubblico tanto elaborata e a vasto raggio da essere difficilmente compatibile con i margini dell'accertamento giudiziario, troppo angusti a cagione dei paletti imposti da petitum e causa petendi". 

Ebbene, le affermazioni di Cass. 22437/2011 sopra evidenziate tramite sottolineatura appaiono ormai “datate”: per un verso contrastanti con l'interpretazione del diritto dell'Unione che più di recente (nel 2014, come appresso si chiarirà) è stata data costantemente dalla Corte di giustizia; per altro verso, conseguentemente contrastanti con il riconoscimento, ad opera dell’ordinanza della Corte costituzionale 80/2015, che costituiscono ius superveniens i principi di diritto dell’Unione come enunciati dalla Corte di giustizia.
  
Ma anche se codesta Corte non ritenesse sussistente un evidente contrasto tra la direttiva 2000/78/CE e il diritto interno, dovrebbe cionondimeno, quale giudice di ultimo grado, ai sensi dell'art. 267 TFUE, comma 3, obbligatoriamente porre alla Corte di giustizia, al riguardo, domanda di pronuncia pregiudiziale in ordine all'interpretazione di numerosi articoli della detta direttiva nonché in ordine all’interpretazione dell’articolo 21, paragrafo 1, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

MA APPROFONDIAMO IL CONTENUTO DELLA DIRETTIVA 2000/78/CE: 
Si deve, in primo luogo, tener presente che nell’imporre agli Stati l’adozione di misure per contrastare le discriminazioni per ragioni diverse dal genere, la direttiva 2000/78/CE provvede a specificare e concretizzare il diritto a non essere discriminati in base all’età come “principio generale” dell’ordinamento UE (oltre che come diritto fondamentale sancito dall’art. 21 della Carta di Nizza).

Tale principio generale del divieto di discriminazione in base all’età (che trova già nelle fonti primarie dell’UE il suo fondamento costitutivo) è stato riconosciuto dalla Corte di giustizia già nella sentenza Kücükdeveci (causa C-555/07), sulla scia della precedente sentenza Mangold (causa C- 144/04), riconoscendosi in particolare l’efficacia diretta orizzontale del diritto a non subire discriminazioni per ragioni di età ed ammettendo l’azionabilità in giudizio di quel diritto nei confronti del datore di lavoro in caso di mancato o erroneo recepimento della direttiva 78/2000/CE da parte dello Stato.
Più di recente la Corte di giustizia (nella sentenza del 13/11/2014 nella causa C-416/13, al punto 24) ha riconosciuto l’esistenza di un “principio di non discriminazione in base all’età, che deve essere considerato un principio generale del diritto dell’Unione e cui la direttiva 2000/78 dà espressione concreta in materia di occupazione e di condizioni di lavoro (sentenze Kücükdeveci, C-555/07, EU:C:2010:21, punto 21, nonché Prigge e a., C-447/09, EU:C:2011:573, punto 38)."  .
Si segnala pure, in tema di discriminazioni, la recente sentenza della Corte di giustizia del 18/12/2014 nella causa C-354/13, ove, al punto 32, si legge: “Secondo la giurisprudenza della Corte, nel novero dei diritti fondamentali che costituiscono parte integrante dei principi generali del diritto dell’Unione compare segnatamente il divieto generale di discriminazione e quest’ultimo vincola quindi gli Stati membri allorché la situazione nazionale di cui trattasi nel procedimento principale rientra nell’ambito di applicazione del diritto dell’Unione (v., in tal senso, sentenza Chacón Navas, C-13/05, EU:C:2006:456, punto 56).”

D’altro canto la Corte costituzionale, nell'ordinanza 80/2015, depositata il 15/5/2015, (richiamando espressamente la sua ordinanza n. 268 del 2005, nonchè le ordinanze n. 124 del 2012 e n. 179 del 2011) ha rammentato che, secondo il suo costante orientamento, <<i princìpi enunciati dalla Corte di giustizia ... si inseriscono direttamente nell’ordinamento interno con il valore di jus superveniens, condizionando e determinando i limiti in cui quelle norme conservano efficacia e devono essere applicate ...>>.
Anche in forza di quanto ribadito dalla Corte costituzionale, dunque, occorre attribuire rilevanza decisiva, ai fini della presente causa, al fatto che il divieto generale di discriminazione ed, in particolare il divieto di discriminazione indiretta in base all’età, rientri fra i diritti fondamentali che costituiscono parte integrante dei principi generali del diritto dell’Unione europea .

Possiamo, a questo punto, riproporre, con riguardo alla presente causa -e con gli adattamenti che derivano dalla rilevanza, nel nostro caso, di una discriminazione di natura indiretta- il ragionamento che la Corte di giustizia ha articolato nella sentenza sulla causa C-416/13 (ma si veda pure la sentenza sulla causa C-417/13):

Per stabilire se l'art. 2, paragrafi 1 e 2, se l'art. 4, paragrafo 1, se l'art. 6, paragrafo 1, e se gli artt. 10, 16, 17 e 18 della direttiva 2000/78/CE debbano essere interpretati nel senso che ostano ad una normativa nazionale, come quella in discussione nel presente procedimento (ove interpretata come il Ministero ricorrente l'interpreta col quarto motivo di ricorso), occorre verificare se la normativa nazionale in questione ricada nella sfera di applicazione della direttiva 2000/78/CE e, nell’ipotesi affermativa, se ai sensi di detta direttiva costituisca una misura discriminatoria fondata indirettamente sull’età e possa essere considerata giustificata oppure no.

Si deve anzitutto porre in rilievo che tanto dal titolo e dal preambolo quanto dal contenuto e dalla finalità della direttiva 2000/78/CE risulta che essa è volta a stabilire un quadro generale per garantire a tutti la parità di trattamento “in materia di occupazione e di condizioni di lavoro”, offrendo una tutela effettiva nei confronti delle discriminazioni fondate su uno dei motivi di cui al suo articolo 1, tra i quali l’età (sentenze Hütter, C-88/08, EU:C:2009:381, punto 33, e Georgiev, C-250/09 e C-268/09, EU:C:2010:699, punto 26).
     
