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La miopia degli avvocati causa prima la proletarizzazione e poi l'estinzione della classe forense

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(da www.servizi-legali.it )

Riporto, dalla newsletter n. 368 del 10 febbraio 2012 di toplegal.it, un articolo di Luca Testoni che coglie nel segno riguardo alle ragioni della "via d'estinzione" caparbiamente percorsa dagli avvocati italiani.

"IL NON-DETTO SCOMODO DI PRANDSTRALLER

Merita riflessione l'intervento di Gian Paolo Prandstraller in un blog del Corriere della Sera di tre giorni fa. Il titolo è significativo: 'Avvocati, il canto funebre della professione'. È evidentemente una provocazione per stimolare il risveglio. Ma forse anche uno spunto per chiedersi se e come possa esserci un risveglio. La lunga analisi svolta dal noto sociologo delle professioni italiano consente di ripercorrere alcune delle mancanze che hanno accompagnato lo sviluppo della categoria fino ai nostri giorni. E che probabilmente, se non affrontate, peseranno anche nei prossimi anni.

Prandstraller descrive l'evoluzione della figura dell'avvocato, tratteggiando i contorni di una professione che sembra essersi scontrata con il tempo. L'analisi ricorda, con un certo rammarico, l'avvocato di mezzo secolo fa: quasi un artigiano capace di forgiare il diritto con l¹alta qualità del made in Italy («La sua base era lo studio 'monocratico' dove lui, e lui solo, regnava sovrano; l'unica organizzazione che si addiceva al suo alto prestigio»). Un artigiano, tuttavia, che come altre realtà del made in Italy si è dovuto confrontare con l'accelerazione imposta dalla crescita economica e dal mercato (anche globale). «Sorgevano i problemi si legge nell'analisi - propri delle 'organizzazioni professionali' e tali problemi rendevano superata la tipologia dello studio monocratico, richiedevano cambiamenti nei rapporti tra colleghi, col giudice e ovviamente con il pubblico». Di fronte a queste necessità di ri-organizzazione, invece, «la figura dell¹avvocato restava legata ai vecchi schemi e inadatta a rispondere alle richieste dell'industria». Non era solo una questione di struttura. Era che la struttura era conseguenza di una mutata richiesta di consulenza:

«Mutamenti che riguardavano soprattutto l'apparizione dei servizi come elementi fondamentali dell'economia, e della conoscenza scientifica come mezzo di produzione». Insomma, da avvocato-artigiano, ad avvocato-di-servizio.

Il risultato è che l'avvocato in toga è finito stritolato. Da un lato, si è trovato di fronte la materia-prima-giustizia, che resta un moloch intoccabile e ingestibile per chi deve essere un consulente che offre soluzioni per muoversi in quella stessa giustizia. Dall'altra, si è trovato un mercato che chiede, appunto, servizi, con massima efficienza ed efficacia. Improponibili adottando i vecchi modelli. Questa è indubbiamente una semplificazione eccessiva del pensiero di Prandstraller. Ma la sostanza è questa: progressiva inadeguatezza.

Lo studioso trentino (in quanto anch'egli avvocato) non è nuovo a spingere per la ricerca di un rinnovo del mestiere forense, da concretizzarsi (scriveva nel 2010) magari accollandosi anche ruoli di giudice (in determinate materie) per sottrarre lavoro alla giustizia. E compiere in questo modo un passo proattivo nella soluzione dei problemi che soffocano l'avvocato stesso. Ebbene, nell'articolo di tre giorni fa, Prandstraller decide di non-suggerire. O meglio, non fornisce strade operative, ma si limita a invocare un intervento. Di chi? Qui sta forse la parte più significativa dell'analisi.

Lo spunto è la sequenza utilizzata dal sociologo per invocare un intervento.

Il suo primo appello, infatti, si rivolge «agli attori sociali che nei prossimi anni s'impegneranno a disincagliare l'avvocato dalle secche in cui attualmente si trova», e che dovranno «preoccuparsi, prima di tutto, di ottenere o creare per la professione 'nuove funzioni'». Insomma, il primo interlocutore di Prandstraller sono gli «attori sociali». Solo successivamente, nella sua sequenza di appelli, e dopo che gli attori sociali abbiano deciso di assegnare agli avvocati nuovi compiti, il sociologo trentino si rivolge direttamente alla categoria: «Agli avvocati spettano a mio avviso proposte di esternazione ed eventualmente di espropriazione, attraverso cui essi possano aumentare il proprio lavoro».

Insomma, la categoria come un genere in via di estinzione per cui sia necessario l'intervento di un ente di protezione, poiché da sé non può sopravvivere. Perché, viene da chiedersi, questa sequenza logico-sociologica, perché questo diritto di protezione esterno? Forse, perché, in questo modo, Prandstraller sottintende ciò che manca alla sua analisi. E che certamente avrebbe dato più fastidio. Ovvero, quali ragioni abbiano impedito e impediscano alla categoria di prendere atto delle debolezze che la stanno estinguendo. E cioè proprio una grave e profonda mancanza di autoconsapevolezza. A sua volta eredità dei presupposti che c'erano negli anni Cinquanta (all'inizio dell'analisi di Prandstraller), e che oggi sono ormai sbagliati: la certezza che l'attività legale sia una prerogativa riservata unicamente alla professione dell'avvocato; la presunzione che la capacità sia una prerogativa propria e intoccabile della professione dell'avvocato; l'illusione che questa attività e questa capacità siano blindate dall'esistenza di un Ordine. Certezze, presunzioni e illusioni aggravate, e moltiplicate, da un individualismo radicato che rende il genere ancor più indifeso di fronte alle minacce di estinzione.

Luca Testoni"


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