(da www.servizi-legali.it )
Pecunia non olet, dicevano i pragmatici latini (quando per fare l'avvocato non serviva essere iscritto in un albo forense ma l' ad vocatus era l'autorevole chiamato a difesa). Chi deve controllare (i controllori sono in primo luogo i Consigli degli ordini forensi) faccia tutti i controlli che deve fare ma è sicuro: pecunia non olet.
Sono moltissimi gli avvocati italiani che vorrebbero esser dipendenti o soci (non importa se in posizione sostanziale di minoranza a fronte di meri capitalisti che posseggano il 33% delle azioni) di società di capitali, dotate di grandi capitali e ancor meglio se di grandi capitali forniti da soci non avvocati. Sono moltissimi (e non sono solo le decine di migliaia di avvocati "invisibili" alla Cassa forense, che sono iscritti agli albi e non -appunto- alla Cassa forense) gli avvocati italiani che farebbero volentieri a meno della dimensione di "piccolo professionista autonomo" in cui son costretti ad operare per il sopravvivere d'una regolazione corporativa e antiimprenditoriale (a chiacchiere: tanto, poi, il professionista che il capitale ce l'ha se la fa in casa la sua "società di servizi") della professione forense. Questa è la verità. La crisi permette solo a pochi fortunati avvocati (che problemi di capitale evidentemente non ce l'hanno) di far questioni sottili sulla natura liberticida o meno (nei confronti dell'autonomia e indipendenza dell'avvocato) del capitale apportato in società di capitali da soci non professionisti (nel tetto massimo, comunque, del 33%). Molti sono, invece, gli avvocati italiani che non questionano di autonomia e indipendenza come indefettibili connotati ontologici dell'avvocatura. Essi, molto pragmaticamente -alla maniera degli antichi romani- ragionano come ha fatto la Corte di giustizia nella "sentenza Akzo": l'autonomia e l'indipendenza possono aversi "in parte", mai del tutto. Sanno bene, infatti, quanto l'autonomia e l'indipendenza siano cose molto molto concrete, che hanno molto a che fare con il vero decoro. Sanno, inoltre, sentono profondamente, che il decoro è una qualità oggi rara e misconosciuta (una delle forme della ricchezza vera, di quella ricchezza, cioè, che nessuno può togliere a chi ce l'ha) e che non dipende, per chi fa l'avvocato, dall'applicazione o non applicazione delle tariffe minime e, in generale, non dipende dai suoi comportamenti economici. Sanno che il decoro è, invece, l'alta qualità di chi non si piega nemmeno di fronte alla impossibilità di portare a casa un reddito minimo "di sussistenza" (e infatti si dice "vivere in decorosa povertà"). Molti avvocati italiani sanno bene che la loro indipendenza e autonomia, proprio per questo, sono minacciate molto poco dalla qualificazione del loro rapporto di lavoro come lavoro autonomo o dipendente: sanno bene che il pericolo all'autonomia e all'indipendenza dei deboli colleghi (e ce ne sono, come in tutte le altre categorie d'uomini) sta nella sostanza dei rapporti economici entro i quali si svolge la loro attività d'avvocato nello studio legale e nei rapporti coi grandi clienti (quegli stessi che, si reclama spesso -ma solo quando si parla di tariffe minime-, sono -e sono sempre stati- in grado di imporre il livello della retribuzione della prestazione professionale dell'avvocato, ormai liberamente contrattabile).
ilsole24ore del 14 gennaio 2012 snocciolava i dati che riporto, per descrivere lo stato dell'Avvoctura italiana (sono dati relativi al 2010):
216.728 gli avvocati che risultano iscritti agli albi (di cui il 45% donne);
15.mila circa i nuovi avvocati che annualmente si iscrivono agli albi;
43 anni l'età media degli avvocati;
17.658 i praticanti abilitati al patrocinio;
26.340 euro il reddito medio degli avvocati tra i 24 e i 44 anni;
15.333 euro il reddito medio degli avvocati tra i 24 e i 29 anni;
102.364 euro il reddito medio degli avvocati tra i 60 e i 64 anni (in calo del 2% rispetto al 2009);
47.822 euro il reddito medio globale degli avvocati;
78.808 euro il reddito medio degli avvocati del Trentino, la regione con gli avvocati più ricchi;
24.237 euro il reddito medio degli avvocati della Calabria, la regione con la media più bassa;
e soprattutto evidenzia come il 37,5% degli avvocati abbia un reddito inferiore a 16.000 euro e cioè si divida appena il 6,5% del reddito complessivo prodotto da tutti gli avvocati d'Italia.
Orbene, quest'ultimo dato dimostra la falsità dell'affermazione secondo la quale in Italia la concorrenza tra gli avvocati sarebbe già realizzata in pieno perchè è alto sia il numero assoluto degli avvocati, sia il numero dei "nuovi ingressi" che si registrano annualmente negli albi degli avvocati. Mario Monti e Antonio Catricalà dovrebbero insegnare a quanti non sanno cos'è la concorrenza (e ricordarlo solennemente a quanti fanno finta di non saperlo) che nel mercato dei servizi legali si può dire che la concorrenza c'è oppure no a seconda che si abbia una accettabile differenza di reddito tra i vari operatori o, viceversa, una ripartizione del reddito decisamente differenziata tra un massimo elevato in mano a pochi e un minimo molto basso raggranellato da molti. LE SOCIETA' DI CAPITALI PEGGIORERANNO LO SQUILIBRIO DEI REDDITI TRA "ELITE" FORENSE E "PROLETARIATO" FORENSE? NON CREDO PROPRIO. SECONDO ME L'ARRIVO E IL SICURO SUCCESSO DELLE SOCIETA' DI CAPITALI PER L'ESERCIZIO DEI SERVIZI LEGALI AVRA' COME CONSEGUENZA CERTA LA SPINTA ALL'EMERSIONE DI DECINE DI MIGLIAIA DI RAPPORTI DI PARASUBORDINAZIONE PROFESSIONALE (E PROPRIO PER QUESTO L'ARRIVO DELLE SOCIETA' DI CAPITALI E' OSTEGGIATO DA PARTE DELL'AVVOCATURA, NON CERTO PER TUTELARE L'AUTONOMIA E L'INDIPENDENZA DELL'AVVOCATO).
(nella foto il busto di Cicerone. Non era iscritto all'albo degli avvocati di Roma ma se la cavava anche negli affari <imprenditore?> oltre ad essere uomo di lettere, politico e avvocato. Quante incompatibilità, oggi intollerabili ! ... E INFATTI OGGI DI UOMINI COME LUI SE NE VEDONO POCHI !!!).
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