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Contributo di solidarietà è incostituzionale ? Secondo Corte dei conti 16/2/2015 si

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Sulla gazzetta ufficiale, serie speciale Corte costituzionale, n. 17 del 29/4/2015 è pubblicata luna interessante ordinanza di rimessione (atto di promovimento n. 65) del 16 febbraio 2015 della Corte dei conti - Sez. giurisdizionale per la Regione Veneto.

Si origina da ricorso proposto da A.F. ed altri contro Ministero dell'economia e delle finanze, Ministero del lavoro e INPS (ex INPDAP).

IL TEMA E': Bilancio e contabilita' pubblica - Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilita' 2014) - Interventi in materia previdenziale - Trattamenti corrisposti da enti gestori di forme di previdenza obbligatoria complessivamente superiore a quattordici volte il trattamento minimo INPS - Assoggettamento ad un contributo di solidarieta' a decorrere dal 1° gennaio 2014 e per un periodo di tre anni - Violazione del principio di solidarieta' sociale - Lesione del principio di uguaglianza per irragionevolezza - Violazione del principio di proporzionalita' ed adeguatezza della retribuzione (anche differita) - Lesione dei principi di capacita' contributiva e di progressivita'. - Legge 27 dicembre 2013, n. 147, art. 1, comma 486. - Costituzione, artt. 2, 3, 36 e 53.

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Considerato

[1] I  ricorrenti  chiedono  a  questa  Corte  di  "dichiarare  e riconoscere il diritto a percepire il  trattamento  pensionistico  in atto, senza le  decurtazioni  relative  al  trattamento  superiore  a quattordici volte il trattamento minimo INPS, disposte per un periodo di tre anni, a far data dal 1° gennaio 2014, dall'art. 1,  comma  486 della I. 27 dicembre 2013 n. 147", previa remissione della  questione alla  Corte  costituzionale  per  l'esame  di  costituzionalita'  di quest'ultima norma. Sulla domanda proposta dai ricorrenti sussiste la giurisdizione  di  questa  Corte  (in  disparte  la  questione  posta dall'Inps sulle domande dei sigg.ri  CIMINALE  Michelangelo,  D'AMICO Angela, LUCIANI Francesco, SANDEI Furio e SICILIANO Dario,  riservata alla trattazione successiva all'incidente di  costituzionalita'),  in quanto il  petitum  sostanziale,  da  individuare  in  ragione  della intrinseca natura della posizione dedotta in giudizio (causa petendi) dai ricorrenti - ovvero l'oggetto della domanda  sulla  cui  base  va determinata, a norma dell'art. 386 cod. proc. civ. la giurisdizione - concerne  il  riconoscimento  del  diritto  alla  corresponsione  del trattamento pensionistico  maturato,  senza  dunque  le  decurtazioni "disposte per un periodo di tre anni, a far data dal 1° gennaio 2014, dall'art. 1, comma 486 della legge 27 dicembre 2013 n. 147". Infatti, secondo univoca giurisprudenza delle sezioni  Unite  della  Corte  di Cassazione, la giurisdizione della Corte  dei  conti  in  materia  di pensioni (ai sensi degli artt. 13 e 62 del R.D. n. 1214 del 1933)  ha carattere esclusivo, in quanto affidata ai criterio  di  collegamento costituito dalla  materia,  onde  in  essa  sono  comprese  tutte  le controversie in cui il rapporto  pensionistico  costituisca  elemento identificativo  del  petitum  sostanziale,  ovvero  sia  comunque  in questione la misura della prestazione previdenziale (ex aliis,  Cass. civ. Sez. Unite,  Sent.  n.  8324  del  2010).  Ne'  peraltro  appare suscettibile di inficiare  detta  affermazione  giurisprudenziale  la circostanza che detto contributo perequativo rivesta (in tesi) natura tributaria,  in  quanto  il  rapporto  tra   enti   previdenziali   e beneficiari  dei   trattamenti   pensionistici   rimane   di   natura previdenziale e non certo tributario, il quale  ultimo  di  norma  si caratterizza, diversamente dal caso di specie, per la presenza di  un soggetto investito di  potestas  impositiva  e  di  un  provvedimento espressione di tale potere (Sentenza Cass.  n.  15031/2009).  D'altra parte, come peraltro affermato dalla Sezioni  Unite  della  Corte  di cassazione nella sentenza n. 2064 del 2011, «le controversie relative all'indebito  pagamento  dei  tributi   seguono   la   regola della devoluzione  alla  giurisdizione  speciale  del  giudice   tributario soltanto quando si debba impugnare uno degli atti previsti dal d.lgs. n. 546 del 1992, art. 19 e, di conseguenza,  il  convenuto  in  senso formale sia uno dei soggetti indicati nell'art. 10, d.lgs. n. 546 del d.lgs. n. 546 del 1992".

