Avvocati Part Time

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri

Avvocati stabiliti: la riforma forense vieta ai COA indagini sul know how acquisito all'estero

E-mail Stampa PDF
Valutazione attuale: / 18
ScarsoOttimo 

(da www.servizi-legali.it )

I Consigli degli ordini degli avvocati non possono condizionare l'accoglimento di domande di iscrizione all'albo (nella sezione speciale dell'albo degli avvocati comunitari stabiliti) all'esito positivo di accertamenti circa l'acquisizione, da parte del richiedente l'iscrizione, di alcuna competenza professionale (know how) aggiuntiva all'estero rispetto alla condizione di partenza, o circa il sostenimento d'un esame che certifichi le competenze dell'aspirante avvocato stabilito nelle materie oggetto della professione.

Anzi, i COA proprio non possono fare tali indagini, in quanto radicalmente inidonee a fondare la loro decisione sulle domande di iscrizione nella sezione speciale dell'albo degli avvocati comunitari stabiliti. E se le fanno, a mio avviso, rischiano addirittura di dover pagare i danni per il ritardo ingiustificato nell'iscrizione all'albo dell'aspirante.

Si consideri: già si leggeva nel dossier 402 della Camera del 6 giugno 2012 (elaborato per approfondire gli aspetti di dubbia legittimità costituzionale del progetto di legge di riforma forense) <<l’iscrizione nella Sezione speciale dell’Albo degli Avvocati comunitari stabiliti, come disciplinata dall’articolo 16, comma 4, appare in contrasto con le disposizioni contenute nella direttiva 98/5/CE, che all’articolo 3, comma 2 prevede che l'autorità competente dello Stato membro ospitante procede all'iscrizione dell'avvocato su presentazione del documento attestante l'iscrizione di questi presso la corrispondente autorità competente dello Stato membro di origine e che essa può esigere che l'attestato dell'autorità competente dello Stato membro di origine non sia stato rilasciato prima dei tre mesi precedenti la sua presentazione. Sul punto è intervenuta la Corte di Cassazione con sentenza n. 28340 del 15 dicembre 2011, che ha stabilito che “l'iscrizione nella Sezione speciale dell'Albo degli avvocati comunitari stabiliti (…) è, ai sensi dell'art. 3, comma 2, direttiva 98/5/Ce e del D. Lgs. n. 96 del 2001, art. 6, comma 2, subordinata alla sola condizione della documentazione dell'iscrizione presso la corrispondente Autorità di altro Stato membro”>>.

In linea con tali critiche il testo della legge di riforma forense definitivamente approvato il 21/12/2012 (ora l. 247/2012) non riporta più la (precedentemente prevista) disposizione per cui "L'iscrizione nella sezione speciale dell'albo ai sensi dell'art. 6 del decreto legislativo 2 febbraio 2001, n. 96, può essere subordinata dal consiglio dell'ordine alla presentazione di apposita documentazione comprovante l'esercizio della professione nel Paese d'origine per un congruo periodo di tempo".

E' utile, per capire l'ineluttabilità dell'esito normativo cui s'è giunti, leggere quanto scrivevano le SS.UU. civili della Cassazione, al punto 2 dei "motvi della decisione", nella sentenza n. 28340/2011:

"2)  -  1.  Con  gli  ulteriori motivi di ricorso,  il T.  - deducendo  violazioni  di legge e vizi di motivazione  -  censura  la decisione impugnata per non aver considerato che la direttiva 98/5/Ce e  la  normativa  nazionale  di relativa  attuazione  sanciscono  che l'iscrizione   alla   Sezione  speciale  dell'Albo   degli   Avvocati comunitari   stabiliti   è   un  provvedimento   vincolato   e   non discrezionale,  qualora sussista iscrizione presso la  corrispondente organizzazione professionale di altro Stato membro; che il diritto di stabilimento  sancito  dalla  normativa  in  rassegna  consente  agli avvocati   comunitari   la  possibilità  di   svolgere   stabilmente l'attività  forense  in un qualsiasi stato Europeo  con  il  proprio titolo  professionale  di  origine  (con  l'unico  limite  di   dover esercitare  il  patrocinio congiuntamente con un avvocato  del  Paese ospitante);  che  il  riferimento operato  dal  giudice  a  quo  alla sentenza  C.G.  29.1.2009  in causa 311/06,  Cavallera,  non  sarebbe pertinente, per la diversità della fattispecie esaminata rispetto  a quella  in rassegna, come anche evidenziato dalla successiva sentenza C.G.  22.12.2010,  in causa C-118/09, Koller; che  la  decisione  del Consiglio  nazionale  forense  non  avrebbe,  in  ogni  caso,  potuto prescindere dal previo rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia.
Ad  avviso  del  Collegio, i riportati motivi,  che  per  la  stretta connessione possono essere congiuntamente esaminati, sono fondati.
2a. In base alla normativa comunitaria - che regolamenta il reciproco riconoscimento fra i Paesi membri dei relativi diplomi, certificati e titoli  professionali  al fine di garantire il  diritto  alla  libera circolazione  dei  servizi  in  ambito  U.E.  ed  alla   libertà   di stabilimento  (e,  quindi, il diritto di ogni  cittadino  europeo  di esercitare la propria attività in qualsiasi Stato dell'Unione) -  il soggetto  munito  di  titolo  professionale  di  altro  Paese  membro equivalente  a quello di avvocato, che voglia esercitare  stabilmente la propria attività in Italia, può seguire percorsi alternativi.
Avvalendosi   della   normativa  in  tema  di  riconoscimento   delle qualifiche  professionali  (ora la direttiva  05/36/Ce,  attuata  dal d.lgs.  2007/206,  che ha abrogato la previgente direttiva  89/48/Ce, attuata  dal  d.lgs.  115/1992), può  chiedere  al  Ministero  della Giustizia italiano l'immediato riconoscimento del titolo di  avvocato con iscrizione al relativo Albo. Il Ministero della Giustizia, previo parere  di  apposita conferenza di servizi, stabilisce, con  decreto, quali  prove  l'interessato debba sostenere al fine di compensare  le diversità  degli  studi  e  della  formazione  rispetto alla  legge italiana ("prova attitudinale").
In alternativa, avvalendosi del procedimento di "stabilimento/integrazione" previsto dalla direttiva 98/5/Ce, "volta a  facilitare l'esercizio permanente della professione di avvocato in uno  stato  membro  diverso da quello in cui è stata  acquistata  la qualifica" (attuata dal d.lgs. 96/2001 ed esplicitamente non abrogata dalla  direttiva 05/36/Ce), il soggetto munito di equivalente  titolo professionale di altro Paese membro può chiedere l'iscrizione  nella Sezione  speciale  dell'Albo  italiano del  foro  nel  quale  intende eleggere  domicilio professionale in Italia, utilizzando  il  proprio titolo  d'origine  (ad es., quello, spagnolo,  di  "abogado")  e,  al termine  di  un  periodo triennale di effettiva attività  in  Italia (d'intesa  con un legale iscritto nell'Albo italiano), può  chiedere di essere  "integrato"  con  il  titolo  di  avvocato  italiano e l'iscrizione all'Albo ordinario, dimostrando al Consiglio dell'Ordine effettività  e  regolarità dell'attività  svolta  in  Italia  come professionista  comunitario stabilito. Attraverso  tale  procedimento l'interessato  è  dispensato dal sostenere la "prova  attitudinale", richiesta  a  coloro  che  (avvalendosi del meccanismo  di  cui  alle direttive  89/48/Ce  e 05/36/Ce) chiedono l'immediato  riconoscimento del titolo di origine e l'immediato conseguimento della qualifica  di avvocato.
2b.  Nell'ambito del procedimento di "stabilimento/integrazione",  in concreto  perseguito  dal T., l'iscrizione  nella  Sezione speciale  dell'Albo  degli avvocati comunitari stabiliti,  negata  al ricorrente,  è, ai sensi dell'art. 3, comma 2, direttiva  98/5/Ce  e del  D.Lgs.  n. 96 del 2001, art. 6, comma 2, subordinata  alla sola condizione della   documentazione   dell'iscrizione presso la corrispondente Autorità di altro Stato membro.
Gli artt. 10 della direttiva e 12 e 13 del D.Lgs.  di  attuazione, regolano,  poi, l'"integrazione" dell'avvocato comunitario  stabilito nell'Albo  ordinario  degli Avvocati, sancendo che  -ove  comprovi, secondo le modalità prescritte, l'effettivo e regolare esercizio  in Italia,  per  almeno tre anni, di attività professionale  nel  ruolo predetto-  è  legittimato  ad  accedere  all'Albo  ordinario,  con dispensa  dalla "prova attitudinale" prevista (prima, dalla direttiva 89/48/Ce e dal d.lgs. 115/1992 ed, ora dalla direttiva 05/36/Ce e dal D.Lgs.  n.  206 del 2007) per chi, munito di titolo professionale  di altro Paese  membro  equivalente  a  quello  di  avvocato, intenda perseguire,  al fine dello stabile esercizio in Italia della propria attività, l'immediato  riconoscimento  del  titolo  di  avvocato  e l'iscrizione al relativo Albo.
2c. L'indicata evidenza normativa rivela l'illegittimità del rifiuto opposto  dal  Consiglio dell'Ordine degli Avvocati  di  Palermo  alla domanda  del T. di iscrizione nella  Sezione  speciale  del locale Albo riservata agli Avvocati comunitari stabiliti.
E', invero,  circostanza incontroversa  che il ricorrente  ha compiutamente  dimostrato  la iscrizione nel  Registro  Generale  del Collegio    degli   Abogados   di   Barcellona,   unica    condizione normativamente  richiesta  per l'iscrizione  nella  Sezione  speciale degli  Avvocati  comunitari  stabiliti,  ed  allegato  le  prescritte dichiarazioni.
Peraltro,  l'illegittimità del rifiuto opposto al T.  trova elementi di riscontro nella citate pronunzie della Corte di Giustizia 29.1.2009  in causa C-311/06", Cavallera, e 22.12.2010, in  causa  C- 118/09,  e,  Roller;  entrambe, tuttavia, intervenuti  su  situazioni riguardanti il diverso meccanismo (di cui alla direttiva 89/48/Ce  e, ora,  alla direttiva 05/36/Ce) di immediato riconoscimento di titolo professionale  acquisito  in  altro  Stato  comunitario  (e,  dunque, sull'iscrizione,  per  diretta traslatio, all'Albo  ordinario  ovvero sull'ammissione  alla prova compensativa, ad essa finalizzata  e  non sull'iscrizione  nella  Sezione  speciale  dell'Albo  degli  Avvocati riservata   agli  avvocati  comunitari  stabiliti,  solo   prodromica all'iscrizione, al termine di un triennio, nell'Albo ordinario  degli Avvocati dello Stato ospitante).
Dalle  complessive  determinazioni dei citati arresti, si  coglie, infatti, l'affermazione dell'illegittimità di ogni ostacolo frapposto, al di fuori delle previsioni dalla normativa comunitaria, al  riconoscimento, nello  Stato di appartenenza, del titolo professionale ottenuto dal soggetto interessato in altro Stato membro in  base all'omologazione del diploma di laurea già conseguito nello Stato  di  appartenenza, se tale omologazione si fondi -così  come l'omologazione  alla lecencia en derecho spagnola della laurea in giurisprudenza conseguita in altro Stato membro- su di un  ulteriore percorso formativo (frequenza di corsi universitari e superamento  di esami complementari) nel Paese omologante. E tanto, quand'anche nello Stato di appartenenza l'accesso all'esercizio della professione  sia subordinato,  a  differenza  che nell'altro  Stato  membro, a  prova abilitativa ed a tirocinio teorico-pratico; reputando  il  giudice comunitario   che   l'interesse  pubblico  al  corretto   svolgimento dell'attività professionale è idoneamente tutelabile attraverso  la "prova  attitudinale" prevista dalle direttive 89/48/Ce e 05/36/Ce  e dovendosi  da  ciò  inferire -attesa l'alternatività,  tra  "prova attitudinale" e tirocinio, posta dagli artt. 5 direttiva  89/48/Ce  e 14 direttiva 05/36/Ce al fine della procedura di riconoscimento nello Stato  ospitante  della qualifica professionale  già  conseguita  in altro Stato membro (alternatività specificamente considerata da C.G. 22,12.2010, in C-118/09, Roller)-  che,  nel  procedimento di "stabilimento/integrazione"  di cui alla  direttiva  98/5/Ce  qui  in rassegna,  detto  interesse è idoneamente tutelabile  attraverso  il triennio  di  esercizio della professione con il  titolo  di  origine (d'intesa  con professionista abilitato) e la verifica dell'attività correlativamente espletata."

