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Per il CNF la sua composizione e funzione giurisdizionale son soggette a riserva assoluta di legge

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Con sentenza 122/2014 depositata il 27/9/2014 il CNF affermò di essere  “giudice speciale” ai sensi e per gli effetti del combinato disposto della VI disp. trans. Cost. e dell’art. 102 Cost., sicché la disciplina che regola la sua composizione e le sue funzioni giurisdizionali è soggetta a riserva assoluta di legge ex art. 108 della Costituzione.

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Preliminarmente va scrutinato il primo motivo di ricorso con il quale l’avvocato I. solleva una “eccezione preliminare e pregiudiziale di nullità per incompetenza assoluta, combinato disposto degli artt.25 e 111 della Costituzione della Repubblica italiana e dell’art.3 comma 5 lettera f) della legge n.148/2011 –Difetto di giurisdizione”. Sostiene il ricorrente che, a seguito della emanazione del D.L. 13 agosto 2011 n.138 convertito dalla legge 148/2011 pubblicata sulla G.U. del 16 settembre 2011 n.216, il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati non può più funzionare sia come organo amministrativo che disciplinare a partire dal 13 agosto 2011; da tale data sarebbe venuta meno la potestà disciplinare nei confronti degli iscritti dovendosi, sempre da tale data, provvedere ad istituire distinto e separato organo disciplinare. Ciò discenderebbe dalla già ricordata previsione normativa per la quale “gli ordinamenti professionali dovranno prevedere l’istituzione di organi a livello territoriale, diversi da quelli aventi funzioni amministrative, ai quali sono specificamente affidate l’istruzione e la decisione delle questioni disciplinari e di un organo nazionale di disciplina. La carica di consigliere
dell’Ordine territoriale o di consigliere nazionale è incompatibile con quella di membro dei consigli di disciplina nazionali e territoriali”.
La sollevata eccezione è infondata.
Come questo Consiglio Nazionale ha avuto già modo di chiarire (cfr.CN.F. n.63 del 22.4.2013;C.N.F. n.111 del 18.7.2013), nell’ambito di una più generale e complessiva disamina che investiva anche la mantenuta giurisdizione dello stesso Consiglio Nazionale e che in questa sede è opportuno riprodurre letteralmente, le disposizioni richiamate dal ricorrente e, segnatamente, quelle dettate dalla citata lettera f) dell’art.3 comma 5 del D.L. n.138 e poi dettagliate dall’art.8, comma 8 del D.P.R. n.137 del 2012, non sono applicabili al Consiglio Nazionale Forense e non comportano, tra l’altro e per quanto qui interessa, la demolizione del vigente sistema di amministrazione della funzione disciplinare, tuttora mantenuta anche in capo ai Consigli degli Ordini territoriali.
Il complesso di norme appena sopra richiamate costituisce espressione di una marcata tendenza legislativa alla liberalizzazione delle forme di accesso e di esercizio delle attività professionali regolamentate che, ai sensi dell’art.3 comma 5 D.L. n.138/2011, già richiamato, divengono oggetto di un processo di delegificazione volto a far sì che “gli ordinamenti professionali” garantiscano “che l’esercizio dell’attività risponda senza eccezioni ai principi di libera concorrenza, alla presenza diffusa dei professionisti su tutto il territorio nazionale, alla differenziazione e pluralità di offerta che garantisca l’effettiva possibilità di scelta degli utenti nell’ambito della più ampia informazione relativamente ai servizi offerti”. A tal fine la medesima norma ha dettato i principi ai quali il regolamento governativo di delegificazione, da adottarsi entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della norma, avrebbe dovuto ispirarsi. Tra gli stessi, la già citata lettera f) dispone, per quanto qui specificamente attiene, che “gli ordinamenti professionali dovranno prevedere l’istituzione ….di un organo nazionale di disciplina. La carica di consigliere dell’Ordine territoriale o di consigliere nazionale è incompatibile con quella di membro dei consigli di disciplina nazionali e territoriali. Le
disposizioni della presente lettera non si applicano alle professioni sanitarie per le quali resta confermata la normativa vigente”. In applicazione di tale disposizione è stato emanato il decreto del Presidente della repubblica 7 agosto 2012 n.137 (“Regolamento recante riforma degli ordinamenti professionali, a norma dell’art.3, comma 5, del decreto legge 13 agosto
2011 n.138, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 settembre 2011 n.148), entrato in vigore il 15 agosto del 2012, che all’art.8 reca “Disposizioni sul procedimento disciplinare delle professioni regolamentate diverse da quelle sanitarie” e, segnatamente, al comma 8 si occupa della composizione e delle incompatibilità relative ai “consigli nazionali dell’ordine o
dei collegi”.
Quello di delegificazione è un procedimento di produzione normativa di tipo duale che coinvolge due organi costituzionali, il Parlamento ed il Governo, e si snoda attraverso due atti normativi: la legge di autorizzazione e il regolamento in delegificazione; nonostante la singolarità del meccanismo di abrogazione a data fissa (13 agosto 2012) introdotto nel
provvedimento qui descritto, la funzione del regolamento in delegificazione resta peraltro quella – nel dare attuazione e rendere concretamente operanti le norme di legge, costruite necessariamente come norme programmatiche e di indirizzo non immediatamente cogenti –di individuare l’ambito materiale interessato dall’effetto abrogativo delle norme di rango
primario. Ora, è di tutta evidenza – ed è stato necessariamente confermato dallo stesso atto regolamentare (il DPR 137/2012) assunto in attuazione dell’art.3, comma 5, cit. – che la citata lette. F) della disposizione di rango primario già ricordata si applichi e riguardi solo i Consigli Nazionali che operano in veste amministrativa. Quelli che, come il Consiglio
Nazionale Forense, operano in veste di “giudici speciali” ai sensi e per gli effetti del combinato disposto della VI disp. trans. Cost. e dell’art.102 Cost., sono ovviamente soggetti a riserva assoluta di legge:l’art.108 della Costituzione dispone testualmente che “le norme sull’ordinamento giudiziario e su ogni altra magistratura sono stabilite con legge”.