[2] Ad avviso di questa Corte, la questione risulta rilevante  ai fini del decidere ex art. 23 secondo comma  della  legge  n.  87  del 1953,  stante  l'impossibilita'  di  delibare  la   domanda   attorea «indipendentemente dalla risoluzione della questione di  legittimita' costituzionale» dell'art. 1, comma 486 della legge 27  dicembre  2013 n. 147.
Infatti, poiche' le parti ricorrenti chiedono  il  riconoscimento del  diritto  al  trattamento  previdenziale   maturato   nella   sua integralita' e dunque al  netto  delle  decurtazioni  previste  dalla disposizione di  legge  teste'  menzionata,  questa  Corte  si  trova nell'oggettiva impossibilita' di definire  il  giudizio  prescindendo dagli esiti dell'esame della questione di costituzionalita' dell'art. 1, comma 486 della legge 27 dicembre 2013 n. 147, norma pacificamente applicabile ed  invero  autoritativamente  applicata  al  trattamento pensionistico  dei  ricorrenti,  tenuto  altresi'  presente  che   la disposizione, stante l'univoco e  cogente  tenore  letterale  che  la connota, non si presta a diversa ricostruzione  interpretativa  (c.d. costituzionalmente orientata) che  possa  altrimenti  consentire  una compiuta delibazione del petitum.

[3] Quanto alla valutazione di non manifesta  infondatezza  della questione di costituzionalita' ex art. 23 secondo comma  della  legge n. 87 del 1953, occorre premettere che  l'art.  1,  comma  486  della
legge 27 dicembre 2013 n. 147 testualmente prevede che: "A  decorrere dal 1° gennaio 2014 e per un periodo di tre anni, sugli  importi  dei trattamenti pensionistici corrisposti da enti  gestori  di  forme  di previdenza  obbligatorie  complessivamente  superiori  a  quattordici volte  il  trattamento  minimo  INPS,  e'  dovuto  un  contributo  di solidarieta' a favore delle gestioni previdenziali obbligatorie, pari al 6 per cento della parte eccedente il predetto importo lordo  annuo fino all'importo lordo annuo di venti  volte  il  trattamento  minimo INPS, nonche' pari al 12 per cento per la parte  eccedente  l'importo lordo annuo di venti volte il trattamento minimo INPS  e  al  18  per cento per la parte eccedente l'importo lordo annuo di trenta volte il trattamento minimo INPS. Ai  fini  dell'applicazione  della  predetta trattenuta  e'  preso  a  riferimento  il  trattamento  pensionistico complessivo lordo per l'anno considerato ....... Le somme  trattenute vengono   acquisite   dalle   competenti    gestioni previdenziali obbligatorie, anche al fine  di  concorrere  al  finanziamento  degli interventi di cui al comma 191 del presente articolo".
Detta ultima disposizione fa riferimento ad interventi  a  favore dei lavoratori c.d, esodati,  individuati  dall'art.  1,  comma  231, lett. b, della legge n. 228 del 2012.
Orbene, ad avviso di questa Corte, si rivelano non manifestamente infondate   le   censure   di   incostituzionalita'   sollecitate   e articolatamente argomentate dalle parti ricorrenti, con riguardo agli
articoli 2, 3, 36 (considerata la natura di "retribuzione  differita" del trattamento pensionistico) e 53 della Carta Costituzionale, tanto piu' avuto riguardo alla recente  giurisprudenza  del  Giudice  delle leggi (sentenze nn. 116/2013, 241/2012 e 223/2012), per le ragioni di seguito esposte.

[4]  Deve  premettersi  che  questa  Corte  non  ignora  che   la giurisprudenza della Corte costituzionale (sentenza n.  446/2002)  ha chiarito che "In materia previdenziale  [..]  de[bba]  tenersi  anche conto del principio, [...], secondo cui il legislatore puo' - al fine [...] di salvaguardare equilibri di bilancio  e  contenere  la  spesa previdenziale -  ridurre  trattamenti  pensionistici  gia'  in  atto. (sentenze n. 417 e n. 361 del 1996, n.  240  del  1994,  n.  822  del 1988)", con la conseguenza che" [...]  il  diritto  ad  una  pensione legittimamente attribuita (in concreto e non potenzialmente) - se non puo' essere eliminato del tutto da una  regolamentazione  retroattiva che renda indebita l'erogazione della prestazione  (sentenze  n.  211 del 1997 e n. 419  del  1999)  -  ben  puo'  subire  gli  effetti  di discipline piu' restrittive introdotte non irragionevolmente da leggi sopravvenute", ma a condizione che detti interventi non trasmodino in "regolamenti irrazionali" che frustrino "l'affidamento del  cittadino nella  sicurezza  giuridica",  peggiorando   "senza   un'inderogabile
esigenza, in misura notevole e in maniera definitiva  un  trattamento pensionistico in precedenza spettante"(c. Cost. sent. n. 822/1988).
Tuttavia, si osserva in proposito innanzitutto, con  riserva  di successivi approfondimenti, come  la  norma  in  esame  presenti,  ad avviso  di  questo  giudice  e  anche   a   prescindere   dalla   sua ricostruzione  in   termini   di   prelievo   tributario,   rilevanti problematiche di ragionevolezza, avuto riguardo in  particolare  alla constatazione  che  il   contributo   de   quo,   che   pure   incide autoritativamente sul reddito da pensione gia' maturato ex lege,  per un verso  non  viene  finalizzato  all'effettuazione  di  prestazioni previdenziali/assistenziali puntualmente individuate e  nei  contempo viene acquisito indistintamente da ciascuna  delle  diverse  gestioni previdenziali obbligatorie indipendentemente da ogni riferimento alle dinamiche dei rispettivi equilibri  finanziari,  e  dunque  anche  da quelle che risultano in una situazione di equilibrio o addirittura di avanzo (in tema, si confronti la disposizione, sui si veda  posti  di cui all'art. 1, comma 488 della medesima  legge  di  stabilita').  Si rileva altresi' che nella norma in esame, come piu' approfonditamente si sosterra' nel prosieguo, manca qualsivoglia logica di correlazione tra an e quantum del contributo (compreso il suo orizzonte  temporale
triennale)  e  dinamiche  finanziarie/prestazionali  complessive  del sistema previdenziale.
In questo  quadro,  non  appaiono  manifestamente  infondati,  ad avviso di questo giudice, i dubbi di costituzionalita' avanzati dalle parti ricorrenti con riguardo alla irragionevole lesione dei  diritti soggettivi pensionistici maturati ex lege e del legittimo affidamento sulla stabilita' del trattamento previdenziale, con  riguardo  dunque ai principi costituzionali di cui agli  articoli  2,  36  (stante  la natura di retribuzione differita del trattamento previdenziale), e  3 della Carta fondamentale, quest'ultimo assunto  dalla  giurisprudenza costituzionale (da ultimo, sentenza,  n.  160/2013)  a  presidio  del legittimo affidamento verso situazioni giuridiche consolidate.

