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Per la Corte costituzionale l'iscrizione all'albo forense è un requisito meramente formale ma ...

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Fino al 2010 gli avvocati non iscritti al relativo albo professionale non potevano (ai sensi dell'articolo 2, comma 1, lettera f, del decreto legislativo 5 aprile 2006, n. 160) accedere al concorso in magistratura, con grave discriminazione rispetto ad altre categorie che a quel concorso venivano ammesse senza particolare severità ) e valenza presuntiva di conoscenze giuridiche approfondite) delle condizioni d'ammissione.

La Corte costituzionale, con sentenza n. 296/2010 ha dichiarato incostituzionale tale norma, affermando tra l'altro che "la disposizione censurata attribuisce rilievo decisivo ad «un requisito di ordine meramente formale», l’iscrizione all’albo forense, del quale non si comprende l’idoneità a rivelare il possesso, in capo all’aspirante magistrato, di una maggiore attitudine all’esercizio della funzione giudiziaria rispetto a quanti risultino “solo” abilitati a svolgere la professione di avvocato”.

La sentenza della Corte costituzionale 296/2010, dichiarò incostituzionale la norma dell’articolo 2, comma 1, lettera f), del decreto legislativo n. 160/2006, recante «Nuova disciplina dell’accesso in magistratura, nonché in materia di progressione economica e di funzioni dei magistrati, a norma dell’articolo 1, comma 1, lettera a), della legge 25 luglio 2005, n. 150», come sostituito dall’articolo 1, comma 3, lettera b), della legge 30 luglio 2007, n. 111, nella parte in cui non prevedeva tra i soggetti ammessi al concorso per magistrato ordinario anche coloro che avessero conseguito soltanto l’abilitazione all’esercizio della professione forense ma non fossero iscritti all'albo degli avvocati.

Ma attenzione, l'esercizio abusivo della professione, secondo Cassazione, sez. quinta penale, 2/12/2014, n. 50345, scatta per il solo fatto che si curino pratiche legali dei clienti o si predispongano ricorsi: non serve lo svolgimento di effettive attività giudiziaria. Si legge infatti nella sentenza 50345/2014, al punto 2 del "considerato in diritto": "2. D’altronde, l’esercizio abusivo della professione legale, ancorché riferito allo svolgimento dell’attività riservata al professionista iscritto nell’albo degli avvocati, non implica necessariamente la spendita al cospetto del giudice o di altro pubblico ufficiale della qualità indebitamente assunta, sicché il reato si perfeziona per il solo fatto che l’agente curi pratiche legali dei clienti o predisponga ricorsi anche senza comparire in udienza qualificandosi come avvocato (Sez. 5, Sentenza n. 646 del 06/11/2013, Rv. 257955)."

LEGGI DI SEGUITO LA SENTENZA N. 296/2010 DELLA CORTE COSTITUZIONALE ...

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SENTENZA N. 296
ANNO 2010
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE COSTITUZIONALE
composta dai signori: Presidente: Francesco AMIRANTE; Giudici : Ugo DE SIERVO, Paolo
MADDALENA, Alfio FINOCCHIARO, Alfonso QUARANTA, Franco GALLO, Luigi MAZZELLA,
Gaetano SILVESTRI, Giuseppe TESAURO, Paolo Maria NAPOLITANO, Giuseppe FRIGO,
Alessandro CRISCUOLO, Paolo GROSSI,
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 2, comma 1, lettera f), del decreto legislativo 5
aprile 2006, n. 160, recante «Nuova disciplina dell’accesso in magistratura, nonché in materia di
progressione economica e di funzioni dei magistrati, a norma dell’articolo 1, comma 1, lettera a), della
legge 25 luglio 2005, n. 150», come sostituito dall’art. 1, comma 3, lettera b), della legge 30 luglio 2007,
n. 111 (Modifiche alle norme sull’ordinamento giudiziario), promosso dal Tribunale amministrativo
regionale per il Lazio, sede di Roma, nel procedimento vertente tra T. E. ed altri e il Ministero della
Giustizia con ordinanza dell’11 novembre 2008, iscritta al n. 20 del registro ordinanze 2009 e pubblicata
nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 5, prima serie speciale, dell’anno 2009.
Visto l’atto di costituzione di M. M.;
udito nell’udienza pubblica del 21 settembre 2010 il Giudice relatore Alfonso Quaranta;
udito l’avvocato Carmelo Giurdanella per M. M.
