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Avvocato non comunica a Cassaforense il suo volume d'affari? SOSPESO DALL'ALBO

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Le Sezioni Unite civili della Cassazione, con sentenza 7 giugno 2012, n. 9184, aprono un "nuovo fronte rigoristico" nei confronti degli avvocati, statuendo che deve esser sospeso dall'albo a tempo indeterminato l’avvocato che non abbia comunicato alla Cassa forense il proprio volume d’affari. Il Supremo giudice della disciplina forense e dell'iscrizione all'albo degli avvocati (tali sono le Sezioni Unite Civili della Cassazione) ha ritenuto irrilevante il fatto che l'avvocato che era stato sospeso dall'albo non fosse iscritto alla Cassa Forense; ha ritenuto che dall'obbligo di comunicazione del volume d'affari alla Cassa siano esentati solo i praticanti avvocati.

Si legge nella newsletter di Cassaforense un articolo di Marcello Bella dal titolo "Le Sezioni Unite affermano definitivamente il principio che il modello 5 va inviato da tutti gli iscritti all'Albo, ancorché non iscritti alla Cassa" . Scrive Marcello Bella: 
"L’art. 17 della legge n. 576/80 dispone testualmente che “tutti gli iscritti agli albi degli avvocati e dei procuratori nonché i praticanti procuratori iscritti alla Cassa devono comunicare alla Cassa, con lettera raccomandata, da inviare entro trenta giorni ….., l’ammontare del reddito professionale di cui all’art. 10 dichiarato ai fini dell’IRPEF, nonché il volume d’affari dichiarato ai fini dell’IVA nel medesimo anno”.
In base all’art. 17 della legge n. 576/80, nonché in base ai regolamenti attualmente vigenti, dunque, l’obbligo dell’invio della dichiarazione reddituale (c.d. mod. 5) sussiste per tutti i professionisti che, nel corso dell’anno cui si riferisce la dichiarazione, risultano iscritti – anche per frazione d’anno – all’albo professionale, indipendentemente dal fatto che le dichiarazioni fiscali siano state o meno presentate o siano negative e a prescindere da ogni considerazione in ordine all’effettivo esercizio della professione forense (sussistenza di situazioni di incompatibilità, ecc.).
La norma, invero, appare di agevole interpretazione, eppure recente giurisprudenza di merito aveva messo in dubbio il principio in questione ritenendo che l’obbligo di invio del modello 5 gravasse su tutti gli avvocati iscritti contemporaneamente sia all’albo che alla Cassa, ritenendo che fossero esonerati da tale obbligo gli avvocati che, ancorché iscritti agli albi, non fossero, tuttavia, iscritti anche alla Cassa. Tale interpretazione era nata a seguito di due pronunce della Sezione Lavoro della Suprema Corte, la n. 233/2006 e la n. 24784/2009, che avevano affermato la necessaria contemporanea iscrizione sia all’albo degli avvocati, sia alla Cassa affinché sorgesse tale obbligazione, ancorché, invero, tali due pronunce fossero relative a casi assolutamente peculiari, trattandosi in entrambi i casi di avvocati stranieri esercitanti la professione in Italia, ma iscritti a Casse previdenziali estere (per la precisione, rispettivamente francese e tedesca).
Tali due pronunce, invero, avevano suscitato alcune perplessità nei lettori e negli attenti giuristi, poiché solo pochi mesi prima sempre la Sezione Lavoro della Suprema Corte aveva affermato il principio contrario, ovvero l’insorgenza dell’obbligo dichiarativo sulla base della sola iscrizione all’albo degli avvocati, senza che fosse necessaria anche l’iscrizione alla Cassa (Cass., Sez. Lav., n. 15109/05), relativo ad avvocato italiano in situazione di incompatibilità e anche in tal caso la Corte aveva affermato con chiarezza che la situazione di incompatibilità non incide sulla sussistenza dell’obbligo, che resta fermo per il solo fatto di conservare un’iscrizione ad un albo professionale, pur non ricorrendone i presupposti, (come, appunto in caso di incompatibilità: in tal caso si trattava di un dipendente di una società privata per azioni).
Da ultimo, la recentissima sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione, n. 9184 del 7 giugno 2012, pronunciandosi a proposito di una sanzione disciplinare irrogata ad un iscritto all’albo degli avvocati per non avere ottemperato proprio all’obbligo di invio della dichiarazione in questione, ha ritenuto non condivisibile il principio di diritto enunciato, un po’ frettolosamente e con un’affermazione apodittica avente quasi carattere di generalità, nelle precedenti menzionate decisioni della Sezione Lavoro, n. 233/2006 e n. 24784/2009, ritenendo che l’uso della congiunzione “nonché” nell’art. 17 della legge n. 576/80, che separa l’indicazione delle prime due categorie professionali, quelle degli avvocati e dei procuratori, dalla terza, quella dei praticanti, è caratterizzata da un chiaro elemento semantico di riferibilità, soltanto a questi ultimi, delle successive parole “iscritti alla Cassa”.