Con riguardo all’applicazione della direttiva 2000/78/CE nel contesto del presente procedimento, si deve più specificamente constatare che dall’articolo 3, paragrafo 1, lettera c), di detta direttiva risulta che la stessa si applica a tutte le persone, sia del settore pubblico che del settore privato, per quanto attiene, segnatamente, all'occupazione e alle condizioni di lavoro, compresa la retribuzione.

Orbene, ove codesta Corte ritenesse che l’art. 45 del d.lgs. 165/2001 debba essere interpretato nel senso indicato nel quarto (ma anche nel terzo) motivo di ricorso del Ministero ed ove, correlativamente, ritenesse che l’art. 69, comma 3, ultimo periodo, del d.lgs. 165/2001 abbia consentito ai succedutisi CCNL di confermare nel tempo e, addirittura, di implementare il privilegio retributivo a favore degli impiegati del c.d. ruolo “ad esaurimento”, ciò ovviamente significherebbe che i citati articoli di legge e i citati CCNL incidono (per usare la terminologia adoperata dalla direttiva 2000/78/CE) sulle condizioni di lavoro, e in particolare sulla retribuzione, dell’Avv. Maurizio Perelli e dei suoi colleghi.
Di conseguenza (sempre per usare la terminologia adoperata dalla direttiva 2000/78/CE), dovrebbe riconoscersi che una normativa interna di tal genere fissi norme in materia di condizioni di lavoro nel settore pubblico, e in particolare di retribuzione, ai sensi dell’articolo 3, paragrafo 1, lettera c), della direttiva 2000/78/CE.
Ne conseguirebbe che la menzionata direttiva dovrebbe riconoscersi applicabile ad una situazione come quella che ha dato origine alla controversia di cui è investita codesta Corte.

Per quanto concerne la questione relativa al se la normativa in discussione –se intesa come la si intende nel quarto (ma anche nel terzo) motivo di ricorso del Ministero- nella causa che ci occupa stabilisca una disparità di trattamento basata sull’età, si deve in primo luogo ricordare che, ai sensi dell’articolo 2, paragrafo 1, della direttiva 2000/78/CE, «per “principio della parità di trattamento” si intende l’assenza di qualsiasi discriminazione diretta o indiretta basata su uno dei motivi di cui all’articolo 1» della stessa direttiva. Va poi detto che l’articolo 2, paragrafo 2, lettera b), numero 1, della medesima precisa che, “ai fini del paragrafo 1 … sussiste discriminazione indiretta quando una disposizione, un criterio o una prassi apparentemente neutri possono mettere in una posizione di particolare svantaggio … le persone di una particolare età … rispetto ad altre persone, a meno che: 1) tale disposizione, tale criterio o tale prassi siano oggettivamente giustificati da una finalità legittima e i mezzi impiegati per il suo conseguimento siano appropriati e necessari”;
Nel caso di specie, ove si ritenesse che l’art. 45 del d.lgs. 165/2001 debba essere interpretato nel senso indicato nel quarto (ma anche nel terzo) motivo di ricorso del Ministero ed ove, correlativamente, si ritenesse che l’art. 69, comma 3, ultimo periodo, del d.lgs. 165/2001 abbia consentito ai succedutisi CCNL di confermare nel tempo e, addirittura, di implementare la disparità di trattamento economico rispetto agli impiegati del c.d. ruolo “ad esaurimento”, ciò comporterebbe la necessità di riconoscere che alcuni impiegati pubblici, come l’Avv. Maurizio Perelli, sono sottoposti, dalla normativa nazionale, a discriminazione indiretta in base all'età, poichè sono trattati meno favorevolmente di altri che versano in situazioni analoghe (cioè sono stati già inquadrati come loro nella IX qualifica funzionale e poi nell’ “area C” con le loro stesse mansioni), e ciò soltanto per il fatto di essere d'età tale, da:
- non aver potuto rivestire le qualifiche né aver potuto maturare l'effettiva anzianità di servizio (di almeno nove anni e sei mesi nella carriera direttiva) richieste dall'art. 1, comma 1, della legge 254/1988;
- non aver potuto godere dell’inquadramento nella IX qualifica funzionale ai sensi dell'art. 1 e 2 del d.l. n. 9/1986 "Interpretazione autentica del quarto comma dell'articolo 4 della legge 11 luglio 1980, n. 312".
Ebbene, una normativa interna di tal genere, che trasformasse in perpetuo privilegio per gli impiegati dell’ex ruolo “ad esaurimento” le scelte organizzative fatte con l’art. 1, comma 1, della l. 254/1988 e con gli artt. 1 e 2 del d.l. 9/1986, realizzerebbe manifestamente, nei confronti dell’Avv. Maurizio Perelli, una disparità di trattamento indirettamente basata sull’età ai sensi del combinato disposto delle disposizioni dell’art. 1 e dell’art. e 2, paragrafo 1 e paragrafo 2, lettera b), numero 1, della direttiva 2000/78/CE: l’Avv. Maurizio Perelli, infatti, è nato il 25/5/1960, come risulta pacifico sin dal ricorso in primo grado, è sempre rimasto incontestato, ed è stato ribadito dalla sentenza d’appello che pure riporta il suo codice fiscale.
Al riguardo pare importante ricordare che, ai sensi del “considerando” n. 15 della direttiva 2000/78/CE: “La valutazione dei fatti sulla base dei quali si può argomentare che sussiste discriminazione diretta o indiretta è una questione che spetta alle autorità giudiziarie nazionali o ad altre autorità competenti conformemente alle norme e alle prassi nazionali. Tali norme possono preveder in particolare che la discriminazione indiretta sia stabilita con qualsiasi mezzo, compresa l’evidenza statistica”.