[4.1.] Peraltro, alla luce della ormai consolidata giurisprudenza del Giudice delle leggi, questa Corte dubita  che  il  contributo  di solidarieta' previsto dalla norma de qua,  per  come  conformato  dal legislatore,   rivesta   esclusivamente   natura    di    prestazione patrimoniale imposta ex art. 23 Cost. e non  anche,  al  di  la'  del nomen furis utilizzato, di prelievo di natura tributaria ex  art.  53 della Carta.
In tema, pare appena il caso di osservare come, secondo la  ormai consolidata giurisprudenza costituzionale (ex aliis, sentenza n.  223 del  2012),  "indipendentemente  dal  nomen  iuris  attribuitole  dal legislatore, al fine di valutare  se  una  decurtazione  patrimoniale definitiva integri un tributo,  occorre  interpretare  la  disciplina sostanziale che la prevede  alla  luce  dei  criteri  indicati  dalla giurisprudenza  costituzionale  come   caratterizzanti   la   nozione unitaria di tributo:  cioe'  la  doverosita'  della  prestazione,  in mancanza di un rapporto  sinallagmatico  tra  le  parti,  nonche'  il
collegamento di tale prestazione con la pubblica spesa, in  relazione ad un presupposto economicamente rilevante (ex plurimis, sentenze  n. 141 del 2009, n. 335 e n. 64 del 2008, n. 334 del  2006,  n.  73  del 2005). Un tributo consiste, quindi, in un «prelievo coattivo  che  e' finalizzato al concorso alle pubbliche spese ed e' posto a carico  di un soggetto passivo in base ad  uno  specifico  indice  di  capacita' contributiva» (sentenza n. 102 del 2008); indice che  deve  esprimere l'idoneita' di tale soggetto all'obbligazione tributaria (sentenze n. 91 del 1972, n. 97 del 1968, n. 89 del 1966, n. 16 del  1965,  n.  45 del 1964)".
Orbene, in disparte la diversa quaestio  della  natura  giuridica dei c.d. contributi previdenziali (in  ordine  ai  quali,  pur  nella diversificazione  delle  impostazioni   ricostruttive,   prevale   in dottrina e giurisprudenza - di recente, Cass., sez. III  pen.,  sent. n. 20845/2011 -, la qualificazione in termini tributari), la norma in esame espressamente prevede una prestazione patrimoniale autoritativa (cfr. artt. 23 e 53 Cost.) "isolata" (ovvero avulsa  da  qualsivoglia rapporto  sinallagmatico),  gravante  (esclusivamente)   su   redditi derivanti  da  trattamento  previdenziale  obbligatorio,   per   come maturati secundum legem a seguito di  contribuzione  obbligatoria  in costanza di rapporto di lavoro.
Detta  prestazione  patrimoniale  imposta,  pur  congegnata  come temporanea (tre anni a decorrere dall'1 gennaio 2014),  presenta  per giunta  inequivocabilmente   (contrariamente   a   quanto   sostenuto dall'Inps e dall'Avvocatura dello Stato nelle  memorie  prodotte)  il carattere della definitivita', ovvero della irretrattabile  ablazione a vantaggio del patrimonio delle gestioni previdenziali obbligatorie.

