Ben oltre il caso Maroni: avvocati iscritti all'albo, parlamentari, membri del governo

avv. Maurizio Perelli Notizie - Tutte le notizie
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 Il ministro Roberto Maroni risulta iscritto (ancora in data 31 ottobre 2010) all'albo degli avvocati di Varese. Lo si può verificare sul sito dell'Ordine degli avvocati di Varese e anche sul sito del Consiglio Nazionale Forense.
Sul sito dell'Ordine di Varese, così come sul sito del Consiglio Nazionale Forense, si legge quale è il suo codice fiscale, che appartiene al Foro di Varese, in che data è stato iscritto all'albo, quale è l'indirizzo preciso del suo studio principale a Varese (via e numero civico), con tanto di numero di telefono e di fax. 
Non credo che il ministro Maroni continui a esercitare la professione e perciò sarebbe bene che qualcuno si prendesse la briga di aggiornare quanto si legge su wikipedia ancora in data 10 ottobre 2010: "Roberto Maroni (Varese, 15 marzo 1955) è un politico italiano, attualmente Ministro dell'Interno. Laureato in giurisprudenza, ha lavorato come manager degli affari legali di diverse società; inoltre esercita la professione di avvocato."
Comunque, il ministro dell'Interno della Repubblica italiana risulta tuttora iscritto nell'albo professionale forense e questo, secondo, non va per niente bene.
Il ministro Maroni a metà ottobre 2010 è stato oggetto dell'interesse della stampa per una questione di consulenze orali rese in qualità di avvocato nel 2007.
Io non censuro affatto la sua pregressa attività di avvocato, voglio solo, invece, censurare il fatto che la legislazione italiana  consenta ad un ministro (all'art. 2, comma 1, lett. d della l. 215/2004) di rimanere iscritto all'albo forense e, in generale (e senza riferimento a Maroni che credo abbia abbandonato l'esercizio della professione di avvocato), di svolgere la professione di avvocato purchè in materia non connessa a quella oggetto dell'attività di ministro. Il legislatore italiano, assurdamente, mentre da un lato consente l'esercizio della professione forense a ministri e titolari di numerose altissime cariche pubbliche (sempre in forza del sopra citato art. 2, l. 215/04), dall'altro non consente di rimanere iscritto all'albo degli avvocati ad un semplice impiegato pubblico in part time ridotto (con riduzione di almeno il 50% dell'orario pieno), e ciò nemmeno se quell'impiegato -iscritto all'albo magari nel lontano 1997 ex art. 1, comma 56 e ss l. 662/96- è rimasto iscritto legittimamente all'albo per più di 12 anni (il periodo richiesto per diventare, addirittura, avvocato cassazionista) al momento in cui viene cancellato dall'albo (per quanto disposto con la leggina 339/03 che reintrodusse l'incompatibilità con l'impiego pubblico a part time ridotto solo per la professione di avvocato).
Pensiamo ad un dipendente del ministero guidato dal ministro Maroni che faccia l'usciere o un umile lavoro burocratico un giorno a settimana (part time al 30%): se gli fosse consentito di fare anche l'avvocato, il suo lavoro pubblico sarebbe considerato, evidentemente ed assurdamente, dalla legge italiana  molto più "pericoloso", quanto a potenziali conflitti di interessi, non solo di quello di un parlamentare (ricordo per inciso che gli avvocati che continuano a esercitare sono la categoria professionale più rappresentata in Parlamento) ma addirittura di quello del suo ministro.
Ma non scherziamo!!!
Come si può pensare che i rischi di conflitti di interesse, di accaparramento di clientela, nonchè la minaccia al bene dell'indipendenza dell'avvocato, siano maggiori per il detto impiegatuccio a part time che facesse anche l'avvocato piuttosto che per il ministro che facesse anche l'avvocato?
E come si può pensare che la limitazione posta a un ministro di non svolgere la professione di avvocato nella materia del suo dicastero sia un limite serio? Quel ministro non peserà forse nelle decisioni collegiali del Governo in Consiglio dei ministri?
Speriamo che il "caso Maroni", per "analogia di caso o di materia" spinga a ragionare pure sulle sopra richiamate norme e questioni che con la vicenda di cronaca giudiziaria di questi giorni non c'entrano niente e sollevi così il coperchio sulla legislazione corporativa e anticoncorrenziale in tema di incompatibilità con l'esercizio della professione di avvocato.
Secondo me, non c'è nulla di scandaloso nel fatto che i parlamentari facciano anche l'avvocato (o altre professioni) mentre sono parlamentari, ma  di certo non si devono inventare incompatibilità a limitare il diritto di lavorare di chi non ha il potere del parlamentare (penso soprattutto ai dipendenti pubblici e privati, che sono in ciò trattati come pericolosissimi faccendieri).
Per i membri del Governo, invece (come per tutte le alte cariche considerate dalla legge sul conflitto di interessi, n. 215/2004), dev'essere disposta la cancellazione dall'albo professionale.
Non mi pare serio consentire di mantenere l'iscrizione, con tanto di indicazione, nell'albo consultabile on line, della via e numero di telefono dello studio legale del ministro.
Potrebbe benissimo succedere che in quella via, a quel numero civico, ci sia uno studio legale. Addirittura potrebbe rispondere uno studio legale se si chiamasse il numero di telefono riportato sull'albo on line. O no? 
A proposito, all'indirizzo e al telefono che risultano all'albo avvocati di Varese digitando il nome del ministro dell'interno, non è che si trova ancora uno studio legale dove lavorano altri avvocati?