Ritenuto in fatto
1.— Il Tribunale amministrativo regionale per il Lazio, sede di Roma, ha sollevato – in riferimento
agli articoli 3, 51 e 104, primo comma, della Costituzione – questione di legittimità costituzionale
dell’articolo 2, comma 1, lettera f), del decreto legislativo 5 aprile 2006, n. 160, recante «Nuova
disciplina dell’accesso in magistratura, nonché in materia di progressione economica e di funzioni dei
magistrati, a norma dell’articolo 1, comma 1, lettera a), della legge 25 luglio 2005, n. 150», come
sostituito dall’articolo 1, comma 3, lettera b), della legge 30 luglio 2007, n. 111 (Modifiche alle norme
sull’ordinamento giudiziario).
1.1.— Il remittente premette, in punto di fatto, di essere investito della domanda di annullamento,
previa sospensione, del bando di concorso per esami a 500 posti di magistrato ordinario, pubblicato sulla
Gazzetta Ufficiale, IV serie speciale, n. 23, del 21 marzo 2008. Deduce, inoltre, che l’articolo 2, lettera
g), punto 6, del bando individua, quale requisito di ammissione al concorso, l’iscrizione del candidato
all’albo degli avvocati.
Il giudice a quo ritiene che tale prescrizione realizzi una «ingiusta discriminazione» nei confronti di
quei candidati che – come le ricorrenti nel giudizio principale – risultino aver conseguito l’abilitazione
allo svolgimento della professione forense, ma che non vogliono o non possono iscriversi nel suddetto
albo.
Ritenuta la citata previsione del bando una «pedissequa riproduzione» dell’art. 2, comma 1, lettera
f), del d.lgs. n. 160 del 2006, nel testo sostituito dall’art. 1, comma 3, lettera b), della legge n. 111 del
2007, il TAR del Lazio ha sollevato questione di legittimità costituzionale di tale norma, disponendo nel
contempo l’ammissione delle ricorrenti, con riserva, al concorso, in attesa di «pronunzia definitiva
sull’istanza cautelare», oltre che «della decisione di merito».
1.2.— Tanto premesso, il giudice a quo osserva che il sistema configurato dal d.lgs. n. 160 del 2006,
pur a seguito delle modifiche operate dalla legge n. 111 del 2007, ha mantenuto il suo impianto di fondo,
«ed in particolare l’opzione in favore del concorso di secondo grado, riservato quindi a soggetti aventi
requisiti culturali e/o professionali specifici».
Rileva, inoltre, che tale opzione «non costituisce un’assoluta novità, bensì l’approdo di un travagliato
progetto di riforma», alle cui origini si pone l’articolo 17, comma 113, della legge 5 maggio 1997, n. 127
(Misure urgenti per lo snellimento dell’attività amministrativa e dei procedimenti di decisione e di
controllo). Tale norma delegava il Governo ad emanare una nuova disciplina del concorso per l’accesso
alla magistratura ordinaria, sulla base dei seguenti princìpi e criteri direttivi: «semplificazione delle
modalità di svolgimento del concorso e introduzione graduale, come condizione per l’ammissione al
concorso, dell’obbligo di conseguire un diploma biennale esclusivamente presso scuole di
specializzazione istituite nelle università, sedi delle facoltà di giurisprudenza».
In attuazione della delega – prosegue il remittente, nel ricostruire analiticamente l’evoluzione
normativa intervenuta in materia – venne emanato il decreto legislativo 17 novembre 1997, n. 398,
recante «Modifica alla disciplina del concorso per uditore giudiziario e norme sulle scuole di
specializzazione per le professioni legali, a norma dell’articolo 17, commi 113 e 114, della legge 15
maggio 1997, n. 127 (Misure urgenti per lo snellimento dell’attività amministrativa e dei procedimenti di
decisione e di controllo)». In particolare, ai sensi dell’art. 6 di tale decreto legislativo (che ebbe a
sostituire il testo dell’art. 124 del regio decreto 30 gennaio 1941, n. 12, recante «Ordinamento
giudiziario»), si scelse di condizionare l’ammissione al concorso – relativamente agli iscritti al corso di
laurea in giurisprudenza, a decorrere dall’anno accademico 1998/1999 – al possesso del diploma di
specializzazione per le professioni legali, stabilendosi soltanto in via residuale la possibilità di
ammissione dei candidati muniti della sola laurea in giurisprudenza. Infatti, unicamente nell’ipotesi in
cui le domande di partecipazione al concorso presentate dai candidati fossero risultate «inferiori a cinque
volte il numero dei posti per i quali il concorso è bandito», era previsto che fossero ammessi – previo,
peraltro, superamento della prova preliminare ed in misura pari al numero necessario per raggiungere il
rapporto anzidetto – «anche i candidati in possesso della sola laurea in giurisprudenza».
