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Avvocati: quando si può cambiare il Consiglio dell'Ordine di iscrizione

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Il consiglio dell'Ordine degli avvocati di Verona ha chiesto al CNF parere sui limiti della possibilità, per un avvocato, di iscriversi presso un Ordine diverso e lontano da quello ove esercita prevalentemente l'attività. Tale facoltà rischia, secondo l'Ordine veronese, di attenuare la possibilità di esercitare un controllo sull'iscritto.
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Riconoscere l'avvocatura dipendente senza creare un contratto tipico?

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 Se pure la legge di riforma della professione di avvocato consentisse la collaborazione di un avvocato con altro avvocato nella forma del lavoro autonomo o subordinato (magari mantenendo il limite individuato, per l'ipotesi di lavoro subordinato, da Cass., sez. un., n. 14810 del 24/6/2009, e cioè a condizione che il lavoro subordinato non integri un "impiego" e cioè un rapporto stabile e remunerato in misura predeterminata e periodica), sarebbe comunque necessario verificare, da parte dei Consigli degli Ordini degli Avvocati, che i numerosissimi rapporti in esssere tra i tanti studi legali "strutturati" e singoli avvocati loro "collaboratori" non integrino, appunto, non consentiti rapporti di impiego.
Inoltre, per usare le parole di Cass. 19271 del 7/9/2009, alla luce del principio affermato dal giudice delle leggi con le sentenze n. 121 del 1993 e n. 115 del 1994, per cui <<non sarebbe comunque consentito al legislatore negare la qualificazione giuridica di rapporti di lavoro subordinato a rapporti che oggettivamente abbiano tale natura, ove da ciò derivi l'inapplicabilità delle norme inderogabili previste dall'ordinamento per dare attuazione ai principi, alle garanzie e ai diritti dettati dalla Costituzione a tutela del lavoro subordinato>>, è indubbio che l'accertamento della reale natura del rapporto va fatta sempre secondo le norme del codice civile che individuano i due tipi di lavoro (autonomo e subordinato) e che norme subordinate o fonti negoziali non possono determinare una qualificazione giuridica del rapporto diversa da quella che essa ha alla stregua dei parametri legali (così già Cass. n. 7374/1994), dal momento che le parti non possono fare affidamento sulla inapplicabilità della disciplina inderogabile del lavoro subordinato in ragione del nomen iuris del rapporto, non essendo nella disponibilità delle stesse la tipizzazione della fattispecie, a prescindere dalle modalità concrete in cui essa si atteggia.
Conseguentemente, qualunque figura intermedia individuasse la NECESSARIA RIFORMA DELLA PESSIMA legge di riforma forense per finalmente delineare l'avvocato collaboratore d'altro avvocato, dovrà riconoscersi che "il rapporto tra collaboratore e titolare dello studio deve qualificarsi di natura subordinata ove risulti che le parti, sia in sede di stipulazione della convenzione che nella gestione della medesima, abbiano introdotto elementi incompatibili con la normativa legale e con la natura autonoma del rapporto da questa disciplinato" (Cass.19271/09).
Orbene, per non creare figure ibride e in pratica non controllabili nella loro reale sussistenza (e non certo controllabili da parte dei Consigli degli Ordini) non dovrebbero tipizzarsi contratti speciali titolare-collaboratore che configurino il rapporto come autonomo ma, nel contempo, impongano particolari pseudogaranzie per ciascuna delle parti (ad es. in tema di divieto di concorrenza e di preavviso d'interruzione del rapporto). 
E ancora: visto che si deve fare la riforma della pessima l. 247/2012, oltre ad evitare di creare contratti tipici di collaborazione che nessuna causa giuridica particolare incarnerebbero, si approfitti per toglier di mezzo distinzioni giurisprudenziali non necessarie e anzi incompatibili con l'esigenza di chiarire la realtà di rapporti giuridici troppo facilmente dissimulabili per l'innegabile posizione di forza di una delle parti stitpulanti (il titolare dello studio). In sostanza è meglio abbandonare la distinzione affermata da Cass. 19271/09 tra "impiego" quale fonte, nei confronti dell'avvocato collaboratore, di cancellazione dall'albo per incompatibilità, da una parte, e rapporto di lavoro (subordinato o autonomo) che non sia "impiego" e non imponga dunque detta cancellazione, dall'altra. La sottile differenza tra le due situazioni (avvocato collaboratore impiegato e avvocato collaboratore non impiegato), individuata da Cass. 19271/09 nella sussistenza d'una retribuzione in misura predeterminata, in ragione della continuità del rapporto, piuttosto che in riferimento a ciascuna singola prestazione professionale, è in pratica non controllabile dai Consigli degli Ordini ai fini di cancellazione per incompatibilità e difficilmente accertabile dal giudice del lavoro. Meglio non imbrigliare la autonomia negoziale delle parti in tipizzazioni di contratto astruse e incontrollabili; meglio lasciare, invece, che a regolsare i rapporti restino le generiche norme sul lavoro autonomo e lavoro subordinato.
Serve però di finirla con l'ipocrisia e riconoscere legittimo e non incompatibile con l'iscrizione all'albo, un rapporto di lavoro subordinato tra avvocato collaboratore dello studio e titolare dello studio.

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