Gli ermellini, difatti, nella summenzionata sentenza, aderendo alla tesi interpretativa della Cassa, hanno ritenuto che la succitata interpretazione trovi riscontro, sotto il profilo sistematico, nella disciplina contenuta nell’art. 22 della stessa legge n 576/80 che prevede l’obbligo di iscrizione alla Cassa per gli avvocati che esercitano la professione forense con carattere di continuità, mentre per i praticanti abilitati al patrocinio l’iscrizione ha carattere facoltativo (nello stesso senso, nella giurisprudenza di merito, Trib. Palermo n. 452/2012; Trib. Roma n. 3880/2012; Trib. Nocera Inferiore n. 2980/2011; Trib. Chiavari n. 183/2011; Trib. Pisa n. 154/2011; Trib. Bergamo n. 801/2011; Consiglio Nazionale Forense n. 59 e n. 79/2011).
Le Sezioni Unite ritengono dunque espressamente non condivisibile il principio affermato, con carattere di generalità e non per i soli casi del tutto particolari degli avvocati cittadini di Paesi dell’Unione Europea iscritti in Casse previdenziali straniere, dalla Sezione Lavoro con le ripetute sentenze del 2006 e del 2009, precisando che l’interpretazione fornita con tali due precedenti, “oltre a non rispondere all’effettivo dato letterale della disposizione per le ragioni in precedenza esposte, si palesa apodittica, nella parte in cui esclude che il requisito della già sussistente iscrizione alla Cassa sia riferibile ai soli praticanti, non cogliendo le ragioni di tale distinzione e nel considerare la ratio della disposizione, pur correttamente individuata nell’esigenza di conoscere i flussi di reddito dei professionisti in questione, non tiene conto tuttavia che tale conoscenza non è solo funzionale alla determinazione dei contributi dovuti da chi già risulti iscritto ma anche all’accertamento dei requisiti reddituali o di volume di affari in presenza dei quali, per gli avvocati non ancora iscritti, sorge l’obbligo dell’iscrizione, cui provvede in via sostitutiva e d’ufficio, nei casi di mancata domanda dell’interessato, ai sensi dell’art. 22 co. 2 L. 576/80, la giunta esecutiva dell’ente. Tale potere quest’ultima non sarebbe in grado di esercitare, se non disponesse di uno strumento di conoscenza dei dati patrimoniali sopra indicati, proveniente dagli stessi soggetti potenzialmente tenuti agli obblighi di iscrizione e contribuzione de quibus, quale è la dichiarazione di acui all’art. 17 citato”. Le Sezioni Unite concludono affermando che la scelta legislativa di imporre anche ai non iscritti alla Cassa la comunicazione reddituale è motivata dalle meritevoli esigenze sociali di garantire l’effettività dell’obbligo di iscrizione, ai fini dell’assistenza e previdenza obbligatoria della categoria professionale, nello stesso interesse dei relativi appartenenti.
A questo punto è opportuna un’ulteriore riflessione proprio sugli avvocati appartenenti a Paesi dell’Unione Europea iscritti anche agli albi italiani, ma ad un ente di previdenza straniero, di cui trattavano le due pronunce della Suprema Corte del 2006 e del 2009, poiché la chiara interpretazione sia letterale che sistematica che forniscono della norma in questione (art. 17 della legge n. 576/80) le Sezioni Unite deve indurre la stessa Corte ad una rilettura a proposito di tale specifica situazione, che non pare differenziarsi, per lo meno sulla scorta degli elementi addotti dalla Sezione Lavoro per giustificare l’esenzione dall’obbligo di invio del modello 5, dalla situazione degli avvocati italiani iscritti ai soli albi degli avvocati e non anche alla Cassa.
Si rammenta, infatti, che l’art. 14 bis, par. 2, del Regolamento CE n. 1408/71, statuisce che nei casi di attività professionale esercitata nel territorio di due o più Stati membri, si fa ricorso al criterio sussidiario della residenza per la determinazione della legislazione previdenziale applicabile, fermo restando che, se lo Stato di residenza è diverso rispetto a quelli di esercizio professionale, la legislazione applicabile sarà quella dello Stato membro nel cui territorio viene esercitata l’attività principale.
