Avvocati, il Foro non sia una gabbia. Col motto "Liberi di fare anche altro" torni l' ad vocatus

Riforma della professione di avvocato - La difficile attuazione della l. 247/12
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(da www.servizi-legali.it ) La crisi morde  e gli avvocati italiani scoprono che sono di molto impoveriti. I vertici dell'Avvocatura li invitano a fare quadrato contro i soci di solo capitale e contro gli abilitati che chiedono di poter fare l'avvocato pur avendo già un altro lavoro. Ma chiudersi a riccio per impedire che gli outsiders (quelli che stanno fuori e premono per entrare) entrino nella professione è una scelta pagante per evitare la proletarizzazione  ingravescente  dell'Avvocatura? No, quando si è assediati bisogna rompere l'assedio, conquistare terreno intorno al proprio fortino e non solo resistere il più a lungo possibile. Se però si dice "il mio lavoro non lo può fare nessuno che sia anche solo sospettabile di non essere assolutamente autonomo e indipendente da tutto e tutti", oltre a dire cosa assurda, perchè l'uomo assolutamente autonomo e indipendente da tutto e da tutti non può  esistere (e se esistesse non vorrebbe certo fare l'avvocato), ci si autocondanna a non poter fare altro che quel proprio lavoro, a non poter mettere neanche il naso fuori da quel fortino che ormai è circondato. E se poi non ci si accorge che gli assedianti sono, in realtà, battibili, date le armi che si posseggono, ... forse si merita la sorte di schiavo !

Inoltre, mitizzare l'indipendenza assoluta come requisito essenziale dell'avvocato (per poi chiudere un occhio sulla sostanziale parasubordinazione dell'avvocato "inserito" nel grande studio legale e magari socio, con uno striminzito 1% del capitale, del grande studio organizzato come società di capitali tra soli avvocati ma col dominus al 51% oppure al 30%, il che è lo stesso) e impedire a tutti gli avvocati di fare anche un altro lavoro che sia qualcosa di più che il coltivatore diretto o il piccolo imprenditore agricolo  (questo è il massimo dell'attività di impresa oggi consentito all'avvocato italico d.o.c.), aiuterà a risollevare i redditi  degli avvocati?

Vedo in giro tanta demagogia di vecchi "vertici" (la gerontocrazia è un male italico non solo in politica), tanti richiami al decoro e ai valori sacrali della professione, tante rivendicazioni d'un indefinito livello minimo di autonomia e indipendenza dell'avvocato. Altrettanta ignoranza della vigente regola per cui anche la professione forense è soggetta alle regole del diritto italiano e dell'Unione europea sulla concorrenza  (già Corte cost. 189/01 scrisse che la professione di avvocato è "naturalmente concorrenziale"). Altrettanta ignoranza della chiara indicazione, ad opera della Corte di giusizia (sentenza del 14 settembre 2010 in causa C-550/07, Akzo Nobel Chemicals Ltd contro Commissione), di quale sia il livello minimo d'autonomia e indipendenza richiesto all'avvocato secondo il diritto dell'Unione uropea (che ammette, con le dovute limitazioni e garanzie, anche la figura dell'avvocato dipendente).

I vertici della corporazione degli avvocati hanno convinto il Parlamento alla pseudoriforma della avvocatura e spacciano la riformicchia in questione per l'arrocco salvifico d'una classe di professionisti circondata da associazioni che rubano la consulenza, da banche e assicurazioni che vogliono trasformare gli avvocati in loro lavoratori subordinati, da orde di servi fisci o d'altro genere di lavoratori dipendenti pronte a erodere la percentuale di clienti oggi appannaggio degli indipendentissimi avvocati d.o.c..

Ebbene, non mi convincono i tanti parlamentari avvocati  che, allineati a tanti esponenti "istituzionali" dell'Avvocatura, hanno approvato tale pseudoriforma dell'ordinamento forense e che, per un verso, vorrebbero (come la legge di riforma consente, esentandoli pure dall'obbligo di formazione continua), continuare a poter fare l'avvocato mentre sono parlamentari e, per altro verso (come la medesima legge prevede), vogliono negare agli abilitati di poter tutti accedere liberamente alla professione di avvocato, secondo quanto ormai è stato consentito, "in ogni caso dalla data del 13 agosto 2012", dal d.l. 138/2011. Tali parlamentari-avvocati sono o non sono "casta" ?

