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Storie di italians in fuga (visto che l'Italia è posto per vecchi)

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 Leggi di seguito, dal sito www.italiansinfuga.com una raccolta di storie di gente che, per lo più, se ne va per colpa delle regole di chiusura dei mercati italiani ...

(e aderisci ai social network www.concorrenzaeavvocatura.ning.com ... e per un commento scrivimi all'indirizzo perelli.maurizio su libero.it )

 Storie di Italiansinfuga

 www.italiansinfuga.com
 

 Indice
Avventure di una cowgirl in Australia

Emigrare in Argentina nel nuovo millennio

Studiare con Erasmus? Esperienza in Finlandia

Dieci motivi per emigrare negli Stati Uniti

Dieci motivi per emigrare in Belgio ed a Bruxelles

Come diventare emigranti moderni grazie al lavoro virtuale

Benedetta, maledetta Babele! Le sfide della comunicazione all’estero

Dieci motivi per emigrare in Brasile

Consigli per cervelli che vogliono fuggire

Come sopravvivere l'emigrazione quando non va a gonfie vele

Emigrare in Nuova Zelanda come medico

Consigli pratici per emigrare in Giappone

London One Way

Università straniere, mentalità anglosassone e Manchester

Scappare per vivere in Giappone

Consigli per studiare all’estero come exchange student

10 motivi per vivere in Giappone

Vita in Thailandia secondo un Italiano emigrato

Consigli da chi ha studiato in Australia e ottenuto il visto

Quindici minuti per emigrare in Svezia

Smontato il mito "vado in Spagna e lavoro"

Perchè e come emigrare in Nuova Zelanda

Dieci motivi per emigrare e vivere in Messico

Chi altro vuole andare all’università all’estero?

Sei motivi per NON emigrare in Uruguay

Dieci motivi per non emigrare in Messico

Come trovare lavoro in Brasile, consigli da chi l'ha fatto

Chi altro vuole andare a studiare a Boston?

Ci vuole un pomeriggio per trovare lavoro come infermiere a Bristol, Inghilterra

 


 

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Avventure di una cowgirl in Australia

http://www.italiansinfuga.com/2008/10/22/avventure-di-una-cowgirl-in-australia/

Pubblicato: 22 Ottobre 2008

Raffaella Pagliari

Mentre qui in Australia attraverso a delle ricerche sul Web ho trovato i siti delle varie aziende agricole e ho contattato direttamente gli allevatori chiedendogli la loro disponibilità per un esperienza di lavoro…e aggiungo che sorprendentemente mi hanno risposto positivamente in molti !!!

Avendo finito l’università, cosa consiglieresti ai laureandi italiani? Ho da poco cominciato questa avventura e non so ancora dove mi porterà e se avrà o meno esiti positivi sulla mia futura carriera lavorativa ma il consiglio che darei è quello di superare la chiusura mentale italiana per quanto riguarda il viaggiare e il spostarsi. Viaggiare ti apre la mente e conoscere realtà differenti dalla propria ti aiuta a saperti adattare al meglio all’interno delle varie situazioni e per un giovane laureato questa è una caratteristica essenziale. In Italia molte aziende stanno chiudendo e il numero di laureati nel nostro settore aumenta sempre di più quindi rivolgere lo sguardo all’estero penso sia una cosa fondamentale per inserirsi nel mondo lavorativo al giorno d’oggi!!! Perchè hai scelto l’Australia? Mi sono sempre immaginata fin da piccola in sella a un cavallo a spostare una mandria con attorno a me solo ed esclusivamente natura! Adoro tutto ciò che è country..dalla musica…all’ambiente..al vestiario …ai cowboy..ed essendo un appassionata delle "Sorelle McLeod" dove poter andare se non in Australia ?!?! Che visto hai e quanto hai intenzione di rimanere? È stato facile ottenere il visto? Ho un WHV che mi scadrà ad Agosto 2009! L’ho richiesto tramite internet e in 24 ore l’ho ricevuto comodamente nella mia casella di posta elettronica! Prima di tutto spero di riuscire a sfruttare tutto il tempo che mi è stato concesso grazie a questo visto e secondo non si sa mai che mi capiti di trovare uno sponsor! Lascio le porte aperte a tutte le evenienze!!!
Quali sono gli aspetti dell’Australia che ti hanno più sorpresa, in positivo e negativo?
La prima cosa che mi ha colpito è stata l’organizzazione che c’è in questa nazione. In una mattinata ho fatto tutti i documenti che mi occorrevano…dalla Medicare al bollo dell’ufficio immigrazione, scheda telefonica, conto bancario , TFN ecc..ecc.. In italia come minimo sarei ancora adesso a litigare con qualche frustrato lavoratore statale..o sarei invischiata in qualche cavillo burocratico!! Secondo mi ha colpito la pulizia e l’ordine che si trova anche nelle grandi città! …e come non menzionare il modo di fare degli australiani…tutto "Take it easy!!"..e "No Worry!!"..è fantastico davvero!!!! Questo punto però ogni tanto mi lascia perplessa in quanto a volte fanno le cose troppo semplici e questo può causare problemi o incomprensioni!

Il piccolo incidente avuto sul lavoro che mi ha portato all’ospedale è stato causato anche da una loro leggerezza. Il secondo giorno che ero qui mi hanno dato in mano un quad (..mai guidato prima di quel giorno!!!) e mi hanno detto di recuperare una mandria di 600 vacche sparsa per ettari e ettari di terreno. Senza volermi vantare però ci sono riuscita perché sono abbastanza sveglia e portata per questo lavoro ma non penso che una responsabilità così debba essere data a una persona assunta da così poco tempo! Con questa esperienza sicuramente ho imparato a cavarmela da sola in molte situazioni e mi ha responsabilizzato molto ma forse avrebbero dovuto fare un passo per volta e non dare per scontato così tante cose!!!

Quali differenze di mentalità hai trovato tra Australiani ed Italiani? Rispondo a questa domanda facendo un confronto fra allevatori italiani e australiani, visto che sono le persone che conosco meglio. Prima di tutto in Italia nessun allevatore avrebbe accettato di ospitare una ragazza straniera nella propria casa per permettergli di fare un’esperienza lavorativa, in quanto molto allevatori italiani come anche italiani senza questa qualifica hanno una mentalità troppo chiusa per quanto riguarda gli scambi culturali. Secondo l’allevatore italiano è fondamentalmente (..non faccio poi di tutta l’erba un fascio!!!) sospettoso nei confronti di ciò che non conosce affondo quindi a una ragazza appena arrivata in azienda non gli avrebbero assolutamente affidato determinate responsabilità senza prima aver conosciuto il suo modo di lavorare. Con questa affermazione potrebbe sembrare che mi contraddica con quanto detto nella risposta precedente ma penso che l’ideale sarebbe una via di mezzo tra le due differenti mentalità. Terza differenza e qua mi riferisco a tutte le categorie, gli stagisti in Italia molte volte vengono visti come un peso e non come una risorsa, quindi ragazzi che vogliono fare esperienze del genere vengono visti come un intralcio alla normale routine di lavoro e quindi si preferisce evitare di prendersi una responsabilità del genere a differenza di qua dove sono stati più che felici di poter insegnarmi il loro lavoro e i piccoli trucchi che ci stanno dietro. Riesci ad immaginarti come emigrata permanente in Australia? Perchè? Fino ad ora ho visto solo una piccola parte di Australia e penso che per dare una risposta sicura a questa domanda dovrei conoscere questa nazione più a fondo. Ma diciamo che in linea di massima questa nazione pur avendo le sue problematiche , relative alla scarsità d’acqua e la mancanza di sovvenzioni da parte del governo per quanto riguarda il settore allevatoriale, rappresenti molto più dell’Italia l’ambiente in cui mi farebbe piacere lavorare e viverci. L’organizzazione, alcuni aspetti della mentalità australiana, i paesaggi, la cordialità delle persone, la mancanza di stress dovuto al caos delle grandi città italiane sono tutti buoni motivi per decidere di voler immigrare in questa nazione.

è una giovane laureata italiana che ha deciso di avventurarsi Down Under. Leggete il suo blog, Avventure di una cowgirl, pieno di aneddoti e stupende fotografie della vita a spasso per fattorie di tutto il mondo. Se state pensando di emigrare in Australia, Raffaella he gentilmente risposto alle mie domande sulla vita in Australia vista attraverso la sua esperienza. Mi descrivi brevemente i tuoi studi universitari che mi sembra di capire guidino le tue scelte di viaggio? Il nome esatto del mio corso di laurea è "Scienze e tecnologie delle produzioni animali". È una laurea specialistica in cui vengono affrontate tutte le tematiche relative all’allevamento degli animali di interesse zootecnico, quali ovi-caprini, suini, avicoli ma in prevalenza bovini. Studiamo tutto ciò che riguarda le tecniche di allevamento (Alimentazione, Genetica, Benessere Animale, Legislazione in campo…) e curiamo anche gli aspetti relativi alla trasformazione dei prodotti alimentari! È una laurea ‘in demand’? Quali sono le prospettive lavoro in Italia e all’estero? Gli sbocchi professionali sono svariati. Possiamo gestire, in qualità di capo stalla, allevamenti di animali di interesse zootecnico, oppure lavorare all’interno di mangimifici; possiamo fornire consulenza sotto vari aspetti agli allevatori oppure lavorare nei caseifici, macelli o grande distribuzione occupandoci del controllo qualità! Come vedi gli sbocchi sono molti ma al momento le prospettive di lavoro sono alquanto scarse vista la situazione critica che sta colpendo il settore primario e non. Come hai fatto a trovare tutti i lavori/stage (Norvegia, Canada, Australia ecc)? In Norvegia ho lavorato per 2 mesi in una piccola azienda di bovini da latte dove mi occupavo di tutto ciò che riguardava la gestione della stalla e della mandria (mungitura, alimentazione, pascoli…). Il contatto per questo lavoro mi è stato fornito da un’agenzia che organizza esperienze di lavoro all’estero per i ragazzi! In Canada non sono stata a lavorare (..a mio malincuore in quanto è la patria dei bovini da latte!!!) ma solo a visitare le più importanti aziende agricole e compagnie nel settore della riproduzione dell’Ontario. 

 

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Emigrare in Argentina nel nuovo millennio

http://www.italiansinfuga.com/2008/11/26/emigrare-in-argentina-nel-nuovo-millennio/ Pubblicato 26 Novembre
L’Argentina è stata una delle mete principali per l’emigrazione italiana del secolo scorso assieme agli Stati Uniti, l’Australia ed i Paesi del Nord Europa. Ma esiste l’emigrazione italiana verso l’Argentina al giorno d’oggi, soprattutto quando le posizioni economiche delle due nazioni si sono invertite? Al contrario di tanti Argentini di origine italiana che cercano di ottenere la cittadinanza italiana per poter emigrare verso l’Italia, ci sono Italiani e Italiane che stanno facendo il viaggio in direzione opposta.

Vi propongo una breve intervista con Erika Garimanno che da Casale Monferrato se n’è andata a Mar del Plata. Erika ha studiato all’università sia in Italia che in Argentina quindi riesce a fornirci un confronto tra le due realtà.

Che consigli daresti a chi sta pensando all’Argentina come meta?

Che è un ottima inversione …l’Argentina è secondo me un paese ancora tutto da scoprire e da vivere! C’è bisogno di un visto per emigrare in Argentina? Se si’, è difficile da ottenere? Mi pare di no! Come è vista l’Italia dagli Argentini e dagli Italiani di seconda e terza generazione? Ci sono i nostalgici che vorrebbero tornarci e quelli che invece non si sono piu’ guardati indietro.
Tornerai a vivere in Italia? No per ora!! Ma in vacanza sempre!!!!
 Mi racconti brevemente il perchè della tua emigrazione da Casale Monferrato a Mar del Plata? Venivo sempre a trovare i miei nonni materni e un giorno in un ennesimo viaggio decisi di fermarmi per alcuni mesi e si sono trasformati in anni
 Mi sembra di capire che tu abbia studiato in Argentina, com’è l’università in Argentina? Si’ mi sono laureata in Psicologia, l’università pubblica è completamente gratuita e con poche restrizioni ma molto esigente.
Sei in grado di fare un confronto con l’università italiana? Si’ per esempio io ho studiato a Palazzo Nuovo lingue straniere…in Italia studiavamo con i libri qui con fotocopie i libri se vuoi te li compri per lo meno presso alcune facoltà. Poi qui non esiste l’esame di stato, la laurea sono 5 anni con titolo professionale abilitante.
Quali opportunità offre l’Argentina per gli Italiani che vogliano emigrare? Tante, la collettività italiana è enorme in tutta l’Argentina. È una Little Italy!! Dipende da cosa cerca ognuno!

 

 

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Studiare con Erasmus? Esperienza in Finlandia
http://www.italiansinfuga.com/2008/11/21/studiare-con-erasmus-esperienza-in-finlandia/ Pubblicato 21 Novermbre 2008 Se volete andare a studiare all’università all’estero, vi propongo un’intervista con Stefania Passera. Spero possiate fare tesoro della sua esperienza con Erasmus, il programma di studio universitario all’estero.

 Come ti sei imbattuta nell’Erasmus? Sapevo della possibilità di andare all’estero a studiare e in quel momento della mia vita avevo voglia di mettermi alla prova. Ero stufa della mia vecchia università (Politecnico di Milano, facoltà di design) e del suo pressapochismo e volevo prendermi una lunga pausa dalla mia famiglia! Quale è stata la reazione della tua famiglia alla notizia della ‘fuga’ in Finlandia? La mia situazione familiare è complicata. I miei sono divorziati, mio padre è risposato e da questo matrimonio è nato un piccolo fratellino che ora ha solo 7 anni. Mia madre vive con mia nonna e ha alcuni problemi di salute, dovuti a un’aneurisma cerebrale che l’ha colpita 10 anni fa. Stranamente, mio padre si è dimostrato molto più egoista e piagnucolone di mia madre e mia nonna, che invece erano tutto sommato contente che facessi un’esperienza così speciale. Mio padre ha sempre tutto sommato sminuito la mia scelta, chiedendomi se un anno via fosse proprio necessario, rinfacciandomi ogni volta la mia partenza e non venendomi a trovare nemmeno una volta in un anno Perchè la Finlandia? Volevo andare al nord. Sarei voluta andare a Stoccolma -e avevo anche già iniziato a studiare svedese per conto mio- ma la mia università ha tagliato i rapporti con l’università in cui avrei voluto andare. Ho ripiegato su Lahti, in Finlandia, perché ero molto interessata ai programmi della scuola e tutti me ne avevano parlato bene. Come hai fatto per la lingua? Inglese a tutto spiano! Non siamo mica in Italia, qui la gente le studia le lingue… puoi perfettamente parlare in inglese con la professoressa ultrasessantenne come con la cassiera al supermarket. E per fortuna, perché il finlandese è mostruoso!! Ci vuole davvero un’eternità a impararlo… e io in un anno non posso dire di saperlo parlare! Quali sono le differenze principali tra l’università finlandese e quella italiana? In Finlandia il sistema funziona, ci sono apparecchiature e software moderni. L’università è gratuita e agli studenti, tutti, viene dato un contributo statale mensile. Inoltre, gli studenti devono passare test d’ingresso molto più selettivi che da noi (e non a crocette, dove il caso impera). Nei corsi di laurea dove accettano molte persone ne accettano 40, nella laurea specialistica che sto facendo io al momento solo 10. Il risultato è che magari ci metti un paio d’anni prima di meritarti il posto in università e quando ce l’hai sei motivato a studiare seriamente.