[4.2] In questo orizzonte ricostruttivo, non appaiono ex  adverso persuasive  le  argomentazioni   rese   in   giudizio   dall'Istituto previdenziale e dall'Avvocatura dello Stato fondate sulla  diversita' del beneficiario dei contributi (le gestioni previdenziali e  non  lo Stato), per un insieme di ragioni, di seguito specificate. 
a) Secondo la dottrina tributarista, tanto piu' alla  luce  della recente riforma del titolo V della Costituzione (lo Stato e' divenuto una, seppur fondamentale, componente  della  Repubblica,  nell'ambito della quale si e' registrata una  implementazione  poliarchica  della potesta' impositiva, pur rimanendo ferma la riserva relativa di legge prevista dall'art. 23  della  Carta),  in  presenza  di  un  prelievo coattivo avulso da un rapporto sinallagmatico, la  qualificazione  in termini tributari non puo' ritenersi inficiata dalla circostanza  che le somme vengano acquisite non dallo Stato ma da un diverso  soggetto giuridico del settore pubblico (sulla natura pubblicistica degli enti previdenziali privatizzati e comunque dell'attivita' istituzionale di obbligatoria previdenza e assistenza, si  vedano  Cds.,  sentenze  n. 6014/2012 e n. 182/2006; C. Conti,  Sez.  contr.  enti,  n.  59/1996; Corte di cassazione, sezioni unite civili, sentenze n.  13398/2007  e n. 19497/2008:, Corte costituzionale, sentenza 248/1997).
b) In questo senso, peraltro, si e' puntualmente  pronunziata  la stessa   Corte   costituzionale   in   alcune   sentenze,   pur   non particolarmente recenti. In dettaglio, la Consulta, nella sentenza n. 11  del  1995,  ha  sostenuto  che  "gli  elementi  basilari  per  la qualificazione di una legge come  tributaria  sono  costituiti  dalla ablazione delle somme  con  attribuzione  delle  stesse  ad  un  ente
pubblico e la loro destinazione allo scopo di apprestare mezzi per il fabbisogno  finanziario  dell'ente  medesimo".  Analogamente,   nella sentenza n. 37 del 1997 la  Corte  costituzionale  ha  affermato  che "nella  fattispecie,  invero,  risultano  sussistenti  entrambi   gli elementi indicati da altra giurisprudenza di questa Corte  costituiti dalla ablazione delle somme con attribuzione delle stesse ad un  ente pubblico e la loro destinazione allo scopo di apprestare mezzi per il fabbisogno finanziario".
c) Ma soprattutto, la Carta fondamentale  testualmente  individua il  soggetto  giuridico  deputato   ad   assicurare   le   necessarie prestazioni previdenziali e assistenziali, tanto piu' per la gestione previdenziale obbligatoria, esclusivamente nello Stato,  che,  a  tal fine, "predispone" o "integra" "organi o istituti" (art. 38, comma 4, Cost.), quali il convenuto  Inps,  peraltro  ente  strumentale  dello
Stato. D'altra parte, l'Istituto nazionale della previdenza  sociale, fin dalla sua istituzione,  ha  usufruito  di  trasferimenti  statali (art. 59 del R.D.L. 4-10-1935 n. 1827),  ed  e'  tuttora  stabilmente finanziato anche da fondi statali, evidentemente  principalmente  con riguardo alle  gestioni  previdenziali  obbligatorie.  In  proposito, possono  essere  sinteticamente   richiamati   i   tre   sistemi   di finanziamento statale  delle  gestioni  previdenziali  Inps  previsti ormai a regime in quanto sistematicamente richiamati dalle  leggi  di stabilita' (da ultimo, art. 1, comma 2, della  legge  n.  147/2013  e art. 2 della legge di stabilita' per il 2015 n. 190/2014) di cui agli articoli 37, comma 3, lettera c), della legge 9 marzo 1989, n. 88,  e successive modificazioni, 59, comma 34, della legge 27 dicembre 1997, n. 449, e successive modificazioni, e 2,  comma  4,  della  legge  12 novembre 2011, n. 183, norma quest'ultima che prevede che "AI fine di garantire il pagamento dei trattamenti pensionistici e' stabilito  un apporto dello Stato a favore della gestione di cui al comma  1.  Tale apporto  e'  erogato  su  base  trimestrale,  subordinatamente   alla verifica delle effettive necessita' finanziarie della dtata gestione, riferite al singolo esercizio finanziario".
Da ultimo, si osserva incidentalmente che detto  obbligo  statale di contribuzione alla gestione previdenziale, lungi dal risolversi in un'affermazione legislativa puramente teorica, ha  assunto  in  rebus
carattere di effettivita' finanziaria e  di  sostanziale  permanenza, anche in ragione dell'andamento della gestione finanziaria  dell'Inps (per rimanere all'ultimo consuntivo approvato - ma non si  tratta  di
trend gestionale di breve periodo -, l'Istituto  nel  2013  ha  fatto
registrare un disavanzo di competenza di 8.724 milioni di  euro,  con
una perdita di esercizio di 12.217 milioni di euro).
[4.3]  Parimenti,  non  appaiono   ex   adverso   persuasive   le
argomentazioni rese  dall'Istituto  previdenziale  e  dall'Avvocatura
dello Stato a  sostegno  della  peculiarita'  della  norma  di  legge
esaminata, fondate essenzialmente sulla destinazione finalistica  dei
contributi,  in   quanto   "acquisiti   dalle   competenti   gestioni
previdenziali  obbligatorie,  anche  al   fine   di   concorrere   al
finanziamento degli interventi di  cui  al  comma  191  del  presente
articolo"; diversamente dalle fattispecie  astratte  esaminate  dalla
menzionata recente giurisprudenza costituzionale,  secondo  le  parti
resistenti  si  tratterebbe,  piu'  puntualmente,   di   un'ablazione
funzionale a garantire risorse  finanziarie  non  tanto  a  beneficio
della fiscalita' generale, ma funzionali ad interventi specificamente
individuati  dal  legislatore  e  ispirati   ad   un   principio   di
solidarieta', per cosi' dire, endo-previdenziale.
In proposito, questa Corte non ignora come  si  rinvengano  nella
giurisprudenza della Consulta alcuni precedenti in  materia,  seppure
non univoci, nei quali il valore  costituzionale  della  solidarieta'
endo-previdenziale (artt. 2 e 38 della Carta) ha  ricevuto  specifica
valorizzazione.
In dettaglio e con riferimento a prestazioni patrimoniali imposte
sui redditi da pensione,  se  nella  sentenza  n.  119  del  1981  la
