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Una battaglia non di retroguardia per il CNF? La correttezza nelle consulenze legali on line

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(da www.servizi-legali.it )

(nel riquadro "I bari", di Caravaggio)

C'E' UNA BATTAGLIA (NON DI RETROGUARDIA) CHE IL CONSIGLIO NAZIONALE FORENSE DOVREBBE COMBATTERE PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI (stante la forza normativa dei fatti, direbbero i filosofi del diritto): ATTREZZARSI PER TUTELARE AL MEGLIO (IN LINEA CON L'ART. 7 DEL DECRETO LEGGE N. 1/2012, C.D. "CRESCI ITALIA")  CONSUMATORI E MICROIMPRESE DALLE PRATICHE COMMERCIALI INGANNEVOLI E AGGRESSIVE IN MATERIA DI CONSULENZA LEGALE ON LINE.

Molte persone ritengono sia consentito dall'ordinamento forense, sia moralmente apprezzabile, utile per i clienti, nonchè segno di atteggiamento concorrenziale del professionista, offrire servizi di consulenza legale gratuita. Io non la penso così: alla prassi lassista del "low cost" preferisco il rigore del "law costs" se di valore. Preferisco la serietà e l'approfondimento nell'interpretazione della legge (la "dura lex sed lex"), nel quadro di una attenta, progressista e ormai doverosa, (ex art. 1, del decreto legge n. 1/2012, c.d. "cresci Italia") interpretazione del diritto nazionale, che sia capace di renderlo "conforme" al diritto dell'Unione Europea e alla Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo.
L'avvocato è un tecnico del diritto che non deve fornire gratuitamente o a prezzi irrisori i propri servizi al fine di accaparrare clientela. Lo sancisce, prevedendo adeguata sanzione, il codice deontologico forense. Lo ribadisce anche l'art. 9 del decreto legge "cresci Italia".

Tempo addietro (su ilsole24ore dell'ormai lontano 12 agosto 2008) lessi un interessante articolo di Giulia Crivelli intitolato "Falsi, internet aggira le norme". A rileggerlo sembra ancora attualissimo, essendo indubbio che tuttora (anzi sempre più) internet consente di aggirare (tra tante altre) anche le norme sulla consulenza legale o, meglio, di portare scorretta concorrenza agli avvocati da parte di: 1) non avvocati che si spacciano per avvocati; 2) avvocati che restano sconosciuti al cliente e al fisco; 3) avvocati che non si assumono la paternità e responsabilità dei pareri che inviano a chi li richiede on line. Sia chiaro, un parere in tema di diritto può esser legittimamente fornito, anche via internet, da chiunque, anche da un analfabeta del diritto (l'ha riconosciuto pure il C.N.F. nella sentenza n. 113 del 24/2/2006, definendo la consulenza on line "attività che non pare, allo stato della vigente legislazione, neppure riservata"). Il problema nasce quando, attraverso uno dei tantissimi siti che offrono consulenze legali on line, si asserisca con tutta la "leggerezza" (e l'efficacia) della diffusiva comunicazione via internet, che le dette consulenze provengono da un avvocato. Ebbene, spesso non è vero che la consulenza proviene da un avvocato o, comunque, le sue modalità di erogazione non sono conformi alle norme deontologiche e/o a quelle sulla concorrenza nel servizio professionale di avvocato. Approfondiamo. Si possono riferire anche alla consulenza legale on line tante considerazioni che normalmente si fanno con riguardo alla difficoltà di scoprire e colpire i contraffattori di merci. Con riguardo alla consulenza legale on line si può, quindi, parafrasare l'articolo della giornalista Giulia Crivelli, mantenendone il titolo: "Falsi e consulenze, internet aggira le norme".  Più incisivamente: un titolo del genere potrebbe esser dato ad una indagine da affidare all'Antitrust o al Consiglio Nazionale Forense sul fenomeno delle consulenze legali on line...

 

