Avvocati Part Time

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Avvocati Part Time

Cosa si rivendica in concreto quando si chiede di "costituzionalizzare" l'avvocato?

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Ripropongo alcune mie considerazioni su un fatto strano, apparentemente marginale nel dibattito sui contenuti della riforma forense, sul fatto cioè che si continui a vagheggiare la "costituzionalizzazione" dell'avvocatura.
Ma che significa? Che c'è sotto? 
Già il 26/3/09, intervenendo presso il C.N.F. in occasione dell'apertura dell'anno giudiziario forense, l'allora ministro della giustizia aveva affermato che nell'ambito della riforma costituzionale della giustizia sarebbe stata data agli avvocati "dignità costituzionale" in modo che fosse più visibile la parità tra accusa e difesa. Il nuovo ruolo costituzionale dell'avvocato, ancora tutto da definire, pareva dunque prospettato in relazione alla sola difesa penale. Su Guida al Diritto del 22/8/09, n. 33, l'allora Presidente dell'OUA, Avv. Maurizio de Tilla, scriveva: "... soprattutto occorre modificare la Costituzione che già riconosce la parità di ruolo tra magistratura e avvocatura nel processo, senza però citare quest'ultima esplicitamente e dare concretezza a quest'ultima affermazione. La previsione nella giurisdizione dell'avocatura come soggetto costituzionale potrà colmare questa grave lacuna che ha incidenza negativa sull'organizzazione giudiziaria. Se l'avvocatura fosse riconosciuta come soggetto costituzionale si renderebbe più che legittima la selezione nell'accesso all''albo, ma principalmente si accrescerebbe sensibilmante l'apporto sinergico dell'avvocatura".  
Vedremo ora, a distanza di tempo, se la riforma dell'avvocatura realizzata con l. 247/12 potrà resistere quale regolamentazione autonoma, speciale o eccezionale, rispetto a quella di tutte le altre professioni ordinistiche.
A me pare che la specialità dell'avvocatura è cosa ovvia come lo è la specialità d'ogni altra professione. Mi pare che tale specialità sia sufficientemente disegnata dalla legislazione ordinaria e non richieda inconcludenti modifiche della Costituzione. Si badi, la specialità in questione non è solo quella disegnata per tutti gli avvocati dalla legge professionale n 247/12 e dal codice deontologico ma è anche quella disegnata da altre norme di legge per singoli avvocati chiamati a specifiche funzioni.
Sul punto segnalo come ancora valido l'articolo di Mario Pisani "Gli avvocati e l'ordinamento giudiziario" (in Rassegna Forense, n. 3/2008) del quale mi pare utile riportare il significativo sommario: 1. Gli avvocati che diventano giudici di Cassazione. 2. Gli avvocati che difendono i magistrati nei procedimenti disciplinari. 3. L'avvocatura e la "riforma Mastella" (l. 30 luglio 2007, n. 111) dell'ordinamento giudiziario: A) In tema di ammissione al concorso per esami - B) In tema di composizione delle commissioni di concorso - C) In tema di abilitazione degli ex magistrati all'esercizio della professione forense - D) In tema di valutazione di professionalità - E) In tema di segnalazioni al Consiglio giudiziario riguardanti la professionalità dei magistrati - F) In tema di consiglio direttivo della Scuola superiore della magistratura - G) In tema di composizione del Consiglio direttivo della Corte di Cassazione - H) In tema di composizione dei consigli giudiziari - I) In tema di sezione del consiglio giudiziario relativa ai giudici di pace.
