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Non bastano più le regole sul CNF-giudice a garantire la costituzionalità di quel giudice speciale

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(da www.servizi-legali.it ) FIGURIAMOCI, DUNQUE, SE BASTEREBBERO A GARANTIRE LA COSTITUZIONALITA' DI UN NUOVO (PER COMPOSIZIONE E PER PROVVISTA DI GIURISDIZIONE <il CNF sarebbe nuovo giudice dei nuovi provvedimenti dei nuovi Consigli distrettuali di disciplina>) GIUDICE SPECIALE-C.N.F. CHE LA RIFORMA FORENSE, ORA ALL'ESAME DEL PARLAMENTO, ISTITUISSE.

MA ANDIAMO PER GRADI. Le SS.UU. della Cassazione, con sentenza del 23 marzo 2005, n. 6213, affermarono: "Il Consiglio nazionale forense, allorchè pronuncia in materia disciplinare, è un giudice speciale istituito con d.lgs. lgt. 23 novembre 1944, n. 382, e tuttora legittimamente operante giusta la previsione della VI disp. transitoria della Costituzione. Le norme che lo concernono, nel disciplinare rispettivamente la nomina dei componenti del Consiglio nazionale ed il procedimento che davanti al medesimo si svolge, assicurano – per il metodo elettivo della prima e per la prescrizione, quanto al secondo, dell’osservanza delle comuni regole processuali e dell’intervento del P.M. – il corretto esercizio della funzione giurisdizionale affidata al suddetto organo in tale materia, con riguardo all’indipendenza del giudice, all’imparzialità dei giudizi e alla garanzia del diritto di difesa (v. Corte cost., sent. n. 284 del 1986). E’, pertanto, manifestamente infondata,in riferimento agli artt. 24, 97 e 111 Cost., la questione di legittimità costituzionale delle disposizioni sul procedimento disciplinare innanzi al predetto Consiglio Nazionale Forense, non potendo incidere sulla legittimità costituzionale di detta normativa neanche la circostanza che al Consiglio spettino anche funzioni amministrative,in quanto, come evidenziato anche dalla Corte costituzionale, non è la mera consistenza delle due funzioni a menomare l’indipendenza del giudice, bensì il fatto che le funzioni amministrative siano affidate all’organo giurisdizionale in una posizione gerarchicamente sottordinata, essendo in tale ipotesi immanente il rischio che il potere dell’organo superiore indirettamente si estenda anche alle funzioni giurisdizionali (v.,tra le altre, Corte cost., sent. n. 73 del 1970, n. 128 del 1974, n. 284 del 1986,cit.)."

MI PARE UN ERRORE E COMUNQUE ORMAI A TERZIETA' DEL GIUDICE DELLA DISCIPLINA E DELLA TENUTA DEGLI ALBI FORENSI VA RINSALDATA, VISTO CHE S'E' RINSALDATA LA TERZIATA'  DEL SANZIONATORE AMMINISTRATIVO IN TEMA DI DISCIPLINA (Consigli distrettuali di disciplina). Se non la rinsalderà il Parlamento (approvando una riforma forense che non sia monca e abbia il coraggio di dire che il CNF non può più essere giudice speciale) dovrà essere la Corte costituzionale a smontare tutto il sistema assurdamente corporativo della giurisdizione domestica del CNF.

Inoltre va meditato quel che affermò Cass., sez. un., 07-02-2006, n. 2509, la cui massima recita: "È manifestamente infondata, alla luce della sentenza n. 262 del 2003 della corte costituzionale, la questione di legittimità costituzionale della intera disciplina del procedimento disciplinare a carico degli avvocati, che, a causa del numero ristretto dei componenti dell’organo disciplinare, può rendere difficoltoso garantire la terzietà del giudice attraverso un adeguato meccanismo di incompatibilità, in quanto l’eliminazione dell’inconveniente potrebbe verificarsi non mediante la correzione di un dettaglio che non alteri il sistema normativo da parte della corte costituzionale, ma solo a mezzo del venir meno di tale giurisdizione speciale e domestica, ovvero con una radicale modifica dell’intero sistema, di competenza del legislatore e non della corte costituzionale (nella specie, l’avvocato sottoposto a procedimento disciplinare aveva sollevato la questione di legittimità costituzionale rilevando che il collegio che aveva deciso sull’istanza di ricusazione da lui proposta era stato composto in parte da giudici da lui ricusati, e che la normativa vigente non consentiva mediante adeguate sostituzioni di porre rimedio a situazioni di incompatibilità)."