Ebbene (per i giudici di merito non poteva essere ed) ora per la Corte di Cassazione non può essere solo una conoscenza ricavata da semplice “evidenza statistica”, bensì deve essere considerato addirittura un fatto ovvio -peraltro non contestato dal Ministero- quello che l’Avv. Maurizio Perelli non avrebbe potuto accedere alla IX qualifica funzionale e poi all’ “area C” per altra via rispetto a quella in concreto seguita e che ha comportato per lui quella disparità di retribuzione rispetto ai colleghi dell’ex ruolo “ad esaurimento” che ora il giudice di legittimità è invitato a considerare come discriminazione indiretta per età.
In particolare, dovrà riconoscersi ovvio che l’Avv. Maurizio Perelli non avrebbe potuto accedere alla IX qualifica funzionale (e poi all’ “area C”):
c) né in base all'art. 1, comma 1, della legge 254/1988 (data l’età non avrebbe potuto tempestivamente maturare l'effettiva anzianità di servizio di almeno nove anni e sei mesi nella carriera direttiva, né rivestire le qualifiche soggettive richieste);
d) né in base all’art. 1 e 2 del d.l. n. 9/1986 (data l’età non avrebbe potuto maturare tempestivamente i requisiti richiesti da tali norme).
Si consideri, al riguardo, che l’Avv. Maurizio Perelli ha fornito già ai giudici di merito e, col controricorso, anche a codesta Corte il dato relativo alla sua età e con ciò ha fornito ai giudici nazionali, senza contestazione da parte del Ministero, elementi di fatto, idonei a fondare in termini precisi e concordanti, ben più che la presunzione dell’esistenza di una discriminazione in suo danno.
Al riguardo, va pure detto che –in linea con quanto da ultimo ribadito da Cass. n. 27481 del 30/12/2014, punto 7.4- sarebbe spettato al Ministero l’onere di dimostrare l’inesistenza dell’abuso discriminatorio.  

    Occorre ancora verificare se siffatta disparità di trattamento retributivo possa essere giustificata alla luce degli articoli 4, paragrafo 1, e 6, paragrafo 1, della direttiva 2000/78/CE.

Per quanto riguarda, in primo luogo, l’articolo 4, paragrafo 1, della direttiva 2000/78/CE:
Va detto innanzitutto che (come ricorda la Corte di Giustizia nella sentenza resa il 13/11/2014 nella causa C-416/13, al punto 47) “in quanto consente di derogare al principio di non discriminazione, l’articolo 4, paragrafo 1, della menzionata direttiva dev’essere interpretato restrittivamente (sentenza Prigge e a., EU:C:2011:573, punto 72)”.
Inoltre, è d’uopo rilevare che l’articolo 4, paragrafo 1, della direttiva 2000/78, sotto il titolo “Requisiti per lo svolgimento dell’attività lavorativa”, dispone: “Fatto salvo l’art. 2, paragrafi 1 e 2 gli Stati membri possono stabilire che una differenza di trattamento basata su una caratteristica correlata a uno qualunque dei motivi di cui all’articolo 1 [della direttiva stessa] non costituisca discriminazione laddove, per la natura di un’attività lavorativa o per il contesto in cui essa viene espletata, tale caratteristica costituisca un requisito essenziale e determinante per lo svolgimento dell’attività lavorativa, purché la finalità sia legittima e il requisito proporzionato”.
Ma ancora a proposito dell’articolo 4, paragrafo 1, della direttiva 2000/78/CE, la Corte di giustizia ha già dichiarato (e lo ricorda al punto 36 della sentenza sulla causa C-416/13) che da tale disposizione risulta che “non è il motivo su cui è basata la disparità di trattamento a costituire un requisito essenziale e determinante per lo svolgimento dell’attività lavorativa, ma una caratteristica ad esso legata (v. sentenze Wolf, EU:C:2010:3, punto 35, nonché Prigge e a., EU:C:2011:573, punto 66)”.
Orbene, con riguardo al nostro caso, il possesso di capacità professionali particolari non è una caratteristica legata alla differenza di età tra i funzionari ex IX qualifica funzionale che (come l’Avv. Maurizio Perelli) non erano del "ruolo a esaurimento" ed i loro colleghi che nella IX qualifica funzionale erano confluiti come "ruolo a esaurimento". Ciò è stato chiarito anche dalla impugnata sentenza della Corte d'appello di Roma, la quale afferma a pag. 7, in fine, che i funzionari del “ruolo a esaurimento” e i funzionari come l’Avv. Maurizio Perelli) sono due figure professionali tra loro assimilabili, tanto da meritare di essere ricomprese in un’unica declaratoria nei CCNL del 1998 e nei successivi.

Peraltro, sulla scia del ragionamento articolato al punto 50 della sentenza della Corte di giustizia nella causa C-416/13, dovrà riconoscersi rilevante (per pervenire a giudicare ingiustificata la disparità di retribuzione in questione alla luce degli articoli 4, paragrafo 1, e 6, paragrafo 1, della direttiva 2000/78/CE) anche la diversa valutazione che della “anzianità nei ruoli come indice di professionalità” è stata data, da parte di diverse disposizioni di legge.
Varie disposizioni di legge riguardanti l'inserimento dei ministeriali o di altri dipendenti pubblici nella IX qualifica funzionale, hanno posto, come condizioni d’accesso alla qualifica, requisiti di anzianità di servizio diversi (ad es., per l'inquadramento nella IX qualifica funzionale fu richiesta, dal comma 1 dell'art. 1 della l. 254/1988, una anzianità di almeno 9 anni e 6 mesi di servizio nella carriera direttiva; invece, solo 5 anni di effettivo servizio furono richiesti dal comma 2 del medesimo articolo di legge). Con ciò le dette disposizioni di legge hanno implicitamente, ma univocamente, riconosciuto che il possesso di capacità professionali richiedibili per l'inserimento nella detta IX qualifica non può essere una caratteristica legata (neppure indirettamente, e cioè neppure nei casi in cui l'età anagrafica precluda -come è per l’Avv. Maurizio Perelli- la possibilità di avere i requisiti di anzianità di servizio in questione).
Ne discende che, nella causa che ci occupa, il fatto di avere –come l’Avv. Maurizio Perelli- una età tale da non poter esser stato inserito nella IX qualifica funzionale come ex "ruolo ad esaurimento" non può essere valutato come mancanza di un “requisito essenziale e determinante per lo svolgimento dell’attività lavorativa”, ai sensi dell’articolo 4, paragrafo 1, della direttiva 2000/78/CE. In particolare, non può essere valutato come mancanza che giustifichi quella particolare differenza di trattamento che si sostanzia nella differente retribuzione.