Successivamente, tuttavia, la citata disposizione – rammenta il TAR remittente – venne modificata,
optando il legislatore per la eliminazione della prova preliminare, in forza di quanto previsto dall’articolo
9, comma 9, della legge 13 febbraio 2001, n. 48 (Aumento del ruolo organico e disciplina dell’accesso in
magistratura).
Su questo sistema si è innestato, innovandolo profondamente, il già citato d.lgs. n. 160 del 2006,
come modificato dalla successiva legge n. 111 del 2007, la cui disciplina si caratterizza sia per il venir
meno della «preferenza accordata, quale canale privilegiato di accesso alla selezione, alla frequenza delle
scuole di specializzazione nelle professioni legali» (concepite, in origine, quale «quale strumento di
formazione» comune «a tutti gli operatori del diritto»), sia per la riconosciuta «eterogeneità dei titoli di
ammissione al concorso rispetto alla qualificazione tecnico-professionale propria del magistrato».
In particolare, come detto, il legislatore ha individuato nell’iscrizione all’albo forense una delle
condizioni per l’ammissione al concorso, disattendendo «l’originario progetto governativo» che, invece,
«richiedeva l’esercizio della professione per almeno tre anni», in conformità alle indicazioni fornite dal
Consiglio superiore della magistratura nel parere reso il 31 maggio 2007.
1.3.— Orbene, della scelta compiuta dal legislatore con la norma censurata risulterebbe, secondo il
remittente, «arduo comprendere la finalità», avendo l’iscrizione all’albo «valenza puramente formale».
Essa nulla aggiungerebbe «alla particolare qualificazione e/o esperienza richiesta agli aspiranti magistrati
ordinari che hanno conseguito l’abilitazione, atteso che l’iscrizione medesima non è subordinata
all’effettivo esercizio della professione di avvocato e non postula, quindi, nemmeno l’attualità
dell’esperienza dalla stessa derivante».
L’irragionevolezza della previsione, inoltre, risulterebbe confermata dal fatto che «la peculiare
formazione degli abilitati all’esercizio della professione forense è omogenea o comunque affine a quella
richiesta al magistrato, laddove, viceversa, l’accesso al concorso è consentito anche ai possessori di titoli
che non necessariamente denotano il possesso di peculiari competenze tecniche (come i funzionari e
dirigenti amministrativi aventi l’anzianità prescritta) ovvero ancora hanno natura prettamente scientifica
(come i dottori di ricerca)».
Inoltre, essendo «il criterio ispiratore della riforma» di «stampo pluralistico», giacché il legislatore
ha scelto di valorizzare pregresse esperienze «eterogenee rispetto alla professione di magistrato»,
l’esclusione degli abilitati alla professione forense non iscritti all’albo degli avvocati appare al remittente
«irrazionale ed arbitraria».
Significativo, al riguardo, risulterebbe – secondo il TAR del Lazio – «il raffronto con l’accesso
consentito ai diplomati presso le scuole di specializzazione delle professioni legali», giacché il diploma
da essi conseguito è valutato ai fini del compimento della pratica per l’accesso alla professione forense (e
notarile) per il periodo di un anno (secondo quanto previsto del Decreto del Ministro della giustizia 11
dicembre 2001, n. 475, recante «Regolamento concernente la valutazione del diploma conseguito presso
le scuole di specializzazione per le professioni legali ai fini della pratica forense e notarile, ai sensi
dell'articolo 17, comma 114, della legge 15 maggio 1997, n. 127»).
Orbene, la circostanza che i diplomati presso le suddette scuole di specializzazione, mentre
accedono, per ciò solo, al concorso per magistrato ordinario «sono comunque tenuti a compiere un anno
di tirocinio per l’ammissione all’esame di avvocato» dovrebbe essere intesa, secondo il giudice a quo,
nel senso che «il superamento dell’esame di abilitazione all’esercizio della professione di avvocato
costituisca un quid pluris rispetto al diploma», conseguentemente, sarebbe del tutto irrazionale
ammettere costoro al concorso «e che lo stesso non sia previsto per coloro che abbiano conseguito
l’abilitazione alla professione di avvocato».
