(dall'ottimo sito www.economiaweb.it )
«In Italia non prendiamo più praticanti»
L’avvocatura italiana aspetta ancora una vera riforma. Tra i giovani legali si fa avanti chi ambisce al riconoscimento del lavoro dipendente e tra gli studi legali c’è chi dichiara: «Basta, non prendiamo più praticanti». Si tratta di Enrico Castaldi, socio fondatore dello studio franco italiano Castaldi Mourre & Partners. Una boutique nata a Parigi nel 1996 con l’associazione tra l’italiano Castaldi e il francese Alexis Mourre. L’attività dello studio (che ha un giro d’affari di circa 7 milioni di euro) si concentra prevalentemente Oltralpe. Anche perché l’apertura della sede italiana, a Milano, è arrivata dopo. Formalmente nel 2001. Ma è dal 2009 che lo studio sta investendo con costanza sul Paese d’origine di Castaldi. Che meglio di tanti altri è in grado di mettere a confronto la realtà italiana e quella francese tanto evocata, anche di recente, come modello da imitare. Il suo punto di vista, dice con convinzione, non vuole esprimere «nessuna esterofilia». Piuttosto, in questa intervista a Economiaweb.it, Castaldi spiega dal suo punto di vista come certe innovazioni siano state introdotte nel sistema francese, richiama alle proprie resonsabilità il sistema universitario e indica una nuova visone della pratica forense. Che oggi, in Italia, «è un elemento di sussistenza economica; senza praticanti, si dovrebbero assumere delle segretarie e personale d’amministrazione».
DOMANDA: In Italia si comincia a parlare di Albo degli avvocati dipendenti. C’è chi cita l’esempio francese. Ma qual è la situazione reale in Francia?
RISPOSTA: dall’ormai lontano 1991 è stata prevista la figura professionale dell’avvocato dipendente. Senza gran successo: nell’Ordine di Parigi, che rappresenta la metà dell’avvocatura francese, su 23 958 iscritti, 10 033 sono gli avvocati che esercitano come collaboratori , ma solo il 4% di loro sono avvocati dipendenti. Un inquadramento quindi quasi mai utilizzato perché troppo oneroso.
D: Da che punto di vista?
R: Quello dei contributi previdenziali che, nel caso di un rapporto di lavoro dipendente sono posti a carico del datore di lavoro. Costo insostenibile per le economie di uno studio. L’unico che ha strutturato la sua organizzazione sullo schema dei avvocati dipendenti è Fidal, primo studio di Francia per fatturato, ma atipico per la sua storia e per la sua struttura. Clifford Chance, a suo tempo prese la strada di questa forma d’inquadramento, salvo poi tornare indietro.
D: E quindi?
R: Il quaranta per cento degli avvocati parigini ha un rapporto di collaborazione professionale in un contesto di libera professione. Rapporto regolato da un contratto scritto che deve essere comunicato all’Ordine per una presa visione che assomiglia molto ad una valutazione di merito delle obbligazioni assunte.
D: Ma la differenza rispetto a un contratto da lavoratore dipendente dov’è?
R: Il modello standard di collaborazione liberale, suggerito dall’ordine, prevede minuziosamente, forse più per tutela giuridica che per rappresentazione di un’effettiva possibilità, il diritto dell’avvocato collaboratore allo sviluppo della propria clientela. Sviluppo che non è ammesso nel caso dell’avvocato dipendente, al quale si applicano le regole del diritto del lavoro e che ha, tranne l’indipendenza della prestazione intellettuale, un vincolo di subordinazione.
D: Quindi è facile anche “licenziare”?
R: Il regolamento CNB (equivalente del Consiglio nazionale Forense) prevede un preavviso in caso di fine del contratto di collaborazione: un mese per ogni anno di collaborazione sino a un massimo di sei mesi.
D: Certo, anche con un preavviso di, mettiamo, sei mesi, non è facile per chi si ritrova indipendente dopo anni di collaborazione in studio riuscire a cavarsela…
R: Assolutamente d’accordo. E’ un vero problema; pensiamo ad un avvocato di 35/40 anni che non ha sviluppato, come è regola in studi che ti chiedono una dedizione assoluta, una propria clientela e che si trova per strada, anche se con un assegno in tasca, in una situazione di mercato, come quella di oggi, di piena recessione. L’Ordine di Parigi, nella Carta delle buone pratiche della collaborazione adottata nel 2012, prevede varie misure per cercare di limitare i danni di queste situazioni: una polizza assicurativa collettiva in caso di perdita della collaborazione, corsi di formazione per l’avvocato “imprenditore”, aiuto da parte dello studio “che licenzia” per trovare una nuova collaborazione o per l’apertura di una struttura autonoma dell’ex collaboratore, anche in termini di reperimento di clienti.
D: In Italia, a suo parere perché questo non si fa?