Com’è la vita di tutti i giorni in Finlandia?

Imprechi contro il brutto tempo. Vieni trattato con gentilezza, efficienza e competenza negli uffici. I mezzi sono cari, ma funzionano. Mercoledì, venerdì e sabato sera la gente si ubriaca senza ritegno e senza distinzione di età, sesso, stato sociale. Fare colazione con un panino al prosciutto non è più un problema. Come descriveresti la mentalità finlandese? Positivamente quadratica. Ma non è vero che siano poi così freddi, vanno solo presi nel verso giusto. All’inizio possono sembrarci strani e demotivanti, ma una volta che hai aperto la spessa scorza è fatta! Bisogna dimenticarsi i nostri segni culturali che indicano amicizia e guardare più alla sostanza. Se una persona non ti parla non è che è arrabbiata con te, magari ha solo voglia di non parlare. Si impara a non offendersi più per qieste cose. Hanno molti aspetti positivi, come la sincerità, la genuinità e la correttezza. Di lecchini e persone che curano molto la facciata non ne trovi molte. Tornerai in Italia? Potendo no, ma nella vita non si sa mai. Non faccio programmi a lungo termine e al momento giusto vedrò: magari finirò in un altro paese ancora! Che consigli daresti a studenti delle superiori che stanno pensando di andare all’università? L’università italiana - alcune, almeno - possono dare ancora buone basi, ma dipende molto da quanto uno è pronto a metterci del suo. Il problema è che poi quelle basi nessuno ti da modo di applicarle e fra burocrazia, professori approssimativi e corsi inutili si sprecano anche molte energie. E questa è l’opinione di una persona che si è sempre sentita dare della secchiona, per cui, anche a farmi esami di coscienza, non trovo altro da fare che puntare il dito (e non verso di me). Io non voglio esprimermi su campi diversi dal design perché non ne ho esperienza, ma nel mio campo mi vien da dire che il famoso "made in Italy" è una bella facciata dietro a cui c’è quasi il vuoto. La qualità che ho visto nei lavori di molti ragazzi provenienti da varie parti di europa e mondo ci fa un po’ invidia! Qualunque cosa facciate e dovunque andate, non aspettate comunque con le mani in mano il sapere, ma datevi da fare, fate lavorare la testa!

 

 

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Dieci motivi per emigrare negli Stati Uniti
http://www.italiansinfuga.com/2008/11/02/dieci-motivi-per-emigrare-negli-stati-uniti/ Pubblicato 2 Novembre 2008

Perchè emigrare negli Stati Uniti?

 i suoi dieci motivi che giustificano la sua scelta di emigrare negli USA, a Seattle per la precisione per lavorare per Microsoft. Ecco la sua risposta a beneficio degli Italiani che vogliono emigrare. Interessante discussione. Questi sono I miei motivi ma non in ordine di priorità: 1, vivere in un posto dove ci sono persone da tutte le parti del mondo 2, vivere in un posto dove la qualità della vita è superiore 3, per le opportunità di lavoro/carriera 4, per il tipo di lavoro 5, per i soldi che mi pagano 6, per perfezionare l’inglese 7, perchè non c’è Prodi (sono venuto nel 2004) 8, per non dover lavorare un vita per comperare un buco di appartamento e una auto decente 9, perchè qui le persone sono più civili degli italiani 10, perchè i servizi pubblici funzionano e la burocrazia è ridotta al minimo

Grazie Marco, per tutti coloro che sono vogliono conoscere meglio la realtà degli Italiani a Seattle, visitate il sitoita liaseattle.com


Per chi vuole emigrare in America in cerca di lavoro, ho pensato di chiedere a Marco Verdesca

 

 

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 Dieci motivi per emigrare in Belgio ed a Bruxelles
http://www.italiansinfuga.com/2008/12/31/dieci-motivi-per-emigrare-in-belgio-ed-a-bruxelles/ Pubblicato 31 Dicembre 2008 Se state pensando di lasciare l’Italia ma non sapete dove andare, vi propongo dieci motivi per emigrare in Belgio ed a Bruxelles.

Lascio la parola a Marco Migliosi, un Italiano residente a Bruxelles che mi ha gentilmente fornito il materiale. "Ciao Aldo, Accetto volentieri il tuo invito e ti invio I miei dieci motivi, con una precisazione. Bruxelles, dove io vivo, rappresenta un’eccezione rispetto al già variegato panorama belga. Quindi ti scrivo cinque motivi per venire in Belgio e cinque per venire a Bruxelles. Belgio - E’ un paese libero in cui ognuno puo’ trovare il proprio spazio e costruire il proprio futuro - Offre buone opportunità di lavoro, soprattutto se si è disposti a imparare le lingue - Ha un ottimo sistema sociale e sanitario - E’ un paese ricco di storia e cultura - Ha un buon clima (se si amano la pioggia, il cielo coperto e il sole di rado) Bruxelles - E’ una città variegata e aperta - Si incontrano persone provenienti da tutta Europa e da tutto il mondo - Si mangia bene e si beve meglio - E’ una città a misura d’uomo che offre un elevato tenore di vita - E’ vivace culturalmente" Grazie Marco ed in bocca al lupo a tutti gli aspiranti emigranti Italiani in Belgio!

 


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Come diventare emigranti moderni grazie al lavoro virtuale

http://www.italiansinfuga.com/2008/12/10/come-diventare-emigranti-moderni-grazie-al-lavoro-virtuale/ Pubblicato 10 Dicembre 2008

Daniele Montemale è un giovane italiano che sta mettendo in pratica uno stile di vita che gli permette di vivere all’estero e lavorare con clienti italiani!

La sua esperienza prende spunto da Tim Ferriss, che evangelizza il ‘lifestyle arbitrage’ cioè vivere in una nazione meno costosa mentre si lavora virtualmente in una nazione che paga meglio, grazie a internet e varie tecnologie disponibili al giorno d’oggi. DM: Ho una piccola agenzia di marketing e pubblicità online nel campo del viral marketing (lavoro in continua crescita che spesso è confuso con lo spam ma che con quest’ultimo non ha nessun collegamento.). Da dove lavoro o il luogo è indifferente al mio lavoro.. Ho vissuto un anno in Erasmus a Copenhagen, 3 mesi a Sevilla, da due mesi sono a Barcelona e ad Aprile andrò a vivere a NYC per 3/5 mesi per poi girare un anno in giro per le americhe con il mio laptop… Italiansinfuga: Cosa offre Barcellona che non puoi trovare in Italia? DM: Barcelona è cresciuta molto negli ultimi 10 anni. Dopo le olimpiadi del 92 ha avuto il suo boom. Barcelona offre cultura, arte, serate concerti, locali.. la gente si chiederà "si, questo lo fa anche l’Italia..". Bè in primo luogo i prezzi sono più abbordabili ma è il modo di comunicarli che fa la differenza. Un modo + moderno con un linguaggio cosidetto giovanile. La playa d’estate è un altro fattore (anche se io sono arrivato ad Ottobre). La pulizia delle strade e l’impegno sempre maggiore del comune ad impegnarsi a creare strade pedonali e corsie per biciclette.. La città è cosmopolita ma anche locale. Ci sono persone da tutto il mondo. Si parla sempre più inglese, si parla spagnolo e molto catalano (cosa che a me non piace moltissimo..).

Italiansinfuga: Ci spieghi in che modo la tecnologia disponibile oggi consente di vivere e lavorare come fai tu?
DM: Tutti passano ore e ore davanti al computer ogni giorno. Le tecnologie come internet , skype o facebook avvicinano in modo straordinario le persone seppur in modo virtuale (non dimentichiamocelo..!!!). Se tutto il mio lavoro è basato su internet, non ho bisogno di un ufficio, se i miei clienti si trovano in Italia, a Londra o ad Amsterdam, non ho bisogno di incontrarli se possiamo avere una videochiamata in skype e sentirci quasi 24 ore al giorno (ciò non toglie che un incontro "reale" non sarà mai surclassato da uno virtuale). Se su internet ci sono centinaia di milioni di persone che ogni giorno ci passano ore il mercato si dirigerà di conseguenza su internet… C’è molto lavoro su internet.. ma non serve + saper utilizzare Office o scrivere una mail.. come spesso le aziende italiane chiedono nei colloqui..
 

Italiansinfuga: Che consigli pratici daresti a chi vuole lavorare con aziende italiane ma vivere all’estero come fai tu? DM: Di pubblicizzarsi su internet. Se si conosce il cinese ad esempio, ci sono tantissime offerte di lavoro per aziende italiane che vogliono esportare i loro prodotti in Cina, dal vino al parmigiano e così via. Se si conoscono le lingue si può lavorare come traduttore… posso vivere nelle Filippine e lavorare come traduttore Italiano / Spagnolo /Inglese / Tedesco. Le aziende italiane, al contrario di quello che si pensa, sono alla continua ricerca di persone qualificate ma non le trovano e specie in Italia. L’università italiana ha un gap enorme su tutti i fronti e gli studenti, pur sapendolo, ci MARCIANO sopra. Ho aiutato lo svolgimento (ma non ho potuto partecipare purtroppo) a una manifestazione contro la Gelmini qui a Barcelona organizzata dagli studenti italiani in Erasmus a Barcelona. Le manifestazioni sono importantissime, io ci credo fino in fondo! Ma se un corso di 3 anni ce ne metti 5 o uno di 5 ce ne metti 7 o 8 di anni, sei tu studente che ci marci sopra e sarà solo peggio per te! Italiansinfuga: Grazie Daniele e in bocca al lupo! Se volete emigrare all’estero, fate tesoro dell’esperienza di Daniele.

 

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Benedetta, maledetta Babele! Le sfide della comunicazione all’estero

Io, una e trina alle prese con le sfide della comunicazione

http://www.italiansinfuga.com/2009/03/19/benedetta-maledetta-babele-le-sfide-della-comunicazione-allestero/ Pubblicato 19 Marzo 2009 Questo è un ‘guest post’ di Licia, un’amica di italiansinfuga.com, che ci racconta delle sfide della comunicazione usando lingue straniere.

Sto scrivendo nella mia lingua madre, l’italiano, e mi chiamo Licia. Ma parlo anche una lingua che studio da anni, l’inglese, e mi chiamo Licia. Durante il mio attuale soggiorno a Montpellier mi esprimo in una lingua che parlo da relativamente poco, il francese, e, nonostante le difficoltà dei cugini d’oltralpe nel pronunciare la c dolce, mi chiamo sempre e comunque Licia. Esprimersi in una lingua non propria è universalmente riconosciuto essere una difficile prova che sempre più gente si trova a dover affrontare. Non basta certo sgobbare sui libri per anni e vedere film in lingua originale per dire di conoscere una lingua straniera. La conoscenza che se ne acquisisce è limitata, spesse volte, soprattutto in Italia, rivolta al rigido apprendimento della grammatica e a un vocabolario accademico, obsoleto, ormai morto. Capita spesso infatti che, una volta all’estero, nonostante anni di studi, si resti attoniti e, diciamolo, anche un po’ demoralizzati, scoprendo di non riuscire a comprendere i locali e poco più tardi di non riuscire ad esprimersi.
L’ostacolo comunicativo che ci si trova ad affrontare si struttura in effetti su diversi livelli, pari passo con il livello di conoscenza di una lingua. Il primo livello di comprensione di piccole frasi e concetti non è troppo complicato da superare, soprattutto se ci si trova a stretto contatto con dei madrelingua. Quello che mi interessa qui analizzare è piuttosto quella difficoltà di espressione di sé che inevitabilmente ci si ritrova a fronteggiare durante una conversazione in lingua straniera. Si è immediatamente assaliti da un sentimento ansia ed imbarazzo che si trasformano poco dopo in frustrazione, come direbbero gli Afterhours "ho tutto in testa ma non riesco a dirlo". Per andare ancora più in profondità sino a quello che chiamerei terzo livello di conoscenza, direi che il problema non si limita all’incapacità di formulare un pensiero complesso in una lingua straniera (secondo livello), bensì all’espressione di quelle adorabili sfumature della lingua che rendono la comunicazione un’avventura e che connotano profondamente ognuno locutore essendo spesso rivelatrici della sua intima essenza. E’ per questo che dopo tante esperienze di comunicazione, o tentata comunicazione, all’estero mi sono fermata a pensare a come appaio agli stranieri. Insomma,

come è percepita Licia quando si esprime in inglese o in francese? Di qui il sottotitolo all’articolo "io, una e trina". Licia italiana = Licia al 100% delle sue potenzialità linguistiche e dunque espressive. Il mio comando della lingua è tale da potermi permettere di creare sfumature, dare spessore e vita alle mie frasi, poesia quando serve. Sono in grado di giocare con le parole, lanciare messaggio più o meno celati, dotare le mie frasi di diverse sfaccettature. Dalle mie parole, dal mio modo di esprimermi l’interlocutore può davvero capire chi sono, certe volte anche quello che non dico. Licia inglese = direi al 50% fortemente depotenziata. Nonostante la mia conoscenza delle lingua sia buona, forse perché non avendo mai vissuto in un paese anglofono, sento che la mia comunicazione non è in grado di descrivere la mia persona in pieno; la mia capacità comunicativa è limitata, così come l’espressione di me stessa agli altri. Questo credo anche sia dovuto al fatto che le strutture della lingua inglese sono molto diverse da quelle della lingua italiana e per questo conducono facilmente ad una spersonalizzazione del messaggio. Licia francese = 70%. Nonostante lo studio del francese sia molto più recente di quello dell’inglese, la vicinanza alla mia lingua d’origine fa si che l’apprendimento risulti più facile e veloce. In secondo luogo, la somiglianza delle strutture sintattiche delle due lingue romanze fa si che la mia comunicazione sia molto più spontanea a naturale perché spesso una traduzione mot-à-mot è sufficiente ad inviare un messaggio efficace ed anche formalmente corretto. Di qui, visto che la lingua è diretta espressione di un popolo, per me è molto più facile creare legami con persone francofone piuttosto che con persone con le quali utilizzo l’inglese come lingua veicolare perché condividiamo la medesima forma mentis in quanto a linguaggio verbale. Elucubrazioni mentali da neo-linguista? Può darsi, fatto sta che l’uomo ha in sé il fondamentale bisogno di scambiare messaggi col proprio "vicino" ( che viene da sempre più lontano!) e, benché la comunicazione sia alla base della nostra esistenza quotidiana, essa rappresenta un problema, più o meno accettato, più o meno percepito, della complessità del mondo contemporaneo.
 