Consulta ritenne violato il principio  di  eguaglianza  in  relazione
alla capacita' contributiva perche' i pensionati (cui, a partire  dal
1968, era richiesto un contributo  progressivo  a  favore  del  Fondo
sociale)  erano  invero  colpiti  "in  misura  ingiustificatamente  e
notevolmente maggiore" rispetto ai percettori di altri redditi  e  ai
lavoratori subordinati, nell'ordinanza di inammissibilita' n. 22  del
2003 (in termini,  ord.  n.  160/2007)  la  Corte  costituzionale  ha
dichiarato la manifesta infondatezza della questione di  legittimita'
costituzionale dell'art. 37 della legge 23  dicembre  1999,  n.  488,
disattendendo la censura di  irragionevolezza  fondata  sull'asserita
natura tributaria  del  contributo,  "laddove  la  contestata  scelta
discrezionale del legislatore e'  stata  operata  in  attuazione  dei
principi  solidaristici  sanciti  dall'art.  2  della   Costituzione,
attraverso l'imposizione  di  un'ulteriore  prestazione  patrimoniale
gravante solo su alcuni  trattamenti  previdenziali  obbligatori  che
superino  un  certo  importo  stabilito  dalla  legge,  al  fine   di
concorrere al finanziamento dello stesso sistema previdenziale".
Tuttavia, appare significativo rilevare, in  proposito,  come  il
combinato disposto degli articoli 37 della legge n.  488/1999  (norma
scrutinata dall'ordinanza di inammissibilita' n. 22 del 2003)  e  69,
comma 9, della legge n. 388/2000 prevedesse la  confluenza  di  detti
contributi in uno specifico fondo obbligatoriamente finalizzato  alla
copertura previdenziale di specifici ambiti prestazionali, ovvero dei
lavori discontinui, dei lavoratori autonomi e co.co.co,  nonche'  per
il finanziamento di periodi di tempo non coperti da contribuzione.
Orbene, premesso il riferimento alla non  univoca  giurisprudenza
costituzionale in materia, deve, ad avviso di questo  giudice,  esser
sottoposta a puntuale  verifica  controfattuale  la  stessa  asserita
finalita' solidaristica esclusivamente endo-previdenziale, ex artt. 2
e 38 Cost., del contributo in esame.
In  merito,  questa  Corte,  alla  luce  dei  dati  normativi   e
finanziari di sistema, dubita che il contributo de quo,  non  a  caso
inserito nella legge di stabilita' per il  2014,  sia  effettivamente
finalizzato non tanto a contribuire a ridurre il  debito  pubblico  o
comunque a contrastare  la  situazione  finanziaria  complessiva  dei
Paese,  ma  a  perequare  in  funzione   solidaristica   il   sistema
previdenziale, per un insieme di ragioni di seguito specificate.
a) Innanzitutto, giova evidenziare come la norma non  costituisca
espressione di una ridefinizione, rigorosamente supportata da analisi
di matrice statistico/assicurativa, del sistema di previdenza sociale
(cfr. legge 8 agosto 1995, n. 335), ovvero anche solo di  alcune  sue
componenti,  ispirata  a  finalita'   solidaristiche   (ad   esempio,
intergenerazionali  o  di  altra  natura  tra  settori  diversi   del
welfare),  limitandosi  a  introdurre  un   obbligo   temporaneo   di
contribuzione in percentuale sulle pensioni piu' elevate  determinato
in maniera evidentemente atecnica sul  terreno  statistico/attuariale
endoprevidenziale; in buona sostanza, non si comprende,  innanzitutto
sul terreno tecnico-finanziario e  degli  equilibri  complessivi  del
sistema previdenziale e delle gestioni obbligatorie, perche' -  cioe'
con     quali     prospettive      di      equilibrio/redistribuzione
previdenziale/assistenziale  -  prelievo  sia  stato   introdotto   e
limitatamente ad un triennio,  per  quali  ragioni  debba  operare  a
partire da un reddito di circa euro 90.000,00  annui  e  perche'  sia
stato determinato nelle percentuali previste per i diversi scaglioni.
Anzi, nella norma in questione manca del tutto ogni  correlazione
con prospettive e dinamiche degli equilibri  finanziari  del  sistema
previdenziale (del resto, come si vedra', connessi a quelli generali)
e finanche delle gestioni previdenziali obbligatorie, diversamente da
altra disposizione relativa sempre al settore previdenziale contenuta
(arti, comma 488 e normativa ivi richiamata) nella medesima legge  di
stabilita' (cfr.  Corte  di  Cassazione,  sez.  lavoro,  sentenza  n.
53/2015 sulla inconciliabilita' tra natura temporanea dei  contributi
e funzionalizzazione agli equilibri finanziari di lungo periodo).
Diversamente da quest'ultima disposizione  (a  prescindere  dalle
problematiche interpretative sul suo ambito applicativo), infatti, la
norma in esame  disegna  una  prestazione  patrimoniale  imposta  che
opera,  in  via  generale  e  astratta,   per   tutte   le   gestioni
previdenziali  obbligatorie  a  prescindere  dalle  diverse  concrete
dinamiche dei rispettivi equilibri finanziari (anche  per  quelle  in
equilibrio o addirittura in avanzo) e avendo per converso a parametro
di  commisurazione  esclusivamente  il  livello   del   reddito   dei
pensionati.
b)  Come  emerge  in  maniera  evidente  dall'esame  dei   lavori
preparatori parlamentari,  che  pure  sottolineano  -  come  eccepito
dall'Inps - come il  Governo  abbia  evidenziato  la  confluenza  dei
contributi nelle  gestioni  previdenziali  obbligatorie  al  fine  di
argomentare l'infondatezza delle sollevate (gia' in  sede  di  lavori
parlamentari) problematiche  di  costituzionalita'  sulla  norma,  la
logica  ispiratrice  dell'intervento  normativo  ictu  ocull  risiede
essenzialmente in valutazioni di finanza pubblica generale.
In particolare, il  prospetto  riepilogativo  riferito  al  testo
licenziato dal Senato testualmente pone in primario rilievo, non gia'
gli effetti sulle dinamiche finanziarie/prestazionali  delle  diverse
gestioni   obbligatorie   o    anche    del    complessivo    sistema
previdenziale/assistenziale,   ma   essenzialmente    le    inferenze
dell'ablazione patrimoniale sui  saldi  di  finanza  pubblica  (saldo
netto da finanziare, fabbisogno e indebitamento  netto),  secondo  la
seguente tabella (testualmente riportata):

