Gli avvocati chiedano di poter avere soci (magari fossero ricchi) di capitale

Riforma della professione di avvocato - La difficile attuazione della l. 247/12
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(da www.servizi-legali.it )

Chi mai si lamenta quando gli si offre una possibilità organizzativa in più, lasciando intatta la possibilità di continuare a lavorare secondo gli schemi tradizionali? Sinceramente mi pare incomprensibile la protesta degli avvocati che hanno persino scioperato perchè una legge dello Stato consente loro di svolgere la professione ANCHE attraverso le forme societarie che consentono la raccolta del capitale di rischio per l'oggetto sociale  "esercizio della professione". Contro i pericoli della perdita di indipendenza del singolo avvocato nei confronti del capitalista CHE POSSEGGA IL 33% DEL CAPITALE ci sono sufficienti garanzie e si possono pure attivare i poteri dei Consigli degli Ordini locali: altrimenti che ci stanno a fare i Consigli degli Ordini degli avvocati?

Un rapido excursus sulla regolazione dei servizi legali in Inghilterra. Il Legal Services Bill ha radicalmente riformato i servizi legali inglesi. A partire dal 2010/2011 sono state introdotte grandi novità: le più importanti  sono la possibilità di quotazione in borsa per gli studi legali e la possibilità di vendere una quota di minoranza dello studio, pari al 25%, così consentendo l'accesso agli assetti proprietari degli studi a non avvocati per permettere la nascita di studi multidisciplinari. Pure importante sarà, quanto alle istituzioni di governo dell'avvocatura, la separazione della funzione disciplinare dalla funzione sindacale (che erano entrambe attribuite alla Law society of England and Wales).

Le law firms inglesi potranno essere acquistate da società commerciali, anche se con alcuni limiti di legge che tutelano qualità, indipendenza e deontologia: tutti i soggetti che parteciperanno all'attività "multidisciplinare" degli studi saranno sottoposti agli stessi principi e canoni deontologici degli avvocati; nell'acquisizione degli incarichi difensivi si dovrà rispettare un "codice di doveri"; gli investitori esterni che intenderanno acquisire quote di uno studio legale saranno sottoposti ad un "test di probità" e se non rispetteranno nel tempo le regole loro imposte potranno anche essere espulsi. Oltre la Manica il processo organizzativo degli studi legali è già molto avanzato e si avvia, dunque, a un ulteriore adeguamento alle esigenze dei tempi: i grandi studi associati inglesi (già nel 2000 un centinaio di grandi studi con più di 25 soci impiegava il 36% degli avvocati e generava più del 50% del fatturato professionale forense inglese. Appena prima della crisi finanziaria globale del 2009 il più grande studio legale al mondo, Clifford Chance, aveva più di 600 soci, circa tremila avvocati e fatturava un miliardo di sterline con più di 300 milioni di utile).

E in Italia cosa si profila all'orizzonte? In Italia altro che borsa! Siamo stati a lungo fermi alla affermazione di principio della Corte Costituzionale 189/01 per cui la professione forense è settore del mercato dei servizi professionali naturalmente concorrenziale.  Affermazione di principio, dicevo, e infatti  la disciplina positiva della professione forense non è stata affatto liberalizzata fino a quando una sua (anche parziale) liberalizzazione in direzione anticorporativa non è parsa essenziale per un coerente riordino proconcorrenziale di tutti i servizi professionali. S'è dovuta aspettare la devastante crisi dell'estate 2011 per cominciare a fare qualcosa. Da noi c'è  stata, dapprima, qualche timida apertura allo studio associato multispecializzato e multidisciplinare e ancora non si apre lo studio dell'avvocato al capitale di rischio di soci di capitale, non di maggioranza ma ristretto entro il limite massimo del possesso del 33% del capitale. Occorre andare avanti: prevedere ragionevoli vantaggi fiscali per lo studio associato o societario; stabilire che quando v'è una società per l'esercizio della professione forense è essa società a rispondere  per responsabilità professionale e non i singoli soci (altrimenti i clienti non saranno incentivati a rivolgersi ad una società di professionisti, che, di certo, ha un capitale "di garanzia" più alto e più sostanziosa copertura assicurativa rispetto a singoli professionisti); cancellare l'anacronistico e ipocrita divieto di lavorare come avvocato dipendente di uno studio legale; ridurre allo stretto indispensabile le incompatibilità e in primis quelle con ulteriori lavori (secondo la linea tracciata dall'art. 1 del decreto  legge n. 1/2012, il c.d. "cresci Italia"); cancellare la giurisdizione domestica del Consiglio Nazionale Forense; rafforzare il medesimo Consiglio Nazionale Forense abbandonando l'attuale sistema di elezione di secondo grado dei suoi consiglieri, che invece dovrebbero essere eletti con elezione diretta da parte di tutti gli avvocati d'Italia; ecc....