E ancora, va analizzato il considerando 23  della direttiva 2000/78 ove si legge:
“In casi strettamente limitati una disparità di trattamento può essere giustificata quando una caratteristica collegata ... all’età ... costituisce un requisito essenziale e determinante per lo svolgimento dell’attività lavorativa, a condizione che la finalità sia legittima e il requisito sia proporzionato. Tali casi devono essere indicati nelle informazioni trasmesse dagli Stati membri alla Commissione”.
E’ evidente che nella fattispecie concreta relativa all’Avv. Maurizio Perelli, sarebbe illegittima, anche ai sensi del considerando n. 23 della direttiva 2000/78/CE, la finalità che si ritenesse perseguita dal legislatore permettendo ai CCNL di mantenere (oltre una prima fase transitoria) una differente retribuzione, all'interno della IX qualifica funzionale, per i funzionari del "ruolo a esaurimento" e per i loro colleghi come l’Avv. Maurizio Perelli. Infatti:
1) comunque sproporzionato sarebbe il requisito dell'anzianità di servizio di almeno 9 anni e sei mesi, di cui all'art. 1, comma 1, della l. 254/1988, ove si volesse giustificare con il mancato possesso di tale requisito il deteriore trattamento retributivo dell’Avv. Maurizio Perelli rispetto ai suoi colleghi del "ruolo a esaurimento". Al riguardo si noti che al punto 45 della sentenza resa il 13/11/2014 nella causa C-416/13 la Corte di giustizia ha chiarito che è sproporzionato un requisito relativo -anche indirettamente, si deve ritenere- all'età non solo se il limite che esso pone sia inidoneo a raggiungere l’obiettivo perseguito ma anche se detto requisito vada semplicemente oltre quanto è necessario per conseguire l'obiettivo perseguito;
2) non v’è motivo per inserire la discriminazione indiretta per età dell’Avv. Maurizio Perelli tra quei “casi strettamente limitati” per i quali una disparità di trattamento (anche retributiva) può essere giustificata ai sensi del riportato “considerando 23”; 
3) l'Italia non ha comunicato alla Commissione europea la introduzione della differenza retributiva in questione (mentre tutti i "casi strettamente limitati" citati nel detto considerando n. 23 della direttiva 2000/78/CE "devono essere indicati nelle informazioni trasmesse dagli Stati membri alla Commissione").  

Di conseguenza, l’articolo 4, paragrafo 1, della direttiva 2000/78 deve essere interpretato nel senso che osta ad una normativa nazionale, come quella dell'art. 24, comma 4, del d.lgs.29/93 e dell' art. 45 del d.lgs. 165/2001 come intesi dal ricorrente Ministero dei Trasporti nel quarto motivo del suo ricorso in Cassazione. Osta anche ad una normativa nazionale come l’art. 69, comma 3, ultimo periodo, del d.lgs. 165/2001 ove la si intenda capace di consentire ai succedutisi CCNL di confermare nel tempo la disparità di trattamento economico rispetto agli impiegati del c.d. ruolo “ad esaurimento”.

Con riguardo, poi, all’articolo 6, paragrafo 1, della direttiva 2000/78/CE,
occorre rilevare che in detta disposizione, sotto il titolo “Giustificazione delle disparità di trattamento collegate all’età”, si legge: “1. Fatto salvo l’articolo 2, paragrafo 2, gli Stati membri possono prevedere che le disparità di trattamento in ragione dell’età non costituiscano discriminazione laddove esse siano oggettivamente e ragionevolmente giustificate, nell’ambito del diritto nazionale, da una finalità legittima, compresi giustificati obiettivi di politica del lavoro, di mercato del lavoro e di formazione professionale, e i mezzi per il conseguimento di tale finalità siano appropriati e necessari.
Tali disparità di trattamento possono comprendere in particolare:
a) la definizione di condizioni speciali di accesso all'occupazione e alla formazione professionale, di occupazione e di lavoro, comprese le condizioni di licenziamento e di retribuzione, per i giovani, i lavoratori anziani e i lavoratori con persone a carico, onde favorire l'inserimento professionale o assicurare la protezione degli stessi;
b) la fissazione di condizioni minime di età, di esperienza professionale o di anzianità di lavoro per l'accesso all'occupazione o a taluni vantaggi connessi all'occupazione;   
c) la fissazione di un'età massima per l'assunzione basata sulle condizioni di formazione richieste per il lavoro in questione o la necessità di un ragionevole periodo di lavoro prima del pensionamento».