Non vedo proprio, a questo punto, come si possa sostenere (Andrea Bulgarelli, "Gli avvocati a marchio CE (o CEPU)", pubblicato su www.altalex.com il 31/1/2013) che residuano spazi di apprezzamento valutativo in capo al Consiglio dell’ordine, all'inizio dei tre anni previsti dall’art. 12 del D.lgs 96/2001 e soprattutto alla fine di tale triennio.
Certo, al Consiglio dell'Ordine spetta il compito di verificare la compresenza dei requisiti e delle certificazioni richieste:
a) certificato di cittadinanza di uno Stato membro della Unione europea o dichiarazione sostitutiva;
b) certificato di residenza o dichiarazione sostitutiva ovvero dichiarazione dell'istante con la indicazione del domicilio professionale;
c) attestato di iscrizione alla organizzazione professionale dello Stato membro di origine, rilasciato in data non antecedente a tre mesi dalla data di presentazione, o dichiarazione sostitutiva.
Ma nulla di più, in tema di controlli sulla acquisita professionalità.
In particolare, non è dato al COA di attivarsi per accertare eventuali fattispecie di c.d. abuso del diritto, da ravvisarsi, asseritamente (sulla scia di Consiglio nazionale forense, sentenza n. 126/2012 decisa il 21 settembre 2011; nonchè sulla scia di Consiglio nazionale forense, parere 10 marzo 2005, richiedente COA Bolzano, banca dati C.N.F.-IPSOA, in www.consiglionazionaleforense.it), nel comportamento di chi, "pur nel rispetto formale delle condizioni poste dal diritto dell'Unione Europea, si proponga di ottenere un vantaggio derivante dalle norme comunitarie attraverso la creazione artificiosa delle condizioni necessarie per il suo ottenimento".
L'insegnamento di Cassazione, SS.UU., n. 28340/2011, e il testo della legge di riforma forense (l. 247/2012), ormai, impongono di abbandonare definitivamente l'indirizzo "restrittivo" a lungo propugnato dal CNF.
Vedasi, quale esempio di tale indirizzo, il parere del Consiglio Nazionale Forense del 23 febbraio 2011, n. 33, per cui “Il contegno di colui che richiede un duplice riconoscimento dei propri titoli, rientrando nello Stato membro di provenienza senza dimostrare di aver acquisito alcun know how professionale aggiuntivo rispetto alla condizione di partenza, pone in essere un comportamento elusivo, giovandosi cioè di diritti conferiti dall’ordinamento dell’Unione europea per scopi difformi da quelli della libertà di circolazione dei professionisti e nello spazio europeo, ed in sostanza lucrando un indebito vantaggio rispetto ai professionisti connazionali, che hanno dovuto superare un regime di accesso effettivamente più severo, presidiato perfino – in taluni ordinamenti europei, e tra questi, in quello italiano – da norme di rango costituzionale (cfr. art. 33, comma 5, Cost.)”.
Non può più sostenersi, ormai, che sarebbe possibile una verifica dell'esercizio concreto della professione nello stato ove s'è acquisita la qualifica professionale (neppure se si ritenga di rinvenire indici di anomalia nella richiesta di stabilimento) con un opportuno approfondimento da parte del locale Consiglio dell'ordine. Infine, neppure può dirsi che un breve lasso di tempo, nel quale l’avvocato "straniero" che intenda stabilirsi in Italia abbia conseguito i titoli stranieri, può legittimamente far presumere la mancata conoscenza linguistica del Paese di provenienza e quindi l’impossibilità di aver colà effettivamente svolto il percorso formativo previsto (come ritenne di poter presumere il Consiglio Nazionale Forense, con parere del 23 febbraio 2011, n. 33).

