Sconfortante è lo studio presentato il 15/3/2011 dalla Camera di Commercio Americana, dal titolo "2011 Index of economic freedom", elaborato, come ogni anno, dalla Heritage Foundation di Washington e dal Wall Street Journal, con la collaborazione di alcuni think-tanks.
Tale ultimo studio posiziona l'Italia, nella classifica mondiale della libertà economica, all'87° posto su 183 stati esaminati: un tracollo (nella classifica del 2010 l'Italia era al 74° e in quella del 2008 era al 64° posto).
Con un indice complessivo (ponderato su 10 parametri) di 60,3 siamo alla pari della Grecia e dietro a stati come l'Uruguay (al 33° posto), il Botswana (al 40° posto), la Bulgaria (al 60° posto), l'Uganda (all'80° posto)...
Sembra confermarsi un arretramento delle libertà economiche nel nostro paese addirittura progressivo.
L'Index of economic freedom del 2011 considera parametri quali la libertà fiscale, la libertà di investimento, la libertà finanziaria, la regolamentazione del mercato del lavoro, la lotta alla corruzione. Ebbene, se si analizzano le classifiche per singoli parametri si scopre quanto sia negativa per il nostro sistema paese la attuale regolazione del mercato del lavoro: in un punteggio da 0 a 100 l'Italia riceve il voto di 44,4 in riferimento al parametro "mercato del lavoro".
Credo che sia assolutamente improcrastinabile una regolazione proconcorrenziale del lavoro autonomo e in particolare delle professioni c.d. libere (ironia del linguaggio!!!).
Già il rapporto dell'OCSE (l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) reso noto il 4/3/2008 col titolo "Obiettivo crescita" invitava tutti i governi europei a rimuovere le residue barriere al libero commercio internazionale nei servizi e a facilitare la concorrenza interna nel settore. Gli estensori di quel rapporto vedevano uno stretto legame tra le barriere regolamentari (ovvero le mancate liberalizzazioni) e la crescita del commercio, dei servizi e della produttività ed affermavano che le liberalizzazioni interne e una piena apertura ai mercati internazionali del settore dei servizi potrebbero valere un incremento del P.I.L. pro capite, in media, del 2%.
Ebbene, è vero che, come afferma Mario Deaglio nell'introduzione a "La libertà economica nel mondo, in Europa, in Italia" (di G. Ronca e G. Guggiola, ed. Guerini e Associati) <<non esiste un solo modo di misurare la libertà economica>>, ma è parimenti vero che certamente condivisibile è l'individuazione dei connotati principali di libertà economica posta a base del detto Rapporto del Fraser Institute e cioè, soprattutto: autonomia nelle scelte personali, libertà di scambio e di commercio, libertà di competere, tutela della persona e della proprietà, struttura legale e protezione della proprietà intellettuale.
E ancora: tra gli ingredienti della libertà economica riveste un ruolo di certo importante la libertà di competere nell'ambito dei servizi professionali. Al riguardo si consideri che le analisi comparate a livello internazionale (si veda, per tutte, Ocse, "Going for growth", risalente al 2005 ma certamente affidabile) dimostrano che la concorrenza è uno dei fattori determinanti dello sviluppo economico.
In Italia la consapevolezza degli effetti virtuosi della concorrenza sulla crescita economica e quale strumento meritocratico nel mercato e nella società s'è affermata solo recentemente (l'Antitrus, non a caso, è stato istituito solo nel 1990). Parallelamente s'è imposta la categoria del "cittadino-consumatore" quale soggetto degno di tutela. I settori economici che in Italia necessitano di maggiori interventi normativi nella direzione della promozione della concorrenza appartengono alla categoria dei servizi e tra questi, in particolare, di incisivi interventi abbisogna la regolamentazione di quelle professioni che meno risultano esposte alla competizione internazionale. Eccelle, per regolamentazione ingiustificatamente restrittiva dell'accesso al mercato, la professione di avvocato. In ordine a tale professione a sproposito si fa confusione tra alto numero di accessi e inadeguatezza, per difetto di rigore, dei criteri d'accesso. Parimenti a sproposito si asserisce che l'alto numero di operatori sarebbe indice dell'essere il mercato dei servizi professionali d'avvocato il più aperto alla concorrenza tra quelli europei: si dimentica (e da parte di alcuni si finge di non sapere che) la concorrenza non scaturisce dal numero degli operatori ma da come sono distribuite le quote di mercato.
MI PARE FONDAMENTALE ANCHE PER L'ITALIA PROCEDERE SEGUENDO L'INDICAZIONE CHE, PER LA GRECIA, GIUNGE DAL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE IL 14 MARZO 2011 (ALL'ATTO DELLO SBLOCCO DI ULTERIORI 4,1 MILIARDI): SERVONO RIFORME PROCONCORRENZIALI.
Il Fondo monetario internazionale (Fmi), il 14 marzo 2011, ha dato il via libera al versamento di ulteriori 4,1 miliardi di dollari alla Grecia, portando così il totale versato a 14,6 miliardi di dollari.
"Ulteriori progressi sono stati registrati verso obiettivi chiave per mettere l'economia sulla strada di una crescita sostenibile rafforzando la concorrenza, la stabilità finanziaria e le finanze pubbliche", osserva il Fondo, precisando che altre "importanti riforme devono essere delineate e attuate per costruire la massa critica necessaria alla sostenibilità di bilancio e alla ripresa economica". "Per sostenere la ripresa sono necessarie riforme strutturali profonde. La liberalizzazione delle professioni dev'essere attuata, così come la riforma delle pensioni - mette in evidenza il numero due dell'Fmi, John Lipsky -. È necessario ridurre le barriere alle esportazioni e formulare una strategia per sbloccare il potenziale nel settore turistico."
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