IL PUNTO E' CHE SE ALCUNI AVVOCATI SON CHIAMATI A SVOLGERE FUNZIONI PUBBLICISSTICHE NON PER QUESTO SI DEVE ATTRIBUIRE ALLA GENERALITA' DELL'AVVOCATURA ITALIANA UN RUOLO PUBBLICISTICO CHE ESSA NON HA E, CREDO, NON VUOLE AVERE.
CREDO CHE GLI AVVOCATI ITALIANI NON VOGLIANO AFFATTO DIVENTARE IMPIEGATI DEL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA MA VOGLIANO ESSER MESSI IN GRADO, ATTRAVERSO LEGGI ORDINARIE CHE REGOLINO LA LIBERA PROFESSIONE IN MANIERA PRO-CONCORRENZIALE, DI MEGLIO ORGANIZZARSI E MEGLIO AGIRE DA LIBERI PROFESSIONISTI NEL MERCATO GLOBALIZZATO DEI SERVIZI GIUDIZIARI (CHE COMPRENDONO I SERVIZI LEGALI). 
Occorrerà comunque vigilare affinchè attraverso la "costituzionalizzazione" dell'avvocato non si realizzi una sottrazione del medesimo dall'operatività dei principi generali della concorrenza. Al riguardo mi pare che dovrà riaffermarsi l'ambito "esclusivamente processuale", attualmente riservato dall'art. 24 Cost. al diritto di difesa, come disegnato dalla sentenza n. 20/2009 della Corte costituzionale.
Parafrasando la sentenza della seconda sezione penale della Cassazione, n. 28699, depositata il 21/7/2010, si potrà dire che, poichè la avvocatura -come complesso degli avvocati italiani- non è menzionata nella Costituzione, non può confondersi il valore (indubbiamente di spessore costituzionale) della tutela del diritto di difesa con il rilievo costituzionale dell'avvocatura nel suo complesso o della relativa funzione. Il rilievo costituzionale d'un soggetto (anche collettivo) va infatti riservato (com'è pacifico nella dottrina costituzionalistica e nella giurisprudenza) a soggetti che, appunto, siano almeno menzionati nella Carta costituzionale.
Sempre parafrasando Cass. 28699/2010 si potrebbe aggiungere che è poi evidente che neppure è pensabile qualificare come di rilievo costituzionale la funzione dell'avvocatura se nel contempo della stessa avvocatura si voglia rivendicare la natura di agrregato sociale composto da di oltre 200.00 avvocati-imprese (al fine dell'applicazione delle norme dell'Unione Europea sulla concorrenza, magari per non pagare l'imposta di pubblicità sulla targa affissa accanto al portone di studio, oppure per rivendicare sussidi anticrisi) da non trattare in maniera deteriore rispetto ad altre imprese.
E ancora parafrasando Cass. 28699/2010 si potrebbe concludere (sempre contro la proposta di modificare la Costituzione per inserirvi un'espressa menzione del ruolo da protagonista dell'avvocato nell'attività del rendere giustizia)  che, evidenziare -per convincere che sia buona cosa "costituzionalizzare" l'avvocatura- la mera rilevanza costituzionale di uno dei valori più o meno coinvolti nella variegata attività degli avvocati è opzione interpretativa che condurrebbe all'aberrante conseguenza di dover poi, coerentemente, "costituzionalizzare" un numero pressochè illimitato di gruppi socio-professionali, operanti nel settore sanitario, dell'informazione, della sicurezza antinfortunistica e dell'igiene del lavoro, della tutela ambientale e del patrimonio storico e artistico, dell'istruzione, della ricerca scientifica, del risparmio e via enumerando valori (e non "funzioni") di rango costituzionale.