Infine, osserva il TAR del Lazio, non deve essere dimenticato che «la disciplina dell’accesso in
magistratura ordinaria ha incidenza diretta sui valori costituzionali dell’autonomia e dell’indipendenza»,
sanciti per l’ordine giudiziario dall’art. 104, primo comma, Cost.
Se, dunque, il legislatore può legittimamente porsi alla ricerca di un «punto di equilibrio tra il
perseguimento di una composizione pluralistica e paritaria del potere giudiziario e la creazione di un
corpo magistratuale altamente qualificato e professionale», a tale obiettivo non sembra, tuttavia,
rispondere la norma censurata. Essa subordina la partecipazione al concorso ad «un requisito di ordine
meramente formale il quale viene in definitiva a costituire soltanto una incomprensibile, e ingiusta,
barriera frapposta a soggetti i quali posseggono una formazione tecnica omogenea a quella richiesta per
l’esercizio della funzione cui aspirano». A costoro, infatti, viene preclusa «la chance di pianificare un
nuovo percorso di vita e professionale sol perché, allo stato, si trovano ad esercitare attività per le quali è
stabilita l’incompatibilità con l’esercizio della professione di avvocato», secondo quanto previsto
dall’articolo 3 del regio decreto-legge 27 novembre 1933, n. 1578 (Ordinamento delle professioni di
avvocato e procuratore).
1.4.— Non conferente, invece, appare – secondo il TAR rimettente – la comparazione stabilita dalle
ricorrenti, sempre in ordine alla ragionevolezza della norma censurata, con la disposizione transitoria di
cui all’art. 2, comma 5, del d.lgs. n. 160 del 2006, che contempla l’accesso diretto al concorso dei
laureati iscrittisi all’università prima dell’anno accademico 1998-1999.
Nel premettere che «il legislatore gode di ampia discrezionalità nel collocare nel tempo le
innovazioni normative», il TAR del Lazio osserva che la disposizione suddetta non appare
«manifestamente discriminatoria o irragionevole», giacché essa tende ad un obbiettivo «di tutela delle
aspettative di quanti abbiano iniziato il proprio percorso formativo, e correlativamente pianificato la
propria esistenza, in epoca anteriore all’avvio del travagliato iter di riforma» della disciplina dell’accesso
in magistratura.
1.5.— In forza delle considerazioni sopra illustrate il TAR del Lazio ha, dunque, sollevato questione
di legittimità costituzionale, in riferimento agli articoli 3, 51 e 104, primo comma, Cost., dell’articolo 2,
comma 1, lettera f), del d.lgs. n. 150 del 2006, come sostituito dall’art. 1, comma 3, lettera b), della legge
n. 111 del 2007, «nella parte in cui richiede, ai fini dell’ammissione al concorso per magistrato ordinario,
che gli abilitati all’esercizio della professione forense siano anche iscritti al relativo albo professionale».
2.— Con atto depositato in cancelleria il 18 febbraio 2009 è intervenuta in giudizio M. M., parte
ricorrente nel giudizio a quo, insistendo per la declaratoria di illegittimità costituzionale – per violazione
degli artt. 3 e 51 Cost. – della norma censurata e dell’art. 2, lettera g), del bando di concorso pubblicato
nella Gazzetta Ufficiale, IV serie speciale, n. 23 del 21 marzo 2008.
2.1.— Ribadisce la parte privata che «la previsione del requisito meramente formale dell’iscrizione
all’albo degli avvocati», quale condizione per l’ammissione al concorso in magistratura, «costituisce
soltanto una incomprensibile e ingiusta barriera frapposta a soggetti che, pur possedendo una formazione
tecnica omogenea a quella richiesta per l’esercizio delle funzioni di magistrato, esercitano attività
ritenute incompatibili con la professione di avvocato».
Ricorrerebbe, dunque, un primo vizio di costituzionalità per «palese violazione del principio di
eguaglianza per disparità di trattamento», atteso che l’esclusione di soggetti comunque abilitati
all’esercizio della professione forense integrerebbe una limitazione non fondata «su finalità o interessi
coerenti e conformi alla Costituzione».
