STOP al ddl di riforma forense: sono in troppi a ritenerlo "culturalmente arretrato"

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Cresce il fronte degli oppositori al disegno di legge di riforma dell'avvocatura (di derivazione C.N.F.) all'esame del Senato. Confindustria, a mezzo del suo Presidente, già da tempo s'è chiaramente espressa in senso contrario alla bozza all'asame del Senato. Con essa ben dodici associazioni "pesanti" già da tempo hanno scritto ai ministri Alfano, Scajola, Sacconi, Calderoli e Ronchi, al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta e ai membri della Commissione Giustizia del Senato, per criticare aspetti fondamentali di quel disegno di legge di riforma forense sul quale il Presidente della Commissione giustizia, assegnataria in sede referente, aveva garantito l'approvazione in Commissione e il passaggio all'Aula entro il 20 novembre 2009.
A scrivere (ne dava conto ilsole24 del 12 novembre) a ministri e senatori furono associazioni importanti, associazioni di soggetti che con gli avvocati hanno spesso a che fare, essendone spesso clienti ma -evidentemente- non volendo esserne clienti ancor più spesso. L'elenco dei firmatari della "lettera di stop" è impressionante: Confindustria, Confartigianato, ABI, Confcommercio, Assonime, ANIA, CNA, Legacoop, AGCI, Asogestioni, Confagricoltura, Concooperative. 
Al primo posto tra le censure c'era l'ipotizzato ampliamento delle esclusive degli avvocati che, attraverso la correlata limitazione della libertà di scelta del professionista legale da parte di imprese e cittadini, comporterebbe un innalzamento dei costi sugli stessi gravanti. Si teme infatti che si dovrà spendere di più in avvocati se a costoro sarà riservata anche la consulenza legale professionale, l'assistenza stragiudiziale, la rappresentanza e difesa nei procedimenti davanti alle pubbliche amministrazioni e alle autorità indipendenti, nonchè le procedure arbitrali, di conciliazione e mediazione (su conciliazione e mediazione si realizzerebbero, inoltre, ulteriori "criticità" per il contrasto tra l'ampiamento delle esclusive e le scelte pro mediazione effettuate nella recente riforma del processo civile).  Forse il testo di riforma approvato dalla Commissione giustizia del senato ha in parte accolto le richieste della Confindustria e delle dette 12 associazioni. Ciò non significa però che quel testo sia buono.
Il mio commento è che proposte di riforma della professione forense arretrate e inadeguate sono una "scala impossibile" verso il decoro della professione forense e la riorganizzazione  di una avvocatura chiamata ormai a confrontarsi in un mercato dei servizi legali globalizzato.
Ricordo che il CNF, nella seduta del 20/2/09, approvò il testo definitivo della sua proposta di legge di riforma della professione forense e poi lo trasmise al ministro della giustizia (che aveva promesso avrebbe fatto propria una proposta di riforma che fosse approvata dalle varie componenti dell'avvocatura). Nella seduta del CNF del 20/2/09 si registrò il no dell'Associazione Nazonale Forense e degli avvocati amministrativisti.
Già sul numero del 2/5/09 di Guida al Diritto, Ester Perifano, attuale segretario dell'Associazione Nazonale Forense, spiegava perchè il risultato raggiunto dal C.N.F. fosse tuttaltro che un "risultato epocale" (come l'aveva definito il Presidente del C.N.F.), accennava ai problemi (a mio avviso insuperabili) che pone il proposto aumento qualitativo e quantitativo delle attribuzioni del C.N.F.,e scriveva tra l'altro: "La sensazione, netta, è invece quella di trovarsi di fronte alla più gattopardesca delle operazioni: cambiare tutto per non cambiare nulla. L'impianto della proposta non si discosta affatto da quello del '33, anzi -semmai- lo peggiora, finendo per ingabbiare glòi ordini circoscrizionali in un meccanismo di minuziosi regolamenti, affidati al Consiglio onale, che ne dovrebbero scandire la vita e le funzioni in ogni particolare. Assai poche sono le concessioni di modernità ...".
