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La vera rivoluzione

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Riporto un articolo tratta dal sito dell'Istituto Bruno Leoni dal titolo "La rivoluzione è realizzare la propria libertà". E' una recensione di Alberto Mingardi, apparsa su "Il Riformista" del 20 settembre 2009, di un  libro di Tom Palmer.

 

"Palmer obbliga gli uomini di principi a decidere quanto sono disposti a cedere, al mondo, per assicurare alle proprie idee un futuro

Realizing Freedom: Libertarian Theory, History, and Practice (Cato Institute 2009, 540 pagine) è un titolo impegnativo. Il triplice richiamo alla teoria, alla storia e alla pratica della libertà fa tremare i polsi: in parte, perché lascia intuire una trama teorica, per l'appunto, molto spessa, in grado di ricongiungere questioni e problemi di carattere tanto diverso.

In parte perché se la storia non sempre si accorda alla teoria, l'esperienza, la "pratica" della libertà: intesa come senso di missione, come vocazione al proselitismo, è roba per pochi, e quei pochi rischiano di essere tarantolati dall'attivismo politico, di perdere di vista le alture del mondo delle idee. Eppure, se il titolo è più che ambizioso, il libro in questione tiene fede alle sue promesse. Perché l'autore è Tom Palmer, già vice presidente del Cato Institute di Washington e ora all'Atlas Economic Research Foundation, fra i pochissimi intellettuali a unire una comprensione profonda del liberalismo come sistema di idee, e una storia personale a mille leghe dalla torre eburnea, passata anzi a scavare sempre nuove trincee. Racconta Palmer di quando, a poco più di vent'anni, "contrabbandava" libri al di là della cortina di ferro. I tempi sono cambiati, la sua vita meno.
Ora con l'Atlas Economic Research Foundation è impegnato in una "Global Initiative for Free Trade, Peace, and Prosperity" che mira a far conoscere le idee della libertà proprio in quei Paesi dove hanno meno storia e presa: a cominciare dal Medio Oriente.

L'obiettivo non è quello di "esportare la democrazia" a scapito delle ure politiche locali, ma di portare a comprendere il contenuto autenticamente universale dell'impalcatura intellettuale della tolleranza, della libertà, dello scambio. Il liberalismo è cosmopolita, pensa che tutti gli uomini nascano diversi ma con eguali diritti innanzi alla legge, e proprio questo gli impedisce di fermarsi ai confini onali. La "Global Initiative" di Palmer, con pochi mezzi, fa tanto: siti web nelle lingue più diverse, traduzioni di libri, seminari dal Marocco alla Cina, rivolti entemente a studenti universitari.

"Realizzare la libertà", suggerisce Palmer, è una vera sfida perché obbliga gli uomini di principi a decidere quanto sono disposti a cedere, al mondo, per assicurare alle proprie idee un futuro. Fino a che punto sono pronti a modificare il proprio vocabolario, perché il dialogo con gli altri non sia un dialogo fra sordi. Non ci sono ricette: c'è la coscienza, ci sono le attitudini e le preferenze di ciascuno.
Prima di predicarla, però, bisogna intendersi su che cosa sia la libertà individuale. Ed è qui che Palmer dà il meglio. Armato di robusti strumenti analitici, nella parte "teorica" del volume dimostra come la libertà sia da intendersi come "libertà dal potere arbitrario": e non vada confusa con il benessere, con la felicità, con la ricchezza, come invece viene fatto sovente da autori diversissimi ma convergenti nel cercare "nella libertà, qualcosa che non sia la libertà stessa".

Questo vuol dire che la libertà non è nemmeno: poter fare ciò che si vuole. Poter fare ciò che si vuole è una parte importante del concetto di libertà, ma non lo esaurisce. La tradizione liberale è incardinata sull'idea della rule of law: il diritto come camicia di forza imposta al potere, per rendere più prevedibile e sicura la vita di tutti. Ma il diritto anche come strumento per regolare la vita fra persone, perché la libertà dell'uno finisca davvero come comincia la libertà dell'altro.
Il nocciolo del problema è fermare l'arbitrio, la discrezionalità, edulcorare la natura più vera del potere: che è proprio costringere l'oggetto di potere a fare ciò che altri vuole, quando lo vuole, senza premio o garanzia alcuna.
È per questo che, per Palmer, il governo è legittimo solo se limitato. Citando Madison, spiega che il "beneficio del popolo" in vista del quale il governo è posto in essere consiste "nel poter godere della vita e della libertà, con il diritto di acquisire e usare delle proprietà, e generalmente di poter perseguire e ottenre [a proprio modo] felicità e sicurezza". La lezione dei padri fondatori americani è al centro di una grande tradizione intellettuale, ma oggi è minoritaria.

Per alcuni, la libertà dal potere arbitrario è ciò che rende possibile agli individui scegliere autonomamente quali rischi correre nella propria vita, e viverla come meglio ritengono.
Per altri, la necessità di creare "sicurezza" suggerisce di mettere in capo al governo la libertà di essere sommamente variabile, incerto, bizzoso, e dispotico. Ecco perché il pragmatismo rischia di essere se possibile ancora più pericoloso delle ideologie assassine del secolo scorso. Travestendo il "big government" da amico del "little guy", quello che si viene a creare è una melassa oppressiva, forte di una retorica che vede sempre centrali entità collettive, "gruppi", "ceti" e "popoli", i cui interessi vengono messi al di sopra dei diritti del singolo. È un ritorno di fiamma del tribalismo, della logica del gruppi chiusi (Palmer cita Musil: il socialismo è "bloccato nell'etica della fraternità"), piegata alle esigenze della classe politica.

L'ambizione di "realizzare la libertà" diventa allora l'unica speranza contro l'arroganza dei despoti e le lusinghe degli ideologi. L'una e le altre ancora forti e venefiche in Occidente, e anche peggio altrove".


 

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... non c'è per l'uomo preoccupazione più ansiosa che di trovar qualcuno cui affidare al più presto quel dono della libertà, col quale quest'essere infelice viene al mondo. Ma s'impossessa della libertà degli uomini solo colui che rende tranquille le loro coscienze. (Dostoevskij)