Si precisa, peraltro, che la norma di cui sopra è stata abrogata dall’art. 90 del Regolamento CE n. 883/04 e sostituita dall’art. 13 del citato Regolamento ove al comma 2 è stabilito che “la persona che esercita abitualmente un’attività lavorativa autonoma in due o più Stati membri è soggetta alla legislazione dello Stato membro di residenza se esercita una parte sostanziale della sua attività in tale Stato membro, oppure alla legislazione dello Stato membro in cui si trova il centro di interessi delle sue attività, se non risiede in uno degli Stati membri nel quale esercita una parte sostanziale della sua attività”. Da quanto esposto, si rileva che l’art. 13 del Regolamento CE n. 883/04, nel disciplinare l’ipotesi di cittadini comunitari che svolgono attività professionale in più Stati membri, ha confermato per l’individuazione della normativa applicabile il criterio della residenza aggiungendo l’ulteriore requisito relativo alla circostanza che il professionista svolga nello stato di residenza “una parte sostanziale della sua attività”.
Orbene, è evidente che, in presenza di casi sempre più ricorrenti di doppia residenza, in Italia e all’estero, per poter valutare dove il professionista svolga in effetti la parte sostanziale della sua attività, non si possa prescindere da criteri obiettivi, uno dei quali e, forse, il più significativo, non può che essere il criterio del reddito. In altri termini, se l’avvocato straniero iscritto anche ad un albo italiano non comunica i propri redditi prodotti nel territorio italiano, appare arduo stabilire in quale Stato membro il professionista eserciti la sua attività in misura preponderante (o sostanziale) e, per l’effetto, la disciplina previdenziale a lui applicabile.
Di talché, ragionevolmente, la giurisprudenza del lavoro dovrà opportunamente riconsiderare il precedente orientamento con riferimento alla fattispecie dell’avvocato straniero iscritto agli albi italiani per quanto concerne i risvolti previdenziali, non potendo prescindere da un’attenta analisi del ragionamento sviluppato dalle Sezioni Unite e dal conseguente principio di diritto affermato."

LEGGI DI SEGUITO A SENTENZA 7 GIUGNO 2012, N. 9184, DELLE SEZIONI UNITE CIVILI DELLA CASSAZIONE ...

"SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE
SEZIONI UNITE CIVILI
Sentenza 7 giugno 2012, n. 9184
Svolgimento del processo
Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Pescara, con deliberazione dell’8 luglio 2010, a conclusione del procedimento avviato ai sensi della Legge n. 576 del 1980, art. 17, comma 5, su segnalazione del Servizio Tributi della Cassa Nazionale di Previdenza ed Assistenza Forense, sospese a tempo indeterminato dall’esercizio della professione l’avvocato C.B., iscritto nel locale albo, per aver il medesimo omesso di ottemperare alla richiesta di invio al suddetto ente previdenziale del c.d. “Modello 5/2002”, relativo al volume di affari prodotto e dichiarato al fisco nell’anno 2001.
Avverso il suddetto provvedimento il suddetto professionista propose tempestivo ricorso al
Consiglio Nazionale Forense, deducendo l’estinzione della subita “misura cautelare accessoria”
per prescrizione, quale conseguenza di quella, già ritenuta dal C.O.A., dell’illecito disciplinare di cui all’art. 15 del Codice Deontologico Forense e, nel merito, di non essere tenuto all’invio del citato “modello. 5”, in mancanza della propria iscrizione alla Cassa Nazionale di Previdenza ed Assistenza Forense, a tanto non essendo sufficiente quella all’albo professionale, al riguardo richiamando l’interpretazione dell’art. 17, comma 1 della legge sopra citata fornita da due sentenze (le nn. 233/06 e 24784/09) della Sezione Lavoro di questa Corte.
Il ricorso, cui aveva resistito il C.O.A. di Pescara, veniva respinto dal C.N.F. con decisione n. 307 del 24.2.2011, depositata e pubblicata il 1.6.2011, ritenendo:
a) che la permanenza della condotta omissiva contestata avesse comportato la non decorrenza
del termine prescrizionale;
b) l’ineludibilità dell’obbligo di comunicazione, nella specie rimasto inevaso, sussistente a carico di “ogni avvocato italiano”;
c) l’inconferenza della richiamata giurisprudenza, in quanto relativa a casi di avvocati esercenti in Italia, ma iscritti in albi professionali e casse previdenziali di paesi esteri appartenenti all’Unione Europea.
Avverso tale decisione l’avv. C. ha proposto tempestivo ricorso a queste Sezioni Unite, affidato ad un unico motivo.
L’intimato Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Pescara non ha svolto attività difensiva.
