L’Italia al palo nella libertà d’impresa (ultima nella "libertà dalla regolazione")

Avvocati come imprese - Battaglie di retroguardia = specchi per allodole
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L’altra faccia del “mal di concorrenza” che affligge L'Italia è il grave gap di libertà economica che regolarmente viene registrato nelle classifiche internazionali.  L’ultima è contenuta nella ricerca (la puoi leggere sul sito dell'Istituto Bruno Leoni www.brunoleoni.com all'indirizzo  http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Papers/100408-WP-Liberta_Intrapresa.pdf ) curata dall’Istituto Bruno Leoni e resa nota l’8 aprile. Per l’Italia si tratta di un dato eclatante, fondato soprattutto sull'ultima posizione sconfortante che abbiamo in europa quanto a "libertà dalla regolazione" ....

L’Italia è il paese meno libero d’Europa, dal punto di vista economico. Secondo l’Indice della libertà di intrapresa, sviluppato dall’Istituto Bruno Leoni, le nostre imprese sono libere al 35 per cento, ben sotto la media europea (57 per cento) e a distanza siderale dal paese più libero, l’Irlanda (74 per cento). L’Indice della libertà di intrapresa si propone di misurare gli spazi di libera iniziativa presenti nelle diverse realtà del continente europeo, con l’obiettivo di cogliere in che modo il sistema regolamentare favorisca oppure ostacoli la produzione di ricchezza, l’innovazione, la creazione di posti di lavoro. In pratica, si tratta di un indicatore sintetico che raccoglie informazioni su vari aspetti, allo scopo di confrontare l’attrattività delle diverse economie. Esso si compone di cinque aree – libertà dal fisco, libertà dallo Stato, libertà d’impresa, libertà del lavoro, libertà dalla regolazione – ciascuna delle quali interpreta i dati raccolti da 55 indicatori tratti da rapporti e documenti internazionali. In questo modo, è possibile selezionare degli indicatori che si ritengono rilevanti allo scopo di capire quali siano i punti di forza e di debolezza di un paese, e utilizzarli per formare un indice di immediata interpretazione: il risultato, infatti, è in sostanza una “percentuale” di libertà economica, dove valori più alti corrispondono a una maggiore libertà. L’indice è stato pensato per applicarsi alla realtà europea, in modo da valutare un numero ristretto e relativamente omogeneo di paesi. L’indice è costruito per interpretare in modo relativo ciascun indicatore: in altre parole, il “massimo” e il “minimo” di ciascun singolo indicatore (per esempio, l’aliquota massima dell’imposta sul reddito d’impresa) non sono valori teorici ottimali (per esempio, zero e cento per cento di tassazione), ma dipende dai valori minimo e massimo effettivamente riscontrati (per esempio, le aliquote del 10 per cento in Bulgaria e del 34 per cento in Belgio). In relazione all’Italia, l’aspetto più clamoroso riguarda il fatto che il nostro 35 per cento – sebbene rispecchi una realtà relativamente variegata – non è il frutto della media tra valori molto alti e molto bassi, ma dipende dal fatto che, per ciascuna delle nostre cinque aree, l’Italia si colloca nelle ultime posizioni in graduatoria (con la significativa eccezione della libertà del lavoro). In particolare, il 35 per cento di libertà d’intrapresa rispecchia la media tra il 31 per cento di libertà dal fisco, il 42 per cento di libertà dallo Stato, il 48 per cento di libertà del lavoro, il 37 per cento di libertà d’impresa, e addirittura il 18 per cento di libertà dalla regolazione. Entrando nel merito delle macroaree, sulla libertà dal fisco l’Italia si posiziona all’ultimo posto. Sulla libertà dallo Stato solo quattro paesi fanno peggio di noi (Francia, Grecia, Ungheria e Portogallo). Sulla libertà d’impresa è penultima, prima della Grecia. Sulla libertà dalla regolazione, ultima. Unica area di relativo successo italiano è la libertà del lavoro, dove il nostro paese si colloca al sedicesimo posto, davanti ad altri otto paesi e molto vicina al valore medio per l’intera Ue (54 per cento).

 

Riporto, di seguito, un articolo di Luigi Tivelli, che il sito sito dell'Istituto Bruno Leoni pubblica da "Libertiamo" del 9 aprile 2010"...

Scrive Tivelli: "L’altra faccia del “mal di concorrenza” che affligge il Paese è il grave gap di libertà economica che regolarmente viene registrato nelle classifiche internazionali. L’ultima è contenuta nella ricerca curata dall’Istituto Bruno Leoni e resa nota l’8 aprile. Per l’Italia si tratta di un dato eclatante.

Risultiamo infatti al 27 posto per quella che viene definita “libertà di intrapresa” tra i 25 paesi dell’Unione europea. Rispetto ad un punteggio massimo di 100, l’Italia consegue un misero 35, 16 punti al di sotto della Romania e 23 punti al di sotto della Bulgaria. L’economia italiana è pertanto meno libera di quella dei paesi dell’ex blocco comunista ed è distanziata di 40 posizioni dall’Irlanda, prima in classifica con 74 punti, seguita dalla Danimarca e dal Regno Unito.

Tale pesante gap di libertà di intrapresa ha gravi effetti sulla crescita: tra il 2000 e il 2009 siamo cresciuti sempre di un punto in meno rispetto alla media della U.E. a 27, noi + 0,6 gli altri + 1,6. Fatto 100 il P.I.L. italiano all’inizio del 2000, l’Italia ha chiuso il 2009 con un P.I.L. a 106, l’Europa a 117.

Ma vale la pena allungare lo sguardo ai fattori principali che fungono da fardelli per la libertà economica. Il più pesante è quello della “regolazione”, cioè l’inflazione normativa e il numero enorme di adempimenti burocratici richiesti alle imprese. Il punteggio assegnato per questo fattore al nostro Paese è un misero 18 su 100. Anche il sistema fiscale ci trascina verso il basso nella graduatoria, con un punteggio di 31, così come il  grado di ospitalità per le imprese, che raggiunge uno score di 37. L’unico fattore che contribuisce a tenere meno basso il punteggio di sintesi è il mercato del lavoro, che consegue uno score di 48.

Siamo pertanto il Paese meno libero d’Europa, pur essendo guidato da una classe politica in cui quasi tutti si dicono liberali, e con un Presidente del Consiglio che, da sempre, promette la “rivoluzione liberale”. Ad incidere non poco in questo senso è la pressione fiscale: l’aliquota marginale sul reddito di impresa è del 33 per cento, contro una media europea del 23,5. Per gli individui l’aliquota massima è del 43 per cento, a fronte del 35,7 per cento medio nella Unione europea.

In sintesi, dalla ricerca emerge quella che dovrebbe essere l’agenda per il Governo e per il Parlamento da qui ai prossimi anni, ma purtroppo sembra che secondo la classe politica le priorità siano ben altre".