Parte di provvedimento in formato grafico


E ancora, la relazione tecnica al testo  licenziato  dal  Senato,
oltre  a  descrivere  le  norme,  espone  sostanzialmente   parametri
finanziari generali, concludendo  che  dalle  disposizioni  in  esame
(considerati il numero dei soggetti coinvolti, il loro reddito  e  le
relative aliquote fiscali) derivano le seguenti economie:

(milioni di euro)



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|               |  2014   |    2015   |    2016   |    2017   |
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|Al lordo       |         |           |           |           |
|effetti fiscali|   93    |     93    |     93    |     0     |
+---------------+---------+-----------+-----------+-----------+
|Al netto       |         |           |           |           |
|effetti fiscali|   52    |     52    |     52    |     0     |
+---------------+---------+-----------+-----------+-----------+

E appare altresi'  significativo  evidenziare  come  il  medesimo
approccio espositivo/ricostruttivo, del resto del tutto coerente  con
la natura del testo  normativo  (legge  c.d.  di  stabilita'),  viene
parimenti seguito nei lavori parlamentari sia (come e'  scontato  che
sia)  con  riferimento  al  contributo  di  solidarieta'  su  redditi
complessivi  superiori  a  300.000  euro  (comma  590)  (1)  che  con
riferimento all'obbligo di restituzione (comma 287) dei contributi di
solidarieta'  sulle  pensioni  (2)  gia'   prelevati   e   dichiarati
incostituzionali dalla Consulta con la sentenza n. 116/2013.

c) Analogamente, la norma in  esame  (diversamente  dall'art.  37
della legge n. 488/1999, scrutinato dalla gia'  richiamata  ordinanza
della Consulta  n.  22/2003),  non  prevede  alcun  puntuale  vincolo
finalistico nell'impiego delle somme, come peraltro emerso anche  nel
corso dei lavori preparatori (servizio studi della Camera). Lo stesso
generico riferimento al lavoratori c.d. esodati, oltre  a  non  esser
vincolante quanto alla destinazione dei contributi (come testualmente
evidenziato,   in   maniera   inequivocabile,   dall'impiego    della
congiunzione "anche"),  non  viene  adeguatamente  sostanziato  dalla
individuazione  di  specifiche  prestazioni  previdenziali  (cosa  si
assicura ed  a  quante  persone)  da  garantire  a  detta  platea  di
soggetti.