Ora che al vaglio del Senato è il testo approvato dalla Commissione giustizia a novembre 2009 sulla base di ben quattro proposte di legge più o meno aderenti alla proposta del CNF (quella del Senatore Mugnai, presentata a novembre 2008, sorprendeva per previggenza, anche Ester Perifano, poichè coincideva quasi integralmente con le scelte definitive del C.N.F.), bisogna rendersi conto che la scelta peggiore è fare una "riformicchia" della professione che incappi negli strali della Corte costituzionale o della Corte di giustizia o della Corte di Strasburgo o, ancor peggio, che determini, anzichè una nuova capacità di competere in scala mondiale per gli avvocati italiani, una ulteriore chiusura nel mercato dei servizi legali italiani e una ulteriore chiusura corporativa dell'ormai ex ceto forense (quello dei famosi 200.000 avvocati, molti ormai "proletarizzati"), una chiusura del tipo "chi è dentro è dentro e chi è fuori è fuori", per intenderci.
Secondo me la proposta approvata dalla Commissione giustizia del Senato è inadeguata alla realtà professionale italiana e ancor di più alla prossima (e anzi già in atto), inevitabile, globalizzazione dei servizi professionali (anche legali). E' ancora peggiore della legge professionale vigente (risalente al 1933) e presta il fianco a numerose censure di incostituzionalità e di inopportunità, denunciate non solo dalle dodici associazioni di cui sopra ma, soprattutto, denunciate da una marea di giovani avvocati (altro che proposta di tutta l'avvocatura!!!!).
Speriamo comunque che il soggetto più importante del gioco e cioè gli "avvocati-artigiani", di tutte le età, non si trovino a tifare per il mantenimento di una regolamentazione della professione di stampo ottocentesco, nel timore di diventare impiegati delle tanto vituperate law firms all'italiana (quelle straniere non hanno attecchito quanto si temeva).
La soluzione secondo me?
Ampliare gli spazi di compatibilità tra varie attività di un soggetto iscritto all'albo potrebbe essere un antidoto alla trasformazione del ceto forense in una nuova classe impiegatizia: lo svolgimento di più attività oggi bollate come incompatibili potrebbe garantire quella indipendenza sostanziale che non è garantita dal mero divieto di costituire rapporti di lavoro subordinato con datori di lavoro d'ogni tipo.
Essere un pò avvocato salariato da altro avvocato e un pò avvocato in proprio; oppure essere un pò avvocato in proprio e un pò dipendente pubblico a part time ridotto potrebbe, ad esempio, meglio garantire da una situazione di profondissima dipendenza quale è quella delle decine di migliaia di "avvocati senza clienti" dei quali parla Dario Di Vico in un bell'articolo sul Corriere della sera del 22/10/2009.
Tra la nostalgia di un passato da lasciarsi alle spalle (nostalgia che, per il conseguente immobilismo legislativo, ha già prodotto la proletarizzazione di buona parte dell'avvocatura) e l'"affiliazione" in troppo grandi studi professionali in cui si perde l'indipendenza vera dell'avvocato, una terza via c'è ed è la massimizzazione delle scelte di libertà nello svolgimento di ulteriori attività redditizie, senza irragionevoli e odiose presunioni di incompatibilità: è la scelta fatta dalla nostra Costituzione e confermata dalla sentenza della Corte costituzionale 189/2001 (che sulle libertà del lavoratore professionista è purtroppo stata mal intesa dal legislatore e rimane inattuata). La nostalgia del passato, la nostalgia di un non più ricostruibile "ceto forense", veste anche i panni di politiche protezionistiche o paternalistiche e queste, come il filosofo di Harvard Robert Nozick ha ben spiegato, in genere hanno "valenze simboliche" che travalicano i freddi, nonchè rigorosi e corretti ragionamenti di chi propone (in tutti i campi) una maggiore liberalizzazione. Le "ragioni", in sostanza, hanno bisogno di "simboli" e perchè siano accettate si devono collegare a "valenze simboliche" tali da renderle competitive con le idee rivali e sbagliate. Qual è il simbolo vicente dell'avvocatura-part-time?