R: Premessa: i vent’anni di avocat non hanno cancellato il mio essere avvocato, a cui sono attaccatissimo. Nessuna esterofilia quindi nelle mie valutazioni. Detto questo, la situazione italiana è disastrosa; ormai tutto quanto riguarda l’avvocatura italiana è giunto al grado ultimo di problematicità. La grande maggioranza dei giovani avvocati italiani vive male, in condizioni di dipendenza, di precarietà economica e di degrado morale. Ma chi affronta il problema? Si preferisce additare i pretesi nemici – il governo, l’antitrust, i giudici, i clienti, il fisco, e chi più ne ha più ne metta, ma non affrontare i problemi sostanziali, di struttura.
D: Come con la riforma forense, che parla ancora dell’avvocatura considerando solo professionisti indipendenti o soci…
R: La mia sensazione è che il livello della crisi dell’avvocatura italiana sia giunto ad uno stadio tale da rendere impossibile ogni riforma, se non preceduta da una presa di coscienza profonda e diffusa. Abbiamo invece tanta politicizzazione di basso livello e sterile veemenza.
D: Ma una categoria è in grado di autoriformarsi?
R: Certo, ma a due condizioni. Avere a cuore gli interessi generali e direi generazionali e non solo quelli di bottega e di corto respiro. L’altra è che non si arrivi a situazioni che, per la loro gravità, sono senza ritorno. Gli avvocati francesi da vent’anni si autoriformano. Sono aiutati dal forte senso di appartenenza e dai numeri “esigui” dell’avvocatura francese. La Carta delle buone pratiche della collaborazione è un esempio di un percorso di autoriforma, dovuto sia ad un inquietante dato statistico, nei primi dieci anni d’esercizio professionale il 30% dei giovani avvocati parigini lascia la professione per un impego nel pubblico o nel privato, sia l’attivismo del MAC, movimento avvocati collaboratori, che è giunto ad organizzare volantinaggi davanti a famosi studi accusati di pratiche discriminatorie.
D: Quali sono le novità della Carta?
R: Oltre ai problemi dell’inserimento dei collaboratori “disoccupati”, si protegge il diritto all’uguaglianza e alla diversità, i diritti delle madri e dei padri, s’inseriscono delle procedure per la prevenzione dei conflitti e per la valutazione in contradittorio delle evoluzioni professionali.
D: Quella con l’Italia è una differenza culturale o di mercato?
R: Tanti risponderebbero: di mercato! E darebbero le solite cifre sul sovraffollamento della professione e l’inefficienza della macchina giudiziaria. Io penso invece che se siamo arrivati a questo punto il problema è innanzitutto culturale. Si è voluto perpetuare uno schema professionale, culturale e direi antropologico che valeva, forse, negli anni Sessanta. Oggi una certa mentalità non ha più ragion d’essere, ma, e questo è il dato per me più inquietante, lo ritroviamo non solo tra chi, come me, ha i capelli bianchi, ma anche tra i giovani appena di fresca laurea. Da loro mi aspetterei tanto di più; che si dessero una bella svegliata.
D: In che senso?
R: Escono dall’università ed iniziano la pratica senza alcun idea di cosa sia il lavoro d’avvocato, e questo passi, ma il peggio è che tanti, troppi di loro, hanno un linguaggio, dei comportamenti e perfino una struttura mentale vecchia e inadeguata.
D: L’Università andrebbe coinvolta in questo processo?
R: Coinvolta? Se lo stato dell’avvocatura, del sistema giudiziale, della pubblica amministrazione è disastroso, allora non guardare lì dove i protagonisti di questi tre mondi si formano è per dire poco miope.
D: Ovvero?
R: Alcuni escono dall’università con buone basi teoriche, ma a quale prezzo! Tanti usano un linguaggio curiale e barocco, non sanno esporre un problema giuridico con quella semplicità che oggi tutti esigono, credono di entrare in un’accademia culturale e non nel mondo del lavoro e della produzione. Non poche delle lettere di motivazione che riceviamo, contengono passaggi incredibili. C’è chi compone la lettera con i “premesso che” degli atti giudiziali, chi chiede “incontri conoscitivi”, chi si proclama cultore appassionato di un diritto per il quale ha “naturali capacità di comprensione” o chi dulcis in fundo, saluta “con deferenza”.
D: Sono certo che molti suoi colleghi avvocato non ci trovano nulla di strano, anzi se lo aspettano. Cosa c’è di male?
R: E’ un linguaggio vecchio, ampolloso, a volte anche servile: questi sarebbero i nuovi avvocati? C’è da dubitare che ce la possano fare. Fortunatamente non tutti i giovani che escono dalle università sono così, tanti hanno il coraggio di fare dei passaggi di formazione all’estero e poi tanti difetti possono essere corretti e lacune colmate, ma in quale contesto? O la pratica professionale o nient’altro.