È pertanto d’uopo verificare se un deteriore trattamento economico dei funzionari, come l’Avv. Maurizio Perelli, non compresi nel "ruolo a esaurimento", rispetto a quelli che, all'interno della medesima IX qualifica funzionale e poi nell’ “area C”, sono stati classificati come "ruolo a esaurimento", protraendosi (secondo l'interpretazione che delle norme interne dà il Ministero nel suo quarto motivo di ricorso in Cassazione) oltre un iniziale periodo transitorio, sia oggettivamente e ragionevolmente giustificato da una finalità legittima nell'ambito del diritto nazionale e se i mezzi per il conseguimento di tale finalità siano appropriati e necessari.
Ebbene, i CCNL che si sono succeduti non operano alcun riferimento agli obiettivi da essi perseguiti attraverso la reiterazione, nelle loro tabelle retributive, della differenza di retribuzione, all'interno della IX qualifica funzionale, tra i funzionari come l’Avv. Maurizio Perelli e i suoi colleghi del "ruolo a esaurimento". Nel ricorso in Cassazione, comunque, controparte non sviluppa nessun motivo al riguardo.
Certo (come ritenuto dalla Corte di giustizia nella sentenza Mario Vital Perez, C-416/13, punto 62, che cita le sentenze Palacios de la Villa, C-411/05, EU:C:2007:604, punti 56 e 57, e Commissione/Ungheria, C-286/12, EU:C:2012:687, punto 58) non si può dedurre dall’articolo 6, paragrafo 1, della direttiva 2000/78/CE che una mancanza di precisione della normativa nazionale di cui trattasi nel presente procedimento, riguardo allo scopo perseguito, abbia la conseguenza di escludere automaticamente che quest’ultima possa essere giustificata ai sensi della disposizione suddetta. In mancanza di una tale precisazione, è, invece, importante verificare se altri elementi, attinenti al contesto generale della misura interessata, consentano l’identificazione dell’obiettivo cui tende quest’ultima, al fine di esercitare un controllo giurisdizionale quanto alla sua legittimità e al carattere appropriato e necessario dei mezzi adottati per realizzare detto obiettivo.
Al riguardo va rilevato che dagli elementi del fascicolo sottoposto a codesta Corte non risulta che la discriminazione retributiva oggetto della presente causa possa essere ricompresa in una delle “disparità di trattamento" giustificabili ai sensi dell'art. 6 della direttiva 2000/78/CE. Negli atti di causa sottoposti a codesta Corte non vi sono elementi per giustificare “oggettivamente e ragionevolmente”, “nell’ambito del diritto nazionale”, come previsto dal predetto articolo 6, paragrafo 1, la disparità di trattamento, collegata indirettamente all’età, che l’Avv. Maurizio Perelli lamenta.
Occorrerebbe in ogni caso verificare se i mezzi adottati per conseguire eventuali finalità legittimanti la differenza di retribuzione siano appropriati e necessari.
Si deve, in proposito, far presente che (in linea con la sentenza della Corte di giustizia nella causa C-416/13, punto 67) se è vero che gli Stati membri dispongono di un ampio margine discrezionale nella scelta delle misure atte a realizzare i loro obiettivi in materia di politica sociale e di occupazione, tuttavia, tale margine discrezionale non può avere l’effetto di svuotare della sua sostanza l’attuazione del principio di non discriminazione, anche indiretta, in ragione dell’età (sentenze Age Concern England, C-388/07, EU:C:2009:128, punto 51, e Ingeniørforeningen i Danmark, C-499/08, EU:C:2010:600, punto 33).
Orbene, nessun elemento presentato a codesta Corte consente di ritenere che le condizioni (quali l’anzianità di servizio di almeno nove anni e sei mesi nella carriera direttiva, o le altre condizioni soggettive richieste dall'art. 1, comma 1, della legge 254/1988, come pure le condizioni di cui all'art. 1 e 2 del d.l. n. 9/1986 -condizioni tutte indirettamente riconducibili all'età di soggetti ai quali è peraltro riconosciuta la medesima idoneità riconosciuta all’Avv. Maurizio Perelli per lo svolgimento di identiche mansioni della IX qualifica funzionale-) per l’accesso ad un trattamento retributivo migliore rispetto a quello dell’Avv. Maurizio Perelli (per un periodo superiore al periodo transitorio di iniziale inquadramento nella IX qualifica funzionale) siano appropriate e necessarie con riguardo a nessuno degli obiettivi in astratto perseguibili ai sensi dell'art. 6, paragrafo 1, comma 1, della direttiva 2000/78/CE.

E ancora: si consideri che, ai punti 42 e 44 della sentenza dell'11/11/2014 nella causa C-530/13, la Corte di giustizia ha chiarito che il mantenimento di un regime retributivo che discrimini in relazione all’età, per asserita necessità di salvaguardare legittimi affidamenti di taluni soggetti favoriti, può esser ritenuto conforme all’art. 6, par. 1, comma 1, della direttiva 2000/78/CE solo se la discriminazione retributiva sia mantenuta per un periodo di tempo transitorio. Si legge, infatti, ai richiamati punti della sentenza resa in causa C-530/13:
"42 Per quanto riguarda il rispetto dei diritti acquisiti e la protezione del legittimo affidamento dei dipendenti pubblici favoriti dal regime anteriore per quanto attiene alla loro retribuzione, si deve osservare che essi costituiscono obiettivi legittimi di politica del lavoro e del mercato del lavoro che possono giustificare, per un periodo transitorio, il mantenimento delle retribuzione anteriori e conseguentemente di un regime discriminatorio in ragione dell’età (v., in tal senso, sentenza Hennigs e Mai, C 297/10 e C 298/10, EU:C:2011:560, punti 90 e 92).
… 44 Tali obiettivi non possono tuttavia giustificare una misura che mantiene in via definitiva, anche se soltanto per determinate persone, la differenza di trattamento in ragione dell’età che la riforma di un regime discriminatorio, nella quale tale misura si inserisce, intende eliminare. Una misura di tal genere, anche se idonea a garantire la tutela dei diritti acquisiti e del legittimo affidamento nei confronti dei dipendenti pubblici favoriti dal regime anteriore, non è atta a instaurare un regime non discriminatorio per i dipendenti pubblici sfavoriti da detto regime anteriore."