 

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Dieci motivi per emigrare in Brasile

http://www.italiansinfuga.com/2009/04/02/dieci-motivi-per-emigrare-in-brasile/

Pubblicato il 2 Aprile 2009

Francesco Tripodi è emigrato in Brasile di recente e ci descrive i suoi dieci motivi per emigrare in Brasile. Lascio la parola a Francesco che ringrazio di cuore. Premessa: Quelle che seguono sono le mie impressioni personali e di conseguenza opinabilissime. Aldo mi ha chiesto di fare un elenco di motivi per i quali vivere in Brasile, ma naturalmente il Brasile non è il paradiso ed avrei potuto compilare anche un elenco di elementi negativi per i quali non trasferirsi qui. Inoltre ci tengo a precisare che il paese verd-oro presenta grandissime differenze regionali e quindi alcune delle mie valutazioni potrebbero risultare non applicabili al complesso del paese. 1) A differenza di altre parti del globo, in Brasile gli italiani sono assolutamente benvoluti ed amati. Basterà dire che venite dall’Italia e vedrete intorno a voi solo sorrisi e pacche sulle spalle. L’ammirazione è così forte che molti brasiliani cercano di italianizzare il proprio cognome fingendo di essere discendenti di immigrati. 2) Vivere in Brasile significa vivere nel paese leader mondiale per quanto riguarda le energie rinnovabili. Infattii il 44% dell’energia utilizzata in questo paese deriva da forme di produzioni pulite e rinnovabili: acqua, vento e biocombustibili. Il petrolio incide solo per il 13%. Se prendiamo il resto del mondo le cifre sono invertite: la media di energia prodotta da fonti non inquinanti è di solo il 6%, mentre il petrolio quasi sempre incide dal 40 al 60% del computo totale. Senza dimenticare che il 70% del parco auto del Brasile si muove a biodiesel prodotto da canna da zucchero, molto più efficiente, meno inquinante e più politically correct del biodiesel prodotto negli Usa attraverso il miglio. 3) Il cibo è molto buono e vario, soprattutto perché da queste parti si sono fuse diverse tradizioni culinarie portate dagli immigrati, soprattutto italiani, libanesi, giapponesi e francesi. Se poi siete amanti della carne questa parte del mondo fa per voi ed a differenza di quanto si possa pensare la carne brasiliana non ha niente da invidiare a quella argentina. 4) La frutta merita un punto a sé stante. La varietà, l’abbondanza, la dolcezza dei frutti del Brasile è un qualcosa di straordinario. Sto parlando di prodotti della natura deliziosi e che da noi ed in gran parte del mondo non si trovano come Maracujà, Goiaba, Açaí, Caju, Graviola, Guaraná, Maracujá eccetera. 5) Il clima. Escludendo le regioni dell’estremo sud del paese, in Brasile ti puoi dimenticare di cosa sia l’inverno e le temperature al di sotto dei 15 gradi. Solo per dirne una, le case sono totalmente sprovviste di termosifoni e l’abbigliamento pesante è venduto solo in negozi specializzati e dedicati più che altro a coloro che viaggiano e che si recano a nord dell’equatore. 6) Il carattere del popolo brasiliano. Beh, se c’é uno stereotipo positivo che di certo non mi sento di smentire riguarda il calore del popolo brasiliano. Devo dire che l’accoglienza che si riceve all’ingresso del paese é straordinaria e sopratutto direi che non si riscontra la minima diffidenza nei confronti dello straniero, che sia europeo, africano od asiatico. 7) La cultura. Il Brasile è un pozzo delle meraviglie nascoste da questo punto di vista. Innanzitutto voglio parlare del portoghese brasiliano che a mio parere risulta essere una lingua affascinante, ricchissima di vocaboli, di sfumature, modi di dire e dal suono molto piacevole e dolce. Senza dimenticarci della letteratura e della sconfinata tradizione musicale del gigante Brasiliano. Da tuffarcisi con aviditá. 8)L’aria di ottimismo che si respira da queste parti. Intendiamoci, ora siamo in periodo di crisi, ma nonostante questo il Brasile ha vissuto una grande crescita economica negli ultimi quindici-vent’anni, la popolazione é cosciente di tutto ció e ne è orgogliosa. Naturalmente il divario sociale é ancora molto alto, eppure qualche milione di persone è riuscito ad uscire dalla fascia povera della popolazione per entrare in quella che qui chiamano con molta enfasi classe media. Non so, ma a me pare di sentire quell’atmosfera che penso si sia vissuta in Italia durante gli anni del boom degli anni cinquanta e sessanta. 9) Il paese demograficamente è giovane. E sinceramente la differenza con un paese come l’Italia la si sente: nei parchi si vedono più bambini che anziani, la mentalitá è molto più dinamica ed aperta rispetto al nostro paese di origine e le sfide non sembrano spaventare i brasiliani. Insomma, la società non è di tipo gerontocratica e chiusa in se stessa come nel Bel Paese. 10) Spero che non sia solo una mia impressione personale, ma devo riscontrare che qui ho trovato un rispetto per gli animali grandissimo, pari se non maggiore a molti paesi europei. I cani ed i gatti sono diffusissimi, sono trattati molto bene ed infatti quasi in ogni quartiere esiste un veterinario. Ed a conferma di tutto ciò c’è il fatto che il fenomeno degli abbandoni massicci di cani nelle strade da queste parti praticamente non esiste.
 

 

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Consigli per cervelli che vogliono fuggire

http://www.italiansinfuga.com/2009/05/29/consigli-per-cervelli-che-vogliono-fuggire/ Pubblicato 29 Maggio 2009 State frequentando l’università italiana e state pensando di emigrare all’estero per migliorare le vostre prospettive di lavoro e di futuro? Spesso è difficile sapere da dove iniziare ed è utilissimo fare tesoro dell’esperienza di chi è già emigrato.

Oggi vi presento Emilio Porcu, un cervello partito dalla Sardegna che si trova ora a fare carriera in Germania dopo essere passato da Milano e dalla Spagna. Emilio si è gentilmente prestato a rispondere ad alcune domande così mettendo a disposizione dei lettori di italiansinfuga.com la propria esperienza. Grazie! Quanto vale una laurea italiana quando si cerca lavoro all’estero? Una laurea italiana può valere nei paesi in cui si valorizza il merito scientifico e non le conoscenze, come tipicamente avviene in Italia. Purtroppo le vicende del nostro paese ci discreditano, ma viene sempre data una possibilità per dimostrare ciò che vali.
Dalle parole di Emilio si capisce che per costruirsi una carriera all’estero vi vogliono flessibilità,capacità di imparare le lingue, perseveranza e la valigia pronta per afferrare le opportunità che si presentano.

Puoi descrivere il percorso che ti ha portato all’estero?
Vengo dalla Sardegna. Mi sono trasferito a Milano nel 2000 per fare il dottorato, poi a Parigi all’Ecole des Mines de Paris. Ho fatto 5 anni di postdoc in Spagna ed ora mi trovo in Germania, presso l’Università di Göttingen, dip. di matematica.

Cosa consiglieresti a chi voglia proseguire gli studi o intraprendere una carriera accademica all’estero?
 La Germania è un ottimo posto per fare ricerca, forse il migliore in Europa. Per quanto riguarda la carriera accademica, si tratta di un discorso un pò complesso. In Spagna, per avere il posto devi iniziare lì da presto, possibilmente dal dottorato, in quanto hanno un sistema perverso basato su punteggi accumulati ed accreditazioni presso il Ministerio de Educacion y Ciencia. In Germania ci sono altresì meccanismi un pò complessi, ma a mio parere più accessibili e molto più obbiettivi di quelli spagnoli. In bocca al lupo a tutti coloro i quali hanno scelto di stare all’estero!

 

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Come sopravvivere l'emigrazione quando non va a gonfie vele

http://www.italiansinfuga.com/2009/05/26/come-sopravvivere-lemigrazione-quando-non-va-a-gonfie-vele/ Pubblicato 26 Maggio 2009 Spesso e volentieri l’emigrazione all’estero comporta periodi di assestamento e mette alla prova le proprie convinzioni.

Giulio Portioli ha recentemente scritto a Italians brevemente raccontando la propria esperienza di emigrazione in Inghilterra. Ingegnere aerospaziale con un annetto di esperienza è partito per l’Inghilterra senza però trovare un lavoro ’serio’ per un anno e mezzo, facendo quindi il cassiere in un supermercato. Giulio ha gentilmente risposto ad alcune domande per il beneficio dei lettori di italiansinfuga.com. - Quale è stata l’esperienza più dura della tua permanenza oltremanica? Direi che è stata il non riuscire a trovare il lavoro che avevo in mente (settore informatica) nei primi sei mesi di permanenza in UK, nonostante una laurea abbastanza rilevante (ingegneria) e una breve esperienza nel settore, in Italia. Ne seguì la decisione di iniziare comunque un qualche lavoretto e poco dopo mi ritrovai dietro a un registratore di cassa, al supermercato sotto casa. La cosa a me faceva un certo effetto (vagamente deprimente), ma in Inghilterra il fatto non era considerato per nulla straordinario; semplicemente, questi alti e bassi càpitano, nella vita lavorativa di ognuno (e non perché fossi straniero; sarebbe stata la stessa cosa con un inglese). - Che cosa ti aiutato di più nel superare i tempi difficili? La chiave di volta di tutta la mia esperienza è stata senza dubbio la decisione di iscrivermi a un Master (in Information Technology, nel mio caso). Un titolo di studio inglese, di un’università anche solo decente, ti spalanca le porte della tua professione (o almeno è stato così per me). Le università italiane sono completamente sconosciute, o quasi, in Inghilterra, con quei "bizzarri" voti in centesimi, mentre un titolo di studio inglese, sul curriculum, suona molto più rassicurante, a chi lo legge.

- Che consigli daresti a chi volesse seguire le tue orme?
~ Esercitare l’inglese il più possibile, *prima* di trasferirsi in Inghilterra (specie l’ascolto;

 ~ Non spaventarsi se non si riesce subito a trovare il lavoro ideale e si finisce a servire ai tavoli di un ristorante. Il mercato del lavoro, in Inghilterra, è di una dinamicità e flessibilità inconcepibili, in Italia. Qualche esempio: un mio collega ingegnere (laurea triennale) che per due anni ha lavorato sull’elettronica di bordo dell’Airbus A380, decide di andare a vivere dalla morosa, lontano, e deve trovarsi un nuovo lavoro: "Sto pensando di riqualificarmi come avvocato", mi dice (e infatti basta un anno di studi post-laurea per cominciare già a praticare in uno studio legale). Altro esempio: tra i miei compagni di corso al Master in IT non mancava chi aveva passato la quarantina e chi aveva una laurea in restauro di opere d’arte. E ancora: il mio coinquilino inglese, sulla cinquantina e dopo una vita passata a lavorare in alberghi e ristoranti, trova lavoro come inserviente al parlamento di Westminster (dipendente pubblico a tutti gli effetti), semplicemente rispondendo a un annuncio sul giornale e facendo un colloquio. ~ Considerare seriamente l’ipotesi di proseguire gli studi in Inghilterra. Grazie Giulio per la disponibilità!

 

 

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Emigrare in Nuova Zelanda come medico

http://www.italiansinfuga.com/2009/05/21/emigrare-in-nuova-zelanda-come-medico/ Pubblicato 21 Maggio 2009 Per tutti i medici italiani che stanno sognando di emigrare, vi propongo l’esperienza di Massimo Giola, un medico italiano emigrato in Nuova Zelanda e che vi racconta la sua esperienza su Facebook. Ho posto alcune domande a Massimo, chiedendo quali consigli darebbe ad Italiani che volessero seguire i suoi passi. Ecco le risposte.

- quale è il percorso che un medico deve fare per emigrare in Nuova Zelanda? primo passo: superare lo IELTS con 7.5 di media e almeno 7 in ogni prova. Quindi, trovare un ospedale NZ che offra lavoro (evitare le agenzie, cercare direttamente sul sito del NZ Medical Journal o del ministero della sanità NZ). Sarà poi l’ospedale NZ a guidare passo passo nel processo di application al Medical Council per avere il riconoscimento dei titoli italiani. Perlomeno questo è stato il mio percorso. - quali sono le principali differenze tra la sanità italiana e quella neozelandese? differenze: meno burocrazia, più autonomia e responsabilità personale, migliori condizioni di lavoro in generale. Bisogna però aver voglia di adattarsi e di mettersi in gioco. - consiglieresti la Nuova Zelanda a chi vuole lasciare l’Italia e perchè? consiglio di documentarsi prima, leggere e consultare siti web, se possibile venirci prima in vacanza. La mia reazione è stata "l’avessi fatto 10 anni fa!", ma altri potrebbero invece rimpiangerlo. Grazie Massimo! guardare i film in lingua originale, con i sottotitoli *in inglese*, è un ottimo esercizio).

 

 


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Consigli pratici per emigrare in Giappone

http://www.italiansinfuga.com/2009/06/25/consigli-pratici-per-emigrare-in-giappone/ Pubblicato 25 Giugno 2009

Luigi Finocchiaro ci ha già parlato dei dieci motivi per vivere in Giappone. Oggi ci fornisce consigli molto pratici ed utili per come emigrare. La cosa più semplice in assoluto è iscriversi ad una scuola abilitata a rilasciare un visto per studenti e lavoricchiare part-time (non bisogna superare un certo numero di ore), ad esempio in un ristorante gestito da Italiani. Ci si presenta e si chiede il lavoro. Il fatto è che molti si "vergognano", mentre in Giappone è proprio l’ultima cosa di cui si ha bisogno. Un’entrata dalla porta principale, cioè visto di lavoro sponsorizzato da una ditta che provvede a tutto, è pensabile solo se, in aggiunta alla conoscenza del Giapponese (parlato & scritto) si mette sul piatto anche una professionalità specifica, tipo nel campo degli alimentari, vini, macchinari, ingegneria e quant’altro. Una volta "dentro" si può iniziare anche a dare lezioni di Italiano. Le scuole gestite da Italiani non mancano assolutamente. Dopodichè bisogna darsi da fare per il "salto", ovvero il contratto di lavoro e la sponsorizzazione.
Prima di pensare che gli altri ci devono qualcosa, bisogna mettersi nelle scarpe della ditta che deve fare questo passo e prendersi la responsabilità. Cosa offriamo noi in cambio? Putroppo chi è sponsorizzato dalla famiglia per scuola ed alloggio è chiaramente avvantaggiato. Se proprio si vuol vivere in Giappone a tutti i costi (succede…) bisogna armarsi di un’immensa pazienza ed umiltà magari lavoricchiando in Italia e risparmiare per questo progetto. Proprio perchè non è sicuro che ne valga la pena, forse molti sono restii a dar delle dritte. Una volta agganciato al Giappone, essendo così diverso da tutto il resto, ci si precludono molte altre possibilità (il mondo è grande). Il Giappone è quindi un’arma a doppio taglio. Conoscerlo ti da un vantaggio immenso, la conoscenza però spesso ti preclude altre possibilità, a meno che…si scappi per tempo senza voltarsi indietro. Coreano chiaramente offrono un vantaggio nel mondo del lavoro non trascurabile. Ci sono anche aziende di altri paesi Europei che offrono possibilità a giovani spigliati ed intraprendenti. Non devi necessariamente fossilizzarti su Italia/Giappone.