D: Li prenda in stage…
R: Sì, ma il mondo universitario non prevede gli stage. Salvo rare eccezioni. Riceviamo soprattutto richieste di pratiche professionali.
D: Ma prendere un praticante, infondo, che tipo d’impegno comporta? L’avvocato che accoglie un tirocinante non ha che l’unico dovere di insegnargli la professione e poi “lasciarlo volare”? Non è nemmeno obbligato a pagarlo…
R: Per come la vedo io, non esiste lavoro non pagato. Come si può concepire che un giovane che ha studiato cinque anni all’Università non sia pagato? Come si può accettare questa regressione, per cui, giunti al culmine del percorso degli studi si torna a zero. Diciamoci la verità…
D: E qual è?
R: Nella struttura di tanti studi legali, Il praticante è un elemento di sussistenza economica; senza di lui si dovrebbero assumere delle segretarie e personale d’amministrazione.
D: Ma comunque lo studio insegna un mestiere; perché dovrebbe farlo a titolo oneroso?
R: Dice? Smettiamola di confondere i ruoli. Per insegnare c’è la scuola, che sia l’università o gli istituti di formazione professionali. Negli studi legali ci può essere un momento formativo, ma che deve andare di pari passo con quello lavorativo. Delle botteghe di filosofia al giorno d’oggi non rimangono che le parole di una canzone di un bravo cantautore. Ma c’è di peggio.
D: Cosa?
R: La tempistica. Poco meno di tre anni, tra scritti e orali, per ultimare il percorso.
D:Beh, intanto lavora…
R: Sì, ma sui tre anni, sarebbe giusto dare 4/6 mesi per preparare gli scritti e gli orali, tempo che dovrebbe essere retribuito. Che succede poi se il praticante non passa gli scritti, o ancora peggio, gli orali? I tra anni diventano quattro. Con lo stage sarebbe diverso.
D: Perché?
R: Perché un giovane arriva in uno studio per passarci un periodo di sei mesi, si fa vedere e, se capace, apprezzare per poi andare a fare un’altra esperienza e conoscere un’altra realtà. Quando poi diventa avvocato, può tornare in uno degli studi dei suoi stages o cercare altrove. La pratica professionale si strutturerebbe in un percorso d’esperienze e di formazioni decise dal giovane sulla base delle proprie aspirazioni. Il sistema italiano dell’accesso alla professione manca di ritmo; non c’è da stupirsi dei pessimi risultati.
D: Eppure ci sono avvocati che, anche con studi piccolissimi, hanno sei o sette praticanti. E non si fanno problemi a cambiarli ogni due anni…
R: In una recente intervista, Giovanni Lega (presidente dell’Asla, associazione degli studi legali associati, ndr) citava il caso di un presidente di un Ordine del Sud, con 12mila euro di reddito l’anno e 18 praticanti. Non dobbiamo stupirci più di niente, ma allora neanche del declino profondo e senza ritorno di una categoria incapace di attirare giovani intelligenti, dinamici e ambiziosi. Vogliamo giovani tirapiedi e sottoproletari o protagonisti dell’avvocatura dei prossimi anni? Sta a noi e ai nostri comportamenti.
D: Meglio nei grandi studi? Dove il neo laureato riesce già a portare a casa 18mila euro all’anno?
R: Almeno in questo caso il neo laureato prende coscienza di partecipare alla formazione di valore aggiunto e quindi di essere inserito in un contesto produttivo. Meglio, in ogni caso, del suo collega che si sente sostanzialmente dire: “vieni: ti faccio lavorare e ogni tanto, se mi va, ti pago”. Sussiste però sempre il problema che tutta la formazione del futuro avvocato è delegata e demandata allo studio nel quale lavora.
D: E quindi?
R: L’accesso alla professione in Italia deve essere profondamente ristrutturato. Guardiamo al modello francese, a quello tedesco – il migliore, perché no a quello spagnolo, ma facciamola finita con questo sistema. E’ per tutte queste ragioni, ma anche come segno di silenziosa protesta che noi non prendiamo più praticanti. O stagisti o giovani avvocati.
D: La decisione di non prendere praticanti l’ha presa solo per l’Italia?
R: Sì, perché in Francia noi prendiamo stagisti, che passano con noi 4 mesi o 6 mesi. Dopodiché, restiamo in contatto con quelli che abbiamo apprezzato e quando hanno concluso il percorso formativo vengono a lavorare con noi e, una nostra piccola tradizione, regaliamo ad ognuno di loro la toga con la quale giurano da avvocati. Potrà sembrare strano, ma siamo molto attaccati alle tradizioni.
D: Anche in Italia ci siamo solo adeguati alla durata della pratica francese, 18 mesi anziché 24…
R: Le recenti modifiche alle regole dell’accesso alla professione mi sembrano come un’aspirina a chi ha bisogno di una dose massima di antibiotici. Inutile aggiungere altro."
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