Pertanto, la disparità di trattamento derivante dall'art. 24, comma 4, del d.lgs. 29/93 e dall'art. 45 del d.lgs. 165/2001 (se intesi nel significato prospettato nel quarto motivo del ricorso del Ministero), nonchè derivante dall’art. 69, comma 3, ultimo periodo del d.lgs. 165/2001 e dai  succedutisi CCNL non può essere giustificata neppure ai sensi dell’articolo 6, paragrafo 1, comma 1, della direttiva 2000/78/CE.

Né -per sostenere che, nella fattispecie che ci occupa, non costituiscono discriminazione vietata le differenze di retribuzione tra l’Avv. Maurizio Perelli e i suoi colleghi del “ruolo a esaurimento”- si possono invocare le lettere a) e b) del comma 2 del paragrafo 1 dell’art. 6 della direttiva 2000/78/CE. Infatti:
4) nella lettera a) per un verso si asserisce che condizioni speciali di retribuzione possono non costituire discriminazione, ma per altro verso, si limita soggettivamente e oggettivamente tale eventualità in modo che non possa dirsi riferibile all’Avv. Maurizio Perelli;
5) nella lettera b) non si indica anche la disparità di retribuzione (la quale non può ricomprendersi tra i “vantaggi connessi all’occupazione”) tra le disparità di trattamento che possono dirsi -nei particolari casi che nella medesima lettera b) si precisano- non discriminatorie.     

In definitiva, la Corte di Cassazione dovrebbe riconoscere che l'art. 2, paragrafo 2, l'art. 4, paragrafo 1, e l'art. 6, paragrafo 1, della direttiva 2000/78/CE , devono essere interpretati nel senso che ostano ad una normativa nazionale, come quella di cui all'art. 24, comma 4, del d.lgs. 29/93 e all'art. 45 del d.lgs. 165/2001, se intesi, questi ultimi, nel significato prospettato nel quarto motivo del ricorso del Ministero. Ostano anche ad una normativa nazionale come l’art. 69, comma 3, ultimo periodo, del d.lgs. 165/2001 ove la si intenda capace di consentire ai succedutisi CCNL di confermare nel tempo la disparità di trattamento economico rispetto agli impiegati del c.d. ruolo “ad esaurimento”.
  
Inoltre, occorre considerare: A) la disciplina dell’onere della prova della discriminazione indiretta per età, ricavabile dall’art. 10 della direttiva 2000/78/CE; B) l’art. 16 della direttiva 2000/78/CE; C) l’art. 17 della direttiva 2000/78/CE; D) l’art. 18 della direttiva 2000/78/CE.
  
L’articolo 10 della direttiva 2000/78/CE prevede, tra l’altro, quanto segue:
<<Onere della prova.
1. Gli Stati membri prendono le misure necessarie, conformemente ai loro sistemi giudiziari nazionali, per assicurare che, allorché persone che si ritengono lese dalla mancata applicazione nei loro riguardi del principio della parità di trattamento espongono, dinanzi a un tribunale o a un'altra autorità competente, fatti dai quali si può presumere che vi sia stata una discriminazione diretta o indiretta, incomba alla parte convenuta provare che non vi è stata violazione del principio della parità di trattamento.
2. Il paragrafo 1 si applica fatto salvo il diritto degli Stati membri di prevedere disposizioni in materia di prova più favorevoli alle parti attrici.
...
5. Gli Stati membri non sono tenuti ad applicare il paragrafo 1 ai procedimenti in cui spetta al giudice o all'organo competente indagare sui fatti.>>.

Ebbene, dagli atti sottoposti a codesta Corte risulta evidente che l’Avv. Maurizio Perelli ha esposto ai giudici dei gradi di merito “fatti dai quali si può presumere che vi sia stata una discriminazione indiretta” a suo danno e risulta parimenti evidente che il Ministero non ha provato che non vi è stata violazione del principio della parità di trattamento.
E si consideri che l’Italia ha il dovere di prendere le misure necessarie, conformemente al suo sistema giudiziario, per assicurare che incomba alla parte convenuta (come impone il comma 1 dell’art. 10 appena sopra riportato) provare che non vi è stata violazione del principio della parità di trattamento.

L’art. 16 della direttiva 2000/78/CE prevede che:
 <<Conformità.
Gli Stati membri prendono le misure necessarie per assicurare che:
a) tutte le disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative contrarie al principio della parità di trattamento siano abrogate;
b) tutte le disposizioni contrarie al principio della parità di trattamento contenute nei contratti di lavoro o nei contratti collettivi, nei regolamenti interni delle aziende o nelle regole che disciplinano il lavoro autonomo e le organizzazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro siano o possano essere dichiarate nulle e prive di effetto oppure siano modificate>>.
Al riguardo appare importante quanto si legge ai punti 48 e 49 della sentenza della Corte di giustizia dell'11/11/2014 nella causa C-530/13 Leopold Schmitzer contro Bundesministerin für Inneres:
"48 Occorre rammentare la giurisprudenza della Corte secondo la quale il diritto alla parità di trattamento, che deriva dal principio di non discriminazione in ragione dell’età ai sensi dell’articolo 2 della direttiva 2000/78, costituisce un diritto che può essere rivendicato da un singolo nei confronti di un’autorità pubblica (v., in tal senso, sentenza Römer, C 147/08, EU:C:2011:286, punto 56 e giurisprudenza ivi citata).
49 A tale proposito l’articolo 9 della direttiva 2000/78 dispone che gli Stati membri provvedono affinché tutte le persone che si ritengono lese da una discriminazione possano far valere i propri diritti. L’articolo 16 di tale direttiva, dal canto suo, impone agli Stati membri di adottare le misure necessarie affinché le disposizioni contrarie al principio della parità di trattamento contenute nei contratti di lavoro o nei contratti collettivi siano o possano essere dichiarate nulle e prive di effetto oppure siano modificate."