Parte di provvedimento in formato grafico


Piu' in generale, occorre in buona sostanza evidenziare che  alla
previsione delle prestazioni patrimoniali imposte il legislatore  non
associa inderogabilmente, con  finalita'  solidaristiche  interne  al
sistema previdenziale, alcuna individuazione di "ulteriori o diverse"
prestazioni  da  garantire  mediante  l'impiego  di  dette   risorse,
limitandosi ad un intervento finanziario di pura "cassa"  nel  quadro
delle complessive dinamiche della finanza pubblica,  conseguentemente
del   tutto   "fungibile"   rispetto   all'"ordinario"   sistema   di
finanziamento  statale   delle   gestioni   previdenziali   (prelievo
tributario e trasferimenti agli enti previdenziali).
A  tal  proposito,   non   appare   ultroneo   evidenziare   come
l'immediatamente successivo comma 487  dell'art.  1  della  legge  di
stabilita'  per  il  2014,  espressamente  preveda  che  "i  risparmi
derivanti dalle misure di contenimento della  spesa  adottate,  sulla
base dei principi di cui al comma 486, dagli  organi  costituzionali,
dalle regioni e dalle province  autonome  di  Trento  e  di  Bolzano,
nell'esercizio della propria autonomia sono versati  all'entrata  del
bilancio dello Stato per essere destinati al Fondo di  cui  al  comma
48" (di garanzia per le piccole e medie imprese, etc..).
[4.4]  L'insieme  delle   considerazioni   ricostruttive   svolte
contribuisce, in sostanza, a disegnare il  quadro  di  uno  strumento
normativa, quello dell'obbligo di contribuzione ex art. 1, comma 486,
della legge n. 147/2013, giuridicamente e assiologicamente (artt. 2 e
38  Cost)   "distante"   da   autentiche   finalita'   solidaristiche
endo-previdenziali,   avuto    riguardo    alla    sua    neutralita'
giuridico-economica  rispetto  alla  consistenza   quali-quantitativa
delle prestazioni previdenziali concretamente assicurate, all'assenza
di correlazione (nell'an e nel quantum del prelievo) con le  concrete
dinamiche finanziarie delle varie gestioni previdenziali obbligatorie
nonche' alla sua parametrazione con  esclusivo  riguardo  al  reddito
(capacita' contributiva) dei pensionati e  avendo  a  riferimento  le
dinamiche complessive della finanza pubblica; dinamiche rispetto alle
quali  emerge  la  sostanziale  sovrapponibilitta'/fungibilita'   del
contributo, nell'ottica del policy maker finanziario e quoad effectum
in aerarium (comprese le finanze degli enti previdenziali),  rispetto
al prelievo tributario e al sistema di trasferimento di fondi statali
alle gestioni previdenziali.
[4.5] Ricostruita in questi termini la natura  della  prestazione
patrimoniale imposta de qua, questo giudice  ritiene  sostanzialmente
nella  specie  trasponibili,   a   sostegno   della   non   manifesta
infondatezza della  questione  di  costituzionalita'  per  violazione
degli articoli 3 (eguaglianza/ragionevolezza) e 53 (correlazione alla
capacita' contributiva e progressivita') della Carta fondamentale, le
argomentazioni addotte dalla recente  giurisprudenza  costituzionale,
con particolare riguardo per la sentenza n. 116 del 2013.
Cio' anche  a  prescindere  dalla  diversa  qualificazione  della
fattispecie in termini di vera e  propria  violazione  del  giudicato
costituzionale, pur avanzata da parte della  dottrina  e  sollecitata
anche dalle parti ricorrenti sulla scorta di rigorosa  giurisprudenza
costituzionale (C. cost., sentenze n. 73/1963 e n. 88/1966, che parla
di violazione del'art. 136 nell'ipotesi che  una  legge  "persegue  e
raggiunge, anche se indirettamente, lo stesso risultato" di una norma
gia' dichiarata incostituzionale), ma difficile da condividere  (come
rilevato da altra opinio dottrinaria) in  ragione,  oltre  che  delle
invero residuali (nel  senso  teste'  precisato)  peculiarita'  della
disposizione sub iudice, del suo differente  orizzonte  temporale  di
efficacia.
Ad ogni modo, ai fini del riscontro  di  costituzionalita'  della
norma de qua, si osserva che la prestazione patrimoniale imposta ictu
oculi  incide  esclusivamente  su  una   determinata   categoria   di
cittadini, ovvero i titolari di trattamenti pensionistici erogati  da
enti gestori di forme di previdenza obbligatorie, mentre la rimanente
generalita' dei consociati di eguale capacita' contributiva  (tertium
comparationis, come tale  individuato  dalla  stessa  Consulta  nella
sentenza n. 116/2013 nel prelievo del 3 per cento sui  redditi  annui
superiori a 300.000 euro ex l'art.  2  del  d.l.  n.  138  del  2011,
reiterato dall'art. 1 comma 590 della medesima legge n. 147/2013) non
risulta astretta da analogo prelievo tributario.
Infatti, detta evidente disparita' di trattamento appare  viepiu'
confermata   (ulteriore   testimonianza   dell'evidente    "affinita'
contributiva" degli istituti) dai legislatore, nella  medesima  legge