Motivi della decisione.        Con l’unico motivo di ricorso si censura, per “violazione della Legge n. 576 del 1980, art. 17, comma 1, in relazione al R.D.L. n. 1578 del 1933, art. 56, comma 3”, la reiezione del motivo d’impugnazione con il quale il ricorrente aveva dedotto di non essere tenuto ad inviare alla Cassa di Previdenza Forense la comunicazione prevista dall’art. 17 della legge citata (c.d. “modello 5”), per non essere egli iscritto alla medesima.
Al riguardo si sostiene che la ritenuta generalità dell’obbligo in questione, che secondo il C.O.A. di Pescara ed il Consiglio Nazionale Forense prescinderebbe dalla suddetta iscrizione e sarebbe imposto a tutti gli iscritti agli albi professionali forensi, indipendentemente dalla percezione di proventi o dalla eventuale iscrizione ad altre istituzioni di previdenza, si porrebbe in contrasto con la giurisprudenza di legittimità, già citata in narrativa, enunciante un principio di portata generale, secondo cui la norma in questione deve essere interpretata nel senso che il presupposto dell’obbligo della comunicazione de qua sia costituito dal duplice requisito della iscrizione alla Cassa di Previdenza Forense, oltre a quella nell’albo professionale.
Le censure sono infondate.
Ai sensi della Legge 20 settembre 1980, n. 576, art. 17, comma 1, relativa alla riforma del sistema previdenziale forense, nel testo originario anteriore alla Legge 24 febbraio 1997, n. 27 (che ha abolito la categoria dei procuratori legali), “tutti gli iscritti agli albi degli avvocati e dei procuratori nonchè i praticanti procuratori iscritti alla Cassa devono comunicare alla Cassa, con lettera raccomandatala inviare entro trenta giorni dalla data prescritta per la presentazione della dichiarazione annuale dei redditi, l’ammontare del reddito professionale di cui all’art. 10 dichiarato ai fini dell’IRPEF, nonchè il
volume d’affari dichiarato ai fini dell’I.V.A. nel medesimo anno”.
Nei successivi commi quarto e quinto del medesimo articolo sono previste le conseguenze a
carico di tali professionisti, per le ipotesi di inosservanza, o ritardo eccedente i novanta giorni, del suddetto adempimento, o di infedeltà della dichiarazione. Il relativo procedimento prevede la segnalazione, da parte della Cassa Forense, al competente C.O.A. ai fini della valutazione, da parte di quest’ultimo, del comportamento sul piano disciplinare o della sospensione dell’iscritto dall’esercizio della professione, sanzione quest’ultima da adottarsi, come è avvenuto nella specie, nella forme del procedimento disciplinare. Già il tenore letterale della riportata disposizione, in particolare l’uso della congiunzione distintiva “nonchè”, che separa l’indicazione delle prime due categorie professionali, quelle degli avvocati e dei procuratori (a loro volta accomunate dalla congiunzione copulativa “e”), dalla terza, quella dei praticanti procuratori, è connotato da un chiaro elemento semantico di riferibilità soltanto a questi ultimi delle successive parole “iscritti alla cassa”.
Tale interpretazione trova riscontro, sotto il profilo sistematico, nella disciplina contenuta nell’art. 22 della legge medesima, che dopo aver previsto, al comma 1, l’obbligatorietà dell’iscrizione alla Cassa per tutti gli avvocati e procuratori che esercitino la libera professione con carattere di continuità e, nei successivi, le modalità di tale iscrizione (che di regola avviene a domanda dell’interessato, da presentarsi nell’anno successivo a quello del raggiungimento del minimo reddito o del volume di affari, di natura professionale, periodicamente fissati dal comitato dei delegati per l’accertamento dell’esercizio continuativo della professione e, solo in difetto di tale domanda ed in presenza dei requisiti reddituali o di volume d’affari, di ufficio a cura della giunta esecutiva, con conseguente recupero dei contributi arretrati, interessi e sanzione di cui all’art. 18, commi 3 e 4, oltre all’irrogazione di una penalità pari alla metà dei contributi), al sesto comma prevede che “l’iscrizione alla Cassa è facoltativa per i praticanti abilitati al patrocinio”.