Ebbene, se si intendono l’art. 24, comma 4, del d.lgs. 29/1993 nonché l’art. 45 del d.lgs. 165/2001 come li intende il Ministero nel quarto e terzo dei suoi motivi di ricorso in Cassazione, e se, correlativamente, si ritiene che con l’art. 69, comma 3, ultimo periodo, del d.lgs. 165/2001 il legislatore abbia consentito ai succedutisi CCNL di confermare nel tempo (ben oltre il periodo transitorio individuato -attraverso il riferimento al “primo contratto collettivo di comparto”- dall’art. 25, comma 4, ultimo periodo, del d.lgs. 29/1993) e, addirittura, di implementare il privilegio retributivo a favore degli impiegati del c.d. ruolo “ad esaurimento”, si potrà sostenere che l'Italia ha rispettato l’art. 16 della direttiva 2000/78/CE? In particolare, si potrà sostenere che ha rispettato l’obbligo di adottare le misure necessarie affinchè le disposizioni contrarie al principio della parità di trattamento contenute nei contratti di lavoro o nei contratti collettivi siano o possano essere dichiarate nulle e prive di effetto oppure siano modificate ?

L’articolo 17 della direttiva 2000/78 prevede quanto segue:
<<Sanzioni.
Gli Stati membri determinano le sanzioni da irrogare in caso di violazione delle norme nazionali di attuazione della presente direttiva e prendono tutti i provvedimenti necessari per la loro applicazione. Le sanzioni, che possono prevedere un risarcimento dei danni, devono essere effettive, proporzionate e dissuasive. Gli Stati membri notificano le relative disposizioni alla Commissione entro il 2 dicembre 2003 e provvedono poi a notificare immediatamente le eventuali modificazioni successive.>>

E’ evidente che se si intendono l’art. 24, comma 4, del d.lgs. 29/1993 nonché l’art. 45 del d.lgs. 165/2001 come li intende il Ministero nel quarto e terzo dei suoi motivi di ricorso in Cassazione, e se, correlativamente, si ritiene che con l’art. 69, comma 3, ultimo periodo, del d.lgs. 165/2001 il legislatore abbia consentito ai succedutisi CCNL di confermare nel tempo (ben oltre il periodo transitorio individuato -attraverso il riferimento al “primo contratto collettivo di comparto”- dall’art. 25, comma 4, ultimo periodo, del d.lgs. 29/1993) e, addirittura, di implementare il privilegio retributivo a favore degli impiegati del c.d. ruolo “ad esaurimento”, allora dovrà dichiararsi che l’Italia ha anche violato tutti gli obblighi che, in tema di discriminazione indiretta per età, su di essa gravano in forza dell’art. 17 della direttiva 2000/78/CE.

L’articolo 18 della direttiva 2000/78/CE prevede, tra l’altro, quanto segue:
<<Attuazione.
Gli Stati membri adottano le disposizioni legislative, regolamentari e amministrative necessarie per conformarsi alla presente direttiva entro il 2 dicembre 2003 o possono affidare alle parti sociali, a loro richiesta congiunta, il compito di mettere in atto la presente direttiva per quanto riguarda le disposizioni che rientrano nella sfera dei contratti collettivi. In tal caso gli Stati membri si assicurano che, entro il 2 dicembre 2003, le parti sociali stabiliscano mediante accordo le necessarie disposizioni, fermo restando che gli Stati membri devono prendere le misure necessarie che permettano loro di garantire in qualsiasi momento i risultati imposti dalla direttiva. Essi ne informano immediatamente la Commissione. ...>>

E’ evidente che se si intendono l’art. 24, comma 4, del d.lgs. 29/1993 nonché l’art. 45 del d.lgs. 165/2001 come li intende il Ministero nel quarto e terzo dei suoi motivi di ricorso in Cassazione, e se, correlativamente, si ritiene che con l’art. 69, comma 3, ultimo periodo, del d.lgs. 165/2001 il legislatore abbia consentito ai succedutisi CCNL di confermare nel tempo (ben oltre il periodo transitorio individuato -attraverso il riferimento al “primo contratto collettivo di comparto”- dall’art. 25, comma 4, ultimo periodo, del d.lgs. 29/1993) e, addirittura, di implementare il privilegio retributivo a favore degli impiegati del c.d. ruolo “ad esaurimento”, allora dovrà dichiararsi che l’Italia ha anche violato in maniera grave tutti gli obblighi che, in tema di discriminazione indiretta per età, su di essa gravano in forza dell’art. 18, comma 1, della direttiva 2000/78/CE.

In conclusione, in ordine ai rapporti tra normativa interna e diritto dell’Unione direttamente applicabile, si deve riconoscere che se codesta Corte non riterrà di poter pervenire ad una interpretazione dell’art. 24, comma 4, del d.lgs. 29/1993 nonché dell'art. 45 e dell'art. 69, comma 3, ultimo periodo, del d.lgs. 165/2001 nel senso prospettato da questa difesa (interpretazione capace di rendere tali disposizioni conformi al diritto dell’U.E. direttamente applicabile) allora codesta Corte medesima dovrà disapplicare le citate disposizioni di diritto interno in quanto contrastanti col diritto dell’Unione direttamente applicabile e dovrà rigettare (oltre che il terzo, anche) il quarto motivo del ricorso ministeriale.
Altrimenti si chiede a codesta Corte -quale giudice di ultima istanza a ciò tenuto in base all’art. 267, comma 3,  TFUE- di proporre alla Corte di giustizia questioni pregiudiziali sull’interpretazione (alla luce dell’articolo 21, paragrafo 1, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea) dell’art. 2, paragrafi 1 e 2; dell’art. 4, paragrafo 1; dell'art. 6, paragrafo 1; dell’art. 10; dell’art. 16; dell’art. 17; dell’art. 18 della direttiva 2000/78/CE al fine di valutare se essi ostino ad una normativa interna quale quella rilevante nella presente causa.

