Nella Giornata della Memoria, il Consiglio nazionale forense ospita a Roma la presentazione del volume, a cura di David Cerri, Le leggi razziali e gli avvocati italiani.
Sul sito del C.N.F. leggo che il Presidente Alpa, nel capitolo del libro intitolato <<La persecuzione degli avvocati ebrei: il “giorno della memoria” e le lacune degli studi storici>>, afferma che "La cancellazione dagli albi degli avvocati e dei procuratori di religione ebraica è una dolorosa vicenda storica che deve essere sottratta all’oblio. I giuristi avvertono un senso particolare di disagio perché la persecuzione è stata costruita con le parole e i concetti del diritto”.
Concordo.
Vorrei pure ricordare, però, che non tutto quel che scrisse il legislatore fascista per toglier di mezzo gli avvocati ebrei è stato cancellato dalla trionfante democrazia repubblicana, dopo circa ottanta anni. Ancora oggi resta qualcosa delle leggi razziali.
Talune disposizioni di quelle leggi hanno trovato un'altra valida ratio, secondo alcuni, una giustificazione ipocrita che ammanta l'interesse di pochi col perseguimento d'un bene pubblico evanescente, secondo altri.
Mi riferisco alle disposizioni che vietano ancora di scegliere la forma sociale a se più conveniente per l'esercizio delle professioni e, in particolare, della professione forense. Ancora oggi permane il divieto di costituire società autenticamente sensate (magari società di capitali) come forma dell'esercizio professionale. Pochissime sono le così dette s.t.p. tra avviocati oggi costituite, e ciò costituisce la prova della necessità di permettere di nuovo il ricorso a ogni tipo societario che gli interessati valutino adeguato alle loro esigenze.
Al riguardo ricordo ciò che scrisse l'attuale giuduce della Corte costituzionale Giuseppe Tesauro, già presidente dell'Antitrust, su ilsole24ore del 18/8/2007. Intervenendo per denunciare la carenza di concorrenzialità nella regolamentazione italiana della professione forense ricordò come le leggi razziali fasciste introdussero nell'ordinamento italiano il divieto di costituire società tra professionisti al fine di evitare che gli avvocati ebrei potessero aggirare il divieto di iscrizione negli albi forensi. In particolare scriveva Tesauro: "E se, per una certa fascia di offerta, c'è bisogno di una struttura di tipo societario, non si comprende per quale motivo debba essere preclusa, una volta che la motivazione razziale dell'attuale divieto è, per fortuna, venuta meno da più di mezzo secolo e la responsabilità personale del legale è compatibile con il nuovo assetto. Tanto più che oggi uno studio professionale ha spesso una società di servizi alle spalle, per il solito motivo fiscale".
Un commento, oggi che si prospettano versioni aggiornate della pulizia etnica degli albi forensi, potrebbe essere: la libertà incontra sempre nuovi carnefici, d'ogni genere.
LEGGI DI SEGUITO UN PIU' AMPIO STRALCIO DELL'ARTICOLO DI GIUSEPPE TESAURO ...
Affermava, tra l'altro, Tesauro: "L'avvocatura italiana ha senza dubbio bisogno di modernizzarsi. Oggi la domanda di servizi legali è per una parte significativa molto diversa da quella per la quale è stata concepita la disciplina della professione ancora in vigore. Spesso questa domanda sofisticata, multidisciplinare, multinazionale, non trova risposta adeguata nell'offerta italiana, ancorata pervicacemente ad un approccio antiquato alla professione, pur se di grande qualità. Ritengo che questo sia il terreno sul quale vanno concentrate le energie della politica ma anche della professione e delle istituzioni. ... L'accesso alla professione assume oggi toni quasi paradossali. La pratica è un sogno che non tutti riescono a realizzare, a meno che non si abbia un parente stretto con studio; spesso, pertanto, ci si arrangia a farla solo sulla carta. L'esame è avventuroso, teoricamente il più difficile per un laureato in legge ma in realtà è una lotteria, soprattutto a causa del numero dei candidati. Tanto vale allora inventare qualcosa di diverso e di più serio: percorsi pratici presso le aziende, presso studi professionali selezionati, nelle amministrazioni pubbliche, negli uffici giudiziari, da sempre bisognosi di personale. A fare la vera selezione in base alla professionalità sarà la vita, che normalmente si sbaglia poco. Gli ordini professionali devono avere un senso che non sia solo quello di corporazione. ... La concorrenza è un tema che negli ultimi anni ha turbato i sonni di alcuni avvocati, ma soprattutto degli Ordini. Sul punto ci sono molti equivoci, spesso alimentati ad arte o per ignoranza. Anzitutto offende immotivatamente l'accostamento alle imprese per l'applicazione delle regole di concorrenza, in particolare comunitarie, quando ciò non ha nessuna conseguenza ma vuole solo rilevare la incontestabile portata economica dell'attività legale.... D'altra parte, l'accostamento troppo immediato della tariffa alla qualità della prestazione, questo si, dovrebbe offendere un avvocato che si rispetti. La pubblicità è anch'essa al centro di equivoci . E' oggi vietata ma di fatto è ipocritamente consentita in forme striscianti e sofisticate ad alcuni professionisti: televisione, giornali, convegni e altro. Tanto vale disciplinarla, prevederne forme particolari di tipo informativo, a vantaggio dei cittadini-clienti, che pure hanno il diritto di sapere che un avvocato matrimonialista non necessariamente è quello giusto per difendere chi ha ucciso il coniuge; e che per costituire una società a Rio de Janeiro spesso non basta un qualsiasi avvocato civilista. Resta l'organizzazione della professione, che si dovrebbe modernizzare, anche con strumenti e forme in sintonia con i tempi. Disciplinare si, ma non vietare la convivenza nello stesso impianto professionale di avvocati e commercialisti, ma perchè no, anche con ingegneri e architetti, economisti e analisti finanziari. L'imprenditore, nemmeno tanto piccolo, non può essere costretto a girare le sette chiese per un'iniziativa economica di qualche rilievo. E se, per una certa fascia di offerta, c'è bisogno di una struttura di tipo societario, non si comprende per quale motivo debba essere preclusa, una volta che la motivazione razziale dell'attuale divieto è, per fortuna, venuta meno da più di mezzo secolo e la responsabilità personale del legale è compatibile con il nuovo assetto. Tanto più che oggi uno studio professionale ha spesso una società di servizi alle spalle, per il solito motivo fiscale. La professione di avvocato ha bisogno di aria nuova, per rispondere ad una domanda che è cambiata e non può essere lasciata ai soliti <<Smith & Smith>>, niente affatto più bravi di un medio avvocato italiano".
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