E, in effetti, come tanti altri falsi (borse da donna, occhiali, articoli di moda in genere, medicine, software), anche i  falsi pareri di avvocati si vendono benissimo su internet. Si può affermare che la contraffazione dei pareri legali venduti, svenduti o regalati su internet è un grande business in continua crescita; un grande business con frequenti nefasti danni collaterali per chi chiede la consulenza legale (il quale, però, non potrà lamentarsi, non essendo certo in buona fede allorché non controlla se riceve il parere da un vero avvocato e secondo le modalità della corretta erogazione del servizio professionale) e con danni economici non irrilevanti per l'intera categoria degli avvocati veri e corretti, i quali si vedono erodere una fetta (remunerativa) del mercato dei servizi professionali tipici (anche se non coperti da riserva) d’avvocato. La regolamentazione positiva, in Italia, dell’attività d’avvocato (e ancor più l'effettività dell'organizzazione della professione) ricorda, in realtà, purtroppo, per usare le parole di Hegel, la “notte in cui tutte le vacche sono nere”. Potremmo anche dire: todos caballeros o totos abogados! Comunque, l’analisi del fenomeno va approfondita, per individuare se esistono rimedi seri, e non ci si deve fermare alla sterile battaglia di retroguardia che combattono coloro che rivendicano la consulenza legale come “riserva” dell’avvocato. Bisogna riconoscere che il fenomeno delle consulenze on line dei falsi avvocati (come quello della vendita on line dei falsi prodotti di moda) sarà sempre più difficile da combattere a causa di talune caratteristiche intrinseche di internet, strumento di per se neutro ma che moltiplica in modo esponenziale le possibilità di azione dei falsari e truffatori d’ogni tipo e dei falsari e truffatori in materia di consulenze legali in particolare. E infatti, se si può sperare di rendere più difficile la vendita di una borsa falsa in spiaggia, per quella stessa borsa, o per una consulenza legale, la vendita in rete è  e resterà sicuramente più facile. Copio le considerazioni della detta giornalista: come sottolinea l’Ocse nel rapporto “The Economic Impact of Counterfeiting and Piracy” ( www.oecd.org/dataoecd/11/38/38704571.pdf ), internet offre ai professionisti della contraffazione i seguenti vantaggi, tutti ingigantiti dalla velocità delle transazioni: anonimato (un bravo informatico può facilmente mascherare la vera identità dei proprietari o gestori dei siti), flessibilità (i server dei siti possono essere spostati in brevissimo tempo da un Paese a un altro, a seconda delle leggi più favorevoli), grandezza del mercato, target illimitato (internet si rivolge a un’audience globale 24 ore su 24 e non a caso la maggior parte dei siti sono in inglese) e possibilità di ingannare i consumatori (web designers disonesti possono ad esempio inserire falsi commenti di utenti). E ancora: mentre i grandi gruppi commerciali del lusso spendono milioni di dollari in azioni legali per contrastare la contraffazione, in Italia gli enti pubblici Consiglio Nazionale Forense (che pure ha al suo interno una “Commissione per la Concorrenza”) e Consigli degli ordini degli avvocati non riescono (e non possono riuscire, per la scarsa capacità "inquisitoria" derivante da scarsità di mezzi e da come sono stati disegnati dal legislatore d’altri tempi) neppure a conoscere l’entità del fenomeno della “falsità" e varia irregolarità dei pareri legali on line e certo non sono in grado di contrastare la violazione grave delle regole della concorrenza che in tale fenomeno si sostanzia. Per avere un’idea della vastità dell’offerta basta digitare su Google o qualsiasi altro motore di ricerca le parole “consulenza legale” o “parere legale” e “gratis” o “gratuita” o “low cost”: molti dei siti che appariranno non lasciano dubbi sull’irregolarità evidente rispetto alle norme deontologiche e alle norme sulla concorrenza nel servizio professionale di avvocato. Risale al primo luglio 2008 la condanna di eBay (il gestore del più grande sito di aste on line)  da parte del Tribunale di Parigi  a pagare a Lvmh ben 40 milioni di euro di risarcimento per non aver fatto abbastanza per prevenire o impedire la vendita di prodotti contraffatti.  Una sentenza emblematica. Bisognerà che, ispirandosi alla condanna francese, gli avvocati italiani rispettosi del codice deontologico e delle regole della concorrenza si lamentino innanzi alla Corte di giustizia? Bisognerà che essi lamentino la violazione delle regole della concorrenza ad opera dello Stato italiano perché non tutela adeguatamente la concorrenza nel servizio professionale di avvocato e non consente (con la sua antiquata legislazione e non adeguata capacità di contrasto alle "irregolarità deontologiche on line", per scarsità di mezzi, del Consiglio Nazionale Forense e dei Consigli degli ordini degli avvocati) una effettiva tutela dalla concorrenza scorretta portata da colleghi scorretti e da non avvocati? O, invece, per tutelarsi efficacemente, i singoli avvocati (in funzione supplente dei Consigli degli ordini?) dovranno denunciare alla Guardia di Finanza i siti irregolari? Sperando in interventi adeguati di Antitrust e C.N.F., non ci si deve nascondere, comunque, la necessità che detti interventi siano supportati da rilevante impegno (anche organizzativo ed economico). Non si dimentichi, tra l'altro, che pur se si arriva all'ordinanza di sequestro che dispone di oscurare un sito (in ipotesi accertato strumento d'attività illegale) il vero problema sta nell'eseguirla: l'ordinanza va notificata al titolare del sito e al provider il quale deve oscurarlo e "caricare" sull'home page i motivi del sequestro. Tutto si complica se il server non è italiano; e se l'host è negli Stati uniti le complicazioni aumentano.

 

Una famosa delibera del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Milano del lontano ottobre 2000 ebbe a decretare l'irregolarità deontologica della redazione, attraverso siti internet, di pareri gratuiti, salvando invece la consulenza legale a pagamento, anche se a condizioni rigorose per non essere in contrasto con le norme del codice deontologico. Si dichiararono allora vietate non solo quelle attività di consulenza on line che fossero gratuite ma anche quelle offerte a prezzi inferiori alle tariffe professionali (allora c'erano). Si affermò pure che doveva "escludersi la possibilità di consulenza da parte di colleghi tramite siti internet gestiti da terzi ("società di servizi", associazioni ecc.)". Ormai sono trascorsi molti anni da quando il C.N.F., nella seduta del 26/10/2002, ricordava che il codice deontologico -all'art. 17, comma I, lett. B, del testo allora vigente- vietava espressamente "l'utilizzazione di Internet per offerta di servizi e consulenze legali gratis, in proprio o su siti di terzi". Ne è passata di acqua sotto i ponti ! Dopo tanto tempo la consulenza legale on line (come, d'altro canto, la formazione continua dell'avvocato e specialmente quella on line) è sempre più un business e sempre meno una cosa utile.

IN CONCLUSIONE RIBADISCO: C'E' UNA BATTAGLIA (NON DI RETROGUARDIA) CHE IL CONSIGLIO NAZIONALE FORENSE DOVREBBE COMBATTERE PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI (stante la forza normativa dei fatti, direbbero i filosofi del diritto): ATTREZZARSI PER TUTELARE AL MEGLIO (IN LINEA CON L'ART. 7 DEL DECRETO LEGGE N. 1/2012, C.D. "CRESCI ITALIA")  CONSUMATORI E MICROIMPRESE DA PRATICHE COMMERCIALI INGANNEVOLI E AGGRESSIVE IN MATERIA DI CONSULENZA LEGALE ON LINE.

 

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