In altre parole, la disciplina che regola la composizione e le funzioni giurisdizionali del Consiglio Nazionale Forense non poteva e non può essere oggetto di delegificazione ed in effetti non lo è stata affatto: lo precisa lo stesso DPR 137/2012 che, all’art.8 comma 7, circoscrive la portata dell’innovazione ai soli “Consigli nazionali che decidono in via
amministrativa”.
Il quadro descritto ha trovato puntuale ed esaustiva conferma nella relazione ministeriale di accompagnamento al DPR n.137 del 2012.
Non vi è dubbio poi che la ricostruzione fin qui operata trovi plausibile e motivato rilievo, al di là e contrariamente a quanto sostenuto nel ricorso qui in esame, anche nel campo del procedimento disciplinare demandato ai Consigli degli Ordini forensi territoriali. Anche in tale settore, infatti, non si è in presenza di una valutazione negativa e demolitoria del vigente sistema di amministrazione della funzione disciplinare, ma si delinea piuttosto un indirizzo di modifica, improntato alla garanzia dell’indipendenza dell’organo. Tale programma di riforma, come ovvio, implica specifiche norme di attuazione – peraltro puntualmente contenute nel D.P.R. n 137 - ma in nessun modo postula l’immediata caducazione delle norme vigenti in
materia.
Coerentemente, pertanto, il DPR n.137/2012 – sia pure entrato in vigore dopo il 13 agosto 2012 – dispone l’ultrattività, nel periodo transitorio, delle norme vigenti in materia disciplinare (comma 10) e addirittura prefigura la persistente applicabilità delle norme sul procedimento anche da parte degli istituendi Consigli di disciplina; ciò che non avrebbe potuto disporre qualora tale complesso normativo fosse stato integralmente abrogato per effetto dell’art.3, comma 5 bis, allo scadere del termine del 13 agosto 2011.
Con l’entrata in vigore poi della legge 31 dicembre 2012 n.247 (“nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense”) il sistema, all’esito dell’attività regolamentare demandata, per quanto qui di interesse, al Consiglio Nazionale Forense, registrerà, a far data dal 1 gennaio 2015, l’inizio di attività dei Consigli Distrettuali di disciplina senza che, fino a quella data, si sia registrata e si registri, per quanto sopra osservato ed anche in virtù della disposizione transitoria di cui all’art.65 della stessa legge, una vacatio, impropria ed inammissibile, nell’attività di controllo deontologico e disciplinare dei Consigli degli Ordini.
Venendo ora agli altri motivi di ricorso, deve rilevarsi che quest’ultimo, in ossequio alla più recente ed uniforme giurisprudenza di questo Consiglio Nazionale e delle Sezioni Unite della Suprema Corte, si arresta sulla soglia della inammissibilità, in quanto avente ad oggetto la mera e sola delibera di apertura del procedimento disciplinare.
“Va ritenuto” infatti “inammissibile il ricorso avverso la deliberazione consiliare di apertura del procedimento disciplinare, trattandosi di atto insindacabile di natura endoprocedimentale e, quindi, inidoneo ad incidere concretamente ed immediatamente su alcuna situazione giuridicamente protetta dell’iscritto, anche in ragione della sua modificabilità e/o revocabilità;
deve, dunque, escludersi che il provvedimento di apertura del procedimento disciplinare abbia natura decisoria ai fini della relativa impugnabilità, poiché il legislatore in nessun modo lo qualifica come tale…” (ex multis C.N.F. n.48 del 10.04.2013; CN.F. n.164 del 29.11.2012).
Le Sezioni Unite della Suprema Corte (n.16884 del 5.7.2013) aggiungono che “oltre a non essere impugnabile innanzi al Consiglio Nazionale Forense, l’atto di avvio del procedimento disciplinare a carico di un avvocato non risulta neppure soggetto ad impugnazione innanzi al giudice amministrativo, in ragione sia della sua natura di atto amministrativo
endoprocedimentale, come tale privo di rilevanza esterna, sia della necessità di salvaguardare il principio costituzionale del giudice naturale precostituito per legge, che, da un lato, vuole impugnabile innanzi al predetto C.N.F. unicamente il provvedimento emesso da locale Consiglio dell’Ordine, nonché, dall’altro, assoggetta le decisioni di quest’ultimo al
ricorso innanzi alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, ex art.56 del r.d.l. 27 novembre 1933 n.1578, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 gennaio 1934 n.36”.
P.Q.M.
Il Consiglio Nazionale Forense, riunito in Camera di Consiglio;
visti gli artt. 40 n.2, 50 e 54 del R.D.L. 27.11.1933 n.1578 e gli artt.59 e ss. del R.D.
22.01.1934 n.37;
dichiara inammissibile il ricorso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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