Dalla newsletter di www.lavoce.info del 30 marzo 2012, la presentazione di "Professionisti, figli di cotanto padre", un libro di Jacopo Orsini e Michele Pellizzari.
PROFESSIONISTI, FIGLI DI TANTO PADRE
di Jacopo Orsini e Michele Pellizzari 30.03.2012
Perché riformare gli ordini professionali è così difficile in Italia? Perché le professioni si tramandano di padre in figlio? Con quali svantaggi per i consumatori? A queste domande risponde il libro di Michele Pellizzari e Jacopo Orsini “Dinastie d'Italia. Gli ordini tutelano davvero i consumatori?” (Università Bocconi Editore, 160 pag., 18 euro). Invece di garantire qualità e trasparenza ai consumatori, gli ordini si sono trasformati in corporazioni al servizio degli associati. E le connessioni familiari che facilitano l'accesso alla professione rivelano il diffuso nepotismo. Anticipiamo alcuni brani del libro.
La riforma degli ordini professionali è solo una parte del processo di liberalizzazione in Italia. È il capitolo più importante degli interventi che riguardano i settori a entrata regolata, dove cioè l’ingresso di nuovi operatori non è libero, ma soggetto a restrizioni. Per esercitare bisogna non solo avere un titolo di studio, ma soprattutto superare molti ostacoli, quali un esame di Stato, la frequenza di corsi di specializzazione, un periodo di praticantato obbligatorio o qualche forma di accertamento dei requisiti professionali operata da chi esercita la professione e non ha alcuna intenzione di dare il via libera a chi potenzialmente è più bravo di lui. […]
Quando si parla di professioni regolamentate si fa riferimento all’obbligo di legge di possedere una formale autorizzazione, di solito concessa dal governo, per fornire uno specifico bene o servizio ai consumatori. Esistono anche altre forme di regolamentazione, come la certificazione; in questo caso si identificano come professionisti qualificati coloro i quali hanno superato un test o un esame, sebbene l’offerta degli stessi beni o servizi non sia vietata a operatori non certificati. […] In Italia le professioni regolamentate occupano, secondo dati Istat del 2009, circa 1,3 milioni di persone: il 5,8 per cento della forza lavoro e il 28 per cento degli occupati con titolo di studio universitario. Il peso del settore nel nostro paese è ancora più importante secondo le cifre fornite da Marina Calderone, presidente del Comitato unitario permanente degli ordini e collegi professionali: in base ai suoi calcoli, infatti, nel novembre 2011 il mondo delle professioni regolamentate in Italia registra 2,1 milioni di iscritti. [...]
La regolamentazione dei servizi professionali ha uno scopo ben preciso: proteggere i consumatori in mercati caratterizzati da asimmetrie informative, in particolare per quanto riguarda la capacità dei clienti di valutare la qualità dei servizi offerti. Nei mercati nei quali è difficile acquisire informazioni, il consumatore potrebbe infatti non essere in grado di selezionare il produttore migliore o comunque uno sufficientemente preparato. In tale situazione, le barriere all’entrata e altre forme di regolamentazione realizzate possono prevenire l’ingresso nel mercato dei professionisti meno capaci, garantendo così una migliore qualità minima. […]
Attualmente in Italia si contano ventotto professioni regolamentate, tutte caratterizzate da un diritto esclusivo a fornire specifici servizi. Alcune sono di antica tradizione, tanto da risalire alle corporazioni di epoca medievale, e sono state ufficialmente riconosciute all’inizio del secolo scorso, come quella dei medici (1910), dei notai (1913), degli architetti e ingegneri (1923). Altre più recenti si sono aggiunte nel corso del tempo. […]
EFFETTI DEL FAMILISMO
Quali sono gli effetti del familismo sull’economia? Sono molti gli studi che si sono posti questa domanda. Gli economisti si sono concentrati in particolare sull’occupazione, anche quella autonoma, sullo sviluppo delle piccole imprese e sui risultati delle elezioni. In questo capitolo osserveremo l’influenza dei legami di parentela nel campo delle professioni sfruttando la stessa intuizione dello studio di Güele, Rodriguez Mora e Telmer, pubblicato nel 2007, il quale mostra come si possano utilizzare informazioni contenute nei cognomi per indagare la mobilità intergenerazionale. L’utilizzo dei nomi nella ricerca economica non è nuovo, ma a nostra conoscenza non ci sono contributi né empirici né teorici basati sui cognomi che documentino gli effetti della regolamentazione occupazionale, e soprattutto delle barriere all’ingresso, sul mercato dei servizi professionali. […]
Medico, avvocato, farmacista e giornalista sono le professioni per le quali avere un familiare già iscritto all’ordine facilita maggiormente l’accesso. Come abbiamo visto nel capitolo precedente, il grado di familismo in queste occupazioni è in media quattro volte superiore a quello di un lavoratore autonomo generico. Come già discusso in precedenza, se le famiglie sono luoghi in cui si forma uno specifico capitale umano, allora dove le connessioni familiari sono più forti nel determinare l’accesso a una professione la qualità dei servizi offerti sul mercato dovrebbe essere migliore. Il livello medio delle prestazioni dovrebbe al contrario essere peggiore laddove il ruolo delle famiglie sia semplicemente quello di abbassare le barriere all’ingresso, un effetto che si può ottenere in vari modi: attraverso un legittimo sostegno ai giovani rampolli nell’accesso all’occupazione e alla creazione di un portafoglio clienti, utilizzando meno legittime pratiche nepotistiche e corporative, oppure persino sfruttando favoritismi completamente illegali all’esame di Stato per l’iscrizione all’ordine. [...]