La conoscenza del Giapponese e/o


 

I settori che tirano per gli Italiani sono: 1) Educazione: insegnare l’Italiano oppure arte (questo già più difficile) 2) Commercio: occuparsi di import/export sopratutto nel settore alimentare/vini/macchinari 3) Ristorazione: lo dice la parola stessa. Cameriere o "maitre", in assenza di diploma di sommellier. 4) Moda: pochi sbocchi senza specializzazione Nel caso 1) c’è sempre lavoro, ma a cottimo. Ovvero sei pagato a lezione/ore, senza assunzione, contratto e/o assicurazione. Nel caso 2) adesso c’è molta crisi. Consiglierei più di contattare aziende Giapponesi che intendono esportare, ma serve la conoscenza del mercato Europeo nel suo insieme e di almeno altre due lingue oltre all’Italiano a scelta fra il Tedesco oppure il Francese. Inglese è ovviamente scontato. Nel caso di aziende Italiane in loco (rivolgersi alla lista "membri" della camera di commercio Italiana in Giappone, su Google), serve conoscenza del settore (alimentare/vini/macchine/moda).

Inoltre parteciperei al programma "JET". Due anni sovvenzionati con studio, networkig, stage e sopratutto accesso a canali preferenziali ed ottenimento di credenziali di tutto diritto. Grazie Luigi!

 

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London One-way

http://www.italiansinfuga.com/2009/06/23/london-one-way/ Pubblicato 23 Giugno 2009

Licia, un’amica di italiansinfuga che ha già scritto de ‘

Nonostante la cittadinanza europea mi abbia evitato problemi con la UK Border Police, è tempo di regolarizzare il mio contratto di lavoro. Per farlo bisogna richiedere l’Insurance Number, il che è stato semplice: si chiama un numero verde che fissa un appuntamento per un colloquio nel jobcenterplus della tua municipalità. Come preannunciato dall’operatore dopo qualche giorno arriva per posta la lettera che conferma data e luogo del colloquio. Si può richiedere il NI anche senza avere ancora un lavoro ma chiedendo aiuto al jobcenter per trovarlo. Una volta sostenuto il colloquio, in cui in pratica si compilano moduli e gli operatori si accertano che tu sia in grado di ottenere un lavoro in UK, sempre per posta arriva il tuo NI la cui procedura sarà completata in qualche settimana. Fino a qui la burocrazia inglese mi ha molto soddisfatta. Tutto secondo scaletta. Insomma, tutt’altro che fumosa in quanto ad amministrazione questa Big Smoke! Grazie Licia e tienici aggiornati sulla tua avventura, in bocca al lupo!

 

 

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Università straniere, mentalità anglosassone e Manchester

http://www.italiansinfuga.com/2009/06/16/universita-straniere-mentalita-anglosassone-e-manchester/

 

Pubblicato 16 Giugno 2009 Ho avuto la fortuna di incontrare Marco Geraci su Facebook. Marco è un ricercatore all’Università di Manchester ed ha gentilmente risposto ad alcune domande mettendo a disposizione la sua esperienza di universitario in Italia, negli Stati Uniti ed Inghilterra. Quali differenze hai incontrato tra le università italiane e quelle straniere? Le università straniere hanno una, anche due, marce in più rispetto a quelle italiane. Gli studenti, in quanto pagano le tasse, ricevono un servizio e lo valutano. Il personale, a qualsiasi livello, viene messo in grado di svolgere il proprio lavoro al meglio. Per questo le università sono spinte ad agire secondo principi di efficacia ed efficienza con l’ovvia conseguenza che quelle meno competitive perdono attrattività. Giusto per fare un esempio, ogni cinque anni gli istituti di educazione superiore del Regno Unito sono invitati a sottoporsi al cosiddetto "Research Assessment Exercise", con lo scopo di ricevere una valutazione indipendente della qualità (e del volume) della propria ricerca. Puoi fare un confronto tra la mentalità italiana e quella anglosassone? Si tratta ovviamente di una valutazione in parte soggettiva e non necessariamente condivisibile. Trovo che gli anglosassoni siano più inclini a rispettare le regole, scritte e non. C’è molto rispetto per il lavoro altrui. Ad esempio, negli Stati Uniti esiste una logica basata sul lavoro di gruppo volto al raggiungimento di obiettivi di medio/lungo termine. In Italia, purtroppo, esiste più spesso una logica della convenienza personale e di breve periodo. Un fatto, questo, che limita grandemente la creatività e il potenziale produttivo di cui dispone l’Italia. Consiglieresti Manchester come destinazione di emigrazione? Manchester è senza dubbio una città dinamica e vivace che offre molto: musei, gallerie d’arte, teatri, pubs, ristoranti e luoghi di divertimento in genere. L’università di Manchester è tra le migliori al mondo. Essendoci migliaia di studenti, è una città paricolarmente adatta ai più giovani. Non la considero invece il luogo ideale per coloro che preferiscono una vita tranquilla, magari dedita alla famiglia. Decisamente controindicata a coloro a cui non piace la pioggia e il cielo grigio per gran parte dell’anno. Grazie Marco! La sfida della comunicazione all’estero‘, ci racconta della sua avventura di vita e lavoro a Londra. LONDON ONE-WAY Avendo qualche mese libero prima di tornare a studiare mi sentivo pronta per un’esperienza estrema. Un mezzo salto nel buio insomma. Dico mezzo perché non è propriamente un’originalità quella di comprare un volo sola andata per Londra. Beh, io l’ho fatto e dopo un mese da Italians in fuga vi racconto come sta andando. CASA e LAVORO Alla faccia di quelli che gufavano prima della mia partenza ho trovato casa e lavoro in tre giorni. Gran fattore C non c’è che dire. Il lavoro è arrivato lo stesso giorno tramite il passaparola tipico italico, stile amico del cugino della zia etcetc. Passaparola che, ahimè, si è rivelato, ancora una volta, molto più proficuo del mio CV. Ricapitolando, dopo tre giorni avevo stanza in Bethnal Green (quartiere popolare verdissimo nella giovane e vivace East London) e lavoro nella City. POLITICHE SULL’IMMIGRAZIONE Episodio di vita londinese poco piacevole, anzi piuttosto destabilizzante. Un giorno ero al ristorante e di colpo arrivano ben sei poliziotti in divisa della UK Border Police. Come nei film alcuni sono entrati dal retro del ristorante altri dalla porta principale:" Tutti fermi, smettete di lavorare e seguiteci". Così io, il cuoco kossovaro, il lavapiatti rumeno e l’aiuto cuoco brasiliano siamo stati scortati fino al piano di sotto dove siamo stati interrogati. Documenti e domande per accertare la nazionalità. Il tutto è durato una mezz’ora. Io sono stata rilasciata subito, il rumeno pure, ma gli han detto che non ha diritto di lavorare in Inghilterra e se lo trovano ancora a lavorare lo rispediscono. Il kossovaro e il brasiliano sono stati fermati e portati via in manette. Il brasiliano, non avendo documenti, il giorno dopo è stato messo su un volo per Rio de Janeiro. Il kossovaro invece, dopo aver controllato vita morte e miracoli grazie all’impronta digitale, (davvero da film..gli han addirittura chiesto perché non avesse sposato la ragazza inglese con cui stava, così si sarebbe sistemato…PAURA) è stato rilasciato. HOW TO GET YOUR NI (National Insurance Number)

 

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Scappare per vivere in Giappone

http://www.italiansinfuga.com/2009/06/08/scappare-per-vivere-in-giappone/ Pubblicato: 8 Giugno 2009

Oggi vi segnalo il blog di Alessio Beltrami,Scappo in Giappone. Alessio è un musicista e partirà a fine Giugno per il Giappone con famiglia. Si tratta di un’avventura della quale Alessio racconterà sul blog. Si tratta quindi di un’ottimo modo di fare esperienza seguendo le vicissitudini di chi, come Alessio, non aspetta di conoscere la lingua alla perfezione o di avere il lavoro assicurato prima di arrivare a destinazione. Alessio ha gentilmente risposto ad alcune domande per italiansinfuga.com. -Perchè il Giappone? Non ho una risposta chiara e definitiva. L’idea che avevamo ci affascinava certamente, allo stesso tempo cercavamo qualcosa di "forte": una sfida culturale e linguistica e il Giappone ci è sembrato il posto adatto. -Quali sono state le reazioni della famiglia e degli amici alla notizia della partenza? Le famiglie (la mia e quella di mia moglie) erano incredule e lo sono tutt’ora, probabilmente non ci crederanno del tutto fino alla partenza del 30 Giugno. Hanno provato a farci cambiare idea e demotivarci sul progetto, non concepiscono l’idea di lasciare qualcosa di sicuro per una scommessa, non comprendono l’idea di sfida. Passata la prima fase hanno però accettato passivamente la decisione del trasferimento -Quale è stato l’aspetto più difficile di preparativi fino ad adesso? Sicuramente quello linguistico, comunicare a distanza per i dettagli relativi all’affitto della casa o al nido di Matilde hanno fatto emergere subito la poca confidenza con l’inglese dei giapponesi. Di natura più pratica ma non meno importanti, il fatto di dover svuotare casa e vendere o "parcheggiare" da amici mobili, libri, vestiti e tutto quello che non portiamo. Grazie Alessio ed in bocca al lupo!

 

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Consigli per studiare all’estero come exchange student

http://www.italiansinfuga.com/2009/06/04/consigli-per-studiare-allestero-come-exchange-student/ Pubblicato : 4 Giugno 2009 Se siete giovani o avete figli giovani, vi consiglierei di prendere in considerazione di andare a studiare all’estero come exchange student. In pratica studierete per un’anno, in genere la quarta superiore, in un Paese straniero e presso una scuola del luogo nella lingua del luogo. Il tutto sarà considerato valido quanto un’anno passato a studiare in Italia quindi tornerete e frequenterete la quinta superiore come nulla fosse ma con un’esperienza di vita che i vostri coetanei non possono neanche immaginarsi!!

Costanza Frandolic ha appena finito otto mesi di vita e studio a Swansea, in Galles ed ha raccontato della sua esperienza su

Italians. Le mancheranno il sistema scolastico britannico; il vivere immersi nella lingua Inglese e la BBC, la televisione di Stato britannica, e la sua serietà. Costanza ha gentilmente risposto ad alcune domande per il beneficio dei lettori di italiansinfuga.com.

1) Quale è stato il percorso che ti ha portata a diventare exchange student?
2) Quali sono stati gli aspetti più importanti del soggiorno in Galles? 

In seconda superiore, mia mamma mi aveva messo in testa quest’idea di andare via per un anno. All’inizio ero assolutamente contraria, non credevo sarei stata capace di stare via un anno, e la prospettiva non mi entusiasmava per niente (mia mamma si era persuasa che io quest’esperienza l’avrei fatta). Poco a poco, ho iniziato a pensarci e abituarmi all’idea. Mi sono informata sulle varie agenzie, comunicato con ragazzi che avevano provato questo tipo di "gap year" e ho deciso che in fondo in fondo non era una cattiva idea. Poi, all’inizio della terza superiore, ho mandato il primo modulo d’iscrizione all’organizzazione che avevo scelto e da lì è iniziato tutto. Ho dovuto superare un colloquio di selezione (test d’inglese e di personalità); dopo avermi comunicato l’esito positivo, l’organizzazione mi ha mandato un dossier da compilare (moduli, certificati medici, opinioni dei professori, lettera a una prospettiva famiglia ospitante, collage fotografico). Fatto questo non mi restava che aspettare (era gennaio quando ho mandato il dossier). A fine marzo ho ricevuto l’email comunicandomi che mi avevano trovato la famiglia, e ancora prima mi avevano chiesto se consentivo ad avere una sorella (studente come me) giapponese. Ho detto di sì, ovviamente, e da lì in poi ho solo preparato la valigia in agosto e il 1 settembre sono partita.

La famiglia ospitante è certamente la parte vitale dell’esperienza. Io ho avuto la fortuna di essere scelta da una famiglia fantastica, dove sono stata trattata veramente come membro integrante e non da ospite. L’esperienza è stata resa migliore anche dal fatto che condividevo la stanza con la mia sorella giapponese e in ottobre si è aggiunto alla famiglia anche uno studente messicano. Un mix bellissimo! Oltre la famiglia, la scuola ha certamente avuto un ruolo importante per me. Alla fin fine, è qui che ho speso gran parte del mio tempo. Studiare le materie che mi piacciono, farle in inglese, e conoscere tanto della cultura britannica e gallese è stato molto educativo e divertente

3) Cosa consiglieresti a chi vuole seguire il tuo percorso? 
Scegliere l’organizzazione dopo aver parlato con qualcuno che ha fatto l’esperienza e sa dirvi degli standard dell’agenzia: certe trattano gli studenti senza molta sensibilità e soltanto a fini lucrativi (purtroppo…). Essere preparati per un’esperienza che vi farà crescere in un modo che non si può immaginare finchè non lo si vive sulla propria pelle. Non farsi troppe illusioni e sognare mondi perfetti solo perche’ sono "via da casa", alla fine niente sarà perfetto, ma l’esperienza sarà fantastica proprio per questo. Grazie Costanza ed in bocca al lupo per il futuro! Indubbiamente l’esperienza di vita e studio all’estero come exchange student vi farà crescere e vi darà l'opportunità di allargare i vostri orizzonti quindi cominciate a pensarci seriamente.

 

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10 motivi per vivere in Giappone

http://www.italiansinfuga.com/2009/06/02/10-motivi-per-vivere-in-giappone/ Pubblicato: 2 Giugno 2009 Perchè vivere in Giappone?

Essendo una terra lontana e misteriosa, il

11. Perchè purtroppo l’Italia al momento non rende facile il viverci.


Giappone può intimorire tutti gli Italiani che stanno considerando di andare a vivere nella terra del Sol Levante, sia per lavoro che per emigrazione permanente. Per fortuna abbiamo la fortuna di poter fare affidamento a Italiani che in Giappone ci vivono già e che si sono gentilmente messi a disposizione di italiansinfuga.com per spiegarci i vantaggi della vita in Giappone. Luigi Finocchiaro abita in Giappone da 12 anni quindi possiede una conoscenza che va oltre quella dei viaggi turistici e delle trasferte di lavoro che non riescono a scalfire la superficie di una cultura che agli occidentali può sembrare impenetrabile. Ecco i suoi motivi per i quali vale la pena vivere in Giappone. 1. Sicurezza. Microcriminalità inesistente, un posto ideale per far crescere i figli. 2. Trasporti pubblici puliti e funzionanti. Il poter rinunziare alla schiavitù della macchina. 3. Mentre l’Italia importa cibi dalla Cina, quelli veri e sovvenzionati vengono esportati in Giappone (ed altrove ovviamente). 4. La gente non va in giro armata. Alle 3 di notte è come alle 3 del pomeriggio. 5. Pulizia ovunque, efficienza pubblica, tutto funziona perfettamente pur mantenendo un certo "fattore umano". 6. Pagamenti: niente menate e furberie. Se lavori vieni pagato e bene. 7. Pulizia, pulizia, pulizia. 8. Avere solo i vantaggi di essere straniero senza gli svantaggi (o relativamente pochi). 9. I Giapponese fanno ancora i lavori "umili", ciò limita l’immigrazione selvaggia 10. Nonostante tutto quanto sopra, è un paese con una cultura, arte, letteratura e storia.
 