Difatti, i titoli di ammissione al concorso dovrebbero essere individuati dal legislatore «nel rispetto
dei canoni di ragionevolezza e coerenza», in modo da garantire l’osservanza «dei principi costituzionali
di non discriminazione e di accesso ai pubblici uffici in condizioni di eguaglianza».
Nel caso di specie, per contro, tali condizioni non risultano soddisfatte, sicché la Corte costituzionale
– nel vagliare la ragionevolezza della censurata disposizione legislativa (scrutinio che implica «un
apprezzamento di conformità tra la regola introdotta e la causa normativa che la deve assistere»; sentenza
n. 89 del 1996) – non potrà che pervenire alla declaratoria di illegittimità della stessa.
2.2.— Ripropone, per il resto, la parte privata le ragioni – già fatte valere nel giudizio principale –
volte a contestare la legittimità dell’impugnato bando di concorso nella parte in cui detta una previsione
analoga a quella di cui all’articolo 2, comma 1, lettera f), del d.lgs. n. 160 del 2006.
Considerato in diritto
1.— Il Tribunale amministrativo regionale per il Lazio, sede di Roma, ha sollevato – in riferimento
agli articoli 3, 51 e 104, primo comma, della Costituzione – questione di legittimità costituzionale
dell’articolo 2, comma 1, lettera f), del decreto legislativo 5 aprile 2006, n. 160, recante «Nuova
disciplina dell’accesso in magistratura, nonché in materia di progressione economica e di funzioni dei
magistrati, a norma dell’articolo 1, comma 1, lettera a), della legge 25 luglio 2005, n. 150», come
sostituito dall’articolo 1, comma 3, lettera b), della legge 30 luglio 2007, n. 111 (Modifiche alle norme
sull’ordinamento giudiziario).
1.1.— Il remittente premette, in punto di fatto, di essere investito della domanda di annullamento,
previa sospensione, del bando di concorso per esami a 500 posti di magistrato ordinario, pubblicato sulla
Gazzetta Ufficiale, IV serie speciale, n. 23, del 21 marzo 2008. Deduce, inoltre, che l’articolo 2, lettera
g), punto 6, del suddetto bando individua, quale requisito di ammissione al concorso, l’iscrizione del
candidato all’albo degli avvocati.
Ad avviso del giudice a quo tale prescrizione realizzerebbe una «ingiusta discriminazione» nei
confronti di quei candidati che – come le ricorrenti nel giudizio principale – risultano aver conseguito
l’abilitazione allo svolgimento della professione forense, ma che non vogliono o non possono iscriversi
nel suddetto albo.
Orbene, poiché la citata previsione del bando costituisce una «pedissequa riproduzione» dell’art. 2,
comma 1, lettera f), del d.lgs. n. 160 del 2006, nel testo sostituito dall’art. 1, comma 3, lettera b), della
legge n. 111 del 2007, il TAR del Lazio ha sollevato questione di legittimità costituzionale di tale norma,
disponendo nel contempo l’ammissione delle ricorrenti, con riserva, al concorso, in attesa di «pronunzia
definitiva sull’istanza cautelare», oltre che «della decisione di merito».
1.2.— Secondo il TAR remittente, la censurata disposizione legislativa violerebbe gli artt. 3, 51 e
104, primo comma, Cost., giacché subordinerebbe – in modo irragionevole – la partecipazione al
concorso per magistrato ordinario ad «un requisito di ordine meramente formale», introducendo «una
incomprensibile, e ingiusta, barriera frapposta a soggetti» (coloro i quali abbiano conseguito
l’abilitazione allo svolgimento della professione forense, senza essere però iscritti nell’albo degli
avvocati) che pure «posseggono una formazione tecnica omogenea a quella richiesta per l’esercizio della
funzione cui aspirano».
L’irragionevolezza della norma sarebbe resa evidente, innanzitutto, dal fatto che la «valenza
puramente formale» dell’iscrizione all’albo nulla aggiungerebbe «alla particolare qualificazione e/o
esperienza richiesta agli aspiranti magistrati ordinari che hanno conseguito l’abilitazione, atteso che
l’iscrizione medesima non è subordinata all’effettivo esercizio della professione di avvocato e non
postula, quindi, nemmeno l’attualità dell’esperienza dalla stessa derivante».