Per allargare il ragionamento alle ipotizzabili incompatibilità all'esercizio di una professione da parte dei parlamentari tutti, leggi di seguito alcuni dati in tema di parlamentari avvocati, loro assenteismo e redditi extra-parlamentari. 
 Uno studio realizzato, tra gli altri, da Tommaso Nannicini, docente all'Università Bocconi, forniva interessanti dati su parlamentari assenteisti e loro redditi (tali dati furono anticipati a Firenze durante la presentazione della quarta edizione di Eunomiamaster, svoltasi poi dal 23 gennaio 2009). La ricerca è basata su una banca dati di parlamentari dal 1987 al 2008 (ma si estende anche ai sindaci, esaminando una banca dati riferita al periodo dal 1993 al 2007).
L'analisi dei dati sull'attività dei parlamentari, divisi per professione precedente, rivela che le categorie professionali leader nella graduatoria dell'assenteismo sono anche quelle che percepiscono un reddito extraparlamentare più elevato. La classifica dei redditi è guidata dagli avvocati (che peraltro, quanto alla percentuale di assenze, si attestano al 37%) con 113.500 euro annui, i professori guadagnano 109.300 annui, gli imprenditori 106.000 euro annui, i militari 82.800 euro annui. 

Leggevo pure, tempo addietro, su www.lavoce.info un articolo del maggio 2008 dal titolo "Massima spesa minima resa" che riportava: "... i redditi totali dei deputati nel primo anno alla Camera aumentano in media del 77 per cento. A questo si somma il reddito di eventuali attività professionali esterne: in media un ulteriore 38 per cento dell'indennità. Ma le stime suggeriscono che 10mila euro di reddito guadagnato in attività al di fuori del Parlamento riducono il tasso di partecipazione del parlamentare dell'1 per cento. Nasce da qui la proposta di abolire la possibilità di cumulo". 

 Ma anche altra indagine mi pare di grande interesse: in una ricerca curata dall' Università La Sapienza di Roma, dall'università Carlos III di Madrid e dal Cemefi di Madrid (presentata al Senato nel corso della XIV legislatura assieme all'annuario del Parlamento italiano "La Navicella") è stato fatto l'identikit dei nostri deputati e senatori, dedicando separati capitoli alle "caratteristiche dei parlamentari italiani", agli "effetti del sistema elettorale sulla selezione politica", a "quale classe politica ci attende?", all' "attività legislativa", alle "dinamiche dei redditi". Particolare interesse -al fine di riconoscere se e quando sia ragionevolmente fondata (e dunque costituzionalmente legittima) la previsione legislativa di una incompatibiltà coll'esercizio di una professione e in particolare coll'esercizio della professione forense- assumono alcuni passi della detta relazione dedicati alle dinamiche dei redditi e dell'attività parlamentare dei legislatori.
Si legge nella relazione, quanto all'evoluzione dei redditi, che gli effetti sul reddito reale di una permanenza parlamentare di sei anni si rivelano per gli avvocati del + 27%, cioè decisamente superiori alla media dei parlamentari (+13%).
"Che cosa determina dinamiche così differenziate a seconda del lavoro di provenienza? - si chiedevano i ricercatori Stefano Gagliarducci, Tommaso Nannicini e Paolo Naticchioni- Un primo elemento da considerare è la differenza fra il reddito dichiarato dai parlamentari, che include anche i proventi da attività esterne, e l’insieme delle competenze di carica a loro spettanti nello stesso lasso di tempo. L’appartenenza ad alcune categorie professionali è associata a una maggiore crescita del reddito derivante da attività esterne, che in media aumenta del 51 per cento. Più precisamente, i redditi esterni degli avvocati aumentano in media del 73 per cento, quelli dei magistrati del 127 per cento, quelli dei liberi professionisti dell’80 per cento, e quelli degli imprenditori del 102 per cento. Per molte altre categorie (impiegati, dirigenti politici, sindacalisti) si assiste a una crescita inferiore o addirittura a una diminuzione. Sembra quindi che alcune professioni siano in una posizione tale da catturare un consistente vantaggio in termini di crescita del reddito derivante da attività esterne a quella di parlamentare, nel periodo in cui si trovano in carica. Anche se, naturalmente, un’analisi più dettagliata richiederebbe il confronto di questi aumenti con quelli registrati dalle categorie professionali considerate nel corso degli stessi anni.
In conclusione, non è da escludere l’esistenza di diversi, più o meno piccoli, conflitti di interesse che si annidano tra le pieghe dell’attività parlamentare. Qualsiasi iniziativa volta ad aumentarne la trasparenza, come pubblicare il dettaglio dell’attività di ogni singolo deputato o senatore, o rendere noti gli andamenti dei redditi di chi ricopre incarichi pubblici (troppo spesso limitata, purtroppo, a qualche classifica sui più famosi), non può che migliorare la qualità del processo di selezione e di controllo degli eletti da parte dei cittadini".

A questi dati è da aggiungere quanto si leggeva su il sole 24 ore del 4/5/2007, che citando la relazione dei detti studiosi afferma: "l'impegno extra parlamentare di coloro che, oltre a far parte delle Camere, svolgono una professione è inversamente proporzionale alla produttività nelle Aule e Commissioni di Camera e Senato: un aumento dei redditi fuori dal Parlamento pari a centomila euro comporta un aumento delle assenze nelle votazioni elettroniche pari al 6% e una diminuzione del numero dei Ddl presentati del 4".
CI SI PENSI DA PARTE DELLA PARLAMENTO, CHIAMATO A STABILIRE LE INCOMPATIBILITA' NELL'ESERCIZIO DELLA PROFESSIONE DI AVVOCATO !!!

Ultimo aggiornamento Domenica 31 Ottobre 2010 21:37