Ricordiamo pure che, in tema di diritti quesiti degli avvocati stabiliti, si leggeva nel detto parere n. 33/2011: "12. Il quesito pervenuto pone inoltre l'ulteriore questione se l'ordine forense possa procedere ad una verifica sistematica degli albi, al fine di individuare soggetti che abbiano già ottenuto in passato l'iscrizione sulla base di un procedimento che costituisca nel suo complesso un abuso del diritto dell'Unione. In linea generale l'ordine forense ha l'espresso potere-dovere, conferito dalla legge (art. 16, comma terzo, R.D.L. 1578/1933), di procedere alla verifica periodica degli albi ogni anno, e ciò avviene nella prassi per verificare la sussistenza di tutti i presupposti di iscrizione, in modo non discriminatorio (si consideri ad esempio il dovere di verifica circa situazioni di incompatibilità, di pendenza di procedimenti penali etc.). D'altra parte si è evidenziato, già nel ricordato parere di questa Commissione n. 17/2009, che l'iscrizione nell'albo protratta per lunghi periodi ingenera inevitabilmente l'affidamento di terzi e consolida un'aspettativa dell'interessato, con la conseguenza che la cancellazione disposta dall'ordine potrebbe riverberarsi su processi in corso e sugli interessi di clienti in piena buona fede. Si è pertanto suggerito di procedere alla cancellazione di soggetti già iscritti solo quando le circostanze evidenzino un documentato interesse pubblico all'espunzione del soggetto dall'albo, dando così corpo a tutti i presupposti per un provvedimento amministrativo di revoca della precedente deliberazione. Se si considera che molte delle iscrizioni in questione sono state operate dagli ordini prima dell'intervento della Corte di Giustizia con la sentenza Cavallera, e dunque in tutto il periodo 2001-2009, non appare di per sé illegittimo il contegno del Consiglio dell'ordine che, per evitare il perpetuarsi di situazioni di abuso del diritto dell'Unione europea, a tutela dell'interesse pubblico al corretto esercizio della professione forense (Corte cost. n. 405/2005) proceda a verifica delle posizioni di coloro che hanno esercitato il diritto di stabilimento provenendo da Paesi privi di selettivi criteri di accesso alla professione, e comunque in circostanze di tempo o di fatto tali da ingenerare il ragionevole dubbio circa l'integrazione della descritta fattispecie abusiva, fino ad arrivare nei casi concreti anche all'ipotesi della revoca dell'iscrizione a suo tempo disposta. Anche l'eventuale cancellazione disposta all'esito delle verifiche intraprese, oltre ad essere motivata da un comprovato interesse pubblico all'espunzione dall'albo del soggetto che non aveva titolo per esservi iscritto, è provvedimento ovviamente "giustiziabile" nelle forme e di fronte alle Autorità già indicate. Deve peraltro aggiungersi che, in relazione alle esigenze di protezione dell'affidamento e di tutela della clientela e dei terzi, la produzione degli effetti dell'eventuale provvedimento di revoca dell'iscrizione a suo tempo disposta dovrebbe essere modulata in forme compatibili con le cennate esigenze, e andrebbe tendenzialmente esclusa la revoca con effetti ex tunc, di per sé idonea a travolgere tutti gli atti compiuti dal soggetto cancellato. Tali verifiche vanno comunque effettuate tenendo conto delle posizioni individuali dei soggetti iscritti, senza fare ricorso a strumenti di verifica standardizzati (ad es. formulari e questionari inviati indistintamente a tutti gli iscritti)."