di stabilita' (art. 1, comma 590), anche in materia  di  proroga  del
contributo di solidarieta' del 3 per  cento  relativo  a  redditi  di
importo notevolmente elevato (superiore a  300.000,00  euro),  per  i
quali per un verso  si  prevede  che  "ai  fini  della  verifica  del
superamento del limite rilevano anche i trattamenti pensionistici  di
cui al comma 486", e nel contempo si dispone che "su tali trattamenti
il contributo di solidarieta' di cui al primo periodo non e' dovuto",
in quanto sottoposti  al  piu'  elevato  contributo  di  solidarieta'
specifico per i redditi da pensione.  Con  l'irragionevole  esito  di
sottoporre ad un trattamento  radicalmente  deteriore  i  redditi  da
pensione rispetto a quelli da diversa fonte ovvero anche misti, anche
nell'ambito di un range reddituale particolarmente elevato.
Eppure, come sottolineato dal giudice  delle  leggi  (da  ultimo,
sentenza n. 116  del  2013)  "i  redditi  derivanti  dai  trattamenti
pensionistici non hanno, per questa loro origine, una natura  diversa
e minoris generis rispetto agli altri redditi presi a riferimento, ai
fini dell'osservanza  dell'art.  53  Cost.,  il  quale  non  consente
trattamenti in pejus di determinate categorie di redditi da lavoro".
Questa Corte non ignora come, secondo consolidata  giurisprudenza
costituzionale, «la Costituzione non impone  affatto  una  tassazione
fiscale uniforme, con criteri assolutamente identici e  proporzionali
per tutte le tipologie di imposizione tributaria; ma esige invece  un
indefettibile raccordo con la capacita' contributiva, in un quadro di
sistema informato  a  criteri  di  progressivita',  come  svolgimento
ulteriore,  nello  specifico  campo  tributario,  del  principio   di
eguaglianza,  collegato  al  compito  di  rimozione  degli   ostacoli
economico-sociali esistenti di fatto alla liberta' ed eguaglianza dei
cittadini-persone  umane,  in  spirito  di   solidarieta'   politica,
economica e sociale (artt. 2 e 3 della  Costituzione)»  (sentenza  n.
341 del 2000, richiamata dalla sentenza n. 116 del 2013).
Lo  scrutinio  di  costituzionalita'  si  risolve  dunque  in  un
"giudizio sull'uso ragionevole, o meno,  che  il  legislatore  stesso
abbia fatto dei suoi poteri discrezionali in materia  tributaria,  al
fine di verificare la coerenza interna della  struttura  dell'imposta
con il suo presupposto economico,  come  pure  la  non  arbitrarieta'
dell'entita' dell'imposizione (sentenza n. 111 del 1997)".
Proprio in applicazione dei  menzionati  principi,  emerge  nella
specie, cosi come gia'  in  passato  ravvisato  dalla  Consulta,  "un
giudizio di irragionevolezza ed arbitrarieta' del diverso trattamento
riservato alla categoria colpita, «foriero peraltro di  un  risultato
di bilancio che avrebbe potuto essere ben diverso e  piu'  favorevole
per lo Stato, laddove il legislatore avesse rispettato i principi  di
eguaglianza  dei  cittadini  e  di  solidarieta'   economica,   anche
modulando diversamente un universale intervento impositivo». Se da un
lato l'eccezionalita' della situazione economica che  lo  Stato  deve
affrontare e' suscettibile  di  consentire  il  ricorso  a  strumenti
eccezionali, nel difficile compito di contemperare il soddisfacimento
degli interessi finanziari e di garantire i servizi e  la  protezione
di cui tutti cittadini necessitano, dall'altro cio' non  puo'  e  non
deve determinare ancora una volta un'obliterazione  dei  fondamentali
canoni   di   uguaglianza,   sui   quali   si   fonda   l'ordinamento
costituzionale" (cosi' ancora la sentenza della Corte  costituzionale
n. 116 del 2013).
Tanto  piu'  che,  ha  argomentato  la  Consulta  nel  precedente
ripetutamente  richiamato,  la  giurisprudenza   costituzionale   "ha
ritenuto che il trattamento  pensionistico  ordinario  ha  natura  di
retribuzione differita  (fra  le  altre  sentenza  n.  30  del  2004,
ordinanza n. 166 del 2006); sicche' il  maggior  prelievo  tributario
rispetto   ad   altre   categorie   risulta   con    piu'    evidenza
discriminatorio, venendo esso a gravare su redditi ormai  consolidati
nel loro ammontare, collegati a prestazioni lavorative gia'  rese  da
cittadini che hanno esaurito la loro  vita  lavorativa,  rispetto  ai
quali non  risulta  piu'  possibile  neppure  ridisegnare  sul  piano
sinallagmatico il rapporto di lavoro".
Per quanto suesposto, riservata ogni  altra  decisione  all'esito
del giudizio innanzi  alla  Consulta,  deve  essere  conseguentemente
disposta la remissione degli atti  alla  Corte  costituzionale  e  la
sospensione del giudizio ai sensi dell'art. 134  della  Costituzione,
dell'art. 1 della legge  costituzionale  9  febbraio  1948,  n.  1  e
dell'art. 23 della legge 11 marzo 1953, n. 87.

 

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... Le cose vere della vita non si studiano nè si imparano ma si incontrano (Oscar Wilde)