Grazie Luigi! Insomma, il Giappone offre pulizia, rigore, efficienza e sizurezza. Se questi valori sono importanti per voi allora vi consigliamo di considerare seriamente il Giappone come destinazione dove emigrare e vivere!
 

 

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Vita in Thailandia secondo un Italiano emigrato

http://www.italiansinfuga.com/2009/07/29/vita-in-thailandia-secondo-un-italiano-emigrato/ Pubblicato: 29 Luglio 2009

Ho scritto un post pochi giorni fa sulle destinazioni estere

Non pensavo che ricevesse così tanti commenti, sia qui che su


Grazie Martino


 

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Consigli da chi ha studiato in Australia e ottenuto il visto

http://www.italiansinfuga.com/2009/07/27/consigli-da-chi-ha-studiato-in-australia-e-ottenuto-il-visto Pubblicato: 27 Luglio 2009

Alberto ha commentato recentemente sull’articolo


. La sua esperienza di emigrazione in Australia ha richiesto parecchi sacrifici soprattutto economici che hanno reso gli anni passati in Australia alla ricerca del visto tutt’altro che facili. Alberto ha gentilmente accettato di condividere la sua esperienza con chi è ancora in Italia e sta pensando di studiare in Australia per ottenere un visto. Ciao ragazzi, io sono diventato residente da poco e volevo darvi qualche consiglio per rendervi la vita più facile. Non avevo mai visitato L’Australia prima.
Io ho fatto il grafico per due anni in Italia e non ero contento del mio lavoro, così mi sono detto..Perchè non andare in un posto dove ci sono più opportunità? Sono arrivato tramite un agenzia che ho trovato su internet, che mi ha consigliato di studiare prima inglese a Byron Bay, posto bellissimo ma non adatto alle mie esigenze, e poi di fare il  T

AFE (ndr scuola professionale) come grafico. A Byron non si trova lavoro facilmente e sono rimasto intrappolato a Byron con una student visa. Poi ho deciso di trasferirmi a Melbourne dove ho studiato due anni hospitality, invece di grafica e ho conseguito il TRA, trade recognition australia, grazie al mio posto di lavoro (barista). Ho dovuto fare l’ IELTS e le visite mediche, in tutto ci ho messo tre anni, e ho dovuto pagare un avvocato che ho trovato qui. Un consiglio per chi vuole provare a risparmiare: Provate a farvi riconoscere la vostra professione (se è nella skilled migration list) invece di studiare in Australia perchè la qualità delle scuole è bassa e costa molto. Lo potete fare se sapete bene l’inglese, altrimenti vi serve tempo per studiarlo. Dopodichè trovatevi un buon avvocato, in Australia, anche se costa di più vi può far risparmiare tempo e problemi. DIMIA e aggiornatevi continuamente.
Buona fortuna Alberto Grazie Alberto ed in bocca al lupo!
 

 

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Quindici minuti per emigrare in Svezia

http://www.italiansinfuga.com/2009/07/20/quindici-minuti-per-emigrare-in-svezia/ Pubblicato: 20 Luglio 2009

Questo è un guest post di Silvia e Gabriele di

Ci presentiamo: siamo Silvia e Gabriele, una giovane coppia di italiani, lei 30 anni laureata in medicina e specialista in medicina interna, lui 37 anni laureato in astronomia e di professione meteorologo: a maggio 2009 abbiamo lasciato definitivamente l’Italia per iniziare una nuova vita all’estero. Io, meteorologo, dopo dieci di anni di precariato vissuti tra partita iva e cococo alla fine avevo potuto prendere parte ad un concorso pubblico diventando quindi un dipendente a tempo indeterminato di un ente pubblico regionale (il sogno di molti italiani). Silvia invece appena conclusa la specialità a pieni voti si era ritrovata in pratica disoccupata. Ma l’inizio della nostra storia va ricercata più indietro nel tempo quando, dopo il matrimonio a giugno 2008, avevamo iniziato a pensare "da grandi", valutando tutte le opportunità che l’Italia sarebbe stata in grado di offrire al futuro nostro e dei nostri figli (futuri).
Il lavoro di meteorologo mi ha portato sempre molte soddisfazioni, ma il vero problema era proprio la dipendenza da un ente pubblico che tra crisi economica e burocrazia si ritrovava ad essere un dinosauro immobile che ben poco si addiceva al mio spirito imprenditoriale ed alle idee sempre nuove che mi frullano in testa. Per Silvia invece c’era un altro problema, forse ancor più grosso del mio: il nepotismo che regna ovunque sovrano in Italia specie negli ospedali ed all’università. Tutti sappiamo che senza una raccomandazione i 110 e lode non servono proprio a nulla. Così l’opportunità di lavoro più appetibile per lei sarebbe stato un lavoro da precario (con partita iva) per coprire i turni di guardia in un pronto soccorso. E’ ovvio che questo significava zero assistenza, zero malattia, zero maternità. Oltre che pochi soldi in tasca. Così abbiamo iniziato a volgere il nostro sguardo oltre confine e prima di giungere alla scelta che oggi ci vede in Svezia abbiamo valutato diverse altre realtà come Stati Uniti, Germania, Emirati Arabi, Svizzera, Inghilterra… per un motivo o un per altro tutte le ipotesi sono state una dopo l’altra scartate senza tuttavia nascondere di essere andati vicini ad una delle mete: Dubai.

La svolta però è arrivata a settembre 2008 quando per lavoro ho avuto la possibilità di incontrare una collega svedese che mi introdotto a questo nuovo mondo. E così da ottobre abbiamo iniziato a valutare questa meta nordica. La scelta della città non è stata difficile anzi diciamo che è stata quasi obbligata visto che il Servizio Meteorologico Nazionale svedese ha sede proprio qui a Norrköping da dove oggi vi scriviamo: una tranquilla cittadina di 120.000 abitanti a 160 km a sud-ovest di Stoccolma.


Per me non c’era ancora un lavoro ma la Silvia in autunno ha iniziato a spedire il suo CV agli ospedali della zona. E qui è arrivata la svolta che ricordiamo ancora come se fosse adesso. Sapete quanto tempo è passato dall’invio della mail alla risposta di interesse da parte dell’ospedale? Un quarto d’ora, i quindici minuti che hanno cambiato la nostra vita. Da quel giorno sono seguiti mesi in cui la Silvia ha iniziato a studiare svedese su internet cercando a destra e a manca corsi on-line ed io a spedire CV al SMHI (Servizio Meteo). A gennaio, due giorni dopo la discussione della tesi di specialità di Silvia abbiamo preso il primo volo Ryanair utile e siamo piombati qui, nel cuore dell’inverno svedese. Silvia ha trascorso tre giorni in ospedale ed io ho fatto dei colloqui al servizio meteorologico. Alla fine della settimana Silvia era stata in pratica assunta, non appena i titoli fossero stati convertiti nei corrispondenti svedesi. Al rientro in Italia sono seguiti mesi di quella che possiamo definire "suspence", con la Silvia disoccupata a casa ed io alle prese con una richiesta di aspettativa per moglie all’estero di cui nessuno sapeva nulla e sulla quale aleggiava un’aria di mistero ed incertezza. Come al solito in Italia le cose non sono mai bianche o nere, nessuno mai è in grado di darti una risposta che sia univoca e non puoi mai essere certo di essere nel giusto. Alla fine però grazie ad internet ed ad un’amica avvocato ho scoperto tutto quello che c’era da sapere su questo genere di aspettativa e, carte alla mano, ho potuto sfruttare l’opportunità offerta dalla legge. Ad aprile la Silvia, con il suo svedese che piano piano prendeva forma, è ritornata in Svezia per cercare un alloggio. In una settimana di fuoco è riuscita a firmare il contratto, aprire un conto in banca, fare il permesso di residenza ed il codice fiscale ma soprattutto a trovare l’appartamento. Dopo una settimana, il giorno di pasquetta, ritornavamo in Svezia con la macchina strapiena delle nostre cose per quello che è stato il primo trasloco. Da quel momento viviamo nel presente. La Silvia ha iniziato a lavorare nell’ospedale pubblico di Norrköping all’inizio di maggio ed anche io a luglio ho lasciato definitivamente l’Italia con il secondo trasloco ed il secondo viaggio nel cuore dell’Europa verso nord. Alla fine possiamo dire che la decisione di lasciare l’Italia non è stata semplice per diversi motivi: gli affetti di parenti e amici, il fatto di vivere comunque in un posto che ci piaceva, il mio lavoro ormai sicuro… ma le molte cose, forse ormai troppe, che dell’Italia non ci andavano giù e che mal si combinavano con il nostro modo di vivere e pensare, ci hanno fatto capire che stavamo facendo la cosa giusta. Oggi grazie ad internet, a Skype, al nostro blog http://onewaytosweden.blogspot.com ed alla Ryanair che vola da Treviso a Nyköping ci sentiamo meno lontani, ma pienamente convinti e felici della nostra scelta.

 

 

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Smontato il mito "vado in Spagna e lavoro"

http://www.italiansinfuga.com/2009/07/16/smontato-il-mito-vado-in-spagna-e-lavoro/ Pubblicato: 16 Luglio 2009

Isabella ha scritto di recente ad

Dunque le zone di maggior benessere in Spagna sono, come tutti sanno, la Catalogna (vale a dire la regione di Barcellona), la regione di Madrid e i Paesi Baschi. Quelle più povere sono l’Estremadura (già il nome…), Castiglia-La Mancia, Castiglia-León, Galizia, Andalusia. Queste sono zone di forte emigrazione sia all’estero sia interna verso le aree più industrializzate di cui sopra.

Quali sono i luoghi comuni e gli stereotipi dei quali gli Italiani devono liberarsi prima di trovare un lavoro in Spagna?

Per esempio credere che "in Spagna si lavora meno". Si lavorano parecchie ore in più che della media europea: ci sono sì più festivi, ma meno vacanze (lo statuto prevede 22 giorni lavorativi di ferie). Niente "siesta". C’è però l’usanza di fare ore in più in inverno e poi fare ore in meno in estate, il cosiddetto "orario intensivo", per cui da luglio a settembre (due-tre mesi, a seconda), si entra prima al lavoro (tipo alle sette) e si esce prima, si fa orario continuato e un’ora in meno che poi si recupera o si è già fatta in inverno. Non è male, ma nemmeno si fa ovunque. Gli spagnoli poi "ingannano": sono molto "festaioli", è vero, ma poi molto più austeri degli italiani nella vita di ogni giorno. Non gli piace il "teatro" che facciamo noi italiani. Hanno verso di noi il pregiudizio che siamo un po’ imbroglioni e troppo adulatori. Ecco, evitare l’adulazione. E che gli uomini evitino di fare i cascamorti con le donne ad ogni piè sospinto e fuori constesto. Non lo sopportano. Così come non sopportano nemmeno le pappe molli… E poi consiglio chiarezza, niente ambiguità, onestà, correttezza, professionalità e serietà. Queste sono sempre la migliore credenziale, ovunque si vada.

 

Che consigli daresti a chi sta pensando di emigrare per lavoro in Spagna? Beh, come dico nella mia lettera, di non farlo in questo momento! Con una disoccupazione media del 18%??? E di non farlo a qualunque prezzo. Se hanno un lavoro in Italia, che se lo tengano stretto, non è cosa, in questo momento. E se non hanno lavoro, beh, che non smettano di cercarlo in Italia ed, eventualmente, in parallelo, lo cerchino in Spagna, ma anche in Francia, Inghilterra, Germania, Svezia… (evitare l’Irlanda che sta come la Spagna). Ma partire senza niente può significare perdere soldi e soprattutto tempo inutilmente. Ecco una web per trovare lavoro in Spagna: www.infojobs.net Grazie Isabella!  Italians fornendo la sua prospettiva da

 sulla situazione del lavoro in Spagna. Residente in Spagna da 12 anni, sposata ad uno Spagnolo, Isabella si è sempre occupata di traduzione. Quando la ditta che la impiegava ha chiuso i battenti, lei e due colleghe hanno fondato la loro azienda. Fino a 5 anni fa la Spagna offriva opportunità mentre la crisi economica globale attuale sta rendendo la situazione difficilissima per chi cerca lavoro. Il tasso di disoccupazione è intorno al 18 per cento ed il numero di concorrenti per i pochi posti di lavoro è quindi aumentato in modo esponenziale. Questo è particolarmente vero per quello che riguarda gli Italiani in cerca di lavoro. Molti di essi purtroppo non hanno molto da offrire, sia come tipo di titolo di studio sia come esperienza, quasi nulla alla soglia dei trent’anni. Isabella consiglia di andare in Spagna solo se laureati in ingegneria o informatica, con esperienza e ottima conoscenza dello spagnolo, inglese e tedesco. Anche per questi profili l’offerta non è granchè. Per gli altri il consiglio è quello di rimanere in Italia, soprattutto se avete già un lavoro. Isabella ha anche gentilmente risposto ad alcune domande di italiansinfuga, precisando che le risposte sono da leggere nel contesto del "facendo finta che non ci sia la crisi", che prima o poi passerà. Quali sono le regioni della Spagna che offrono migliori opportunità e quali quelle che tirano di meno? One Way to Sweden. 
 


Gli Italiani si lamentano, sognano l’Australia ma non emigrano dove vivere spendendo poco. Facebook. Tanti positivi ma alcuni da classificarsi nella categoria delle ‘critiche costruttive’. Ad esempio, mi scrive Martino da Phuket al quale lascio la parola. Vivo a Phuket (Thailandia) e ci lavoro da anni, sinceramente il vostro articolo riferito alla Thailandia è alquanto "deviante" rispetto alla realtà. 21Euro sono al cambio 1000THB, a Chang Mai trovi da dormire in uno scatolone di cartone con quei soldi!! Nemmeno un Thai locale trova a quel prezzo qualcosa che si possa definire "camera" o casa. 60Euro in Phuket altrettanto pochi… Mangiare pollo e noodles o comunque Thai food economico in strada uno straniero "Farang" ci campa forse qualche mese, poi lo ricoverano in ospedale. Oltre a questo la legge Thai è ben chiara su chi può vivere qui e quanti soldi deve avere, e sinceramente si parla di almeno 65000THB al cambio circa 1400Euro al mese per gli over 50 oppure deposito denaro 17000Euro. Gli altri, under 50 come me sposato hanno regole diverse, devi lavorare ed avere un reddito di almeno 50000THB 1100 Euro, oppure deposito in denaro di almeno 8500 Euro su conto Thai. Qui trovate ogni info: http://www.visaforthai.com/ Non voglio poi entrare nel merito dei problemi come sanità e assicurazione e molti altri aspetti che comporta il vivere in Thailandia. Comunque senza far polemiche, se volete dare info cercate di essere più corretti e completi che poi veramente qualcuno ci crede alla storia che con 350Euro si riesce a vivere ai tropici!!! Se fosse così in Thailandia saremmo almeno 5milioni di Italiani, secondo AIRE solo 1600, a voi le conclusioni… Spero di essere stato utile, cordiali saluti. Martino M. http://www.amicidiphuket.it Il primo sito in Italiano dedicato a Phuket
 


Adesso è diventato veramente difficile diventare residente, e le leggi continuano a cambiare, visitate il sito del governo

 

 


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Perchè e come emigrare in Nuova Zelanda

http://www.italiansinfuga.com/2009/07/12/perche-e-come-emigrare-in-nuova-zelanda/

 
 Pubblicato: 12 Luglio 2009 La Nuova Zelanda è una delle mete più ambite da chi vuole emigrare all’estero. La distanza, la vita all’aria aperta, il tenore di vita e la rilassatezza ne fanno una destinazione sognata da Italiani e non solo.