Il carattere irragionevole della disposizione censurata sarebbe reso evidente, altresì, dalla circostanza
che «la peculiare formazione degli abilitati all’esercizio della professione forense è omogenea o
comunque affine a quella richiesta al magistrato, laddove, viceversa, l’accesso al concorso è consentito
anche ai possessori di titoli che non necessariamente denotano il possesso di peculiari competenze
tecniche (come i funzionari e dirigenti amministrativi aventi l’anzianità prescritta) ovvero ancora hanno
natura prettamente scientifica (come i dottori di ricerca)».
Infine, l’irragionevolezza della disciplina in esame emergerebbe dal confronto con quanto previsto
per i diplomati presso le Scuole di specializzazione per le professioni legali, i quali – mentre accedono al
concorso per magistrato ordinario per il solo fatto di aver conseguito tale diploma – «sono comunque
tenuti a compiere un anno di tirocinio per l’ammissione all’esame di avvocato». Tale circostanza, difatti,
denoterebbe come «il superamento dell’esame di abilitazione all’esercizio della professione di avvocato
costituisca un quid pluris rispetto al diploma» di specializzazione, di talché sarebbe del tutto irrazionale
ammettere al concorso per magistrato ordinario coloro che abbiano conseguito detto diploma, mentre
analoga possibilità non è prevista, invece, «per coloro che abbiano conseguito l’abilitazione alla
professione di avvocato».
2. È intervenuta una delle ricorrenti nel giudizio a quo, insistendo per la declaratoria di illegittimità
costituzionale – per violazione degli artt. 3 e 51 Cost. – della norma censurata, oltre che dell’art. 2,
lettera g), del bando di concorso pubblicato nella Gazzetta Ufficiale, IV serie speciale, n. 23 del 21
marzo 2008.
3. Preliminarmente, deve chiarirsi come oggetto del presente scrutinio sia la sola disposizione di
legge censurata dal TAR del Lazio, non potendo il sindacato di questa Corte estendersi ad atti diversi da
quelli indicati dall’art. 134 Cost., né – in ogni caso, su sollecitazione di parte – oltre i limiti del thema
decidendum individuato nell’ordinanza di rimessione.
4.— La questione è fondata.
4.1.— In limine, deve osservarsi, quanto alle procedure di reclutamento degli appartenenti alla
magistratura ordinaria, come le scelte compiute, negli ultimi anni, dal legislatore – sulla scorta di quanto
previsto dall’articolo 17, comma 113, della legge 5 maggio 1997, n. 127 (Misure urgenti per lo
snellimento dell’attività amministrativa e dei procedimenti di decisione e di controllo), che delegava il
Governo ad emanare una nuova disciplina del concorso per l’accesso alla magistratura ordinaria –
abbiano subìto una progressiva evoluzione. In effetti, come ha esattamente precisato l’ordinanza di
rimessione, ad una iniziale tendenza ad attribuire rilievo preminente ai diplomi rilasciati dalle scuole di
specializzazione per le professioni legali, ha fatto seguito un’opzione del tutto diversa, incentrata sulla
eterogeneità dei titoli di ammissione al concorso rispetto alla qualificazione tecnico-professionale propria
del magistrato.
Ne è scaturito un percorso non sempre lineare, come conferma proprio il contenuto della
disposizione ora oggetto di scrutinio, la quale si presenta viziata da palese irragionevolezza, anche in
relazione a quanto emerge dai lavori preparatori che hanno condotto alla sua approvazione.
4.2.— Sul punto occorre rammentare che il testo del disegno di legge governativo, dal quale è
scaturita la legge n. 111 del 2007, individuava, tra i titoli di ammissione al concorso, non la mera
iscrizione del candidato all’albo degli avvocati, ma l’effettivo esercizio della professione forense
protratto da almeno tre anni.
Come si legge, infatti, nella relazione introduttiva al disegno di legge de quo, l’esistenza di un
«comune humus culturale» con gli appartenenti all’ordine giudiziario era stata «ritenuta condizione
necessaria e sufficiente» per l’inclusione – tra i soggetti legittimati a partecipare alle procedure di
selezione per l’ingresso nella magistratura ordinaria – anche «degli avvocati con almeno tre anni di
iscrizione all’albo professionale» (A.S. 1447, in particolare, il punto 5). L’obiettivo governativo era,
dunque, di dare vita ad «una tipologia di accesso strutturata in gran parte sulla falsariga di un concorso di
secondo grado tendenzialmente omogenea a quella stabilita per le altre magistrature», avendo il
legislatore già individuato tra i soggetti legittimati a partecipare al concorso – per l’accesso alla
magistratura sia amministrativa (articolo 14, primo comma, numero 6, della legge 6 dicembre 1971, n.