Leggi di seguito la sentenza 20/2009 della Corte costituzionale...

 

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Avvocati: quando si può cambiare il Consiglio dell'Ordine di iscrizione

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Il consiglio dell'Ordine degli avvocati di Verona ha chiesto al CNF parere sui limiti della possibilità, per un avvocato, di iscriversi presso un Ordine diverso e lontano da quello ove esercita prevalentemente l'attività. Tale facoltà rischia, secondo l'Ordine veronese, di attenuare la possibilità di esercitare un controllo sull'iscritto.
LEGGI DI SEGUITO IL PARERE ...
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Riconoscere l'avvocatura dipendente senza creare un contratto tipico?

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 Se pure la legge di riforma della professione di avvocato consentisse la collaborazione di un avvocato con altro avvocato nella forma del lavoro autonomo o subordinato (magari mantenendo il limite individuato, per l'ipotesi di lavoro subordinato, da Cass., sez. un., n. 14810 del 24/6/2009, e cioè a condizione che il lavoro subordinato non integri un "impiego" e cioè un rapporto stabile e remunerato in misura predeterminata e periodica), sarebbe comunque necessario verificare, da parte dei Consigli degli Ordini degli Avvocati, che i numerosissimi rapporti in esssere tra i tanti studi legali "strutturati" e singoli avvocati loro "collaboratori" non integrino, appunto, non consentiti rapporti di impiego.
Inoltre, per usare le parole di Cass. 19271 del 7/9/2009, alla luce del principio affermato dal giudice delle leggi con le sentenze n. 121 del 1993 e n. 115 del 1994, per cui <<non sarebbe comunque consentito al legislatore negare la qualificazione giuridica di rapporti di lavoro subordinato a rapporti che oggettivamente abbiano tale natura, ove da ciò derivi l'inapplicabilità delle norme inderogabili previste dall'ordinamento per dare attuazione ai principi, alle garanzie e ai diritti dettati dalla Costituzione a tutela del lavoro subordinato>>, è indubbio che l'accertamento della reale natura del rapporto va fatta sempre secondo le norme del codice civile che individuano i due tipi di lavoro (autonomo e subordinato) e che norme subordinate o fonti negoziali non possono determinare una qualificazione giuridica del rapporto diversa da quella che essa ha alla stregua dei parametri legali (così già Cass. n. 7374/1994), dal momento che le parti non possono fare affidamento sulla inapplicabilità della disciplina inderogabile del lavoro subordinato in ragione del nomen iuris del rapporto, non essendo nella disponibilità delle stesse la tipizzazione della fattispecie, a prescindere dalle modalità concrete in cui essa si atteggia.
Conseguentemente, qualunque figura intermedia individuasse la NECESSARIA RIFORMA DELLA PESSIMA legge di riforma forense per finalmente delineare l'avvocato collaboratore d'altro avvocato, dovrà riconoscersi che "il rapporto tra collaboratore e titolare dello studio deve qualificarsi di natura subordinata ove risulti che le parti, sia in sede di stipulazione della convenzione che nella gestione della medesima, abbiano introdotto elementi incompatibili con la normativa legale e con la natura autonoma del rapporto da questa disciplinato" (Cass.19271/09).
Orbene, per non creare figure ibride e in pratica non controllabili nella loro reale sussistenza (e non certo controllabili da parte dei Consigli degli Ordini) non dovrebbero tipizzarsi contratti speciali titolare-collaboratore che configurino il rapporto come autonomo ma, nel contempo, impongano particolari pseudogaranzie per ciascuna delle parti (ad es. in tema di divieto di concorrenza e di preavviso d'interruzione del rapporto). 
E ancora: visto che si deve fare la riforma della pessima l. 247/2012, oltre ad evitare di creare contratti tipici di collaborazione che nessuna causa giuridica particolare incarnerebbero, si approfitti per toglier di mezzo distinzioni giurisprudenziali non necessarie e anzi incompatibili con l'esigenza di chiarire la realtà di rapporti giuridici troppo facilmente dissimulabili per l'innegabile posizione di forza di una delle parti stitpulanti (il titolare dello studio). In sostanza è meglio abbandonare la distinzione affermata da Cass. 19271/09 tra "impiego" quale fonte, nei confronti dell'avvocato collaboratore, di cancellazione dall'albo per incompatibilità, da una parte, e rapporto di lavoro (subordinato o autonomo) che non sia "impiego" e non imponga dunque detta cancellazione, dall'altra. La sottile differenza tra le due situazioni (avvocato collaboratore impiegato e avvocato collaboratore non impiegato), individuata da Cass. 19271/09 nella sussistenza d'una retribuzione in misura predeterminata, in ragione della continuità del rapporto, piuttosto che in riferimento a ciascuna singola prestazione professionale, è in pratica non controllabile dai Consigli degli Ordini ai fini di cancellazione per incompatibilità e difficilmente accertabile dal giudice del lavoro. Meglio non imbrigliare la autonomia negoziale delle parti in tipizzazioni di contratto astruse e incontrollabili; meglio lasciare, invece, che a regolsare i rapporti restino le generiche norme sul lavoro autonomo e lavoro subordinato.
Serve però di finirla con l'ipocrisia e riconoscere legittimo e non incompatibile con l'iscrizione all'albo, un rapporto di lavoro subordinato tra avvocato collaboratore dello studio e titolare dello studio.

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