 

PUNTO SEI
ECCEZIONE DI ILLEGITTIMITA’ COSTITUZIONALE.
Si propone eccezione di costituzionalità per l’ipotesi in cui codesta Corte ritenga di aderire all’interpretazione dell’art. 45, comma 2, del d.lgs. 165/01 prospettata dal quarto (e anche dal terzo) motivo di ricorso ministeriale e nel contempo ritenga:
- che la norma transitoria di cui al comma 3, ultimo periodo, dell’art. 69 del d.lgs. 165/01 (anche il comma 4 dell’art. 25 del d.lgs. 29/1993 è stato, infatti, abrogato dall’art. 72, lettera t, del d.lgs. 165/01) debba intendersi come attribuzione (addirittura retroattiva), anche ai CCNL successivi al “primo contratto collettivo di comparto” citato dal quarto comma, ultimo periodo, dell’art. 25 del d.lgs. 29/1993, del potere di confermare nel tempo e, addirittura, di implementare quella disparità di trattamento retributivo rispetto agli impiegati del c.d. ruolo “ad esaurimento” che è stata lamentata  con successo dal Dott. Maurizio Perelli con il ricorso accolto dalla Corte d’appello di Roma;
- che il comma 4 dell’art. 2 del d.l. 9/1986 (per cui “Il trattamento iniziale della nona qualifica funzionale non può essere superiore al 92 per cento del trattamento iniziale del direttore di divisione del ruolo a esaurimento”) non avesse già il contenuto di imporre ai CCNL successivi il riconoscimento, a favore dei funzionari della ex IX qualifica funzionale come il Dott. Maurizio Perelli, di una retribuzione pari a quella dei funzionari del ruolo “ad esaurimento”, anch’essi confluiti nella IX qualifica funzionale;
- che nemmeno si debbano disapplicare (come invece chiesto, in via subordinata, nel precedente punto 6 di questa memoria, per contrasto con norme del diritto dell’Unione europea direttamente applicabili) l’art. 45, comma 2, e l’art. 69, comma 3, ultimo periodo, del d.lgs. 165/2001, nonché le tabelle retributive dei succedutisi CCNL che sull’ultimo periodo del detto comma 3 dell’art. 69 hanno preteso di fondare la disparità di trattamento economico lamentata dal Dott. Maurizio Perelli.

In particolare, nella detta ipotesi interpretativa si chiede a codesta Corte di riconoscere fondamentale l’insegnamento della sentenza della Corte costituzionale n. 228/1997, la quale ha chiaramente affermato che spazi di privilegio per gli impiegati delle ex qualifiche “ad esaurimento” sono costituzionalmente legittimi solo se temporanei ed, in quanto tali, inseribili in una “legislazione di trapasso dei sistemi ordinamentali del personale del ministero” (così la Corte sintetizza al punto 2.1, in fine, del “considerato in diritto”). 
In particolare, codesta Corte, in linea con la sentenza della Corte costituzionale n. 228/1997, dovrebbe riconoscere incostituzionale la (eventualmente ritenuta) carenza di transitorietà del privilegio retributivo accordato agli impiegati dell’ex ruolo “ad esaurimento” e, conseguentemente, dovrebbe sollevare questione di legittimità costituzionale dell’art. 45, comma 2, del D.Lgs. 165/2001, nonché dell’art. 69, comma 3, ultimo periodo, del d.lgs. 165/2001, nonché dell’art. 2, comma 4, del d.l. 9/1986: ciò in relazione all'articolo 3 Cost. (per violazione del principio di ragionevolezza e di uguaglianza), nonché in relazione agli articoli 4 Cost. (per violazione del diritto al lavoro), 35, comma 1, Cost. (per violazione del diritto alla tutela del lavoro in tutte le sue forme e applicazioni), 36, comma 1, Cost. (per violazione del diritto ad una retribuzione proporzionata alla qualità del lavoro) e 97 Cost. (per violazione del principio del buon andamento e imparzialità degli uffici pubblici).  Con riguardo, ovviamente, al solo art. 69, comma 3, ultimo periodo, del d.lgs. 165/2001, la q.l.c. dovrebbe esser proposta per violazione dell’art. 76 Cost. (difetto di delega in relazione all’art. 2 della legge 421/1992).
La articolata q.l.c. dovrà sollevarsi, ovviamente, qualora non si ritenga di poter addivenire ad una interpretazione dell’art. 45, comma 2, del d.lgs. 165/2001, nonché dell’art. 69, comma 3, ultimo periodo, del d.lgs. 165/01, nonché dell’art. 2, comma 4, del d.l. 9/1986, la quale attribuisca a tali disposizioni la funzione di individuare il limite (inderogabile dalla contrattazione collettiva e verificabile dal giudice quanto a suo effettivo superamento), che la contrattazione collettiva del comparto ministeri incontrava e incontra nel derogare al principio di parità di trattamento retributivo di mansioni uguali di ben determinate e ristrette categorie di impiegati.
Si ribadisce: le questioni interpretative che si agitano nella presente causa hanno un ristretto ambito di rilevanza “di comparto”.
Si evidenzia, peraltro, che l’interpretazione della normativa rilevante suggerita da questa difesa non cozza col principio generale per cui è normalmente (cioè in tutti i casi nei quali non ricorrano particolari regolazioni di diritto positivo eccezionali, come è nel caso del comparto che ci occupa) il CCNL ad essere arbitro delle retribuzioni di categorie di dipendenti pubblici che svolgano le stesse mansioni.
Ma, pure si ribadisce, una interpretazione capace di evitare la proposizione, da parte della Cassazione, di una articolata q.l.c. è possibile: essa, è supportata pure dallo ius superveniens sopra esaminato e di cui codesta Corte deve fare applicazione anche ai fini di interpretazione sistematica; inoltre, appare essere una interpretazione doverosa, in quanto orientata al necessario rispetto dei succitati articoli della Costituzione. 

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