In base a qunto sopra argomentato sembra che possa non avere un "esito di chiusura" l'ordinanza con cui, il 30 gennaio 2013, il Consiglio nazionale forense, quale giudice speciale dell’impugnazione dei provvedimenti di diniego di iscrizione all'abo forense, ha rimesso all’attenzione della Corte di Giustizia dell’Unione europea quesiti di interpretazione pregiudiziale con riferimento alla problematica concernente l’iscrizione all’albo degli avvocati stabiliti in presenza di fumus di abuso del diritto di libertà di stabilimento.
In particolare, come si legge nella circolare del CNF n. 3-C-2013 dell' 1 febbraio 2013, il CNF ha ritenuto di proporre quesiti pregiudiziali alla Corte di giustizia alla luce dei dubbi interpretativi derivanti, da un lato, dalla giurisprudenza europea secondo la quale i Consigli dell’Ordine non possono subordinare l’iscrizione all’albo degli avvocati stabiliti ad alcun requisito ulteriore rispetto a quelli previsti dalla direttiva 98/5 (sentenza Wilson), e dall’altro, dai principi generali relativi al divieto di abuso del diritto e al rispetto delle identità nazionali. Le questioni pregiudiziali rimesse all’attenzione della Corte di Giustizia sono le seguenti:
"1. Se l’art. 3 della direttiva Direttiva 98/5/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 febbraio 1998, volta a facilitare l'esercizio permanente della professione di avvocato in uno Stato membro diverso da quello in cui è stata acquistata la qualifica, alla luce del principio generale del divieto di abuso del diritto e dell’art. 4, paragrafo 2, TUE relativo al rispetto delle identità nazionali, debba essere interpretato nel senso di obbligare le autorità amministrative nazionali ad iscrivere nell’elenco degli avvocati stabiliti cittadini italiani che abbiano realizzato contegni abusivi del diritto dell’Unione, ed osti ad una prassi nazionale che consenta a tali autorità di respingere le domande di iscrizione all’albo degli avvocati stabiliti qualora sussistano circostanze oggettive tali da ritenere realizzata la fattispecie dell’abuso del diritto dell’Unione, fermi restando, da un lato, il rispetto del principio di proporzionalità e non discriminazione e, dall’altro, il diritto dell’interessato di agire in giudizio per far valere eventuali violazioni del diritto di stabilimento, e dunque la verifica giurisdizionale dell’attività dell’amministrazione;
2.   In caso di risposta negativa al quesito sub 1), se l’art. 3 della direttiva Direttiva 98/5/CE, così interpretato, debba ritenersi invalido alla luce dell’art. 4, paragrafo 2, TUE nella misura in cui consente l’elusione della disciplina di uno Stato membro che subordina l’accesso alla professione forense al superamento di un esame di Stato laddove la previsione di siffatto esame è disposta dalla Costituzione di detto Stato e fa parte dei principi fondamentali a tutela degli utenti delle attività professionali e della corretta amministrazione della giustizia
."

La circolare del CNF 3-C-2013 la trovi sul sito del CNF, assieme all'ordinanza di rinvio pregiudiziale, all'indirizzo http://www.consiglionazionaleforense.it/site/home/naviga-per-temi/circolari/articolo7875.html

LEGGI DI SEGUITO L'INTERA CHIARISSIMA SENTENZA DELLE SEZIONI UNITE CIVILI DELLA CASSAZIONE N. 28340 DEL 15/12/2011 ...

... e per far meglio valere il tuo diritto al libero lavoro intellettuale, aderisci e invita altri ad aderire al social network www.concorrenzaeavvocatura.ning.com e aderisci al gruppo aperto "concorrenzaeavvocatura" su facebook (contano già centinaia di adesioni). Unisciti ai tanti che rivendicano una vera libertà di lavoro intellettuale per gli outsiders e, finalmente, il superamento del corporativismo nelle professioni ! ...