Riporto alcuni passi della sentenza delle SSUU 2509/2006:"... Sotto altro profilo l'avv.to S. rileva che a comporre il collegio che ha deciso sulla ricusazione sono intervenuti giudici da lui ricusati e, dato atto che attraverso un susseguirsi di incompatibilità "a catena" questa partecipazione era inevitabile chiede a queste Sezioni Unite di sollecitare l'intervento della Corte Costituzionale che dichiari l'incostituzionalità del sistema e quindi trasferisca la materia alla competenza della giurisdizione ordinaria. Invoca a sostegno della sua tesi la sentenza n. 262/2003 della Corte Costituzionale. Il motivo deve essere rigettato (rectius essere dichiarato manifestamente infondato) proprio alla luce della sentenza 262/2003. Invero la Corte ha dato atto che nel caso di giurisdizioni speciali devolute ad organi con un numero ristretto di componenti può essere difficoltoso (o impossibile) garantire la terzietà del giudice attraverso adeguati meccanismi di incompatibilità. Non ha però, come vorrebbe il ricorrente, affermato che in simili ipotesi debba essere travolta la giurisdizione speciale e sostituita con la giurisdizione ordinaria. Ha solo affermato che compete alla Corte Costituzionale verificare se vi siano norme organizzative del giudice speciale che possano essere eliminate facilitando così il rispetto del principio di terzietà, ed ha identificato tale possibilità nella dichiarazione di illegittimità costituzionale della L. 24 marzo 1958, n. 195, art. 4 (norme sulla costituzione e sul funzionamento del Consiglio superiore della magistratura), nel testo modificato dalla L. 28 marzo 2002, n. 44, art. 2 nella parte in cui non prevede l'elezione da parte del Consiglio superiore della magistratura di ulteriori membri supplenti della sezione disciplinare. Come si vede è stato così apportata una correzione di dettaglio che non altera il sistema disciplinare dei magistrati ordinari.
Nel caso di specie, invece, lo stesso ricorrente riconosce che la eliminazione dell'inconveniente (che potrebbe verificarsi in ipotesi analoghe anche avanti al CSM pur dopo la sentenza 262/2003) condurrebbe ad una radicale modifica dell'intero sistema, con il venir meno della stessa "giurisdizione domestica", cioè con l'apertura di opzioni che sono di competenza del legislatore e non certo della Corte Costituzionale.
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la lesione alla terzietà deriva, come sottolineato dalla numerosa giurisprudenza in materia, solo da atti che comportano una significativa pre - valutazione del merito

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Giova ... ricordare che il R.D. n. 1578 del 1933, adeguandosi del resto ad una tradizione secolare, ha previsto e regolato una forma di "governo autonomo" della classe forense in qualche misura analoga al regime istituito per la magistratura dalla Costituzione del 1948 in coordinato di posto con le leggi anteriori.
La legge indica perciò in termini molto generici gli estremi dell'illecito disciplinare affermando (art. 38) che i professionisti i quali "si rendano colpevoli di abusi o mancanze nell'esercizio della loro professione o comunque di fatti non conformi alla dignità e al decoro professionale sono sottoposti a procedimento disciplinare" (a sua volta l'art. 17 parla di condotta "specchiata ed illibata"). E nel contempo prevede che la valutazione di questi illeciti avvenga davanti ai Consigli territoriali e quindi, in sede di impugnazione, ad opera del Consiglio Nazionale Forense. Le decisioni del Consiglio Nazionale Forense in materia disciplinare sono impugnabili dinanzi alle sezioni unite della Corte di Cassazione, ai sensi del R.D.L. 27 novembre 1933, n. 1578, art. 56, comma 3, convertito, con modificazioni, dalla L. 22 gennaio 1934, n. 36, soltanto per incompetenza, eccesso di potere e violazione di legge. Le disposizioni di carattere sostanziale, lette in connessione con quelle di carattere procedurale e processuale, demandano dunque al "governo autonomo" la individuazione degli illeciti disciplinari (e di questa autonomia è espressione anche il "codice deontologico" approvato dal CNF). Ponendo in essere un regime analogo a quello tutt'ora vigente per la magistratura ordinaria (e che verrà meno solo con la "tipizzazione" degli illeciti in base alla legge delega 150/2005).
In simile quadro deve essere in primo luogo affrontata la eccezione di illegittimità costituzionale del R.D.L. n. 1578 del 1933, art. 56 nella parte in cui non prevedrebbe che gli organi disciplinari debbano osservare le norme costituzionali ed i principi informatori della materia.
Essa è infondata in quanto addebita al sistema legislativo un vizio che non sussiste, così come non sussiste in ordine alla normativa disciplinare dei magistrati ordinari.
È infatti agevolmente deducibile dal sistema che la discrezionalità dell'organo rappresentativo della categoria nella ricostruzione dei principi deontologici, si svolge all'interno dei binari tracciati dalla legge, ed in primo luogo dalla legge Costituzionale.
Dunque è indubbio che non possa costituire illecito disciplinare l'esercizio di doveri o diritti (primo fra tutti quello di difesa posto dall'art. 24 Cost.).
Il problema che pone la pronuncia del Consiglio Nazionale Forense è piuttosto se, in sede disciplinare, possano essere censurate condotte non contrarie alla legge, ma non poste sotto l'usbergo dei principi costituzionali.
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Questa Corte ha infatti costantemente affermato che la deontologia professionale (dei liberi professionisti, come dei magistrati...) ben può come emerge dal termine stesso di "abuso", vietare comportamenti che sotto altri profili, penalistici o civilistici, non appaiono in contrasto con la legge".

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