Bisogna che l'avvocato italico che è stato persino chiamato a scioperare  per "chiudere le porte" del fortino della sua professione, "attaccata dai poteri forti", si svegli dal torpore corporativo che dura dal 1933, da quando, cioè, il regime fascista statuì che la corporazione degli avvocati dovesse essere istituzionalmente rappresentata da un organo di vertice (ora il CNF) che assommasse in se il potere legislativo di settore (redigendo il codice deontologico), il potere amministrativo di settore (potere che la riforma forense ha ampliato) e il potere giurisdizionale di giudice speciale in tema di disciplina e tenuta degli albi (potere che la riforma forense ha confermato, violando la Costituzuione). Bisogna che l'avvocato italico (il tartassato medio, direi) capisca che, invece di combattere battaglie di retroguardia, come l'imposizione della riformicchia corporativa (che più corporativa non si può), è meglio cercare di capire cosa è diventata, nei fatti, la professione dell'avvocato, nel mondo  e non solo in Italia . Bisogna che l'avvocato impoverito si renda conto che se pure è vero che qualche potere forte intorno a lui ci sta, non è meno vero che gli sembrerà sempre più forte se lui, l'avvocato, sceglierà masochisticamente di voler fare in modo d'essere sempre più debole. Bisogna che si renda conto che "i capi" che lo incitano a chiudersi, mgari scioperando,  dentro un fortino indifendibile non gli indicano la strada giusta e vanno sostituiti.

La strada giusta è l'opposta: uscire dal fortino, chiedendo di poter fare anche altro, rispetto al tradizionale lavoro da avvocato. Oramai s'è imposto a tutti gli iscritti all'albo forense l'aggiornamento continuo e l'assicurazione obbligatoria. Ora, nelle altre professioni -in forza dell'art. 3, comma 5bis, del d.l. 138/2011 (in relazione alla lettera a del comma 5 del medesimo art. 3)- s'è attribuito ai Consigli degli ordini il potere disciplinare in relazione alla verifica della sussistenza in concreto (e senza più la "rozza" e liberticida scorciatoia della tipizzazione delle cause di incompatibilità, capaci di impedire "a monte" l'iscrizione all'albo) dell'"autonomia e indipendenza, intellettuale e tecnica, del professionista". In realtà, non ci sono più scuse per sostenere che la salvaguardia del cliente dell'avvocato e la giusta pretesa, del medesimo cliente, d'essere difeso da un professionista preparato, controllato "in concreto" nella sua autonomia e indipendenza, nonchè assicurato, imponga, diversamente da tutte le altre professioni, l'esclusività della professione forense come attività lavorativa di chi "ha passato" l'esame di stato. Non c'è più ragione  perchè la professione forense resti una gabbia nella quale impoverire. Gli avvocati farebbero bene ad abbracciare gli invasori del loro territorio e non sperare nell'efficacia della "politica dei respingimenti". In fondo gli avvocati sono gente che la libertà l'apprezza e la sa far fruttificare. Dovrebbero rivendicare d'essere imprenditori, non certo nel senso del nostro codice civile ma secondo il concetto di impresa del diritto dell'Unione (l'imprenditore, peraltro, lo saprebbero fare molto bene, ce'è da scommettreci). Dovrebbero reclamare, ad esempio, di poter fare anche il dipendente pubblico a part time ridotto, potendo partecipare a concorsi pubblici utili a inserire in tutte le P.A. gente con professionalità vera e quotidianamente rinsaldata dalla frequentazione delle aule di giustizia. Dovrebbero pure reclamare di poter anche essere lavoratori dipendenti (di altri avvocati o di datori di levoro che facciano altro). Dovrebbero difendere la abrogazione delle incompatibilità "preventive", prima della riforma forense approvata a fine 2012 già realizzatasi "in ogni caso dal 13 agosto 2012 in forza dell'art. 3, comma 5-bis, de d.l. 138/2011, in relazione al principio di cui alla lettera a) del comma 5 del medesimo art. 3 ("L'accesso alla professione è libero. L'esercizio della professione è ordinato alla autonomia e indipendenza di giudizio, intellettuale e tecnica, del professionista"). Invece che opporsi alle società di capitale per l'esercizio della professione forense con soci di solo capitale, gli avvocati dovrebbero chiedere di poter essere anche amministratori delegati di società di capitali che hanno oggetto sociale diverso dall'esercizio della professione. Basta con l'ipocrisia dei tanti avvocati che "contano" nell'economia italiana ma formalmente sono solo professionisti iscritti all'albo forense (ricordiamo tutti che "l'avvocato", per antonomasia, era Gianni Agnelli) . Siano pure i Consigli dell'Ordine a controllare che poi l'avvocato-amministratore delegato mantenga in concreto il giusto livello d'autonomia e indipendenza intellettuale e tecniica nelle difese che accetta. E controlino pure, i Consigli dell'Ordine, in contraddittorio con l'incolpato di insufficiente autonomia e/o insufficiente indipendenza. Irroghino pure, i COA, nei casi estremi nei quali autonomia e indipendenza risultino preguidicati, il provvedimento disciplinare espulsivo. Tanto poi sarà un giudice (che, prima o poi  , sarà finalmente un giudice terzo <più di quanto si possa ritenere terzo il CNF>) a giudicare del provvedimento disciplinare adottato dal Consiglio dell'Ordine territoriale.