Cass., sez. un., 22-12-2011, n. 28340.
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
il  5  gennaio 2010, T.M., laureato in giurisprudenza all'Università  di  Palermo  il ...,  presentò   al Consiglio  dell'Ordine  degli Avvocati di  Palermo,  ai  sensi  della direttiva  98/5/Ce e del D.Lgs. n. 96 del 2001, domanda di iscrizione nella  Sezione speciale del locale Albo professionale riservata  agli Avvocati comunitari stabiliti.
A  sostegno  della  domanda, documentò di  essere  iscritto  dal  14 ottobre  2009  nel Registro generale del Collegio degli  Abogados  di Barcellona  ed allegò dichiarazione, indicante il proprio  domicilio professionale  in  Palermo  presso  lo  studio  dell'avv. T.F. ed attestante l'intenzione di svolgere in Italia  attività professionale d'intesa con l'avvocato predetto, nonchè  il  relativo assenso.
Il   Consiglio   dell'Ordine  degli  Avvocati  di  Palermo   rigettò l'istanza,  sul presupposto che la direttiva 98/5/Ce si applicherebbe ai  soli cittadini comunitari di nazionalità diversa da quella dello Stato  membro  al quale si chiede l'abilitazione all'esercizio  della professione.
In esito all'impugnativa dell'interessato, la decisione fu confermata dal Consiglio Nazionale Forense, con diversa motivazione.
Il  Consiglio Nazionale rilevò, in particolare: che in  Italia,  per l'abilitazione  all'esercizio  della  professione  di   avvocato   è previsto  un  tirocinio teorico-pratico biennale presso  un  avvocato abilitato  (R.D.L. n. 1578 del 1933, art. 17, n. 5) ed il superamento dell'esame di Stato, anch'esso teorico-pratico e consistente  in  tre prove  scritte e una discussione orale su cinque materie  (R.D.L.  n. 1578  del 1933, art. 20, e R.D. n. 37 del 1934, art. 17 bis e segg.);
che   in   Spagna,   sino  al  31  ottobre  2011,  il   conseguimento dell'abilitazione all'esercizio della professione forense prescindeva dalla frequentazione di corsi di formazione successivi alla laurea ed al  superamento  di esame finale di abilitazione; che  l'istante  non aveva  dimostrato  il  conseguimento, in Spagna,  di  un  particolare ulteriore    titolo   abilitante   nè   di   specifica    esperienza professionale.  Richiamò, inoltre, la decisione C.G.  29.1.2009,  in causa  C-311/06,  Cavailera,  che  ha  ritenuto  non  contrario  alla direttiva  89/48/Ce  (oggi  direttiva 05/36/Ce),  sul  riconoscimento delle  qualifiche professionali, il rifiuto opposto, dalla competente Autorità    italiana,   all'iscrizione   per   traslatio   nell'Albo professionale  nazionale  di cittadino italiano  titolare  di  laurea italiana triennale in ingegneria meccanica, che in Spagna, conseguite l'omologazione del diploma di laurea italiano e l'iscrizione all'Albo degli   "ingenieros  tecnico-industriales"  senza   alcun   esame   o esperienza  professionale  ulteriore,  era  stato,  conseguentemente, abilitato   all'esercizio,   in   quel   Paese,   della   correlativa professione.
Avverso  la decisione del Consiglio Nazionale Forense, il T. ha  proposto  ricorso per Cassazione, ai sensi del R.D. n.  1578  del 1933, art. 56, in sette motivi.
Il  consiglio  dell'Ordine  degli  Avvocati  di  Palermo  non  si  è costituito.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1)  -  Con  il  primo  motivo  di ricorso, T.F.  - deducendo "violazione dell'art. 112 c.p.c., con riferimento  all'art. 111  Cost."  -  sostiene che il Consiglio Nazionale  Forense,  avendo dichiaratamente  confermato la decisione  del  Consiglio  dell'Ordine territoriale previa integrazione della relativa motivazione,  sarebbe incorso  nella  violazione  del principio  della  corrispondenza  tra chiesto e pronunziato.
Con  il  quarto  motivo, il ricorrente - deducendo  violazione  della normativa  comunitaria e di quella nazionale - censura l'affermazione (contenuta  nella decisione del Consiglio dell'Ordine  territoriale), secondo cui la direttiva comunitaria 98/5/Ce sarebbe applicabile,  in Italia,  ai  soli  cittadini comunitari di  nazionalità  diversa  da quella italiana.
Le doglianze vanno disattese.
La  prima  è infondata, posto che il giudice ha il potere-dovere  di inquadrare  nell'esatta disciplina giuridica fatti ed atti  che  sono oggetto  di  contestazione,  sicchè  non  incorre  nella  violazione dell'art. 112 c.p.c., con riguardo alla corrispondenza tra chiesto  e pronunziato, se assegna una diversa qualificazione giuridica ai fatti dedotti in giudizio ed all'azione esercitata senza immutare l'essenza dei fatti medesimi (cfr. Cass. 455/2011, 14468/09).
La   seconda  doglianza  è  inammissibile,  trattandosi  di  censura incidente sulla motivazione della decisione di primo grado e  non  su quella,  basata su diversi presupposti, della decisione impugnata  in questa sede.