Tomaso Rossi è recentemente emigrato in Nuova Zelanda ed ha gentilmente risposte ad alcune domande su il perchè ed il per come emigrare agli Antipodi. Perchè la Nuova Zelanda? Avevo intenzione di andare in Inghilterra o Australia, per un esperienza all’estero, un anno, forse piu’ se avessi trovato lavoro, e poi una volta a casa in Italia, specializzarmi su cosa mi piace fare. Invece ho incontrato una stupenda ragazza Neo Zelandese e questo è il motivo per cui sono qui. Non mi pento di essere venuto qui e ho trovato una nazione davvero molto bella con ancora tanto da fare e molte opportunità. Quali sono le differenze (in bene ed in male con l’Italia)? Ahimè dell’Italia non scordo la cultura che trasuda in ogni angolo, la storia e le molte possibilità di viaggiare in Europa, un poco mi mancano queste cose. Ma assolutamente non mi manca la cultura del "looking good" ossia del fare "bella figura", forse questa è la grande differenza che vedo tra le due nazioni, in italia si tende a nascondere, all’apparire a tutti i costi e ci si riduce a gusci vuoti. Qui mi sembra un modo di vivere più veri, forse più spartano ma senza troppi frivoli per la testa. Sono più veri, più sinceri.

Cosa consiglieresti a chi sta pensando di emigrare in Nuova Zelanda?
Leggere il sito della

Immigrazione Kiwi, cercate ogni tipo di informazione attraverso google, controllate il sito dell’Ambasciata (entrambe Italiana e Kiwi), camera di commercio bilaterale, siti di ricerca del personale, e siate pronti a fare dei sacrifici per i primi tempi, ne vale sicuramente la pena. Grazie Tomaso!

 

Dieci motivi per emigrare e vivere in Messico

 

http://www.italiansinfuga.com/2009/08/21/dieci-motivi-per-emigrare-e-vivere-in-messico/

 

Pubblicato: 21 Agosto 2009

Mi scrive Giorgio, non li suo vero nome, dal


Messico che ci fornisce gentilmente i suoi dieci motivi per emigrare e vivere in Messico. Distanza dall’Italia

 

Se avete veramente desiderio di tagliare i ponti con l’Italia, mettere un oceano tra voi ed il vostro paese di origine potrebbe essere un buon inizio. Il Messico rappresenta una delle mete piú geograficamente, socialmente e spiritualmente distanti da tutto ció che avete conosciuto fino ad oggi. E non fatevi ingannare dalla vicinanza agli Stati Uniti, la frontiera é una barriera tangibile tra due culture agli antipodi.


Viaggio di sola andata

Una volta scelto con oculatezza, con cognizione di causa e anche con quel senso di fatalismo tipico dei messicani, dove vivere, potrete godere di un clima che, nella maggior parte dell’anno e nella maggior parte delle regioni, é meraviglioso: il sole ed il cielo azzuro rappresentano senza dubbi i due cardini dell’esperienza messicana della maggior parte degli emigrati. Per quanto mi riguarda, gli altipiani del centro del paese, nonostante il cambio climatico in corso, rappresentano un idillio difficilmente comparabile: né troppo caldo, né troppo freddo, e stagione delle pioggie accettabile in estate (nel senso che non é che piova tutti i giorni per tre mesi)… una delizia, insomma.

Le cittá

Ogni cittá in Messico é un mondo differente e tutto da scoprire. Le cittá sono di grandi dimensioni,  prevalentemente, ovviamente di origini coloniali, con servizi sufficienti a tutte le necessitá, e zone commerciali modernissime. Per muoversi, il mezzo migliore é l’automobile, mentre la qualitá dei mezzi pubblici varia da cittá a cittá. Se escludiamo Ciudad de Mexíco, Guadalajara, Monterrey e le zone turistiche dello Yucatan, il taxi é un’alternativa valida e relativamente economica. Il lavoro Ció che piú salta all’occhio a noi italiani nel momento in cui arriviamo in Messico é la relativa facilitá, in termini di costi e burocrazia, con la quale si puó aprire un locale. Il lavoro informale, come lo chiamano qui, é una componente decisiva dell’economia messicana, ogni persona puó, addirittura, aprire la propria casa e vendere "comida", sará ovviamente la sua bravura a fare da discriminante tra il successo o il fallimento dell’attivitá. Il fisco é molto meno pressante che in Italia, i controlli meno rigidi: é possibile aprire con poco e piano piano mettersi in regola…ve lo immaginate da noi? Grandi distanze Una delle cose che piú mi ha affascinato del Messico, sono i suoi spazi enormi e desolati, le sue autostrade quasi vuote: tra una grande cittá e l’altra, centinaia di chilometri di nulla, con tipici "pueblos" dove si puó comprare "comida" e artigiano tipici, e godere del Messico verace, delle storie e delle leggende delle varie popolazioni preispaniche. Il peso e il salario Il fatto che l’euro sia forte nei confronti del Messico, rende, per una persona che abbia messo da parte un discreto gruzzoletto in Italia, relativamente facile aprire un locale e sistemarsi tranquillamente: una rendita di un migliaio di euro puó garantire un livello di vita agiato e confortevole. Il costo della vita é diffusamente basso, e potrete trovare livelli di prezzo estremamente differenti per i beni di prima necessitá: vi assicuro che nei mercatini si trova abbigliamento della stessa qualitá dei grandi centri commerciali, a prezzi che in Italia sarebbero assolutamente ridicoli. Grandi contrasti Il Messico é una terra di contrasti, senza ombra di dubbio, l’opulenza e la povertá piú totale possono andare a braccetto, si possono vedere una a fianco all’altra. Personalmente, e credo che sia un sentimento comune a molti europei, tutto ció ha dato una dimensione ed una visione differente rispetto alla vita, una prospettiva un po’ meno denaro-centrica della propria esistenza, a favore che invece realmente ha valore. Ma qui entriamo nel filosofico-intimista, e mi fermo…
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La "comida"


La cucina messicana é di una varietá e complessitá straordinaria, ed i messicani vivono letteralmente per mangiare: tacos, quesadillas, carne asada, fajitas, corundas, chorizo, qualsiasi cosa ha un sapore davvero incredibile; vale la pena, quando vi sarete fatti le ossa, andare nei localini e non nei ristoranti, a provare la comida tradizionale fatta dalle mani delle mamme e delle nonne messicane, stando attenti soprattutto ai peperoncini (chiles) ed alle salse, sempre presenti a contorno dei piatti: il livello della piccantezza deve essere chiesto al ristoratore, prima di lanciarsi, perché certe salse, a base ad esempio di "chile abanero", necessitano di uno stomaco davvero forte! La gente La gente é cordiale, gentile, ma scoprirete che il popolo messicano é un popolo fiero, amante della propria patria e geloso dei propri costumi. Amano lo straniero (devo dire a noi Italiani in particolare), il quale peró deve essere rispettoso e non dimenticarsi mai di essere a casa di altri: una buona regola che vale dovunque. Lo sport nazionale é ovviamente il calcio, il fútbol, come lo chiamano loro, e questo ci mette in una posizione relativamente privilegiata, visto che, come ricordo sempre ai miei amici messicani, noi per il momento siamo ancora campioni del mondo! Grazie Giorgio!


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Chi altro vuole andare all’università all’estero?

http://www.italiansinfuga.com/2009/08/13/chi-altro-vuole-andare-alluniversita-allestero/ Pubblicato: 13 Agosto 2009

Stefano si è appena trasferito a Copenhagen, in Danimarca, per studiare all’università dopo aver letto Studiare università gratis in Danimarca e Corsi in Inglese all’Università in Danimarca! Stefano ha gentilmente risposto ad alcune domande per il beneficio dei lettori di Italiansinfuga.

Come è stato lo Ielts? Difficile? qual’è la tua esperienza di lingua inglese?
Quando decisi di tentare l’application all’università danese ero ormai prossimo alla deadline per inviare l’application, per cui mi iscrissi alla prima data utile per sostenere l’esame (se ben ricordo ebbi una settimana circa per prepararlo). Acquistai, presso il British Council, i due testi di ausilio alla preparazione dell’esame che, personalmente, ho trovato utili poichè per riuscire ad ottenere un buon punteggio è necessario, oltre alla padronanza della lingua, anche la capacità di gestire il tempo a disposizione per ogni singola sezione dell’esame stesso. Bisogna precisare che esistono 2 versioni dell’IELTS , una per coloro che lo utilizzano a fini accademici ed una per fini generici. Io, ovviamente, ho sostenuto la prima. La struttura del test è comunque identica per entrambi, cambia solo il contenuto di una o più sezioni. Ho affrontato la parte relativa allo "speaking" con una certa tranquillità poichè la mia ragazza è americana per cui ho una certa dimestichezza con la lingua parlata (sebbene abbia acquisito, a discapito di quello "british", accento e modi di dire americani - che credo abbiano influito negativamente nella valutazione in quanto il test è gestito dal British Council); la parte relativa al "reading" richiede una buona dose di concentrazione, la difficoltà dei testi è progressiva. Mi ricordo che l’ultimo testo era prettamente universitario. I testi sono divisi in paragrafi e, di norma, l’ordine delle domande ricalca quello dei paragrafi. Può capitare che non si conoscano alcuni termini ma si può intuire il senso dal contesto. La parte relativa al "writing" è stata quella dove ho trovato maggiori difficoltà in quanto non avevo l’abitudine di scrivere in inglese ed il poco tempo a disposizione per preparare l’esame non ha aiutato. Il "listening" era l’altra sezione che mi spaventava per il solito discorso dell’accento. Fondamentalmente vien fatta partire una registrazione che viene interrotta ogni tot secondi per un periodo di tempo entro il quale bisogna rispondere alle domande relative alla parte appena ascoltata.
Il risultato del test ha rispecchiato il livello delle mie conoscenze della lingua che erano state discrete (tramite esperienze di studio all’estero durante gli anni del liceo) fino a quando ho incontrato la mia ragazza, grazie alla quale, sono arrivato ad ottimi livelli. Devo ammettere comunque che il test dell’IELTS è molto impegnativo per cui è necessario prepararsi per tempo. Torna utile a tal proposito leggere riviste e libri in lingua inglese, così come guardare film/telefilm in lingua originale con i sottotitoli.


Che reazione c’è stata da parte di famiglia ed amici alla notizia della partenza? La lettera di accettazione da parte dell’università è arrivata il primo di Agosto e sono dovuto partire il 6 Agosto. Non è difficile immaginare con quanta fretta abbia dovuto preparare i bagagli, trovare una sistemazione momentanea, acquistare il biglietto aereo ecc. Il fatto che tutto ciò sia accaduto in meno di una settimana ha ovviamente influito su quelle che sono state le reazioni di amici e parenti. Diciamo che gli amici sono stati comprensivi ed hanno altresì ammirato il coraggio di abbandonare tutto e gettarsi in una nuova avventura all’estero; i parenti sono stati quelli un pò più restii a farmi partire e si sono rivelati molto sentimentali nell’imminenza della mia partenza. La mia ragazza mi raggiungerà presto ed il fatto di essere americana (abituata pertanto a partenze, spostamenti, novità) ha decisamente contribuito a rendere le cose più semplici. Ci dai un’idea di massima dei costi (non devi andare sul personale….)? Per quanto concerne i costi, posso confermare che a Copenhagen siano un pò più alti di quelli cui ero abituato a Roma. Una delle prime cose che ho dovuto comprare è stata una bicicletta, poichè qui è il mezzo di trasporto preferito. Ebbene, pur avendo girato sei diversi negozi, non sono riuscito a trovare un modello nuovo che costasse meno di 250 euro (e per questa cifra viene offerto un modello base di olandesina da uomo monomarcia). Un modello valido costa circa 450 euro. Ovviamente i prezzi si abbassano con l’usato ma l’usato è veramente "usato", pertanto è difficile fare il c.d. affare! Per quanto concerne i supermercati ecco una lista di alcuni prodotti "comuni" con relativi prezzi che potete confrontare per avere un’idea di massima: Pringles 2,41 Euro; Twix 1,07 Euro; Detersivo Ariel liquido per lavatrice 8,46 Euro; acqua minerale naturale (mezzo litro) 80 centesimi. In lavanderia ho speso 33,45 Euro per una giacca, due pantaloni e tre camicie. Tuttavia, essendo stato qui una settimana soltanto, non ho avuto modo di esplorare a fondo le varie alternative per categoria di prodotto, quindi può anche darsi che, con una conoscenza più approfondita della città, si riesca a risparmiare qualcosa in più. Prima impressione di Copenhagen, dei Danesi, dell’università? La prima cosa che mi ha colpito di Copenhagen è stato il "silenzio"… anche quando c’è un pò di traffico (dato che qui di "vero" traffico ancora non ne ho visto, pur vivendo in pieno centro) siamo a livelli di sonoro del tutto accettabili. Il tempo è altamente variabile, nel senso che è del tutto normale, nell’arco della giornata, passare dalla pioggia al sole e poi ripassare nuovamente alla pioggia e quindi di nuovo al sole. L’inglese è parlato praticamente da tutti, è raro trovare qualcuno che non parli bene l’inglese o ancor più raro qualcuno che non lo parli affatto.
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I danesi che ho avuto modo di conoscere (vale a dire i miei futuri compagni di corso) finora si sono dimostrati molto disponibili ed estremamente gentili, ma non hanno mai varcato quella soglia di confidenza che per noi italiani è, invece, quasi naturale varcare se ci troviamo a proprio agio con una persona. Non a caso, uno dei miei futuri colleghi danesi mi ha detto "i danesi sono persone molto riservate, hanno difficoltà ad aprirsi, ma quando lo fanno diventano i migliori amici che tu possa desiderare".

L’università (nel mio caso la Copenhagen Business School) è davvero notevole in termini di organizzazione, di strutture e di servizi offerti ai propri studenti. In questa settimana di "orientamento" (organizzato dalla Cbs) ho avuto modo di apprezzare ancora di più la scelta che ho fatto. Consigli a chi vuole seguire i tuoi passi? Chiunque voglia intraprendere un corso di studi all’estero deve mettere prima in conto una serie di cose: 1) vivere all’estero è un’esperienza "difficile" per certi versi, nel senso che non è tutto "rose e fiori", in quanto è richiesta una certa disciplina interiore, un grande spirito di adattamento e determinazione 2) la conoscenza della lingua è fondamentale per riuscire ad instaurare rapporti di amicizia, per affrontare gli studi in maniera proficua, per risolvere le situazioni quotidiane che possono presentarsi (il discorso "vado li e imparo la lingua" non lo condivido affatto, una buona base di partenza è necessaria) 3) si parte da zero: nuovi amici, nuovo cibo, nuove abitudini, nuove regole di condotta (all’estero il rispetto delle regole non è un optional come in Italia)… Detto ciò, in bocca al lupo! Un ringraziamento speciale voglio pubblicamente rivolgerlo ad Aldo, poichè, leggendo sul suo blog un post sulla possibilità di studiare in Danimarca, ho trovato la spinta iniziale per tentare questa strada; per cui se oggi mi trovo qui è grazie a lui che mi ha dato l’idea. Come si dice, onore al merito!