Altrimenti che succederà? Innanzitutto succederà che verranno cacciati dagli albi le decine di migliaia di avvocati in quanto necessariamente da riconoscere parasubordinati (se non subordinati) dei colleghi negli studi dei quali lavorano come sostanziali avvocati con cliente unico. Ma non solo. Succederà pure che gli avvocati, impoveriti ancora un pò, abbandoneranno in massa la loro professione, si cancelleranno in massa dagli albi e a rimanere saranno in pochi  . La tendenza già è riconoscibile nei dati degli iscritti alla Cassa forense e agli albi e andrebbe contrastata subito e senza tentennamenti se non si vuole correre il rischio di non riuscire più a pagare le pensioni dei tanti pensionati.

Ma come vanno le cose altrove, ad esempio in America?

Negli Stati Uniti è in atto una "grande fuga" dalla professione d'avvocato.
L´avvocato negli States è inteso ormai come una professione vecchia, polverosa, per nulla seducente, malvista dai giovani. Certo gli avvocati continuano ad essere ben pagati, stimati, coccolati e contesi dalle law firms ove lavorano come lavoratori dipendenti, ma sono anche terribilmente depressi. L'infelicità profonda e la depressione appaiono ormai malattie professionali: affliggerebbero almeno un professionista su cinque. Negli Stati Uniti, inoltre, gli aspiranti uomini di legge (così si leggeva già qualche anno addietro in un articolo del New York Times) sono sempre più una rarità: nelle scuole americane di specializzazione gli iscritti nel 2006 erano scesi a 83.500 dai quasi centomila del 2004. Sono sempre più numerosi gli avvocati stressati da anni di lavoro ossessivo, che semplicemente decidono di cambiare vita e di rinunciare a emolumenti (che erano) da primato (un professionista affermato, lavorando in uno dei primi cento studi legali americani guadagnava, prima della crisi, in media oltre un milione di dollari all´anno). Un numero sempre più alto di avvocati preferisce oggi accontentarsi, pur di tornare a ritmi di vita più sostenibili. La tendenza, ovviamente, preoccupa e sconcerta i grandi studi legali poichè gli altissimi tassi di abbandono (in media superiori al 20% da un anno all´altro) mettono a rischio i profitti record delle law firms. I managers di queste ultime non sanno più come trattenere le galline delle uova d´oro. Non bastano, infatti, secondo quanto raccontava il New York Times, premi di produttività raddoppiati (addirittura centomila dollari all'anno) e un ambiente di lavoro più rilassato e cordiale: l´emorragia è difficile da arrestare. In realtà la fuga dalle professioni liberali tradizionalmente più apprezzate, e in particolare da quella di avvocato, è cominciata ormai da anni, e il motivo è la mancanza sopravvenuta di fascino. L´economista americano Richard Florida (autore del best seller The Flight of the Creative Class, un inno alla creatività delle nuove professioni), intervistato dal New york Times, sostiene che «Il problema non sono i soldi, ma il riconoscimento sociale». In pratica lo stipendio soddisfacente non basta poichè manca la sensazione di vivere al centro della società americana, di incarnare l´idea stessa del successo. La guerra per lo status sociale più ambito -spiega Florida- è stata vinta dalle nuove professioni, estremamente creative, nate dopo il boom hi tech degli anni Novanta. I nuovi modelli di giovani di successo sono giovanissimi che hanno abbandonato il college ben prima della fine del corso di studi e sono diventati ricchissimi con un´idea innovativa, con un progetto su Internet, con un software azzeccato, mettendo in pratica principi estremi di flessibilità e creatività che sono lontanissimi dalle antiche professioni liberali. Ormai le banche d´investimento e le aziende di consulenza fanno a gara, sin dai primi giorni di college, ad accaparrarsi i migliori cervelli, anche a costo di sborsare stipendi molto robusti sin dai primi anni di carriera. In questo modo si assottiglia il numero dei potenziali avvocati essendo a tutti noto che la carriera di un avvocato segue una progressione decisamente più lenta.

CONCLUSIONE PER CHI AVVOCATO LO E' GIA': FARE L'AVVOCATO PART TIME ASSIEME A QUALCHE ALTRO LAVORO (MAGARI IL PARLAMENTARE, PERCHE' ALLORA SI CHE E' SICURO CHE "PART TIME E' BELLO").

Torni l' AD VOCATUS dei Latini ! Era, in fondo, figura simile a quella che sembra, in Italia, solo vagheggiata da chi reclama il rispetto dell'art. 15 della Carta delle libertà fondamentali dell'Unione Europea per cui "Ogni individuo ha il diritto di lavorare e di esercitare una professione liberamente scelta o accettata".

... e per far meglio valere il tuo diritto al libero lavoro intellettuale, aderisci e invita altri ad aderire al social network www.concorrenzaeavvocatura.ning.com e aderisci al gruppo aperto "concorrenzaeavvocatura" su facebook (contano già centinaia di adesioni). Unisciti ai tanti che rivendicano una vera libertà di lavoro intellettuale per gli outsiders e, finalmente, il superamento del corporativismo nelle professioni ! ...