2)  -  1.  Con  gli  ulteriori motivi di ricorso,  il T.  - deducendo  violazioni  di legge e vizi di motivazione  -  censura  la decisione impugnata per non aver considerato che la direttiva 98/5/Ce e  la  normativa  nazionale  di relativa  attuazione  sanciscono  che l'iscrizione   alla   Sezione  speciale  dell'Albo   degli   Avvocati comunitari   stabiliti   è   un  provvedimento   vincolato   e   non discrezionale,  qualora sussista iscrizione presso la  corrispondente organizzazione professionale di altro Stato membro; che il diritto di stabilimento  sancito  dalla  normativa  in  rassegna  consente  agli avvocati   comunitari   la  possibilità  di   svolgere   stabilmente l'attività  forense  in un qualsiasi stato Europeo  con  il  proprio titolo  professionale  di  origine  (con  l'unico  limite  di   dover esercitare  il  patrocinio congiuntamente con un avvocato  del  Paese ospitante);  che  il  riferimento operato  dal  giudice  a  quo  alla sentenza  C.G.  29.1.2009  in causa 311/06,  Cavallera,  non  sarebbe pertinente, per la diversità della fattispecie esaminata rispetto  a quella  in rassegna, come anche evidenziato dalla successiva sentenza C.G.  22.12.2010,  in causa C-118/09, Koller; che  la  decisione  del Consiglio  nazionale  forense  non  avrebbe,  in  ogni  caso,  potuto prescindere dal previo rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia.
Ad  avviso  del  Collegio, i riportati motivi,  che  per  la  stretta connessione possono essere congiuntamente esaminati, sono fondati.
2a. In base alla normativa comunitaria - che regolamenta il reciproco riconoscimento fra i Paesi membri dei relativi diplomi, certificati e titoli  professionali  al fine di garantire il  diritto  alla  libera circolazione  dei  servizi  in  ambito  U.E.  ed  alla   libertà   di stabilimento  (e,  quindi, il diritto di ogni  cittadino  europeo  di esercitare la propria attività in qualsiasi Stato dell'Unione) -  il soggetto  munito  di  titolo  professionale  di  altro  Paese  membro equivalente  a quello di avvocato, che voglia esercitare  stabilmente la propria attività in Italia, può seguire percorsi alternativi.
Avvalendosi   della   normativa  in  tema  di  riconoscimento   delle qualifiche  professionali  (ora la direttiva  05/36/Ce,  attuata  dal d.lgs.  2007/206,  che ha abrogato la previgente direttiva  89/48/Ce, attuata  dal  d.lgs.  115/1992), può  chiedere  al  Ministero  della Giustizia italiano l'immediato riconoscimento del titolo di  avvocato con iscrizione al relativo Albo. Il Ministero della Giustizia, previo parere  di  apposita conferenza di servizi, stabilisce, con  decreto, quali  prove  l'interessato debba sostenere al fine di compensare  le diversità  degli  studi  e  della  formazione  rispetto alla  legge italiana ("prova attitudinale").
In alternativa, avvalendosi del procedimento di "stabilimento/integrazione" previsto dalla direttiva 98/5/Ce, "volta a  facilitare l'esercizio permanente della professione di avvocato in uno  stato  membro  diverso da quello in cui è stata  acquistata  la qualifica" (attuata dal d.lgs. 96/2001 ed esplicitamente non abrogata dalla  direttiva 05/36/Ce), il soggetto munito di equivalente  titolo professionale di altro Paese membro può chiedere l'iscrizione  nella Sezione  speciale  dell'Albo  italiano del  foro  nel  quale  intende eleggere  domicilio professionale in Italia, utilizzando  il  proprio titolo  d'origine  (ad es., quello, spagnolo,  di  "abogado")  e,  al termine  di  un  periodo triennale di effettiva attività  in  Italia (d'intesa  con un legale iscritto nell'Albo italiano), può  chiedere di essere  "integrato"  con  il  titolo  di  avvocato  italiano e l'iscrizione all'Albo ordinario, dimostrando al Consiglio dell'Ordine effettività  e  regolarità dell'attività  svolta  in  Italia  come professionista  comunitario stabilito. Attraverso  tale  procedimento l'interessato  è  dispensato dal sostenere la "prova  attitudinale", richiesta  a  coloro  che  (avvalendosi del meccanismo  di  cui  alle direttive  89/48/Ce  e 05/36/Ce) chiedono l'immediato  riconoscimento del titolo di origine e l'immediato conseguimento della qualifica  di avvocato.
2b.  Nell'ambito del procedimento di "stabilimento/integrazione",  in concreto  perseguito  dal T., l'iscrizione  nella  Sezione speciale  dell'Albo  degli avvocati comunitari stabiliti,  negata  al ricorrente,  è, ai sensi dell'art. 3, comma 2, direttiva  98/5/Ce  e del  D.Lgs.  n. 96 del 2001, art. 6, comma 2, subordinata  alla sola condizione della   documentazione   dell'iscrizione presso la corrispondente Autorità di altro Stato membro.
Gli artt. 10 della direttiva e 12 e 13 del D.Lgs.  di  attuazione, regolano,  poi, l'"integrazione" dell'avvocato comunitario  stabilito nell'Albo  ordinario  degli Avvocati, sancendo che  -ove  comprovi, secondo le modalità prescritte, l'effettivo e regolare esercizio  in Italia,  per  almeno tre anni, di attività professionale  nel  ruolo predetto-  è  legittimato  ad  accedere  all'Albo  ordinario,  con dispensa  dalla "prova attitudinale" prevista (prima, dalla direttiva 89/48/Ce e dal d.lgs. 115/1992 ed, ora dalla direttiva 05/36/Ce e dal D.Lgs.  n.  206 del 2007) per chi, munito di titolo professionale  di altro Paese  membro  equivalente  a  quello  di  avvocato, intenda perseguire,  al fine dello stabile esercizio in Italia della propria attività, l'immediato  riconoscimento  del  titolo  di  avvocato  e l'iscrizione al relativo Albo.
2c. L'indicata evidenza normativa rivela l'illegittimità del rifiuto opposto  dal  Consiglio dell'Ordine degli Avvocati  di  Palermo  alla domanda  del T. di iscrizione nella  Sezione  speciale  del locale Albo riservata agli Avvocati comunitari stabiliti.
E', invero,  circostanza incontroversa  che il ricorrente  ha compiutamente  dimostrato  la iscrizione nel  Registro  Generale  del Collegio    degli   Abogados   di   Barcellona,   unica    condizione normativamente  richiesta  per l'iscrizione  nella  Sezione  speciale degli  Avvocati  comunitari  stabiliti,  ed  allegato  le  prescritte dichiarazioni.
Peraltro,  l'illegittimità del rifiuto opposto al T.  trova elementi di riscontro nella citate pronunzie della Corte di Giustizia 29.1.2009  in causa C-311/06", Cavallera, e 22.12.2010, in  causa  C- 118/09,  e,  Roller;  entrambe, tuttavia, intervenuti  su  situazioni riguardanti il diverso meccanismo (di cui alla direttiva 89/48/Ce  e, ora,  alla direttiva 05/36/Ce) di immediato riconoscimento di titolo professionale  acquisito  in  altro  Stato  comunitario  (e,  dunque, sull'iscrizione,  per  diretta traslatio, all'Albo  ordinario  ovvero sull'ammissione  alla prova compensativa, ad essa finalizzata  e  non sull'iscrizione  nella  Sezione  speciale  dell'Albo  degli  Avvocati riservata   agli  avvocati  comunitari  stabiliti,  solo   prodromica all'iscrizione, al termine di un triennio, nell'Albo ordinario  degli Avvocati dello Stato ospitante).
Dalle  complessive  determinazioni dei citati arresti, si  coglie, infatti, l'affermazione dell'illegittimità di ogni ostacolo frapposto, al di fuori delle previsioni dalla normativa comunitaria, al  riconoscimento, nello  Stato di appartenenza, del titolo professionale ottenuto dal soggetto interessato in altro Stato membro in  base all'omologazione del diploma di laurea già conseguito nello Stato  di  appartenenza, se tale omologazione si fondi -così  come l'omologazione  alla lecencia en derecho spagnola della laurea in giurisprudenza conseguita in altro Stato membro- su di un  ulteriore percorso formativo (frequenza di corsi universitari e superamento  di esami complementari) nel Paese omologante. E tanto, quand'anche nello Stato di appartenenza l'accesso all'esercizio della professione  sia subordinato,  a  differenza  che nell'altro  Stato  membro, a  prova abilitativa ed a tirocinio teorico-pratico; reputando  il  giudice comunitario   che   l'interesse  pubblico  al  corretto   svolgimento dell'attività professionale è idoneamente tutelabile attraverso  la "prova  attitudinale" prevista dalle direttive 89/48/Ce e 05/36/Ce  e dovendosi  da  ciò  inferire -attesa l'alternatività,  tra  "prova attitudinale" e tirocinio, posta dagli artt. 5 direttiva  89/48/Ce  e 14 direttiva 05/36/Ce al fine della procedura di riconoscimento nello Stato  ospitante  della qualifica professionale  già  conseguita  in altro Stato membro (alternatività specificamente considerata da C.G. 22,12.2010, in C-118/09, Roller)-  che,  nel  procedimento di "stabilimento/integrazione"  di cui alla  direttiva  98/5/Ce  qui  in rassegna,  detto  interesse è idoneamente tutelabile  attraverso  il triennio  di  esercizio della professione con il  titolo  di  origine (d'intesa  con professionista abilitato) e la verifica dell'attività correlativamente espletata.

