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Sono passati per sempre i tempi del lavoro (subordinato e autonomo) capace di liberare l'uomo?

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Sul sito dell'associazione dei costituzionalisti si trova uno scritto di Roberto Nania intitolato <<Riflessioni sulla "costituzione economica" in Italia: il "lavoro" come "fondamento", come "diritto", come "dovere">>.
E' una interessante rivalutazione dell'art. 4 della Costituzione, sulla quale riflettere in tempi nei quali il lavoro libero e liberatore non sembra avere futuro (ormai sembra che un giovane possa solo cercare di avere un posto da subordinato precario, visto che il lavoro veramente autonomo è sempre più per pochi privilegiati o per chi non ha paura di correre il rischio di essere povero).
Riporto qualche passo dell'articolo:
<<Ancora una citazione di Mortati: “il dovere dell’autorità di procurare lavoro –argomentava l’autore svolgendo l’ipotesi di una interpretazione dell’art.2118  in grado di armonizzarlo con i principi costituzionali- non sarebbe interamente soddisfatto se non si facesse valere anche nel senso di garantire il posto di lavoro in atto fino a quando una causa di interesse generale, obiettivamente apprezzabile, non renda impossibile siffatto mantenimento. Analogamente la funzione sociale,cui è vincolato il godimento dei beni di produzione, non sarebbe adempiuta se il proprietario dei beni stessi potesse rompere il contratto in modo del tutto arbitrario”.
...
Talune tracce di questa impostazione sono ravvisabili anche nella risalente giurisprudenza costituzionale quando ha tratto dall’art.4 il “diritto a non essere estromesso dal lavoro ingiustamente e irragionevolmente”( si vedano al riguardo le sentenze n.331 del 1988 e n.60 del 1991). Un postulato questo che non è valso di certo a cristallizzare in termini assoluti la posizione lavorativa -consentendo, ad esempio, il prepensionamento obbligatorio per i lavoratori delle aziende esercenti il pubblico trasporto- ma che ha comunque comportato una verifica di ragionevolezza delle leggi che, in luogo dello strumento dell’esodo consensuale, abbiano optato per l’anzidetta misura di carattere coattivo, specie sotto il profilo dell’effettivo ricorrere dei particolari presupposti atti a giustificarla.

Mentre più univoca e lineare appare la portata precettiva del diritto al lavoro ove venga assunto quale divieto costituzionale nei confronti di ostacoli che vengano frapposti allo svolgimento di un’attività lavorativa: resta emblematica, sotto questo aspetto, la sentenza della Corte costituzionale n.73 del 1992 che, ancorché con specifico riguardo al regime della previdenza forense, non ha esitato -proprio parametrando la ratio decidendi sull’art.4 Cost.- a dichiarare la illegittimità costituzionale della prevista incompatibilità della corresponsione della pensione di anzianità con l’iscrizione ad albi diversi dagli albi di avvocato e procuratore, nonché con lo svolgimento di qualsivoglia attività di lavoro subordinato.
...
Quel che si può aggiungere è che in ogni caso la stessa presenza dell’art .4 porta a respingere recisamente l’ipotesi che, a fronte delle trasformazioni sommariamente evocate, possa risultare costituzionalmente accettabile l’abdicazione pubblica alla funzione di promozione e di sostegno dell’occupazione. Mentre deve ammettersi che possono e devono mutare le modalità di realizzazione di questo compito, in una direzione di maggiore coerenza con i meccanismi che presiedono alle economie di mercato e che trovano oggi anche nella nostra costituzione la loro legittimazione. Sotto questo aspetto, l’accento cade in particolare sulla cura dei processi di formazione e di acquisizione delle professionalità nonché sulla gestione delle fasi di transizione lavorativa; non a caso sono queste modalità che hanno costituito oggetto dell’elaborazione strategica in sede europea e che sono state messe alla base della programmazione degli strumenti finanziari comunitari per il periodo 2007-2013.>>

In questi giorni è diffusa tra gli italiani l'opinione che, per poter continuare a godere dei benefici di in uno Stato di diritto, sia necessario rinsaldare i limiti della discrezionalità del legislatore. Affinchè il cittadino possa programmare la propria vita professionale e, in genere, lavorativa in una Repubblica che si possa dire fondata sul lavoro, è necessario impedire capricciose inversioni di rotta del legislatore sulle “regole del lavorare”. E' necessario impedire “prese in giro” di chi si fida di una legge (talora addirittura “certificata” dalla Corte costituzionale). E' necessario impedire voltafaccia del legislatore, giustificati solo dalla “logica formale” della non manifesta irragionevolezza della disciplina innovatrice che dica il contrario di quel che altre disposizioni di precedente legge avevano disposto, superando anche il controllo di costituzionalità della Corte costituzionale (come è accaduto, ad esempio, con sentenza 189/01 della Corte costituzionale, per l'art. 1, commi 56 e 57 della l. 662/96 che aveva introdotto il regime di compatibilità tra impiego pubblico a part time ridotto e esercizio della professione di avvocato).
Occorre seguire l'esempio della Corte costituzionale lettone in ordina alla rule of law. La Corte costituzionale della Lettonia, infatti, ha cancellato una legge che imponeva una riduzione delle pensioni come misura finalizzata al riequilibrio degli sbilanciati conti pubblici lettoni. Il Parlamento lettone aveva emanato una legge che riduceva gli importi delle pensioni al fine di mettere in grado lo Stato di più agevolmente restituire il prestito ingente (7,5 miliardi) che la Lettonia aveva ricevuto da Fondo Monetario Internazionale e da Unione Europea. La Corte costituzionale lettone ha però ritenuto che il Parlamento non aveva "attentamente valutato le possibili alternative" e che la legge non poteva togliere quel che precedentemente aveva dato ai pensionati. La norma costituzionale di quel Paese è stata interpretata in senso garantista dei diritti precedentemente acquisiti dai pensionati, sulla base del principio della "rule of law" e cioè del governo della legge. E si noti che quella Corte, addirittura, ha deciso sulla base di una norma costituzionale che prescrive soltanto "ciascuno ha diritto alla previdenza sociale per vecchiaia, per invalidità al lavoro, per disoccupazione e in altri casi previsti dalla legge".
Proprio per la rilevanza economica della decisione, emessa in una situazione nella quale “esigenze imperative di interesse generale” si sarebbero facilmente potute invocare a giustificazione del sacrificio dei pensionati, si può additare ad esempio la Corte costituzionale lettone in ordine alla sostanziale tutela di uno Stato di diritto. Tale tutela deve realizzarsi, in casi simili anche in Italia, con l'attenta valutazione, da parte del legislatore (o, in mancanza, della Corte costituzionale a seguito di q.l.c.), delle possibili alternative alla cancellazione dei diritti (c.d. “quesiti”).

 

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