La natura facoltativa di tale iscrizione fornisce, dunque, la chiara spiegazione della diversità dei presupposti soggettivi che, all’art. 17, comma 1 citato il legislatore ha previstoci fini dell’imposizione
dell’obbligo di inviare la comunicazione de qua: mentre quest’ultima è obbligatoria per tutti gli avvocati (come lo era per la soppressa categoria dei procuratori) iscritti negli albi professionali nazionali, con le sole eccezioni di quelli iscritti anche in altri albi professionali ed alle relative casse previdenziali, che abbiano esercitato l’opzione a favore di una delle stesse, ove prevista (v. D.M. 22 maggio 1997, art. 1, nn. 1 e 4, contenente il regolamento per l’applicazione della Legge n. 576 del 1980, artt. 17 e 18), l’obbligatorietà della comunicazione per i praticanti avvocati (già praticanti procuratori) sussiste
soltanto nel caso in cui gli stessi si siano avvalsi della facoltà, loro accordata dall’art. 22, comma 6, di iscriversi alla Cassa di previdenza.
Deve ritenersi pertanto non condivisibile il principio affermato, con carattere di generalità e non per i soli casi, del tutto particolari, specificamente esaminati (relativi ad avvocati, cittadini di paesi dell’Unione Europea, già iscritti negli albi dei paesi di provenienza ad alle relative casse previdenziali e, successivamente iscritti in albi professionali italiani ....optanti per il mantenimento dell’iscrizione originaria) dalla Sezione Lavoro di questa Corte, secondo cui “l’inequivocabile dato letterale della disposizione” comporterebbe che il “presupposto dell’obbligo di comunicazione....
sia costituito non già dalla sola iscrizione all’Albo degli avvocati ma si richiede anche il concorrente requisito dell’iscrizione alla Cassa di previdenza che si riferisce non solo ai praticanti procuratori, ma anche agli iscritti nell’albo degli avvocati (e in passato anche procuratori), pur individuando” la ratio di tale obbligo agganciato all’iscrizione alla Cassa...nell’utilità per la Cassa di conoscere i flussi di reddito professionale degli iscritti all’albo degli avvocati, destinatari o comunque potenziali destinatari di prestazioni previdenziali della Cassa stesso ed in ogni caso soggetti all’obbligo del contributo soggettivo”, (v. sent. n. 233/06).
Tale interpretazione, oltre a non rispondere all’effettivo dato letterale della disposizione, per le ragioni in precedenza esposte si palesa apodittica, nella parte in cui esclude che il requisito della già sussistente iscrizione alla Cassa sia riferibile ai soli praticanti, non cogliendo le ragioni di tale distinzione, e, nel considerare la ratio della disposizione, pur correttamente individuata nell’esigenza di conoscere i flussi di reddito dei professionisti in questione, non tiene conto tuttavia che tale conoscenza non è solo funzionale alla determinazione dei contributi dovuti da chi già risulti iscritto,
ma anche all’accertamento dei requisiti reddituali o di volume di affari, in presenza dei quali, per gli avvocati non ancora iscritti, sorge l’obbligo dell’iscrizione, cui provvede in via sostitutiva e di ufficio, nei casi di mancata domanda dell’interessato, ai sensi della Legge n. 576 del 1980, art. 22, comma 2, la giunta esecutiva dell’ente. Tale potere quest’ultima non sarebbe in grado di esercitare, se non disponesse di uno strumento di conoscenza dei dati patrimoniali sopra indicati, proveniente dagli stessi soggetti potenzialmente tenuti agli obblighi di iscrizione e contribuzione de quibus, quale è la
dichiarazione di cui all’art. 17 citato.
Così individuata la duplicità di funzioni cui assolve l’adempimento formale prescritto dall’art. 17 Legge cit., e dunque la ratio legis della generalità dell’obbligo in questione, non hanno ragione di sussistere i dubbi di legittimità costituzionale, espressi nella citata sentenza della sezione lavoro (per “palese irragionevolezza” dell’imposizione di comunicare dati personali) con riferimento alla tesi interpretativa avversata, che in questa sede invece viene recepita, atteso che la scelta legislativa, di imporre anche ai non iscritti alla Cassa la comunicazione in questione (adempimento la cui generalità risulta poi ribadita nell’art. 1, comma 1 del già citato D.M. 22 maggio 1997), risulta motivata dalle meritevoli esigenze sociali di garantire l’effettività dell’obbligo di iscrizione, ai fini dell’assistenza e previdenza obbligatoria della categoria professionale, nello stesso interesse dei relativi appartenenti.
Il ricorso va conclusivamente respinto, avendo correttamente il Consiglio Nazionale Forense affermato la generalità dell’obbligo di comunicazione in questione, indipendentemente dalla già avvenuta iscrizione, o meno, degli avvocati iscritti negli albi professionali nazionali, alla Cassa di Previdenza ed Assistenza Forense.
Non vi è luogo, infine, a regolamento delle spese, in assenza di controparti resistenti.
P.Q.M.
La Corte, a Sezioni Unite, rigetta il ricorso."

 

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