3)  - Alla stregua delle considerazioni che precedono, s'impongono il rigetto  del  primo e del quarto motivo del ricorso e  l'accoglimento degli altri.
La  decisione impugnata va, dunque, cassata, in relazione  ai  motivi accolti, e, non risultando necessari ulteriori accertamenti di fatto, la  causa,  ai  sensi dell'art. 384 c.p.c., comma 1, ult.  parte,  va decisa   nel  merito,  con  l'accoglimento  dell'istanza  di  M.T.  tesa  al  conseguimento  dell'iscrizione  nella  Sezione speciale degli Avvocati comunitari stabiliti dell'Albo degli Avvocati di Palermo.
Per  la  natura  della  controversia e tutte  le  implicazioni  della fattispecie, si ravvisano le condizioni per disporre la compensazione delle spese dell'intero giudizio.
P.Q.M.
la  Corte, a sezioni unite, accoglie il ricorso nei limiti di cui  in motivazione,  cassa la decisione impugnata e, decidendo  nel  merito, accoglie l'istanza di T.M. tesa all'iscrizione  nella Sezione speciale degli Avvocati comunitari stabiliti dell'Albo  degli Avvocati di Palermo. Compensa le spese dell'intero giudizio.
Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 15 novembre 2011.
Depositato in Cancelleria il 22 dicembre 2011.

 

 

Pubblicità


Annunci

Gli deali sono pericolosi. Le realtà sono preferibili. Feriscono ma valgono di più. (O. Wilde)