 

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Sei motivi per NON emigrare in Uruguay

http://www.italiansinfuga.com/2009/09/28/sei-motivi-per-non-vivere-in-uruguay/ Pubblicato: 28 Settembre 2009

Mi scrive Valeria Macali con la sua esperienza dell’Uruguay. L’Uruguay è un piccolo stato dell’America del Sud. Occupa una superficie di circa 170 mila Km quadrati e ha una popolazione di circa 3.400.000 abitanti. Io ho vissuto a Montevideo, la capitale, per poco più di due anni e vi propongo sei motivi per cui non vivere in Uruguay. Tenete presente che la mia è stata una situazione "singolare". Non mi sono, infatti, trasferita in Uruguay con l’idea di aprire una qualche attività mia o per conto di qualche società o corpo diplomatico. Sono andata in Uruguay di mia iniziativa e ho vissuto come tutti gli uruguaiani medi. Mi spostavo in autobus, facevo la spesa al mercato o nei piccoli "almacenes" (tipo negozi di alimentari) e per il mio lavoro (insegnavo lettere nella locale scuola italiana e, alla sera, insegnavo italiano in una scuola di lingue) venivo pagata in pesos uruguayos.
Perché non vivere in Uruguay
La sicurezza. E’ vero che rispetto ai vicini Brasile e Argentina l’Uruguay è considerato un paese sicuro, ma il concetto di sicurezza che si ha in Sud America è decisamente diverso dal nostro. Non vi capiterà, infatti, di essere rapinati con una pistola puntata alla testa, ma sì potrà capitarvi di essere scippati e di subire dei furti in casa. In due anni io ho avuto due furti nell’appartamento nel quale vivevo e tre scippi e altrettanti tentativi di scippo. E vi assicuro che non sono stata un caso isolato. Con il tempo ci si fa l’abitudine e si imparano piccole strategie per difendersi (ad esempio, mai fermarsi di notte a un semaforo rosso e quando di giorno si è "costretti" a farlo, bisogna tenere la borsa sotto il sedile dell’auto), ma si vive in un costante stato di tensione. La povertà. Durante le prime ore del mattino e in tarda serata il rumore più diffuso nelle strade della città è quello degli zoccoli dei cavalli dei "carritos". Molte persone che vivono in periferia in condizioni di estremo disagio girano per la città con i loro carretti, spesso accompagnati dai propri figli e rovistano nella spazzatura alla ricerca di cibo, cartoni, bottiglie e qualsiasi altro oggetto da poter rivendere (nei mercatini domenicali non è raro che ci sia chi vende – e chi acquista! – l’oblo della lavatrice, stringhe consunte per le scarpe, water incrostati e privi di smalto, medicine.

Sono molti i bimbi che, pur avendo una famiglia e un "rifugio"nel quale vivere, trascorrono l’intera giornata in strada chiedendo l’elemosina agli incroci o sull’autobus o commettendo vari furti. Nominalmente ci sono diverse politiche a difesa dell’infanzia e sul territorio operano diverse ONG e organismi internazionali. Di fatto, però, molti bambini vengono usati dai genitori o dai fratelli più grandi per commettere furti: sono piccoli e agili quindi possono entrare dalle finestre, arrampicarsi sui balconi e, nel caso in cui vengano presi, non sono punibili. Tutto questo preclude la possibilità di trovarsi in alcune zone della città o della periferia in determinati momenti e in alcuni quartieri diventa davvero pericoloso, soprattutto per uno straniero, passeggiare anche nelle ore centrali e più trafficate.


La corruzione. Purtroppo è presente sia tra le forze di polizia che tra gli impiegati statali. Può capitare di essere fermati quando si è alla guida e di ricevere la proposta di un "accordo": il poliziotto non scrive il verbale e chiede per sé un piccolo contributo, in genere di qualche decina di euro inferiore all’ammontare della multa. Per richiedere un sollecito di qualche permesso (sia esso per l’ottenimento della residenza temporanea, sia per l’avvio di un cantiere o altro – e vi assicuro che i tempi "normali" sono davvero estenuanti -) anche l’impiegato pubblico può richiedere un "accordo". Il clima
. Sono in molti a pensare che l’Uruguay goda di un clima tropicale. In realtà basta osservare un planisfero per vedere che la sua posizione è notevolmente al di sotto dell’ Equatore e quindi, come l’Italia, ha l’alternarsi delle quattro stagioni, con qualche distinguo. L’Uruguay si affaccia su un Oceano ed è molto esposto a diverse correnti. In inverno certo non nevica, ma la temperatura scende di molto, arrivando anche, per lunghi periodi, a zero gradi. Il vento e il mare rendono l’aria molto umida ed è molto difficile scaldarsi. Soltanto le scuole private sono dotate di riscaldamento e molti appartamenti ne sono sprovvisti. Anche in estate può capitare di avere intere settimane di pioggia con una temperatura più primaverile che non estiva.

Distanza dall’Italia e grandi contrasti con i paesi vicini. L’Uruguay è un paese piccolo e quindi dopo un po’ che ci si vive, si sente la necessità di "evadere". Tornare in Italia comporta almeno una ventina di ore di viaggio (tra il raggiungere l’aeroporto, il viaggio aereo e poi il raggiungere la meta stabilita) e un costo non indifferente (difficilmente un biglietto di andata e ritorno costa meno di mille, 1200 euro; a meno che non si vada in buquebus a Buenos Aires, da dove si trovano offerte anche a 700 euro…ma a quel punto, meglio trasferirsi a vivere lì!) Se si dispone di uno stipendio in euro e quindi si è riusciti a mettere da parte qualcosa, questo andrà quasi totalmente in fumo con un viaggio in Italia. Sempre se si dispone di un buon stipendio in euro o in dollari, si può pensare che il costo della vita sia notevolmente inferiore all’Italia. Questo è vero solo in parte: andare a cena fuori non è caro (una grigliata di carne accompagnata da un contorno e vino non costa mai più di 10/15 euro a persona; ben più cara una cena a base di pesce che arriva anche a 40/50 euro a persona), quando necessario ci si può anche muovere in taxi o affittare un’auto con autista. L’affitto di un monolocale in un quartiere "sicuro" si aggira intorno ai 400 euro, un appartamento con due stanze da letto e riscaldamento (che va pagato a parte con le varie spese condominiali) può andare dai 900 ai 1300 euro per arrivare ai 1800 di una casetta con giardino. Comprare vestiti di fattura media costa quanto in Italia e anche i "buoni" prodotti alimentari hanno un costo maggiore. Basta però spostarsi a Buenos Aires (si trova a 30 minuti di aereo da Montevideo, ma si può raggiungere anche in auto o bus) e tutto cambia. Molti montevideanos si spostano in Argentina nei fine settimana e fanno spesa di cibo e vestiario: un paio di pantaloni, comprati nella stessa catena di negozi, può costare a Montevideo 50 euro e a Buenos Aires 30. A Buenos Aires (che conta 3 milioni di abitanti – 13 nell’area metropolitana) sono meno cari anche gli affitti e i trasporti …e allora perché vivere in Uruguay?

Le città. A parte Montevideo, la capitale, non esistono altre città. La maggior parte della popolazione vive nella capitale e sono poche le mete interessanti da raggiungere. A parte, forse, Salto, nel nord, famosa per le terme (ma anche lì, si tratta di piscine con acqua calda, niente di più), sono pochi i centri interessanti. Per contro, tuttavia, l’Uruguay dispone di ampi spazi. Si possono percorrere km e km trovando, ai lati della strada, soltanto vacche e qualche pecora. Se, quindi, si ama vivere a stretto contatto con la natura o se si vuole fuggire da qualcosa o qualcuno, l’Uruguay può fare al caso vostro Grazie Valeria!

 

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Dieci motivi per non emigrare in Messico

http://www.italiansinfuga.com/2009/09/04/dieci-motivi-per-non-emigrare-in-messico/ Pubblicato: 4 Settembre 2009

Dopo averci dato Dieci motivi per emigrare in Messico, Giorgio ci dedica il seguente post su i perchè non emigrare in Messico. Distanza dall’Italia Per andare da una cittá italiana ad una messicana, tra viaggio aereo ed eventuale pullman, taxi o qualsiasi altro mezzo di locomozione, ci vogliono mediamente piú di una ventina di ore di viaggio complessivo. Il Messico dunque é piuttosto distante dall’Italia, e questo fa sí che anche un breve ritorno nostalgico, od un ritorno a casa in grande stile, non sia semplicissimo né a buon prezzo. Nella maggior parte dei casi, gli Italiani che vivono qui non tornano a casa molto spesso. Viaggio di sola andata Una volta venuti in Messico, e adattati alla vita qui, é difficile tornare indietro. Professionalmente, il livello richiestovi é inferiore a quello italiano, e soprattutto il ritmo di lavoro é completamente differente, estremamente piú rilassato, anche se lavorate per una grande azienda, i vostri colleghi messicani hanno la tendenza a prendersela con comodo (e fanno bene, per l’amor di dio…), il problema é che, se poi volete tornare indietro, le cose si fanno un po’ piú complesse. Tutto questo si riflette poi anche nella vita quotidiana, scandita da ritmi meno caotici che i nostri: tutto bene finché si continua a stare qui, meno bene quando si decide di ritornare in un paese piú avanzato. Climi estremi Prima di prendere in considerazione dove trasferirvi, studiatevi bene la zona dove andate, ci sono posti meravigliosi in Messico, che peró hanno controindicazioni climatiche forti: lo Yucatan, con un periodo di uragani da giugno a ottobre; la costa pacifica, anche questa interessata, nello stesso periodo di tempo, da forti tempeste tropicali che possono trasformarsi anch’esse in uragani; la zona centrale, l’ Estado de Mexíco, Guanajuato, Queretaro, con problemi di fornitura d’acqua abbastanza pesanti, soprattutto a Ciudad de Mexíco, mentre la zona nord, piú americanizzata, é puro deserto, con punte estive di calore tremende, anche di 50 gradi a Monterrey ed Hermosillo. Occhio quindi a non farvi trovare impreparati.
Le cittá
Se volete pace e tranquillitá, vi sconsiglio caldamente di andare nelle grandi metropoli messicane, prima fra tutte Ciudad de Mexíco, sono forzatamente metropoli da paese in via di sviluppo, il traffico é caotico, le cittá sono pesantemente inquinate da smog e scarichi di varia natura, che possono provocare, vista anche l’altitudine, problemi respiratori. Avrete quasi certamente bisogno di un automobile, e destreggiarvi per le vie cittadine, all’inizio potrebbe risultarvi da mal di testa assoluto. Attenti soprattutto alle rotonde e al celeberrimo "uno y uno", ovvero gli incroci regolati solo dal buon cuore degli altri automobilisti.

Il lavoro La cosa basilare per poter emigrare in Messico é avere dei contatti, i contatti sono assolutamente necessari per la vostra vita professionale, non solo per quella sociale. Senza un "aiutino", che qui é socialmente accettato, come in Italia del resto, é estremamente difficile trovare lavoro, anche se siete in possesso di un buon curriculum. Tra l’altro, per chi, come espediente pensa di insegnare l’italiano, la richiesta c’é indubbiamente ma é limitata, quindi anche lí ci vuole una buona dose di fortuna. Piú commerciabile, se lo sapete bene, l’inglese, o in alternativa il francese. Lasciate completamente perdere le agenzie interinali. Certo, molti italiani decidono di mettersi in proprio, ma anche questa é una cosa che va pianificata e non puó essere improvvisata dall’oggi al domani senza un minimo di conoscenza del territorio e della gente. Occhio alla salmonella, tifo, epatite e a varie altre bestiacce Dove e cosa mangiare in Messico puó rivelarsi una questine di vita o di morte: fate bene attenzione, soprattutto all’inizio, a mangiare nei posti che vi sembrano piú puliti e cercate di evitare di mangiare nei "changarritos" lungo le vie. Vi costerá qualcosa in piú, ma eviterete di passare intere giornate tra il bagno e la camera da letto. Prima di viaggiare in Messico, fate una capatina dal vostro medico, che vi indicherá le vaccinazioni e, se ci sa fare, vi ricetterá qualche antibiotico multiuso nel caso abbiate seri problemi intestinali: ko otto ore, ma poi nel 90% dei casi sarete come nuovi (o quasi…). Non dimenticatevi inoltre che le strutture sanitarie messicane, per la maggior parte, non sono a livello delle nostre, e soprattutto le migliori non sono gratis: un’assicurazione sanitaria é una soluzione auspicabile. La criminalitá In tutto il Messico c’é una forte ondata di microcriminalitá e criminalitá organizzata, che non é píú circoscrivibile solo alle zone di confine o a Ciudad de Mexíco, ma é estesa a buona parte del paese. A questo si aggiunge che il governo federale ha deciso di dispiegare, in alcune zone, anche l’esercito, quindi se emigrate qui, mettete in conto di vedere soldati per le strade, posti di blocco e magari qualche "enfrentamiento" in diretta. La regola dice, profilo basso per la microcriminalitá, e mai, mai reagire nel caso si venga derubati, mentre per la criminalitá organizzata, l’ideale é non mettercisi per nulla, la qual cosa, essendo stranieri, é garanzia per non essere infastiditi.

Grandi distanze
Il Messico é un paese grande sette volte l’Italia, con circa il doppio della popolazione, la maggior parte della quale vive concentrata nelle grandi cittá: ció significa grandi spazi di puro nulla, autostrade vuote e grandi distanze da percorrere. Il concetto italiano di gita fuori porta é estremamente differente da quello messicano, per loro otto ore di viaggio non sono nulla, per noi sono una faticaccia, se poi sono otto andata otto ritorno per stare un giorno al mare, decidete voi se il viaggio vale la candela.

 
Il peso e il salario Il peso é la moneta corrente messicana, il cambio all’euro é abbastanza sfavorevole, quindi se da un lato, arrivando, ci sembra che tutto posti pochissimo, vivendo qua ci si rende conto che la media degli stipendi non é molto alta, ed il confronto con gli stipendi in euro a volte é disarmante. Se si decide di tornare in patria, o comunque in un paese del primo mondo, anche solo per una vacanza, il cambio del peso fa evaporare buona parte degli sforzi per mettere via un discreta somma di denaro. Grandi contrasti Il Messico é un paese in via di sviluppo dell’America Latina, non dimenticatelo mai. Dovete essere preparati ai grandi contrasti che vedrete qui, zone bellissime con case da sogno, alternate a zone degradate e povere fino all’estremo. Fate conto che in Messico, mediamente c’é una percentuale che si aggira tra il 40 ed il 50 per cento della popolazione povera ed emarginata, senza nessuna educazione, a volte senza nulla di nulla, dovrete quindi abituarvi a tutto ció, che per la nostra sensibilitá di europei fa (o dovrebbe fare) male. Abituatevi anche ai lavavetri a semafori, ai venditori ambulanti, ai ragazzini che ti lavano l’auto a 20-25 pesos… Grazie Giorgio! 