Le restrizioni all’accesso si giustificano, dunque, con la necessità di selezionare operatori che siano in grado di offrire servizi di buona qualità, impedendo l’accesso a professionisti scarsamente produttivi. Queste limitazioni hanno però un costo, in termini di prezzi più alti e meno scelta per i consumatori. La domanda a cui è necessario dare una risposta dunque è: le restrizioni alla concorrenza sono proporzionate e giustificate? È corretto chiedere alla società di pagare i costi derivanti dalla mancanza di competizione? L’obiettivo di garantire qualità e trasparenza ai consumatori viene raggiunto? O invece gli ordini si trasformano in qualcosa di più simile a corporazioni che offrono servizi agli associati, come dimostra anche l’estrema timidezza nell’intervenire con sanzioni disciplinari?
L’attenzione di solito è rivolta a cosa non va nel funzionamento degli albi. Si denunciano – e giustamente – la scarsa trasparenza dei metodi di accesso e gli scandali che periodicamente colpiscono l’organizzazione degli esami di Stato. Si contestano la gestione degli organismi di vertice degli ordini e i privilegi della casta degli iscritti, oltre alla forza delle lobby degli avvocati-onorevoli e degli altri professionisti che in Parlamento bloccano ogni tentativo di riforma. Sono mancati invece finora studi che permettessero di valutare, a livello empirico, l’effetto delle restrizioni e delle barriere all’ingresso in rapporto alla qualità dei servizi offerti dai professionisti.
Dalle analisi che abbiamo condotto sugli elenchi nominativi degli iscritti a undici ordini è emerso che in otto professioni su undici il grado di familismo è più alto di quello registrato fra i lavoratori autonomi generici. Per medici, avvocati, farmacisti e giornalisti questo indicatore è quattro volte superiore, anche se sempre meno della metà di quello che si registra per i docenti universitari. Abbiamo poi costruito indicatori della qualità delle prestazioni offerte in sei professioni e mostrato come i legami familiari siano più deboli in mercati dove è più forte la richiesta dei servizi dei professionisti. Per due occupazioni osservate, commercialisti e consulenti del lavoro, abbiamo inoltre trovato prove chiare e statisticamente significative di peggiori risultati sociali dove il familismo è maggiore. Nelle zone dove le connessioni familiari – calcolate in base al nostro indice di informazione dei cognomi – sono più forti, l’evasione fiscale è più alta e c’è una litigiosità maggiore fra lavoratori e aziende. Per altre tre occupazioni – geologi, medici e ostetriche – abbiamo scoperto invece l’opposto: laddove i legami familiari sono più alti, si riscontra una migliore qualità sociale dei servizi. Per gli avvocati non siamo riusciti invece a trovare una risposta univoca.
Se la relazione fra le connessioni familiari e un accesso facilitato alla professione riflettesse solo una formazione di conoscenza specifica all’interno della famiglia, non ci sarebbe nulla di male. Un avvocato capace insegna il mestiere al figlio, che diventa a sua volta bravo in quell’occupazione e avrà più probabilità di riuscire a iscriversi all’albo rispetto a chi non ha parenti già attivi nella professione. Il problema vero è che spesso l’incidenza del cognome – come abbiamo visto – è sintomo di pratiche nepotiste e corporative che riducono la qualità dei servizi. E quando la forza delle connessioni familiari consente a individui con scarse capacità di diventare commercialista, avvocato o medico più facilmente rispetto agli altri aspiranti, è evidente che la regolamentazione non funziona o non funziona per lo scopo per cui è stata disegnata.
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