1034, recante «Istituzione dei tribunali amministrativi regionali») che contabile (articolo 12, primo
comma, lettera d, della legge 20 dicembre 1961, n. 1345, recante «Istituzione di una quarta e una quinta
Sezione speciale per i giudizi su ricorsi in materia di pensioni di guerra ed altre disposizioni relative alla
Corte dei conti») – anche coloro che svolgono la professione forense da un congruo lasso di tempo,
stimato, in entrambi questi casi, in non meno di cinque anni.
4.3.— Orbene, se l’intenzione di valorizzare una pregressa esperienza professionale sarebbe stata
ragionevole (nonché coerente con la configurazione, quale concorso di secondo grado, di quello previsto
per l’accesso alla magistratura ordinaria), non può dirsi altrettanto della scelta, in concreto compiuta dal
legislatore, di limitare la partecipazione al concorso per magistrato ordinario esclusivamente agli iscritti
all’albo che non abbiano riportato sanzioni disciplinari, senza, però, alcuna individuazione di un periodo
minimo di iscrizione o di esercizio professionale.
Come, infatti, osserva correttamente il remittente, la disposizione censurata attribuisce rilievo
decisivo ad «un requisito di ordine meramente formale», l’iscrizione all’albo forense, del quale non si
comprende l’idoneità a rivelare il possesso, in capo all’aspirante magistrato, di una maggiore attitudine
all’esercizio della funzione giudiziaria rispetto a quanti risultino “solo” abilitati a svolgere la professione
di avvocato.
Devono, inoltre, essere poste in rilievo – in aggiunta al descritto profilo di intrinseca
irragionevolezza – le conseguenze paradossali che scaturiscono dalla norma censurata e che
costituiscono non già evenienze puramente contingenti ed accidentali, da ricollegare ad un suo
funzionamento patologico, bensì effetti diretti del suo contenuto precettivo.
La disposizione de qua, infatti, se consente la partecipazione al concorso a chi risulti appena iscritto,
al limite persino da un solo giorno, nell’albo forense, la preclude, invece, a quanti abbiano conseguito
l’abilitazione, si siano iscritti all’albo ed abbiano svolto la professione addirittura per alcuni anni, per poi
doversi cancellare in ragione della sopravvenienza di taluna delle cause di incompatibilità di cui
all’articolo 3, secondo comma, del regio decreto-legge n. 27 novembre 1933, n. 1578 (Ordinamento delle
professioni di avvocato e procuratore).
4.4.— La manifesta irragionevolezza della norma censurata e la conseguente violazione dell’art. 3
Cost. ne comportano, dunque, l’illegittimità costituzionale, dovendo ritenersi assorbite le ulteriori
censure formulate dal remittente.
Pertanto, la norma censurata deve essere dichiarata costituzionalmente illegittima nella parte in cui
non prevede, tra i soggetti ammessi a partecipare al concorso, anche coloro che abbiano soltanto
conseguito l’abilitazione all’esercizio professionale. Resta peraltro, fermo che continua ad essere
preclusa l’ammissione al concorso medesimo di coloro che, iscritti all’albo forense, risultino aver
riportato sanzioni disciplinari nel corso del loro esercizio professionale.
PER QUESTI MOTIVI
LA CORTE COSTITUZIONALE
dichiara l’illegittimità costituzionale dell’articolo 2, comma 1, lettera f), del decreto legislativo 5
aprile 2006, n. 160, recante «Nuova disciplina dell’accesso in magistratura, nonché in materia di
progressione economica e di funzioni dei magistrati, a norma dell’articolo 1, comma 1, lettera a), della
legge 25 luglio 2005, n. 150», come sostituito dall’articolo 1, comma 3, lettera b), della legge 30 luglio
2007, n. 111 (Modifiche alle norme sull’ordinamento giudiziario), nella parte in cui non prevede tra i
soggetti ammessi al concorso per magistrato ordinario anche coloro che abbiano conseguito soltanto
l’abilitazione all’esercizio della professione forense, anche se non siano iscritti al relativo albo degli
avvocati.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 6 ottobre 2010.
F.to:
Francesco AMIRANTE, Presidente
Alfonso QUARANTA , Redattore
Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere
Depositata in Cancelleria il 15 ottobre 2010.
Il Direttore della Cancelleria
F.to: DI PAOLA

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