 


Come trovare lavoro in Brasile
 
Oggi abbiamo la fortuna di intervistare Antonio Oteri, laureato in Economia Politica in Bocconi e con esperienza lavorativa in aziende come Coopers&Librand ed Ernst&Young.

Antonio è emigrato in Brasile, ha fondato il gruppo ‘Italians making business in Brazil‘ su Linkedin e ci racconta la sua esperienza.
Ci puoi descrivere come hai pianificato e realizzato l’abbandono definitivo dell’Italia?
Ho creato un piano che si è basato inizialmente in cercare moglie in Brasile ed in parallelo ho studiato la lingua e le attività economiche presenti in Brasile in cui potevo dare meglio continuità al mio percorso professionale. Dopo alcuni tentativi in territorio brasiliano, ho deciso di cercare brave brasiliane in Italia. Per far ciò ho frequentato gli ambienti culturali brasiliani in Italia inclusa l’ambasciata. Ho quindi conosciuto mia moglie che era venuta in Italia col padre militare dell’aeronautica nel maggio del 1999. Una volta che ho capito che era la donna della mia vita, ci siamo sposati nell’ottobre del 2000 a Roma. Da subito ho iniziato le pratiche per il visto permanente che ho preso poi nel 2002. In parallelo ho visto che la migliore area lavorativa, per aiutarmi al trasferimento, era come dipendente o consulente IT in TIM Brasil, visto che nel 1999/2000 aveva vinto le licenze brasiliane. Dopo alcuni tentativi sono quindi riuscito ad entrare come manager in H3G per partecipare allo start-up 3G che mi ha permesso di acquisire una ottima esperienza che poi mi sono potuto rivendere in Brasile. Da subito ho anche iniziato a mappare tutti i contatti che arrivavano in Brasile, a coltivarli e a farmi presentare tutti gli amici degli amici. Ho anche mappato tutti i canali che mi portavano alla direzione IT di Tim Brasil o alle sue società di consulenza. Quando ad esempio un collega o un amico cambiava lavoro gli chiedevo sempre di verificare se la sua azienda stava muovendosi verso il Brasile, o stava ampliando la sua struttura locale. Allo stesso modo mi sono mosso con tutti i fornitori di H3G. Quindi nel momento in cui una di queste società, nella fattispecie la ValueTeam, aveva urgentemente bisogno di un PM Italiano per un grande progetto in Brasile, in 24 ore il mio CV era sul tavolo del CEO con una lettera di accompagnamento che specificava che avevo già tutti i permessi per lavorare in Brasile. Quindi in breve ho chiuso il contratto e mi sono riuscito a trasferire. Oltre a questa attività preparatoria avevo già preso il libretto di lavoro brasiliano, la patente, aperto un conto in Brasile ed un altro in Italia nel Banco del Brasile che mi permettesse di trasferire rapidamente soldi in Brasile.

A quali lati negativi devono prepararsi gli aspiranti emigranti?

Gli aspiranti emigranti devono prepararsi con profonda umiltà senza pensare di essere superiori ai locali perché vengono dalla grande Italia. Devono essere pronti ad iniziare da zero ed essere coscienti che entrano in un mondo nuovo da scoprire, in un mondo con regole molto differenti, in cui conta molto il networking che loro non hanno in loco. Dove bisogna conoscere ottimamente la lingua locale che però è difficile come l’Italiano, dove le referenze lavorative italiane contano zero. Dove i titoli di studio italiani non sono validi, dove non c’è la sicurezza del lavoro italiana e si può essere licenziati in 5 minuti con al massimo un mese di preavviso. È veramente molto dura ma ne vale infinitamente la pena. L’aspetto sociale più negativo è la grande delinquenza (quindi bisogna proteggersi con azioni preventive) e la grande carenza di infrastrutture che però stanno creando gradualmente, ma in un paese che è enorme rispetto all’Italia e che sta diventando ricco solo adesso pr potersele pagare. Che consigli daresti a chi sta pensando di emigrare in Brasile? Se qualcuno vuole venire in Brasile può entrare nel mio gruppo su LinkedIn "Italians Making Business in Brazil" dove ho messo anche a disposizione molto materiale utile per chi sta venendo in Brasile e ci sono molti colleghi disposti ad aiutare. Comunque serve molta umiltà, professionalità, cocciutaggine. Sicuramente il miglior cammino è venire con un’azienda italiana che ha una filiale locale, ma con un contratto locale (è difficilissimo che una new entry riesca a farsi assumere con un contratto internazionale), e l’azienda può sponsorizzare il visto. Chiaramente senza un ottimo portoghese il sogno di lavorare in Brasile rimarrà sempre un sogno. Poi focalizzarsi in un campo che qui va molto forte come telecomunicazioni, petrolio o produzione industriale e agricola. Grazie Antonio ed in bocca al lupo!

 

 

Chi altro vuole andare a studiare a Boston?

http://www.italiansinfuga.com/2009/10/15/chi-altro-vuole-andare-a-studiare-a-boston/ Pubblicato: 15 Ottobre 2009

Oggi abbiamo la fortuna di condividere con Francesco Balzarro la sua esperienza di studio a Boston!
Cosa ti ha portato a Boston?
A Boston sono andato per frequentare il Berklee College of Music. Diciamo principalmente è stato quello il motivo che mi ha spinto ad andare, non avevo un motivo di visita o di svago. Da studente e musicista mi piaceva l’idea di vedere come funziona una Università Americana. E da buon musicista dove andare se non a Boston? Quali sono le differenze tra l’ambiente che hai frequentato a Boston e il suo equivalente in Italia? La differenza sostanziale e che lì l’ambiente musicale esiste. Qua in italia non viene neanche considerato lontanamente, il fatto che che spendi il tuo tempo a studiare musica là è apprezzato perchè c’è interesse. Il mercato della musica è ancora abastanza vivo da darti molte possibilità. Qua in Italia vige oramai la "tacita" regola "Se fai il musicista, non combinerai mai niente nella vita" e questo concetto viene trito e ritrito. Perciò la differenza vera e propria è che da una parte l’ambiente esiste alla luce del sole, dall’altra è un movimento di nicchia post rivoluzionario dove la maggior parte delle possibilità sono affidate a gente mercatizzata. Tre lati positivi e tre lati negativi della vita in Boston?
Beh se come positivi ne ho solo 3 devo scegliere con attenzione. 1) Lo studio. Sicuramente è il primo dato positivo che mi viene in mente. Li esiste una categoria che qua da noi è quasi estinta: gli insegnanti, ma gli insegnanti veri, quelli che ti motivano a dare il massimo, ti spronano fino alla fine. Sono persone che ti fanno lavorare in modo sistematico su di te e non, alla maniera italiana, spiego e come viene va bene. 2) Il mondo studentesco. Bisogna veramente chiamarlo mondo l’affascinante commistione di persone provenienti da tutto il mondo che abitano l’università. Per una strana alchimia arrivi che ti sente spaesato ma 4 giorni dopo sei integrato perfettamente con TUTTI gli studenti. Che ti aiutano e ti seguono anche per le cose più banali.
3) (questa me la concedo) Mike Mangini e Sergio Bellotti! Due dei più grandi professori di batteria che siano mai, a mio parere, esistiti. Eccezionali ma come musicisti ma ancora migliori come insegnanti.

Lati Negativi. Di lati negativi non ne ho poi molti. Ma li trovo. 1) Il cibo. Purtroppo mangiare nelle mense americane non è mai il massimo. Ricordatevelo se andate a studiare in un College americano. Non fate l’apply per la mensa in nessun caso!!! 2) Aver sviluppato la tendinite. Preso dal grande entusiasmo per essere in questa grande comunità di musicisti ho fatto l’errore di voler "recuperare" il tempo perso e raggiungere gli altri batteristi in tecnica. Ovviamente il troppo stroppia e adesso mi ritrovo con la mano ancora ferma. 3) Ultimo lato negativo. L’essere dovuto tornare indietro in un paese che, sfortunatamente, non amo.
 

Torneresti a Boston? Di volata e senza neanche pensarci. Se non ci fosse stato il problema dei visti mi sarei fermato sicuramente. Grazie Francesco e buona fortuna!
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Ci vuole un pomeriggio per trovare lavoro come infermiere a Bristol, Inghilterra

http://www.italiansinfuga.com/2009/10/14/ci-vuole-un-pomeriggio-per-trovare-lavoro-come-infermiere-a-bristol-inghilterra/ Pubblicato: 14 Ottobre 2009

Per gli infermieri ai quali interessa emigrare, oggi abbiamo la fortuna di intervistare Enrico Menghi che ci racconta il percorso che l’ha portato da essere infermiere in provincia di Cuneo ad essere infermiere a Bristol in Inghilterra. Ci racconti il tuo passato professionale? Mi sono diplomato nel 2000 come perito meccanico e ho iniziato a lavorare come apprendista in una ditta vicino al mio paese, Cengio provincia di Savona. Dal Dicembre 2001 al Dicembre 2002 ho fatto il militare nell’arma dei carabinieri come ausiliario. Nel 2003 sono tornato a lavorare nella stessa ditta ma dentro di me c’era la voglia di diventare infermiere, da quando nel ‘98 avevo incominciato a fare il volontario nella Croce Rossa. Così nell’estate del 2004 mi sono licenziato e ad ottobre ho comiciato il corso triennale in scienze infermieristiche. Durante il secondo e terzo anno ho lavorato come "educatore di sostegno" presso una comunità per persone con malattie psichiatriche. Avevo un contratto co co pro che mi permetteva di gestire le mie ore, visto che dovevo frequentare studiare e fare tirocinio. In mezzo a tutto questo ho anche disputato 26 incontri come pugile dilettante ma questa è un’altra storia. Nel Marzo 2008 mi sono laureato mentre da Gennaio non lavoravo più in comunità anche se mi avevano chiesto di fermarmi e firmare il contratto come infermiere. Era già da un po che volevo provare a fare un esperienza all’estero pensando che fosse un’esperienza da fare a tutti i costi, preferibilmente in un paese anglosassone. Come ti sei mosso per andare all’estero? Mi sono iscritto ad un sito, idealavoro.com, un’agenzia di Bologna che ricerca personale sanitario per vari paesi tra cui Irlanda e Inghilterra.
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Nell’Aprile 2008 avevano organizzato un colloquio in un hotel bolognese e per quell’occasione erano venuti degli intervistatori di un’agenzia interinale irlandese che cercava personale sanitario. Il colloquio, per quello che mi ricordo, non era stato un granchè nel senso che il mio Inglese era proprio scarso. L’agenzia chiedeva 500 euro per le pratiche (iscrizione all’albo irlandese e varie traduzioni) e poi, come mi ha detto un infermiere che ho conosciuto al colloquio, ti proponeva una vacanza studio della durata di tre settimane al costo di 1000 euro circa. Quindi lasciai perdere, cominciai a cercare lavoro dalle mie parti e trovai presso una clinica privata a Savona. Prima di accettare mi rivolsi a una mia ex-docente per chiederle consigli. Lei mi disse che le cliniche private sono un pò "così": pagano poco e ti sfruttano. Fatto sta che dovevo lavorare, due mesi senza far niente erano troppi per me. Lei mi consigliò di provare a chiamare la Costa crociere. Dopo essermi pagato il libretto di navigazione (che ti consente di lavorare a bordo) e aver fatto due settimane di corsi vari, mi imbarcai l’8 Giugno sul Costa Fortuna. 4 mesi a bordo, colleghe impossibili, vita surreale… divertimento, ma non era il mio lavoro. Pur avendo accettato un lavoro per la stagione invernale in Brasile rinunciai. Fatto stà che ero da capo, a casa e senza lavoro, per scelta mia… trovai alcuni concorsi e ne vinsi uno come infermiere a tempo determinato presso l’ASL CN1 Mondovì Fossano Ceva. Iniziai a lavorare a Ceva il 2 di Febbraio presso il reparto di medicina. Colleghi stupendi, medici stupendi. Per scherzo una mattina di metà Febbraio mi sono messo a cercare su internet occasioni di lavoro all’estero per infermieri, iscrivendomi su un sito di un agenzia finlandese (www.profco.com).

Lo stesso pomeriggio mi chiamarono per dirmi che avevano bisogno di infermieri per un ospedale pubblico a Bristol, Inghilterra. Lì cominciò l’iter burocratico. Il 30 marzo ho fatto il colloquio e poi ho passato 6 mesi a fare traduzioni, referenze ecc per l’iscrizione all’albo inglese. Finalizzai tutto entro Agosto e mi dissero che potevo iniziare il 28 di Settembre. Ed eccomi qua a Bristol! Forse sono stato incosciente avendo rifiutato il ruolo con contratto a tempo indeterminato presso l’ASL dove lavoravo e sopratutto per essermi lasciato alle spalle colleghi stupendi. Penso che un’occasione unica che dovessi cogliere al volo. Hai problemi con l’Inglese? Il mio livello di inglese non è buonissimo nonostante il miglioramento sulla nave da crociera. In Italia non ho potuto studiare tanto, ho lavorato come un leone, ero senza ferie perchè non le avevo ancora accumulate e sinceramente quando ero libero pensavo a rilassarmi. Così adesso ho difficoltà nella comprensione e nella lingua parlata. Sarebbe stato meglio venire su prima e fare un mese di corso di Inglese prima di iniziare a lavorare. La settimana prossima inizia la quarta settimana di turni ma non mi sento ancora pronto a lavorare autonomamente.

Migliore l’Inghilterra o l’Italia?
Troppo presto per rispondere. Adesso ovviamente ho nostalgia del mio ospedale in Italia essendo 8 mesi che lavoravo in quel reparto, conoscevo bene il mio lavoro, ero tranquillo. Posso dire che in Inghilterra su molte cose sono più attenti e il sistema è diverso per quanto riguarda i farmaci, il controllo delle infezioni ecc… Pregi e difetti di Bristol?
Quì si trova di tutto, negozi, locali eccetera… ma Bristol è meno caotica di Londra ma altrettanto cosmopolita. Grazie Enrico!


Capito come in Messico il ritmo della vita sia piú a misura d’uomo se escludiamo Ciudad de Mexíco), la prospettiva di tornare in Italia andrá via via scemando. Certo ci vuole un periodo di tempo per regolarizzarsi biologicamente sui temi del "no pasa nada" e del "mañana ‘manito, no te apresures", ed indubbiamente nel mondo del lavoro e della vita di tutti i giorni vi costerá un po’ di fatica e forse qualche arrabbiatura, peró alla fine risulterá un modo di vivere estremamente meno stressate, che vi fará apprezzare cose delle quali neppure ricordavate piú l’esistenza. Climi estremi

 


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I due difetti della nostra età sono la mancanza di principi e la mancanza di profilo (O. Wilde)