GLI AVVOCATI NON DOVREBBERO MAI PIU' SCIOPERARE CONTRO LA POSSIBILITA'D'AVERE GLI STRUMENTI SOCIETARI MIGLIORI (SOCIETA' DI CAPITALI) PER COMPETERE. NESSUNO SARA' OBBLIGATO A CERCARSI UN SOCIO DI CAPITALE ! AL CONTRARIO, SUL TERRENO DELLO STRUMENTARIO DELL'AVVOCATURA, GLI AVVOCATI DOVREBBERO CHIEDERE A GOVERNO E PARLAMENTO DI POTER AVERE A DISPOSIZIONE PIU' MODULI ORGANIZZATIVI DI QUELLI CHE HANNO A DISPOSIZIONE GLI AVVOCATI D'ALTRI PAESI (EUROPEI ED EXTRAEUROPEI).

NEL MONDO GLOBALIZZATO DEI SERVIZI PROFESSIONALI LEGALI, MA ANCHE ENTRO I CONFINI DEL NOSTRO PAESE, GLI AVVOCATI AVRANNO PIU' SODDISFAZIONI ECONOMICHE E SVOLGERANNO MEGLIO IL LORO RUOLO FONDAMENTALE PER LA TUTELA DEI DIRITTI SE NON SARANNO COSTRETTI NELLO SCHEMA UNICO DELLO STUDIO PROFESSIONALE DI PICCOLE DIMENSIONI E LIMITATI CAPITALI.

Ai giovani avvocati, poi, deve essere offerta la possibilità di costituire una srl semplificata, con un solo euro di capitale sociale. La srl semplificata è stata introdotta dal decreto "cresci Italia" e deve poter essere anche una società tra professionisti (qualsiasi tipo di società, infatti, a partire dal primo gennaio 2012, può essere utilizzata per dar vita ad una società con oggetto sociale l'esercizio di una attività professionale in forma associata).

La realtà della regolazione italiana vede una concorrenza selvaggia in fatto che, paradossalmente, si fonda su una normazione anticoncorrenziale, la quale, con rara miopia, è strenuamente difesa da troppo ampia parte della "classe forense". Alcuni dubitano addirittura della compatibilità del "sistema inglese" con la nostra Costituzione. Altri dubitano che quel sistema sia compatibile con i caratteri di riservatezza del rapporto cliente-professionista in Italia. In realtà, forse, tali critici  delle aperture più recenti alla concorrenza e al mercato dei servizi professionali di avvocato sono a disagio con quel  modello cuturale di mercato che è oramai dominante nella regolazione della professione forense in gran parte del mondo. Una cosa è certa: l'"industria legale" britannica portava -prima della crisi finanziaria- 2,2 miliardi di sterline alla bilancia commerciale (i ricavi degli studi legali erano ben l'1,5% del P.I.L. britannico) ed è, ancora oggi, sempre più protagonista nel mercato globalizzato, mentre gli avvocati italiani non fanno altrettanto bene. Penso che troppi di noi siano legati ad un mondo superato, classista, autoreferenziale e ipocritamente negatore della realtà economica e sociale. E i risultati, nel confronto, si vedono: 1) Non è stato un problema ma una opportunità per l'intera "classe forense" britannica veder raddoppiare in venti anni il numero degli avvocati (nel 2008 erano circa 140.000 tra barristers e solicitors); 2) lo stipendio minimo annuo che percepiva un praticante nel 2008 agli inizi dell'attività era di ben circa 16.000 sterline; 3) lo stipendio medio di un avvocato dipendente di una law firm appena abilitato era di ben circa 70.000 sterline annue. E in Italia che si profila all'orizzonte? Altre sfide (dopo quelle di Monti e Catricalà alla corporazione forense) degli avvocati che indicono scioperi  contro le liberalizzazioni, ritenendole "selvagge" e chiedono di attuare la (contro)riforma forense (quella realizzata con la l. 247/12) ? Altre proteste tese a "cambiare tutto per non cambiare niente" ?


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